--Ecco qui. Io peregrinava Italia come zingano, vendendo specifici e

talismani per le malattie degli uomini e delle bestie, e reliquie pei

divoti, allorchè una sera capitai a Soano. Impaniato tra quei viuzzi

a notte alta, era deciso passarla al sereno, coricato sul suolo,

allorchè, nella magione vicina, mi sembrò udire gente che ancora

vegliava. Cercai la porta, e venne ad aprirmi un servo. Gli dissi che

avesse pregato il padrone di ricovrarmi fino al mattino, e di qualche

vitto, perchè arrovellava della fame. Il servo portò la dimanda, e

ritornò rispondendo che poteva entrare.

--Abbrevia, l'interrompe Gregorio.

--Io non ho fretta, ripete Laidulfo, mettendosi a sedere, e continua.

--Io mi trovai presso di un falegname venuto in fortuna. Mi accolsero

caritatevolmente. Alcuno non mi domandò nè nome, nè condizione; mi

fu dato lautamente da cenare, e poi un buon letto, sicchè io dormii

come un canonico fino a giorno alto del domani. Appena alzato, mi

recai per render grazie al mio ospite, palesargli il mio nome ed il

mio stato, e presentarlo di un amuleto pel mal di pietra, da cui il

povero vecchio andava travagliato.

--È vero, sclama Gregorio.

--Se è vero! ripiglia Laidulfo, io parlo evangelio.

--Avanti e presto.

--Va bene. Il falegname stava in sul punto di morire. Io vestivo in

quel tempo schiavina di romeo, perchè, essendo stato attossicato

da una zingara ed essendomene tirato con un controveleno, avevo

fatto fra gli spasimi un cotal voto alla Madonna di Loreto e là

mi recavo per soddisfarlo. Piacqui al vecchio. Ei mi credette un

santo, o su quel torno. Ora, costui si aveva in casa una bimba trista

e piagnucolosa da fare strabiliare un demonio. Morendo, quella

monnelluccia restava Dio sa a chi. Il vecchio voleva mandarla a

Roma a qualcuno che ne avesse dovuto pigliar cura. Eran giorni di

guerra. Correvano il paese Tedeschi, e saccomanni, e lance del papa

ed ogni ben di Dio di malandrini. Alcuno dei terrazzani di Soano non

voleva torsi la missione di condurre la bimba a Roma, per prezzo

che offrisse il vecchio moribondo. Io gli sembrai l'uomo mandato da

Dio. Il mio vestito, il mio portamento umile, contrito, divoto, lo

sedussero. Mi domandò se volessi accettare la commissione. A vero

dire, io allora abborrivo le creature peggio che non abborrissi il

duca di Puglia, Roberto Guiscardo. Però, per farmi dispetto, per fare

arrabbiare la mia bestiale natura, accettai. Si trattò del prezzo

che mi si offriva per il viaggio e le spese della bimba e di me.

Mastro Bonizone era taccagno anzi che no; ma le ore sue sembravano

contate, io non tenevo punto all'affare, alcuno non si presentava

per rendergli servigio a miglior patto; bisognò dunque calare

all'accordo. Restava un dubbio.

--Uno solo? dimandò Gregorio.

--Almeno il più grave.

--E quale? conchiudi dunque.

--Ecco qui. Io dovevo condurre quella scimiuzza stridula a Roma

e consegnarla a qualcuno. Ora costui l'avrebbe egli tolta senza

una pistola di chi la mandava e senza un breve di ricordanza

sull'identità della puttina?

--Ah! ed allora? sclama Gregorio turbandosi visibilmente.

--Allora fu mandato a chiamare un tabellione, un tal mastro

Anasprando.

--Viveva dunque ancora? sclama Gregorio quasi suo malgrado.

--Se viveva! Era fresco come l'abate di Nonantola che si conforta

con trenta beghine, di cui la più vecchia ha venti anni. Mastro

Anasprando dunque fece una lettera ed un bel _breve di ricordanza_,

a scrittura grossa come i rosoni della chiesa di Sant'Ambrogio di

Milano; mastro Bonizone vi mise sotto una croce; quattro altri

testimoni vi cincischiarono degli scorbi come campanili; dentro

questo forzierino chiusero questo libro di ore che qui vedi, e mel

consegnarono, dicendomi che dovessi darlo a colui cui conducevo la

fanciulla, sendo una memoria di sua madre. Ora il libro di ore ed il

forzierino è questo qui, con le armi del conte di Reggio, perchè il

libro apparteneva alla sua figliuola Bertradina...

--E la ragazza? dimanda Ildebrando ansioso.

--La ragazza... Veramente fui tentato all'indomani di venderla a

qualche zingano o a qualche ciurmadore. Ma poi pensai che avevo tolto

un bel prezzo della commissione e dovevo compierla da galantuomo.

Soddisfatto quindi il mio voto di Loreto, mi recai a Roma. L'uomo a

cui la bimba, la lettera, il forzerino erano inviati non vi era più.

--Davvero?

--Sissignore. Egli era partito proprio per quella stessa Soano,

donde io era mosso, e per vedere proprio morire quel vecchio che io

avevo veduto moribondo, e forse per aver proprio quella scimiuzza di

bimba che io gli recavo a Roma. Il vecchio che lo attendeva e che

forse disperava vederlo venire, che sentiva sfuggirsi l'anima, che

conosceva l'indole dell'uomo a cui aveva a fare, si era affrettato

nelle risoluzioni.

--Ma allora cosa facesti tu del mandato?

--È giusto quello che io m'accingo a dirti e per cui mi vedi qui.

Quella fanciulla, nella mia vita dissipata e randagia mi tornò da

prima di grave fastidio, e più di una fiata mi frullarono pel capo

disegni tristi. Però, pensando poscia che io ero solo come la notte,

mi feci violenza e la tenni. Tanto più che la poverina riesciva ogni

dì più vispa e non piangeva più, avvegnachè passasse sovente interi

giorni digiuna. Poi si fe' grande, uscì di fanciulla, ed io le aveva

messo un amore pazzo. Bestione! La amavo quasi mi fosse figliuola; e

la guardai perchè non capitombolasse, essendo fatta belloccia, ed

i fottivento la rimorchiavano. D'altronde ella si guadagnava bene

la vita, avendole una zingana insegnati certi segreti per pescare

nell'avvenire. Ed eccola qui questa galuppa, che sì è fatta rossa

come una ciligia di Genova.

--Ella! sclama Gregorio.

--Appunto. Che ne dici, Ildebrando? non è un tocco da far gola ad un

monsignore?

--Ed io sono figlia di una contessa? mormora Guaidalmira come

parlasse a sè stessa.

--Sissignore, della contessa di Reggio, monella, soggiunge Laidulfo

stringendole il capo sul seno e baciandola sulla fronte.

--Ma la lettera, ma lo scritto del tabellione, dimanda Gregorio

impaziente ed ansioso, divaricando gli occhi; lo scritto non l'hai tu

conservato altresì?

--Se l'ho conservato? Magari! Gli è il mio tesoro. Ed ecco il segreto

che ti riguarda, pontefice, e che io avrei venduto ai tuoi nemici, ad

un concilio, a Satana, i quali ne avrebbero menata galloria come di

una battaglia guadagnata. Leggi, leggi un poco se ti piace.

Gregorio toglie la pergamena di mano tremante, e legge:

»In nomine di Dio, dalla beata Vergine e di S. Inegilda amen.

»Hogi che sono li 27 di Martio die di Giovedì santo dell'anno

dell'incharnatione del nostro signore Gesù Cristo 1057 anno

secundo del regno di Enrico IV _dominus noster et primus ponteficis

Stephanis_ IX, Inditione VII--_actum Soani civitate_ nella casa

di mastro Bonitione di cumditione falegniame _in cubiculum_

dela chamminata il quale Bonitione in nostra _præsentia_ et

_testimonibus_ Marcho congnomento Digitomutio Gelasio Canaiuolo

Pietro _servus marchionis Etrurie_ affrancato _cum danario_, et

Zaccheria subdiacono tutti non habili di scrittura e perciò crocie

segniati che noy tabellio _communis Soani_ certioriamo come _facta

e propris personibus qui fuerunt_ testimoni della comseguazione

_quem predictum mastrum Bonitionem_ have fata di una bambina, che il

medesimo Bonitione _certiorat esse_ la propria figla del suo filiuolo

Ildebrando et dela Bertradina filiuola del conte di Reggio _uxorem

alii fili suis_ Guiberto che perciò have trucidata fino a morire cum

un coltelo la detta molie, ad un ebreo...

--Questa è infame, è esecrabile menzogna! sclama Ildebrando alzandosi

da sedere.

--Non puoi negare però che l'atto è in tutta regola, Ildebrando,

sclama Laidulfo, tirando dalle mani del papa la scritta e

mostrandogliene un'altra, non puoi negar che questa è la lettera

diretta a te dal tuo padre a Roma, con cui ti manda la tua figliuola,

non puoi negare che questi atti in mano dei tuoi nemici.....

--Questa è scelleratissima calunnia, proseguiva Ildebrando

riscaldandosi sempre più, e la giustizia di Dio non potrà permettere

che si faccia onta ad innocenti, si vituperi la memoria di una pia...

--Tutto sta bene, tutto eloquentemente detto. Però devi convenire che

se questo scritto cadesse in mano dei tuoi nemici...

--Qualcuno ha letta dunque codesta pergamena?

--Nessuno, ed il segreto, se il tabellione ed i testimoni sono morti,

non potrebbe palesarsi che da questa triste di scritta.

--Resti dunque il segreto ed il vero al cospetto di Dio, che questa

scritta non tradirà più alcuno.

E sì dicendo, Gregorio strappava di un lancio dalle mani di Laidulfo

sorpreso l'atto della consegna della fanciulla e la lettera e le

gittava nel fuoco, e con le molli ve l'incalzava, ve la teneva.

Guaidalmira stende subito la mano nella brace per cavarle, sclamando:

--Voi consumate la mia esistenza, pontefice!

Ma Gregorio con la molle le spinge più dentro tra le fiamme. E quella

carta si rattrappa, si fa nera, si arroventa--infine non resta del

testimonio della vita civile di quella povera giovane che poca

cenere. Ella si mette le mani sul volto per non assistere a quella

specie di omicidio morale, e prorompe in pianto.

--Pontefice, dimanda allora Laidulfo che aveva veduto tutta codesta

scena in apparenza senza muovere palpebra, ma tastando sul petto il

suo pugnale, pontefice, manterrai adesso la tua parola?

--A domani.

--Sta bene allora, risponde Laidulfo, ritirando la sua mano dal

giubbetto, lasciando il pugnale e facendo una riverenza. A domani.

Guaidalmira si avvicina allora tutta tremante a Gregorio quasi avesse

voluto gittarsegli ai piedi, e gli dice:

--Voi dunque...

Ma Gregorio le taglia in bocca le parole, e facendole cenno imperioso

di partire sclama:

--Donna! il segreto che udisti muoia con te.

La giovinetta gli alza addosso gli occhi lucidi di lacrime, ed

uscendo dietro a Laidulfo prorompe:

--La mia scienza non m'ingannava!

Gregorio loro tenne dietro col guardo ansioso, finchè non furono

scomparsi, poi alzando al cielo gli occhi e le mani gaudioso gridò:

--Sono libero. Quei cialtroni non saranno creduti. La terra non avrà

più macchia da appormi: per i presenti sarò un eroe; per i posteri un

santo. Ma Iddio!...

A questo pensiero Gregorio cadde sulla sedia, e non passò guari ed

un sopore lo avviluppò. Era quello il sonno del giusto, o un subito

rilasciamento delle fibre del cervello che da violenta tensione

posavano? Dio e la storia han giudicato quest'uomo: lasciamolo al

loro giudizio.

Appena svegliato però Gregorio si fe' venire il vescovo Giovanni di

Porto e gli dimandò:

--Giovanni, hai tu veduto quell'uomo e quella giovane che hanno meco

favellato?

--Santo padre, sì, risponde il maligno vescovo.

Gregorio si guarda intorno per osservare se qualcuno lo ascoltasse,

poi a voce intelligibile appena soggiunge:

--Vescovo di Porto, quell'uomo mi ha fastidito.

Il formidabile vescovo sbircia fitto fitto Gregorio per comprendere

il significato di quella frase, indi risponde:

--Santo padre, si lasci servire da me.

E quelle parole, come l'indice delle sacerdotesse di Vesta che, al

dire di Reboul de Nimes, _était un poignard_, furono la sentenza di

morte di Laidulfo.

V.

Humble et timide, a plaire elle est plein de soins,

Elle est tendre, elle a peur de pleurer votre absence,

Fidèle...

ANDRÉ CHÉNIER

Non appena Laidulfo ebbe messo piede fuori la rocca si diede a

correre a rompicollo per arrecare la novella al re dell'esito felice

del suo negoziato. Giunse al cenobio che il dì era compiutamente

finito, ma si vedeva ancora per quella specie di luce opaca che dava

la neve donde il suolo gremivasi. Il re desinava. Laidulfo si fe'

chiamare Baccelardo, e come questi venne e lo vide, ansioso dimanda:

--E sì, compare?

--A maraviglia, risponde Laidulfo.

--L'hai ucciso?

--Non ci è stato bisogno. Dimani il re sarà ricevuto e benedetto come

un uovo di Pasqua.

--Dici il vero?

--E conosci che io burli mai? Domattina verranno qui a rilevare

l'imperatore le due contesse, l'abate di Cluny, il marchese d'Este; e

Gregorio lo accoglierà per assolverlo.

--Sacramento! e come hai tu fatto per rammollire quel demonio?

--Eh! al mio scongiuro difficilmente e' poteva resistere. Ma dimmi un

po' adesso, e tu hai favellato col re?

--Altro! Enrico ha detto: che quel monello mi cavi di questa pania,

e poi scelga il più pingue vescovado o principato di Germania, e gli

giuro sulla mia corona imperiale che glielo darò.

--Ha detto proprio monello?

--Monello o galuppo, poco importa; qualche cosa di così infine.

--Che magnifico signore! Il fatto sta adesso che io m'imbroglio a

scegliere. Già un vescovado vuol essere e non altro, perchè io sento

una vocazione di farmi santo da ridurre a strabiliare un diavolo. Di'

dunque, Baccelardo, che mi consiglieresti tu eh!

--Per me ti consiglio a dimandare l'arcivescovado di Magonza che è un

buon quarto dell'impero.

--Diamine! sai, Baccelardo, che tu hai giudizio? Sta bene: dimanderò

l'arcivescovado di Magonza.

--Si; ma ci è una lieve difficoltà.

--Quale?

--Che l'arcivescovo Sigofredo è vivo ancora

--Non altra che questa?

--Ti par poco?

--Fih! dammi ventiquattro ore di tempo, e mutami nome, se non farò

restare la chiesa di Magonza vedova come.... come.... aiutami a dire

dunque il nome della moglie di quel bellimbusto che trascinarono di

un piede attorno le mura di quella città di Puglia che sta presso

Biccari.

--Troia?

--Già: come si chiamava la moglie?

--Di Troia?

--Eh! dell'altro che fu trascinato.

--Ma!

--Capisco, compare, tu non sei più forte di me in letteratura. Or

bene dunque, giacchè io sono arcivescovo di Magonza debbo fare

qualche cosa per te. Ti piacerebbe la città di Reggio qui presso?

--Sogni!

--Mica. Io dunque ti do questa bella giovinetta in moglie, e la

città di Reggio per dote, investendoti altresì dei miei dritti sul

principato di Capua.

--Ah! vuoi dunque barattare i tuoi dritti coi miei sul ducato di

Puglia e Calabria, compare?

--Io parlo del miglior senno, disse Laidulfo. Questa giovine adesso

è da marito. L'ho guardata finora, perchè aveva a renderne conto.

Il conto l'ho reso da fedele custode. È stata sventurata; non

ho che fare di più. La mia parte è compiuta. Ho fatto finora il

buffone perchè ero giovane. Ora mi sento venir vecchio, voglio far

l'arcivescovo e chiamar fratello il papa. Ella è orfana, tu del pari,

Baccelardo; sposala ed io vi darò la santa benedizione.

--Ma taci in nome di Gesù, disse Guaidalmira arrossendo tutta.

Baccelardo la contemplava attentamente.

--Ci pensi sopra? soggiunge Laidulfo, vedila, essa è bellissima, è

pura come il vento delle Alpi. Potrai trovare più ricca donna, ma nè

più avvenente, nè più amorosa. Se sapessi che cure ha avuto di me...!

Bah! non ne parliamo, chè per poco che lo rammenti, questi tristi de'

miei occhi scorreranno come grondaie. E ad un arcivescovo sta male il

piangere.

--Ma taci, taci, padrino; cosa vai raccontando.

E Baccelardo la squadrava attentamente.

--Eh! quel giovane, riprende Laidulfo, cosa è? Sei restato infatuato

come gli apostoli che si han veduta sfumar d'innanti la Vergine nel

quadro della chiesa di Santa Maria Maggiore? Andiamo, risolviti. Se

non la puoi togliere in moglie, accettala per compagna, giurami di

proteggerla e di rispettarla.

--Ma qual novello mercato intendi fare di me, padrino? scoppia con

fierezza Guaidalmira. Io non mendico protezione da alcuno.

--Dimmi, Laidulfo, conosci i natali di questa giovane? dimanda

Baccelardo.

--Nobilissimi. Per madre discende dal conte di Reggio, di cui è erede

unica; per padre si va più alto ancora. Però non è maturo il tempo da

rivelarlo.

--Ma costei sarebbe allora la figlia di quella Bertradina, che fu un

dì moglie dell'arcivescovo di Ravenna? dimanda Baccelardo.

E Laidulfo:

--No, bel cavaliere. Vi ho detto che non era tempo ancora rivelare

il segreto del suo nascimento; attenetevi alla mia parola. Quel dì

verrà, ed ella stessa, o io, vi faremo di tutto chiaro. Per ora

contentatevi di ciò.

--Ma pure la sola Bertradina era erede del conte di Reggio.

--Ed io ti dico che Guaidalmira non ha nulla da partire con codesta

dama. Saprete tutto a tempo opportuno; acquietatevi adesso.

--Sta bene, risponde Baccelardo, non occorre saper oltre. So già

tutto. Se ella dunque non ripugna, io sarò il suo amico, il suo

fratello; e se la mia stella si rischiara, il suo sposo.

--_Te Deum laudamus!_ sclama Laidulfo, prendila dunque, ella è tua.

Guaidalmira fatta rossa come bragia si covre il volto con le mani; e

Baccelardo, accostandosele, la bacia sulla fronte ed esce dicendo:

--Reco la lieta novella all'imperatore.

Al domani, Gregorio tenne la parola. Matilde cogli altri signori

della rocca si recò all'albergo dell'imperatore per confortarlo di

appressarsi di nuovo al castello ed aver l'assoluzione. Perocchè,

dopo il lungo loro pregare, avevano infine ottenuta promessa dal

pontefice che li avrebbe soddisfatti. Enrico resistette alcun

tempo: infine si lasciò persuadere, e sull'ora di sesta a Canossa

si ravvicinò per la quarta volta. La neve ed il vento sembrava

che avessero voluto imitare la pertinacia del pontefice, poichè

ingagliardivano di giorno in giorno peggio. Avanti la porta delle

prime mura si presentò l'abate di Cluny per rinnovellare la cerimonia

dei tre giorni precedenti.

Egli aveva l'aspetto attonito, lo sguardo immobile. Si avanzò al

cospetto del re e parlò:

--Dunque, santo padre, convincetevi che dovete assolvere Enrico, non

potendolo condannare all'inferno, perchè l'inferno non ha azione

sull'anima. L'anima, ha detto il beato Aristotile, è la forma della

materia, ossia l'attività prima del corpo organico, e racchiude

la causa sufficiente della facoltà per cui le funzioni vitali si

esercitano. Ora siccome tutti i sensi esercitano la loro azione mercè

un certo _medio_, così anche l'anima, la quale ha sede nel fuoco,

perchè il senso d'attività va spesso unito col senso del calore. E

siccome il cuore ha una natura calda, quivi è la sede dell'anima.

Ma nel cuore vi sta ancora l'etere, dunque il medio dell'azione

dell'anima è il fuoco, o spirito, o l'etere. E perchè i simili non si

distruggono, così l'inferno non distruggerebbe l'anima di Enrico, e

dovete assolverlo, e dovete...

L'imperatore stette attento ad udire dove diavolo l'abate volesse

andare a parare con quel ragionamento, che probabilmente era

lo stralcio di un discorso da lui tenuto al pontefice; ma non

arrivandone a comprender nulla, gli volse le spalle, si nudò, rimase

il seguito nel primo atrio, ed entrò.

Egli aspettava che lo avessero subitamente intromesso. Non fu così.

Imperciocchè attese fino all'ora di nona senza che alcuno apparisse.

E stava già per andar via, furibondo di questo frustraneo novello

atto di sommessione, malgrado le preghiere dell'abate con lui restato

fuori ed in sè rinvenuto; allorchè le porte si aprono, e vengono

fuori la contessa Matilde, la marchesana Adelaide, Azzo d'Este, ed

il vescovo di Porto con molti altri prelati italiani e tedeschi nel

castello ricoverati. Il vescovo di Porto va dritto al re, e gli dice:

--Enrico di Germania! perchè vieni tu in abito da penitente alle

porte di questa fortezza?

--Per essere assoluto della scomunica da papa Gregorio, risponde il

re.

--E sei tu veramente pentito delle tue colpe? dimanda il vescovo di

nuovo.

--Sono, risponde Enrico.

--Entra dunque in nome di Dio e di Gesù, e che l'assoluzione che ti

rechi a ricevere possa giovare all'anima tua.

E, sì dicendo, il vescovo di Porto si apriva il varco fra quei

signori che si schieravano in due ale, ed Enrico lo seguiva nel

castello.

VI.

Avanti a te o Gran Cuccu mi prostro,

Che dai per ineffabile mistero

Fatidica virtù di un corvo al rostro

D'annunziar l'impercettibil vero,

Ma nessun seppe mai, nessun saprà

Donde viene il tuo spirito, e dove va.

CASTI, _Anim. parl._ 17.

Enrico non fu ammesso però direttamente alla presenza di papa

Gregorio. Egli si ebbe ad arrestare nel vestibolo e ad assoggettarsi

ancora a pause non brevi fino a che il vescovo di Porto non ritornò

col permesso di progredire. Tutta la gente del seguito di Enrico,

unitamente ai signori del castello, rimase nelle antisale; solo

il re, accompagnato dal vescovo fino alla porta, si recò innanzi.

Ildebrando sedeva ad un trono di legno di quercia, ricco di intagli

a gotici disegni e colonnette attortigliate, elevato da terra e

collocato dentro una nicchia dello stesso legno, medesimamente

scolpita. Sopra un tavolo, ad un angolo della stanza, poggiava il

camauro. Egli poi si teneva ad un altro tavolo alzato al livello del

petto con mobile da scrivere.

Vestiva gli abili ponteficali, sfarzosi di ricami d'oro e di fimbrie

intorno al collo, all'apertura del petto ed alle maniche. Ai piedi

aveva i sandali bianchi ricamati della croce d'oro; in testa il

rosso berretto che gli lasciava scoverta a metà la calva fronte e

mirabilmente faceva risaltare quella sua nobile fisonomia, la quale

forse non piaceva a causa di quell'aria accigliata che la troppo

severità le dava. La bianca barba gli scendeva profusa sul petto.

Tutto intento, ovvero fingendo di esserlo, alla scrittura, non

fece cenno di accorgersi della presenza del re, sia per umiliarlo

ancora, sia per imporgli con la sua maestosa figura. Ed Enrico,

che aveva sorbito l'ostica bevanda fino al limo, battendo i denti

del freddo, i panni bagnati ed agghiadati sulla persona, sformato

in viso dal gelo e dall'interna lutta degli affetti, bilanciava

tra il partire definitivamente e rompere quella tirannica catena

di obbrobrii; interromperlo nella scrittura ed avvisarlo di sua

presenza; avventarsegli addosso ed ucciderlo. E questo nero pensiero,

più seducente e più ostinato, gli tornava d'innanzi, talchè forse

lo avrebbe vinto, se Gregorio, vergognando in sè stesso del dilegio

in che prendeva quel caduto, non avesse alzata la testa e mostrato

avvedersi di lui. Come Enrico si ebbe questo lieve segno di favore,

si avvicinò al soglio, e cadendo ginocchioni e baciandogli la mano

biascicò più che non disse.

--Santo padre, perdono.

Gregorio, senza muoversi, piegò gli occhi sulla testa del re, e forse

quel bello e giovane sembiante lo toccò. Enrico aveva allora ventisei

anni. L'occhio turchino scintillava ardito come quello dell'aquila.

La nobile chioma bionda, avvegnachè dall'acqua inzuppata, gli

scendeva sulle spalle come la giubba del lione. La magnanimità, la

fierezza gli si leggevano nel naso aquilino e nell'elevata fronte;

del pari che la carnagione perlata e trasparente come quella di

fanciulla additava la blandizia del suo cuore. Gregorio contemplava

quel giovane pino, che della sua rigidezza aveva tentato spezzare;

e forse un rimorso lo travagliò. Perchè troppo egli sapeva che la

perversità non ricetta in un cuore il quale si specchia in volto così

fresco e così bello. E poi volava con la mente agli anni suoi primi.

E rammentava di qualche essere che lo aveva colpito; rammentava di

suo fratello, e di tante imagini e scene della vita domestica, che

nel suo lungo peregrinare e per uffizio del suo ministero aveva

vedute, e s'inteneriva. Imperciocchè nulla v'ha che più intimamente

favelli al cuore e di carità e di Dio, che l'aspetto della gioventù,

e della gioventù potente ma sventurata. Così che papa Gregorio,

quasi a sua insaputa, sedotto da interno moto, stese la mano al re

supplicante e lo sollevò. La natura umana si era in lui strisciata

di furto sotto al pontefice. Ma come Enrico sorse in piedi, e la

taglia maestosa e l'aspetto ardito dissiparono quanto di supplice

aveva avuto fino allora, sì che il pontefice ne era restato commosso;

questi cambiò istantaneamente, e dimenticando il penitente per

vedere il re, dimenticando il contrito per ricordare l'offensore,

e l'avvilito per temere l'uomo terribile e minaccevole, fattosi

novellamente aspro e severo dimandò:

--Ma sei tu dunque veramente pentito, Enrico di Germania?

Enrico allora gli mise addosso gli sguardi torvi e rispose:

--Ti sembrano dunque poche, o pontefice, o ancora dubbie le prove che

te ne ho date finora?

--Uomo, hai tu dunque obbliate le colpe che cotanto magnifichi la

penitenza? Ma se tu l'hai dimenticate, non l'ha dimenticate già Dio,

nè colui che lo rappresenta sulla terra come supremo giudice degli

uomini.

--Pontefice, se ti ha indotto nell'errore di avermi per reo la mia

umiltà, ricrediti. Io mi sono presentato a te non come all'uomo,

nè come al tribunale dell'uomo, perchè sulla terra alcuno non mi

sovrasta, ma come al vicario di Cristo, come al sacerdote che Iddio

raffigura. E se avanti al mondo io sono puro, al conspetto di Dio

non posso vantarmi di esserlo. Tu però hai malamente tenuto il luogo

del Signore della misericordia.

Il re dei re, vol. 3 Convoglio diretto nell'XI secolo · 第 4 / 7 段