tanta carità per questo mondo e per quello; e di te, che sarà di te?
Sappilo adunque. Io non mi imbratterò mai più le mani del tuo sangue,
perchè il sangue dell'inerme mi pesa. Ma un'ora tranquilla di sonno
tu non gusterai mai più, no, mai più! Già sono a testa di esercito
numeroso, e meglio che tanto ne leverò. Gl'Italiani ti odiavano
prima, ora per la tua durezza con l'imperatore ti detestano. Tu non
hai che le armi della parola e le poche truppe di Matilde. La tua
parola sarà portata dal vento come quella dell'insensato; la gente
di questa pettegola calpestata sotto le unghie dei nostri cavalli.
Io ti darò la caccia quasi belva feroce. Io calcherò le tue peste;
insozzerò il tuo abitacolo; turberò i tuoi sonni fuggenti, i tuoi
desinari frugali. Non ti darò tregua neppure di supplicare Iddio che
ti tolga da codesta carriera di spine. Inoltre mi farò creare papa
ancor io; e tu sarai incolpato da Dio e dagli uomini dello scisma. Le
città ti cacceranno dalle loro mura come perturbatore della pubblica
pace, e nella tua coscienza non potrai restar tranquillo, perchè
come un flagello, come Attila, sei venuto a gittare la guerra e la
discordia nell'universo. Io insomma, io sarò la pietra angolare per
rovesciare i giganteschi tuoi progetti, il demonio che ti vedrai
innanzi nell'agonia per dirti: Ricórdati, Ildebrando, come seducesti
la moglie di tuo fratello; ricórdati come tentasti sedurre Alberada,
e fosti la cagione del suo ripudio, e l'autore della sua morte--se
morta è pure e non si dispera in lento strazio nel fondo di una
prigione: ricórdati, Ildebrando, che per te tuo fratello si macchiò
di omicidio e si gittò nel corrotto: ricórdati quanti pontefici
prevaricasti coi tuoi consigli, quanti principi spingesti al
delitto, quanta gente morì impenitente per le tue scomuniche, quanto
fosti ambizioso e crudele, come turbasti le leggi dei popoli e la
tranquillità. Ricórdati....
--E ne hai ancora di codesta infame litania?
--Oh! la è lunga, Ildebrando, e niuno meglio della tua coscienza può
saperlo.
--Ebbene, giacchè te ne appelli alla mia coscienza, io ti rispondo,
che le tue parole sono le parole di un perverso, i progetti tuoi
quelli dell'empio. Mi hai messa innanzi lo sguardo una tela di
delitti a commettere. Ma chi ti assicura che i tuoi giorni dureranno
fino a domani, che tu tenterai la mano di Dio lungamente?
--Cosa è, fratello? Ti diletteresti anche tu di veleni e di comprar
la mano di traditori? Eh! piano per Dio, perchè, per le sante ossa
di tutti i martiri, se minimamente di alcuna cosa mi avvedo, ti
prometto di non darti tempo neppure di confessarti, e da cavaliere e
da vescovo di Cristo ti terrò la parola.
--I protervi li giunge Iddio; il giusto li disprezza. Ma insomma
finiamola. Cosa sei venuto a cercare qui?
--Il tuo bene, risponde Guiberto, la tua potenza e la tua
tranquillità. E ciò non potrai ottenere, fintanto che sarai in
guerra con l'imperatore e con me. Ti propongo dunque la pace, e da
fratello ti consiglio d'assolvere Enrico. Allora io mi contenterò
di aver restituita Alberada e di essere arcivescovo; egli di andare
a dimandar ragione ai suoi vassalli della fellonia; e tu tornerai
a Roma a dispotizzare sicuro. Ma se ti ostini, prepárati allora a
guerra terribile, perchè domani noi torneremo a Piacenza, e diman
l'altro ci vedrai con formidabile esercito sotto le mura di Canossa
per levarvi d'assalto od affamarvi. E vengano poi le truppe di
Matilde che troveranno solletico al ricevimento.
--Credi tu dunque di spaventarmi, quell'uomo?
--Spaventarti no, perchè so di qual tempra d'inferno è il tuo cuore;
ma vorrei persuaderti. Perchè, ti confesso il mio debole, per quanto
mi faccia violenza, io non so dimenticare che siamo entrambi figli di
Bonizone. Arrenditi dunque e perdona Enrico. Non tirarlo dai capelli
nella disperazione; non tentare di piegar l'arco di soverchio, che
può uscirti di mano e ferirti. Il tuo, è un fatale proponimento!
--Se Enrico è veramente contrito sarà perdonato, perchè Iddio non
vuole la morte del peccatore ma la salute.
--Ma quando sarà perdonato, io domando?
--E chi siete voi per metter legge al vicario di Cristo, per tentare
di scandagliarne il pensiero? I suoi disegni sono arcani come quelli
di Dio, nè men tremendi.
--Ma l'anno della scomunica è prossimo a scorrere, ed egli perderà la
corona.
--Il sacerdote ha la benda e non guarda nè l'uomo, nè la condizione
di chi si presenta ad implorare perdono di sue peccata. Enrico è re?
ma che sono i re avanti a Dio ed avanti a me che ne sostengo le veci?
Fango sul quale il soffio della mia voce passa ed essi non sono più.
--Ma sai, Ildebrando, che tu sei un terribile uomo? sclama Guiberto,
il quale le braccia incrociate sul petto era restato ad udirlo, a
rimirarlo radiante di luce inspirata. Tu hai prese sul serio tutte
codeste storie, e finirai per dio per farle tôrre sul serio anche
altrui. Peccato che abbi al tuo comando solamente alcuni preti,
alcune parole latine e qualche pettegola. Ah! se tu avessi un
esercito. . . .
--Il mio Dio è il Dio degli eserciti, e dove esso pieghi il ciglio
i popoli e l'universo sfumano come i sogni del demente. Ed io sono
voce di questo Dio e questa voce vale più di un esercito, più di una
corona.
--E vuoi perciò abusarne?
--Tu menti! Enrico sarà perdonato, ma quando io sarò convinto del suo
pentimento, e che non covi malvagi progetti; quando l'ora sua sarà
giunta.
--Ed io?
--Giammai! L'ora della tua grazia è passata. E se vero egli è che tu
hai onore e coscienza, e che codesta coscienza possa l'uomo tribolare
da togliergli il sonno, la fame, e fino il desiderio di vivere,
sappi, sappi, uomo perverso, che per te solo io ho perseguitato e
perseguiterò Roberto Guiscardo; per te solo perseguito Enrico; per
te perseguiterei S. Pietro, se vedessi che ti potesse proteggere;
perseguiterei la Vergine; perseguiterei Cristo; perseguiterei Dio. Tu
e codesto vigliacco di re menaste vampo e mi scherniste, quando ad
arcivescovo di Ravenna ti elevasti; per darmi rovello me lo gittasti
sul volto con una lettera infame; per isfidarmi a guerra mortale,
quasi già fomite d'ira fra noi non fosse stato, dentro Roma, a casa
mia venisti ad insultarmi. Ebbene, io sottrarrò agl'imperatori ed ai
laici la facoltà d'investire feudi ecclesiastici; a voi toglierò le
mogli, Italia strapperò all'Alemagna; i despoti calcherò coi miei
piedi; e primo tu--primi Enrico, Guiscardo e tu sarete le vittime.
--Sta bene, ci siamo intesi, sclama Guiberto dopo averlo udito
attentamente, addio dunque, e ricadano sul tuo capo le miserie che
stanno per contristare l'Europa. Noi non ci vedremo mai più da
fratelli; il tuo contatto ha disseccato il mio cuore: ma guai!
--Addio, rispose Gregorio, ed uscì, la testa alta, il passo fermo,
calmo, solenne, il guardo rivolto al cielo.
Guiberto lo lasciò partire, lo perdè di vista, poi piegò il capo ed
uscì anch'egli mormorando fra sè:
--È un santo, un furbo o un forsennato costui?
IV.
RIC.--Stanley, quali novelle?
STAN.--Niuna buona, milord, perchè voi possiate ascoltarla
con piacere: niuna tanto cattiva da dovervi esser taciuta.
RIC.--Codesto è un indovinello! Nè buone nè cattive! A che
tante frasi prima di venire allo scopo? Una volta ancora,
quali notizie?
SHAKESPEARE.
Guiberto non disse nulla al re dell'abboccamento che aveva tenuto
con Gregorio: solamente mandò corriere a Piacenza pe' capitan delle
truppe di tenersi presti a recarsi a Canossa dietro il comando
dell'imperatore, e spedì araldi ai suoi feudi per far novella
tolta di militi. Al levarsi di Enrico la mattina, gli parlò delle
disposizioni prese la notte, e come egli portasse avviso di non
muoversi più dal romitaggio, mandar l'araldo d'armi a chiamar
le truppe in su quel di Canossa, ed attenderle, mentre un altro
distaccamento di Lombardi e di suoi vassalli, sotto la condotta
del vescovo di Vercelli, avrebbe bloccato Mantova, dove svernava
l'esercito in piede di Matilde. Enrico approvò le provvidenze, però
e' dichiarò volere attendere un paio di giorni ancora onde piegare il
tenace volere di Gregorio. Imperciocchè, dopo aver subíto umiliazione
così bassa, ei sarebbe stata scioperatezza non cavarne construtto,
per poi compierne vendetta tremenda.
--L'opera è compiuta a metà, egli diceva, niuno mi toglierà l'onta
che quest'uomo mi ha fatta, quando io fiducioso mi venni a gittar
nelle sue braccia come in quelle di mio padre, e sperai nella sua
misericordia, più inesorabile di quella di Dio. Egli si è mostrato
crudele e vigliacco; perchè non bisogna insevire contro il nemico il
quale dimanda mercè. Ora, se non giungo ad ottenere che mi si tolga
la scomunica, cosa avrò guadagnato? L'onore no, perchè vi ha un mezzo
solo di ristorarmelo, e questo è quello delle armi, rovesciando
lui ed i principi miei vassalli che hanno stretta lega codarda.
L'amor dei miei popoli neppure, perchè so come i Tedeschi tengano
all'osservanza delle costituzioni dell'Impero. Avrò forse guadagnato
gli Italiani, ma questi sono mutabili e superstiziosi. Mi difendono
oggi; domani, vedendo che trattasi di rovesciare il pontefice,
potranno compungersi, tornar divoti, ed abbandonarmi. E poi credete
voi, monsignore, che Gregorio non si appellerà ai Tedeschi e li
chiamerà in Italia per aiutarlo? Ad ogni modo, bisogna tentare di
aggiustarmi con lui, se ciò si potrà. In ultimo, ci appiglieremo al
partito delle armi; e sarà quel che sarà, perchè allora consiglia la
disperazione.
--Ma almeno, sire, fingiamo di voler decidere la sorte con le
battaglie. Perchè la contessa, che teme per la vita del suo papa,
non teme meno per i suoi Stati, nei quali non desidera certamente
che si accenda la guerra. Ella pregherà vostra sublimità per usar
moderazione ancora e pazienza, e voi fingerete cedere alle sue
preghiere: pregherà il pontefice a non ostinarsi; e Gregorio, che non
ha mica gusto di sconfortare questa santa creatura e di alienarsela,
l'ascolterà. Perchè Gregorio, meglio di tutti, comprende di quanto
periglio possa essere una guerra in Italia, giusto attorno alla
sua persona. Così, sire, si serberà almeno la dignità di uomo e la
fierezza del guerriero.
--Sì bene! Mettete dunque voce che si è ordinata la mossa del campo
di Piacenza, e che domani il vescovo di Vercelli ed il principe
Baccelardo cavalcheranno sopra Parma, voi sopra Mantova, e noi al
blocco del castello.
Sparsa la voce di questo piano fra il popolo numeroso, accorso a
vedere la pace tra il pontefice e l'imperatore, proruppe ognuno in
grido di giubilo; imperocchè tutti strabiliavano della pertinacia di
Gregorio. Matilde, che si era recata all'albergo dell'imperatore
per visitarlo e calmarne l'irritazione, udì ancora ella quei
fremiti, e ne rimase colpita. Non per paura, perchè educata fra
le armi, ma perchè vedeva pericolare la salute di due uomini a
lei carissimi, l'imperatore ed il pontefice. Ella si sentiva alle
strette di osteggiare il suo parente e signore, o il papa e quindi
Iddio. Cominciò perciò a supplicare caldamente Enrico che facesse
novello tentativo per piegare l'irritato prete, e confidasse nelle
intercessioni sue. Perocchè ella conosceva di fermo Gregorio non
aver animo malvagio ed ostile contro di lui, ma agire per severo
zelo di sacerdote. Lo persuadeva pure a non perdere il frutto delle
umiliazioni già fatte, sendo che sapeva di sicuro Gregorio inclinare
già a perdonarlo; e che ella gli prometteva, dove ciò non fosse
avvenuto fra un paio di giorni, di restar neutrale nella contesa. Che
perciò non disperasse, e mandasse nuovi negoziatori per intercedere
pace, ed aggiustare le pretensioni ed i patti. Alle preghiere di
Matilde si aggiunsero quelle caldissime della contessa Adelaide e
dell'abate di Cluny. Per modo che Guiberto, fingendo anch'egli di
calmare il corrucciato re, gli cadde ai piedi e lo scongiurò di
arrendersi e di non gittare Italia nella guerra civile, prima che
nella sua coscienza non fosse convinto di avere operato per evitarla
quanto uomo poteva operare. Allora Enrico si lasciò vincere. E
promise che, in sul mezzodì, e' si sarebbe recato, come i giorni
precedenti, al castello per ottenere l'assoluzione.
Infatti vi andò. L'abate di Cluny, d'ordine dell'impenetrabile
Gregorio, compì la sua cerimonia come avanti; ed il re scalzo,
scoverto, e medesimamente, travagliato dalla neve e dal vento si
presentò nel secondo ricinto delle mura. Aspettò fino al vespero,
aspettò fino a compieta. Ma neppur questa volta il pontefice lo
chiamò. Allora, agghiadato dal freddo, i piedi fatti lividi ed il
viso piombino, con una violenza disperata nell'animo, si decise
seriamente a partire di Canossa. Egli appariva chiaro oramai che
Gregorio non aveva altra mente che insultarlo, conculcare nel fango
la regia dignità, assaporare a centellino la voluttà della vendetta e
dell'alterigia. Si tolse perciò di quel sito infame, e venne alla sua
corte per ritornare al romitaggio, risoluto di non più avvicinarsi a
Canossa che alla testa di un esercito onde dimandar conto dei vecchi
e dei nuovi vituperi.
A piedi dell'erta però, una specie d'orso ed una giovane si
aprirono il passo tra la folla stivata della gente, che pendeva da
quell'avvenimento, ed all'imperatore si presentarono.
--Sire, disse l'uomo, cui Baccelardo conobbe subito per Laidulfo,
qual compenso mi darete voi se per domani mastro Ildebrando farà
aprirvi quelle maledette porte della fortezza?
Enrico gitta lo sguardo su costui, poi volgendo le spalle con
dispetto ordina, allontanandosi:
--Frustatemi quel cialtrone.
Baccelardo si approssima a Laidulfo, e tiratoselo da parte lo
rimprovera:
--Compare, v'ha dunque bisogno di pattuire con un re? Tu gli renderai
grande servigio; devi perciò sperare grosso compenso.
Laidulfo si gratta l'orecchio sinistro e risponde:
--Perciò appunto che egli è re voglio patteggiare. Io conosco come
costoro mantengono la parola! Per tutto ringraziamento, ti fanno
nascondere quattro o cinque pollici di stiletto nel cuore, o qualche
graziosa dose di veleno nello stomaco in un gotto di Sicilia o in un
pasticcio di cavriuolo, e buon dì a chi rimane. Mai no: patti innanzi
e ricompensa sicura.
--Pezzo di birbo! ed avresti cuore di andare a mercanteggiare con un
sovrano ridotto a quello stremo?
--Cuore! e chi ti ha detto che ne abbia cuore io? Però questo è il
mio stile.
--E che faresti tu insomma?
--Quel che vorranno. induco mastro Ildebrando ad accogliere questo
minchione di re, che ha tanta frega di benedizioni, o l'uccido e ne
lo libero intieramente. Ma io posseggo un mezzo a cui il prete non
resisterà.
--In ogni conto lo fredderai se lo trovi ostinato, non è vero?
--Credi che m'imbratterei l'anima per questo? mi regolerò giusta i
patti che stabiliremo.
--Ucciderlo no, risponde Guaidalmira, io nol permetterò giammai.
--Zitto tu, berghinella. Chi ti ha imparato a rispondere dove parlo
io? La è questa la veneranza che si deve ai consigli dei più provetti?
--E dimmi un po', Laidulfo, continua Baccelardo pensieroso, la
testa in giù, riflettendo alla proposta di colui, dimmi un po' che
pretenderesti tu per codesto pietoso uffizio.
--Spieghiamoci chiari. Che cosa si vuole? Che il re venga ricevuto?
Ebbene ei mi darà una contea con tutte le terre ed i diritti
pertinenti--bene inteso però che la voglio nei paesi d'Italia.
--Per Dio, compare, tu fili grosso. E che pretenderesti se dovessi
ucciderlo?
--Che? Vedi un poco cosa si dà nel suo paese per _Wehrgeld_[1]. Venti
soldi per uno schiavo: 30 per un porcaiuolo: 36 per uno schiavo
divenuto colono tributario: 40 pel maniscalco che cura 12 cavalli,
pel cuciniere che ha un aiutante, pel pastore che guarda 80 montoni,
per l'orefice, pel ferraio: 45 per un servo della chiesa e del re: 80
per uno schiavo affrancato in presenza della chiesa o con una carta
formale: 100 per l'uomo di condizione media, pel romano che ha beni
proprii o viaggia, per l'uomo del re e della chiesa: 160 per l'uomo
libero: 200 pel chierico nato libero, per l'uomo affrancato a danaro:
300 pel romano conviva del re: 400 pel suddiacono; 600 pel diacono:
600 pel prete nato libero, pel conte, pel sagibero[2]: 640 pel
parente di un duca: 900 pel vescovo: 960 pel duca: 1800 pel barbaro
libero, compagno del re, attaccato ed ucciso nella sua propria casa
da una banda armata--Ora ti lascio considerare cosa valga la vita di
un pontefice! Mi contento che mi dia un vescovado.
[Nota 1: Si chiamava Wehrgeld una somma di danaro che in composizione
l'uccisore pagava alla famiglia dell'ucciso per impedire le faide o
vendette. Il soldo di argento allora valeva 46 franchi e 63 centesimi
se non erriamo.]
[Nota 2: Il _sagibero_ era una specie di giudice.]
--Uhm! compare, tu non hai mica voglia di guadagnarti la vita con
l'aiuto di Dio.
--Ti par troppo?
--Ma sì per Dio! Non pertanto, mettiti all'opera, compila, e forse il
re sarà ancora più generoso che tu non desideri.
--E chi mel guarantisce?
--Io.
--Tu? Uhm! ragazzo mio, con questo suono non mi muovo nemmeno quanto
son lungo.
--Tu sei un ebreo, Laidulfo! E non ti pare che la stessa natura del
servigio e l'urgenza del caso fossero garanti ancora più possenti di
una parola?
--Sicuro. Ma per togliersi poi da scrupoli, e' potrebbe anche
regalarmi una bella collana di corda e farmi appendere speditamente
ad un albero. Che te ne pare? Tu non conosci, ragazzo mio, di che
pasta si facciano i re, e come essi intendano la faccenda della
coscienza, dei dritti e dell'onore! Questi sono legami del volgo e
degl'imbecilli. Ma non l'accoccano a me, no; te lo giuro pel santo
asino di Balaam!
--Tu calunnii l'imperatore, Laidulfo. Egli non si è mostrato mai
taccagno con chi gli ha praticati degli uffici.
--E se adesso volesse fare eccezione?
--Impossibile. Egli tiene all'opera che tu imprendi più che alla vita.
--Ne sei certo?
--Come dell'anima. D'altronde, vedi che non v'ha mezzo per
avvicinarti a lui e patteggiare. Val meglio perciò tentare la cosa
che starne così; perchè una mercede, e generosa, l'avrai sicuro--e ti
farò risparmiare altresì la frusta che ha comandato di largheggiarti.
--Ecco le munificenze regali! Ecco di che i re non sono mai avari!
Una pena per tutti i falli; la fame e l'obblio per tutte le virtù.
--Diavolo! tu fai della morale, sclama Baccelardo ridendo.
--Dio me ne scampi! riprende Laidulfo, io non sono ancora si
disperato. Orsù dimmi un po', come si fa a penetrare nella fortezza?
--Niente di più facile. Ti condurrà l'arcivescovo di Ravenna. Bada
però di non farlo troppo domesticare con codesta giovane. E sarai
ammesso come parlamentario in piena sicurezza. Ne abbiamo parola
della contessa.
--Vediamo dunque cosa saprà fare codesto arcivescovo, e lasciate a me
cura del resto.
Sul cader della sera, infatti, Laidulfo e Guaidalmira venivano
introdotti nel gabinetto di Gregorio dalla stessa contessa Matilde,
la quale non si lasciò a ciò indurre senza prima aver tastato un po'
il messo, ed attinto un barlume dei mezzi che si volevano adoperare.
Laidulfo veramente non le disse tutta la verità. Però seppe dare
alle sue parole una forma di credenza, e d'altronde Guaidalmira
guarentì della sua vita che non sarebbe al papa venuto male di sorte.
Gregorio, occupato vicino al camino a scrivere lettere ai principi
di Germania, non avvertì della coppia entrata nella sua stanza; nè
questa fece pressa per aprire l'abboccamento. Ma come Ildebrando ebbe
finita di scrivere lunga pagina, e prendeva fiato per voltar l'altra,
alza lo sguardo e scorge Laidulfo che, le mani congiunte dietro i
reni, aspettava. Allora questi si fece più avanti fin presso il
tavolo e disse:
--Ser papa, mi conosci?
--Chi sei tu?
--Uhm! un bravo ed onesto mercante, pontefice.
--Santo padre, soggiunge Guaidalmira traendosi innanzi, è mio padrino.
--Quella giovane, ti bisognerebbe dunque alcuna cosa?
--A me no, santo padre; ma piacciavi di ascoltare le suppliche di mio
padrino.
--Vale a dire, suppliche no. Io vengo invece a proporti un bel
contratto, pontefice, se da te si può cavar qualche cosa.
--Parmi che la tua laida figura non mi torni affatto nuova.
--Sicuramente. La vigilia di Natale del 76 venni ad offrirti un altro
bello affare, che commettesti la balordaggine di non accettare. Se
ti ricordi, quel tale vescovado di Oria! Pare proprio che io sia
destinato ad esser vescovo, perchè ci ho un'inclinazione tale, ma
tale da sembrare una malattia ed ostinata mi frulla nel pensiero
ovunque mi volga. L'è una fissazione, bisogna convenirci.
--Ma dimmi un po', quella giovane, costui è matto?
--No, signor pontefice, risponde impudentemente Laidulfo stesso,
piuttosto tristo, come dicono gli sciocchi. Ma che vuoi! L'uomo non
può esser diverso da ciò che lo ha fatto Iddio. Or dunque, per venire
a bomba, nel 76 proposi di venderti un segreto, e quel segreto era
niente meno, che la notte ti avrebbero assassinato come avvenne....
--Ah! scellerato, ora ricordo meglio la tua persona. Ancora tu eri
degli assassini.
--Appunto, mi avevano pagato perciò, e feci il mio dovere. Ma non
andare in bestia, pontefice, perchè tu perdonasti a tutti, e buon pro
adesso.
--Ed è forse per qualche attentato simile che ora qui ti han mandato?
--Eh! eh! quel galantuomo! non calunniamo la gente dabbene. Io sono
qui per venderti un segreto, anche più rilevante.
--Ma tu sei dunque il demonio che conosci quanti segreti mi
riguardano?
--Presso a poco, pontefice; e se non son demonio, gran cosa non può
mancarmi--solo che mi facessi vescovo....
--Esci furfante, se vuoi che non ti faccia frustare, grida Gregorio
divampando di sdegno.
--Frustare, frustare! mormora fra i denti Laidulfo, prendi un
granchio, pontefice: io sono nobile. Ma lasciamo stare queste
bazzecole e parliamo sul serio. Con un primo esempio hai veduto,
come io sia veritiero ed onesto. Ora ho un altro segreto da vendere.
Perchè, vedi bene, entrambi noi siamo mercanti e spacciamo parole:
con la differenza che tu, come chierico, pontefice, le spacci
latine; io volgari, come laico. Or dunque, di', vuoi mercanteggiar
meco da bravo cristiano?
--E che riguarda cotesto segreto?
--Da capo! è un segreto come il miracolo di S. Donegilda, cui
la sera tagliano i capelli e la mattina le pie monache li fanno
trovar cresciuti. Dimmi solo se vuoi comprarlo a patti equi, perchè
altrimenti saprò a chi venderlo e.... E tu non ci avrai gran gusto,
pontefice. Ti pentirai anzi di non aver dato metà dei tuoi feudi a
chi tel proponeva.
--Tanta importanza ha dunque codesta bisogna?
--Tanta! rinunzio al prezzo, per dio, se, dopo che l'avrai udito,
non dirai: corpo dei santi! Laidulfo, tu sei un buon diavolo, _et
quia super pauca fuisti fidelis_, cardinale di santa Chiesa _te
constituam_.
--E chi mi assicura che tu non menta?
--Chi? Un tal falegname di Soano chiamato Bonizone. Per sodo devi
conoscerlo, Ildebrando.
--Lui! E cosa entra Bonizone coi tuoi segreti?
--Ci entra benissimo come vedrai. Ma non andiamo anguillando per
pigliar terreno. Un santo padre dovrebbe esser uomo di poche e sagge
parole, e tu sei ciarliero anzi che no. Di' dunque, vuoi sapere il
segreto?
--Favella.
--Ascolta prima i miei patti. Domani, allo spuntare dell'alba,
manderai la contessa Matilde, la contessa Adelaide, l'abate di Cluny
ed il marchese Azzo d'Este all'imperatore Enrico....
--Che dici?
--Ma, per Abramo, ascolta. Manderai questa nobile commissione al re,
e questa, in nome tuo, gli prometterà che lo riceverai incontanente,
senza più pettegoleggiare e fare il fiero. E tu, come il re verrà, lo
ascolterai, lo assolverai e mangerai con lui come fratello. Ecco ciò
che io richiedo da te. Vuoi starci?
--No.
--Bisogna dunque dire che farnetichi. Allora io ti propongo un altro
partito. Se, come avrai saputo il mio segreto, stimerai esagerato il
compenso che ti richiedo, io consento a non ottenerlo.
--Ma che cosa è dunque che devi dirmi? favella in nome di Dio. Domani
riceverò il re.
--Parola di sommo pontefice?
--Parola.
--Ebbene, sclama allora Laidulfo cavandosi di sotto il mantello uno
scrignetto, conosci tu le armi di questo mobile?
--Mio Dio! e come in mano tua quello scrigno?