curi di meglio scegliere i suoi messaggeri, e che non ci mandi più
innanzi un insolente, il quale, vestito della divisa di oratore, si
reputa in dritto di balestrar le parole come un giumento ubbriaco
balestra i calci: inoltre, che sappia grado e renda mercè alle
suppliche pietose di questi signori, se noi gli concediamo di
accostarsi a Canossa per cancellare con la sommessione e la penitenza
l'oltraggio recato alla nostra persona ed alla Chiesa. Andate.
Baccelardo si stringe nelle spalle sdegnosamente e prima di partire
fissandogli addosso alteramente gli occhi, risponde:
--Ser papa, l'imperatore Enrico udrà la vostra prudente risposta, e
non mi avrei mai perdonato, se, per mia poca umiltà, non vi foste
condotto a questo giudizioso partito. In quanto a me poi, santo
padre, gli è ben che sappiate aver deposta oramai qualunque speranza,
fuori quella di morire da cavaliere illibato, fedele a colui per cui
mi piacque prestarmi. Io non curo quindi la vostra ingiuria più che
non curerei dell'infelice arguzia di chi giungesse solamente a farmi
sbadigliare. Addio.
Ciò detto saluta della mano quei signori, bacia la destra della
contessa Matilde, e volgendo le spalle superbamente al pontefice
esce. Gregorio lo seguì dello sguardo sanguigno fino a che non
l'ebbe perduto di vista, e senza avvedersene, i denti della mascella
superiore si eran tanto addentro ficcati nel labbro inferiore che il
sangue ne spiccava.
III.
J'ose a peine le croire:
Mais ce jour à jamais emplira ma memoire.
SAINTE-BEUVE.
Il castello di Canossa nel secolo XI era tra le piazze forti
d'Italia la più famosa e la più solidamente munita. Messo, come
accennammo, a cavaliere di picco dirupato, era di quel lato
imprendibile assolutamente per assalto o scalate. Dall'altro lato
poi, da quello ove era il borgo di Vico di Canossa, come l'erta
del burrone addolcivasi, era stato munito di tre ordini di rampe,
che ripiegavansi a foggia di ferro di cavallo. Ogni giro di quelle
rampe era chiuso da una porta, che si sopraponevano, guarnita di
saracinesche e petriere. Al termine della seconda rampa, innanzi di
arrivare alla terza porta, era stato scavato nella roccia un fosso,
cui si traversava su ponte levatoio e si colmava di acqua mercè la
grande cisterna esteriore della corte. L'ultima porta immetteva
sur un vasto spianato, che dava sul principio del burrone, in
un angolo del quale, quello che guardava il Vico di Canossa e le
rampe, elevavasi il vasto edifizio. Al castello atteneva un piccolo
cenobio con sei celle per sei frati benedettini, di cui capo era
il Donizone che le serviva un po' di tutto. Tra il cenobietto ed
il castello eravi un cortile con impluvio, un orto, poi le cucine.
Si entrava nel castello per un vestibolo. All'angolo mattina del
castello torreggiava sul burrone un'immensa rocca quadrata, e quivi
si trovavano le prigioni e la cappelletta, dedicata a S. Apollonio,
a cui scendevasi per qualche gradino. Ornavano la cappella colonne
di marmo rosso che ne sostenevano la volta. Le mura, ossia le rampe,
erano guarnite di merli, di bastie, di grossi mangani da lanciar
pietre. Così che quel castello non poteva levarsi d'assedio, per
poco che fosse provvisto di scorte e di uomini, per quanto grosso
fosse il numero degli assediatori. Ed infatti Ottone tre anni vi fece
consumare al re Berengario, quando volle ghermire Adelaide vedova di
Lottarlo, nè il prese. Imperciocchè Adelaide chiamò in suo soccorso
Ottone re di Germania, che la liberò, la sposò--e con questa unione
fuse nella sua casa il regno d'Italia. Alla morte di Goffredo di
Lorena, marchese di Toscana, e di Beatrice sua moglie, Matilde,
figlia di costei e del primo marito Bonifazio, riunì l'immensa
eredità dell'antico marchesato di Toscana a quella della casa di
Canossa, e divenne sovrana del più grosso feudo d'Italia.
Due furono sempre i movimenti di questi marchesi: levarsi a signori
d'Italia tutta; favorire i papi nelle lutte cogl'imperatori di
Lamagna. Matilde aveva deposto il primo pensiero. Ma più che tutti i
suoi antenati, più che ogni altro principe divoto, ella caldeggiava
per la sede di Pietro.
Matilde, nella prima giovinezza, aveva anche essa forse soccombuto
all'imperio dei sensi, alle tentazioni della voluttà, alle seduzioni
dell'amore, al fascino di quelle parole che danno la vertigine alle
fanciulle. Poi, disingannata forse, oltraggiata in sua fierezza, o
inebbriata di più alto sentire di sè e di sua dignità, più matura
negli anni, più dotta della realità dell'esistenza, si era isolata
da qual si fosse passione terrena. Nel suo cuore aveva spento
l'amore, che è tutta la vita di giovane donzella. Aveva scacciata
la vanità di essere la più bella castellana d'Italia, che gli era
un soffogare le più soavi e brillanti illusioni di una donna. Aveva
sepolto nell'anima l'orgoglio del fasto e del potere, ch'è quanto
mai femmina possa ambire e desiderare. Ella aveva concentrato il
suo spirito sull'elevato pensiero della vita futura e del destino
dell'anima oltre la tomba. Le sue facoltà intellettuali avevano
perciò acquistata una visione indeterminata; le sue idee un colorito
vago e fantastico. Ma nel tempo stesso, con l'ostinato meditare
sopra oggetti ascetici, aveva assunto un rigore di principii, una
solidità di carattere che nulla valeva a riscuotere, e che le davano
quella specie di cieco coraggio che nulla cura, nulla bada. Si era
devoluta come schiava all'arbitrio dei pontefici. E questi, non è a
dirsi, se avessero saputo profittare della fatale tendenza di una
principessa tanto potente. Matilde aveva seriamente contemplata la
dignità del papa. Lo aveva scevrato dall'uomo, e gli aveva assegnato
il dominio della parte morale dell'universo. Il papa, per lei, era
il pugno di Dio che stringeva le anime de' suoi popoli. Non essendo
dunque il pontefice che un organo mosso dall'intendimento di Dio, che
un portavoce dei comandi del cielo, il non obbedirgli significava
ribellarsi al Signore. Identificato così il pontefice e Dio,
Matilde aveva messo a scopo della sua vita soddisfarne ogni volere
indefinitamente, per poi lasciargli l'eredità dei suoi Stati. E così
fece.
La sua corte componevasi. di uomini austeri ed ipocriti. Non
fasto di abiti, non pompe di feste, non brio di banchetti, non
fulgore e spirito di cortigiani, non perigliose delizie di cacce,
non treno ricco di servi e cavalli, di astori e di alani. I
menestrieri fuggivano il castello come soggiorno maledetto. I
giullari e gl'istrioni vi passavano del capo chino mormorando una
maledizione alla fredda castellana. I merciaiuoli e le cortigiane
lo detestavano, non trovandovi a trafficare le loro merci. Gli
stessi guerrieri, per cui la vita scioperata e le forti crapule sono
elemento necessario di esistenza, in quella corte avevano attinto
sussiego severo; e perciò appunto più duro e feroce carattere. Non
dividevano le grazie della contessa che due individui. Una vecchia
dama, alquanto sorda, alquanto losca, alquanto zoppa, del resto, nel
cuore soda come macigno e capace di starnutire un buon migliaio di
_paternostri_ al dì; e Donizone, stravagante ed ubbriaco frate, che
nell'ebrietà scriveva la vita di lei in versi esametri latini, e nei
momenti di lucidi intervalli si tagliava le mani al torno. E quella
le prestava i pochi uffizii di damigella che le potessero occorrere;
questi le diceva la messa tutte le mattine, le benediceva la mensa,
le faceva l'esposizione del sacramento all'ora di compieta, bene
inteso però che Donizone adempiva a quest'altri doveri quando non
si trovava ubbriaco, lo che spessissimamente avveniva. Vi servivano
infine altri pochi famigliari, i quali acquistavano importanza solo
in occasioni solenni come questa, che albergava gente al castello.
Ed allora, perchè persone non pratiche e ad opposti mestieri
addette, commettevano goffagini e disattenzioni senza fine, cui la
distratta castellana neppur essa avvisava. E questi stessi erano un
vecchio avanzo della corte del marchese Goffredo, i quali per loro
vecchiezza, Matilde non aveva avuto il coraggio mettere sulla strada
a mendicare.
A questo castello, verso l'ora di sesta del domani l'imperatore
Enrico si approssimò. E' non portava divisa da re. Non aveva abito
che annunciasse un principe o dimostrasse pompa. La testa coperta da
berretto a foggia di capperuccio, il corpo di una tonica di grosso
drappo verde, corta fino al ginocchio ed azzeccata al fianco da cinto
di cuoio, le brache strette fino alla noce del piede sovramontate
da coturnetti, ed un piccolo mantello uso a portare alla caccia
per essere più spiccio e svelto. Del resto, niun'arma, nemmanco il
pugnale.
Sorgeva intanto rigidissima giornata. Le nevi, cadute a iosa il
giorno avanti, ridotte a minutissima polvere dal ghiado della notte,
levava a turbine freddo vento di tramontana ed appiccava alle persone
ed al muro come mastice. Lo stesso fiato si gelava uscendo dalla
bocca. Enrico salì a piedi l'erta della rocca. Lo accompagnavano
Baccelardo, Guiberto, il vescovo di Vercelli, quel di Bovino, e
parecchi signori, venuti appositamente di Piacenza, udito della
prossima riconciliazione, ed attendati per su le circostanti alture,
non trovando ove albergare. Giunti sul piccolo spianato innanti le
fortificazioni della prima porta, videro uscir fuori dalla postierla
di soccorso l'abate di Cluny che, da star sugli spaldi, li aveva
scorti. Ugone trasse incontro all'imperatore e gli disse:
--Sire, io ebbi l'onore di tenere vostra magnificenza al fonte del
battesimo, e vi ebbi caro come figliuolo, venerandovi come re. Duolmi
perciò che papa Gregorio abbia voluto darmi una parte a sostenere
nelle disgrazie che vi hanno colpito. E duolmente maggiormente adesso
che debbo dirvi, d'ordine suo, ingrate parole. Imperciochè so, sire,
come sovente i grandi comunichino alle persone l'odiosità delle opere.
--Ma che vi han dunque comandato di dirci, messer abate? domandò
Enrico impaziente.
--Eccovi, sire. Nel primo recinto di queste mura lascerete il vostro
seguito: indi solo, spogliato dei sandali, del berretto e del
mantello, i piedi e la testa nuda sotto l'aperta volta del cielo, pel
tempo perverso che fa, e digiuno, attenderete nella seconda rampa che
il papa vi appelli al castello per perdonarvi.
--Sacramento di Dio! scoppia Enrico digrignando ferocemente, ma
costui ha dunque intieramente dimenticato che noi siamo re, unto come
lui, ed inviolabile della persona? Vuole dunque gittarci ad eccesso
da disperato, e demente cozzare con un demente?
--Sire! risponde Ugone tutto peritoso, vedendo la figura sformata
del re, che percorreva a lunghi passi lo spianato. Sire, per la
misericordia di Dio, quietatevi. Prestatevi a quest'atto di umiltà.
Ne avrete larga ricompensa dal cielo, e trionferete dei vostri
nemici. Che vi giova ribellarvi adesso, che vi sta nel pugno la
vittoria, e che siete alla vigilia di mostrarvi ai popoli vostri più
grande e più forte? Un segno più o meno di umiltà non vi sconforti.
Ricordatevi che Cristo patì avvilimenti peggiori. D'altronde, gli
è l'affare di un momento. Sarete tosto introdotto, io spero, e
riconciliati; perchè quanti siamo nel castello non desistiamo dal
tornare favorevole il pontefice.
Enrico lo stette ad udire, poi rispose:
--Dovremo dunque sorbirci questo calice fino alla feccia?
--Sire, si fe' a dire Guiberto, anch'io vi prego di non guastare
l'opera cominciata per sì lieve formalità, che i canoni richiedono.
Se aveste udito il mio consiglio, non vi sareste messo con sì nobile
e generosa fiducia all'arbitrio dell'impudente pontefice. Ma poichè
la bisogna si è cominciata così, finiamola come si può meglio, in
nome di Dio, e lasciateci poi cura di ristorarvi l'onore quando che
sia.
Enrico gitta un sospiro e sclama:
--Così vuoi, mio bravo Guiberto? Farò così: ma giuro alla Beatissima
Vergine di Goslar...
--Perdonatemi, sire, se ardisco interrompere il vostro giuramento.
Non sappia la luce del dì ciò che passa nel fondo della vostra
coscienza. Nei tempi che corrono, anche la luce può divenire
infedele.
Ugone di Cluny lo comprese, e gittando un sospiro susurra a voce
sommessa:
--Dio ti perdoni, arcivescovo di Ravenna: da voi ho meritato questa
sopruso.
Enrico strinse la mano di Guiberto e si prestò a Baccelardo che gli
scioglieva i calzari ed all'arcivescovo che gli toglieva il mantello.
Indi seguì l'abate che, a passo lento e taciturno, precedeva.
Giunti innanzi la porta della seconda rampa, la postierla si aprì
per lasciare entrare Ugone, il quale recava la novella a Gregorio,
e si rinchiuse di nuovo sul volto del re. I frati del cenobio, i
prelati rinchiusi nel castello, salmeggiavano dietro i merli della
rampa. Enrico restò lungamente, degli occhi accollati a quella
porta, immobile, assorbito in una nuvola di nere idee, che gli
rinnovellavano i fatti diversi della sua vita come le vedute di un
panorama. A tempi lontani, a scene varie egli viaggiò della mente, e
considerò quanta improba fosse la natura degli uomini, che solamente
nel male debbano star cheti, e ribellarsi ai modi dolci ed alle
azioni generose.
Finalmente, assiderato, si tolse di quella posizione immobile, e
conciossiachè passeggiasse sulla neve, cominciò a muoversi per
bandire il freddo.
Intanto erano passate parecchie ore ed alcuno non si vedeva. I piedi
arrossiti gli dolevano: il volto egualmente, ma più rosso di sdegno
che di freddo; imperciocchè il sangue, a ventisei anni, rigoglioso
gli bolliva per le vene. Suonò mezzogiorno; suonò vespero: nè alcuno
da parte di Gregorio comparve. Enrico era digiuno. La neve, il vento
gli percotevano il viso. Non udiva voce fuori di quella lugubre
salmodia e di quella della natura crucciata. Ma egli non sentiva
più fame, non sentiva più freddo, dell'ira dell'uragano non temeva;
perocchè uno, ancora più terribile e fosco, imperversava nel suo
cuore. Quelli della sua corte non ardivano presentarsi a lui onde
non mortificarlo peggio nella sua umiliazione. Ma il loro cuore dava
sangue, anche più concitato di quello del re. Infine suona compieta.
Allora Baccelardo, non resistendo oltre, entra nel secondo girone, e
recando ad Enrico i panni e gli usatti:
--Sire, dice, ho qui un'azza: comandate che quella porta vada a
terra, e vi do parola di cavaliere che, ferrata com'essa è, ci andrà.
--E vada, sclama Enrico furibondo, ritirandosi.
Baccelardo, in men che si dice, comincia a scaricare sull'uscio tal
tempesta di colpi, che la postierla principiava a sgangherarsi e ben
presto gli avrebbe aperto il varco, se non si fosse affacciato tra i
merli delle mura il vescovo Giovanni di Porto ed avesse detto:
--Ser cavaliere, a nome della contessa Matilde e del pontefice
Gregorio v'intimo desistere dall'opera pazza, e di allontanarvi, se
non vi torna più grato di esser salutato da qualche centinaio di
frecce.
Baccelardo sospende i colpi e sta ad udire il parlamentario; e come
questi ebbe finito:
--Cane di un vescovo, grida, tu sei un poltrone come il tuo padrone,
e tutti agite da poltroni malcreati. La mia risposta intanto è
questa; e così potessi darne una somigliante anche al figlio del
falegname di Soano.
E sì dicendo, scagliava l'azza contro il vescovo, che ne avrebbe
avuto certo spaccato il cranio, se sollecito non si tirava indietro.
Egli allora tolse la balestra di mano ad un soldato per rimandargli
il saluto; ma Baccelardo era scomparso dietro la rampa delle
seconde mura, e unitamente al re ed al resto della corte tornava al
romitaggio di San Nicolao.
L'imperatore non tolse cibo che pochissimo e la notte non dormì.
Allo spuntare del giorno voleva partire per Piacenza e tentare la
fortuna delle armi, l'ultima che gli restasse nel naufragio, e morire
da guerriero come aveva vissuto da re. Se non che i signori della sua
corte, e Matilde, che tutta confusa e peritosa andò a fargli visita
per confortarlo, lo supplicarono di non si disperare così tosto, e
correre alla violenza, ma facesse tentativo, quel giorno ancora,
perchè forse Gregorio, soddisfatto di sua umiltà e convinto del
suo pentimento, gli avrebbe aperte le braccia e perdonato. Enrico
battagliò lungamente questo avviso. Infine, vinto dalle preghiere
della pia donna, si prestò a secondarli. Sull'ora di sesta quindi si
presentò di nuovo al castello.
L'abate di Cluny che quivi lo attendeva, non ardì profferir parola.
Enrico comprese cosa significasse la sua presenza, e facendo cenno ai
suoi di restarsi, si fe' cavare i borzacchini ed il mantello, e seguì
l'abate. La postierla si aprì di nuovo, come il dì avanti, e di nuovo
si richiuse.
Quattro ore mortali Enrico ebbe il coraggio di attendere ancora quel
giorno: niun messaggio del papa gli giunse. Ed era medesimamente
digiuno, ed il tempo orrido al pari. Questa volta però le ore
passarono più sollecite. Egli restò più tranquillo. Imperciocchè
cominciò a correre con la mente l'avvenire, e vagheggiare un piano
di vendette. E per tal modo vi si addentrò, e le sorbiva con tanta
delizia, che, immemore e fuori di sè, disse all'arcivescovo di
Ravenna che, corrucciato, lo veniva a rilevare:
--Restiamo ancora; prolunghiamone l'agonia.
--Sire, risponde Guilberto, gli è inutile attendere di più.
Vestitevi, montate a cavallo e ritiratevi. Io compirò il rimanente.
Dimani poi, cavalcheremo alla volta di Piacenza, se uopo è, e Iddio
deciderà della vittoria. Questo infame portamento di Gregorio
irriterà chiunque ha nel petto cuore di un uomo.
--Infame sì, risponde Enrico, ancora stravolto e col viso scomposto,
o meglio convulso, a gioia feroce, infame certo; e perciò appunto
prolunghiamone l'agonia, e ricordiamogli le ore spasimate che mi fece
passare a Canossa.
Guiberto comprese che l'irritazione del pensiero ed il freddo
avevano concentrato il sangue nella testa del re, e che la febbre ed
il delirio lo travagliavano. Lo condusse perciò fuori le mura, ed
affidollo ai cortigiani, affinchè lo menassero al romitaggio e lo
andassero a ristorare di un bagno.
Due ore dopo, un cavaliere si presentava a Gregorio come
parlamentario, e le porte della stanza si chiudevano.
--Ebbene, messere, che vuol dir ciò? dimandava Gregorio con voce
alquanto commossa.
--Vuol dire, Ildebrando, rispose l'altro, che tu non devi temere ed
ascoltarmi.
--Guiberto! grida il pontefice levandosi da sedere, che chiedi tu qui?
--Guiberto appunto, risponde l'arcivescovo di Ravenna, alzando la
visiera. Tu non aspettavi la mia visita, fratello; ma io, che ho
miglior cuore del tuo, che che tu ne possa pensare, ho voluto gustare
del piacere di abbracciarti.
--Indietro, assassino, grida Ildebrando ritraendosi, qual novello
delitto sei venuto qui a commettere?
--Per l'anima di quel nostro bravo Bonizone, fratello, tu non
hai cangiato in nulla! Tu sei sempre quel petulante giovane, che
fantasticava in ogni cosa il male e non si piegava nè per consigli,
nè per forza. Ed a dire che neppure nel volto sei mutato! Io
invece... eh! fratello, la vita del campo e tra le femmine consuma;
e tu ben ti sei avvisato farti papa. Minchione che non lo hai fatto
prima!
--Ma, che cosa è dunque codesto insolente favellarmi? aprimi passo
o va via, grida Gregorio turbato, sbalordito, non sapendo quasi che
dicesse, affogato da cento affetti diversi.
--Corpo di mille lance, qui non ci ascolta nessuno, Ildebrando.
Lascia dunque, con tutti i diavoli, codesto sussiego, perchè con
me non sei nè più nè meno dell'intrigante frate che ha barattata
la cocolla per la tiara, e del figliuolo di Bonizone come me,
arcivescovo di Ravenna eccetera. Inoltre egli è necessario che io
ti favelli. E stammi bene ad udire, sai! Perchè già da te conosci
come il nostro sangue sia infiammabile, e come entrambi siamo
maledettamente corrivi allo sdegno ed alle mani.
--Parla dunque, e toglimi presto il fastidio di vederti, mormora
Gregorio, cadendo sul suo seggio spossato dall'assalto delle interne
passioni.
--Ma di', sclama di un tratto Guiberto come colpito da un'idea, ti
brulicherebbe forse ancora per la mente lo scherzo che ti feci a
Cariati? Eh! via, fratello, non istà bene ad un vecchio pensare a
queste umane debolezze, e ad un pontefice covare sdegni sì lunghi.
D'altronde tu mi provocasti così villanamente, e ne ho fatta di poi
una penitenza che non saprei dirti. Lasciamo stare dunque i vecchi
rancori, che nulla omai ci potrebbero giovare e nuocerci moltissimo,
e pensiamo a perdonarci l'un l'altro. Io già mi strugge una rabbia di
perdonare, che perdonerei ....
--Non mai, non mai, non mai! grida Ildebrando interrompendolo e
rizzandosi di nuovo in piedi, no, non mai!
--Che uomo diabolico che sei, Ildebrando!--continua Guiberto
sorridendo e mettendosi a sedere--gli è più facile cavare i denti ad
un orso che te dal broncio. Eppure, se ci riconciliassimo, sarebbe
lo spettacolo più commovente di cristianità; ed io muoio proprio
della voglia di darlo codesto spettacolo e di udire a piangere le
donne pie per la tenerezza, e le buone comari che griderebbero al
miracolo. Via, piegati dunque fratello, pensa, corpo del diavolo, che
hai sessantaquattro anni sonati, e sei prossimo ad andare innanzi a
monsignore Iddio, che con voce terribile ti dimanderà, come a Caino:
cosa hai tu fatto del tuo fratello? Perchè vedi, Ildebrando, se io
sono stato un poco discolo, e forse lo sono ancora un tantino, se
sono forviato, la è colpa tua, che, invece di darmi bravi consigli,
mi spingi alla perduta nelle follie. Andiamo dunque, abbracciamoci, e
qui finisca ogni mal'animo. Vedi che io ho fatto il primo passo, ora
come sempre!
--Indietro, ti dico, grida Gregorio, e sgombrami la via, scellerato,
perchè alla tua vista, alla tua memoria, io sento l'anima farsi a
brani, la ragione disquilibrarsi. Chi è dunque che ha permesso a
questo rettile di avvicinarsi fino a me? Perchè Iddio della divorante
sua pupilla non ha per anco incenerito quanto di più nefando, quanto
di più scellerato abbia prodotto la terra?
--Via, via Ildebrando, non facciamo zannate! Tu già conosci che io
non rinculo avanti le aste, come vuoi dunque che mi spaventi di
parole e di collere? Animo su, un abbraccio, ed a tutti i diavoli
i picchi e le smancerie. Siamo fratelli alla fine. E poi io ti
perdono; e poi io non ti domando neppur conto di mia moglie, di mia
moglie che tu hai vituperata, di Alberada che io ho amato col più
robusto delirio che possa agitare il cuore di un giovane. E tu me
l'hai tolta, me l'hai rubata, mi hai oltraggiato negli affetti e
nell'onore. Facciamo pace dunque. Le passioni domestiche cedano ai
doveri politici. I rancori di uomo si seppelliscano sotto l'esigenze
di papa e di arcivescovo. Prendi la mia mano.
--Indietro, ribaldo, la tua persona, il tuo contatto, il tuo respiro
stesso avvelena l'atmosfera che respiriamo e mi lorda.
--Ah! sclama Guiberto, cambiando accento e levandosi. Bisogna
dunque mutar tuono, non è vero, pontefice? Bisogna che ogni voce di
natura si soffochi, che non siamo mai più Ildebrando e Guiberto, ma
l'arcivescovo di Ravenna e Gregorio, ma i nemici che si han giurata
guerra mortale e che non si perdoneranno mai, neppure con la certezza
dell'eterno castigo? Ebbene, tal mi avrai, se così vuoi, Ildebrando.
Ma, per l'ultima volta, io te ne supplico, dimentichiamo ogni sdegno,
torniamo fratelli.
--Fratelli! grida Gregorio, fratelli, dici? ed Iddio, se io ti
perdonassi, avrebbe Iddio coraggio di perdonarti egli ancora? Tu hai
oltraggiata l'opera delle sue mani; tu hai vilipeso il suo vicario.
E se vero è che vada ligato nei cieli ciò che io ligo sulla terra, e
che io abbia qualche potere, me ne valgo onde perseguitarti quaggiù,
per dannarti alle fiamme dell'inferno nell'altra vita.