BIBLIOTECA NUOVA
PUBBLICATA DA G. DAELLI
IL RE DEI RE
Stabil. tip. già Benietti, diretto da F. Gareffi.
IL
RE DEI RE
CONVOGLIO DIRETTO
NELL'XI SECOLO
PER
F. PETRUCCELLI DELLA GATTINA
VOL. III.
MILANO
G. Daelli e C. Editori.
1864.
LIBRO QUINTO
IL 26 GENNAIO 1077.
I.
Tra duri monti alpestri
Ove di corso umano
Nessun vestigio si vedeva impresso,
Per sentier più silvestri
Giva correndo invano.
CHIABRERA.
Tre mesi l'imperadore Enrico passò a Spira domestica e ritirata
vita, confortato dalle amorevolezze della tenera Berta e dalle
blandizie del suo figliuolo. E veramente di queste cure affettuose
aveva bisogno per addolcire fino ad un certo segno le acerbità del
suo cuore! Non che egli si fosse querelato troppo del pontefice,
il quale, alzata bandiera contro di lui, così severamente l'aveva
osteggiato. Erano corse presso a poco eguali rappresaglie fra loro;
Gregorio, primeggiando la gerarchia ecclesiastica, era anch'esso
sovrano e potente. Dolevasi della femminea mutabilità dei suoi
vassalli, dell'ingratitudine dei principi che aveva stracarichi
di ricchezze, di feudi, e di prove d'amicizia--e segnatamente di
quel duca Rodolfo di Svevia a lui cognato e come primo sposo di sua
sorella Matilde e come marito in seconde nozze di Adelaide sorella
della regina Berta. Questi non aveva saputo resistere all'ambizione
di scavalcare dal soglio Enrico, cedendo alle tentazioni lusinghiere
di Gregorio, che a quella corona lo confortava aspirare. Si era
perciò messo alla testa dei ribelli e non cessava dal muovere le
torme contro lo sfortunato re, il quale al suo popolo additato come
malvagio dai principi, come empio dagli ecclesiastici di Gregorio,
non vedeva speranza di potere un giorno ristaurare l'onore. Intanto
la dieta di Augusta approssimava. Quanto avesse a mettervi fiducia
Enrico comprendeva assai bene. Ai suoi partigiani, perchè gente
scomunicata, inibivano assistervi; accusatori e giudici sedevano
i suoi nemici; ed egli, re decaduto, doveva sottomettersi alla
censura, al giudizio dei suoi vassalli. Questo amaro pensiero lo
decise. Calcolò essere minore umiliazione per lui di piegarsi al
papa, regolatore dei cristiani, e subire penitenza canonica, quasi
ad iscompito delle sue peccata, anzi che trascinarsi avanti a'
suoi sudditi come reo di sovversione dell'impero e d'incapacità di
governo. Per lo che, onde prevenire la mossa di Gregorio in Germania
dove non avrebbe mancato ribadire più salda alleanza coi ribelli,
risolse discendere in Italia, e con lui rappattumarsi. Imperciocchè,
una volta aggiustato col pontefice e liberato dagli anatemi, i
paurosi dei fulmini di Roma gli si sarebbero novellamente accostati;
coloro che aveva dovuti allontanare da sè, per stare ai patti della
dieta di Tribur, avrebbe richiamati; gli Italiani, che tanta speranza
in lui mettevano, lo avrebbero secondato; ed e' si sarebbe levato
incontanente a capo di poderoso esercito onde ridurre i rivoltosi.
Stabilì quindi la partita per Italia ed all'opera si accinse.
Non soldati, non cortigiani, non servi teneva al castello di Spira.
Con lui non trovavansi che la moglie, il figliuolo, ed un uomo,
il quale, mentre tutti da lui dipartivansi, aveva instato con lui
dimorare e servirlo, Baccelardo.
Questo disgraziato, fastidito della durezza del pontefice, a lui
tornato alquanto in uggia pel caldeggiare a favore del re, nè più
sperando soccorsi al ricupero degli Stati paterni, aveva bravato la
scomunica, e la sua sorte di diseredato e ramingo avea accomunata e
con quella del re abbandonato. Ed Enrico lo aveva accolto tanto più
volentieri che gli capitava fedele nella mala fortuna, ed era il solo
che non temeva di obbedirgli. Pochi giorni innanzi Natale quindi si
fermò la partenza.
Non eravi nello scrigno tanto di quattrini da potere tentare il
viaggio. Bisognò rivolgersi agli antichi favoriti da lui arricchiti
e colmi di grazie. Ma di questi, chi si disse squattrinato affatto,
chi dichiarò non voler saperne dello scomunicato, chi rimandò il
postulante Baccelardo altresì con più brutali risposte. Il solo
Ulrico di Cosheim, non ricco, somministrò quanto potè. Laonde si
videro ridotti a vendere alcune poche gioie dell'imperatrice, ed
impegnare la corona imperiale in mano ai Caorsini. Nè Enrico si
lamentò di questa novella prova d'ingratitudine dei suoi cortigiani.
Oramai e' si era rassegnato ad ogni contumelia, contentandosi
scriversela nel cuore e rammentarsela tutti i dì.
Si posero in cammino. Non avevano che tre cavalli solamente, quello
del re, che cavalcava la regina Berta col figliuolo Corrado in
groppa, quello di Baccelardo, che portava Enrico, ed un mal ronzino
per Baccelardo. Rodolfo, Bertoldo e Guelfo avevano occupate le chiuse
e tenevano il passo delle Alpi svizzere, carniche e friulane. Si
prese la volta della Borgogna, dilungando la strada, e si trovarono
a celebrare il Natale a Besanzone, ove il conte Guglielmo, zio di
Agnese madre del re, li ristorò di ogni fatica e di ogni miseria,
e meglio li fornì di oro, servi e cavalcature. Riconfortati così
ripresero il viaggio.
Costeggiarono la catena del Jura avviluppata già nel suo mantello
di neve. Riposarono lo sguardo sul lago Lemano, le cui azzurre
acque lievemente increspate dal vento, scintillavano come topazi
percossi dal sole, ad onta del verno dardeggiante nel cielo turchino.
Contemplarono quei gioghi di monti, le cui canute creste l'une
sull'altre elevansi come i gradini di un anfiteatro, per fare in
fine torreggiare la testa superba del monte Bianco, il re di quel
popolo di montagne, perduta nell'azzurro dei cieli. Giunsero in fine
a Vevey, borgata resa celebre poi da Rousseau, alla cui porta, sotto
un baldacchino, trovarono la marchesana Adelaide madre di Berta che
rendeva giustizia.
Teneri furono gli amplessi della madre e della figliuola,
solennemente cortesi le accoglienze al re. Questa signora governava a
nome del figlio suo Amadeo, capostipite della casa di Savoia, grande
estensione di paese, e guardava il passaggio delle Alpi Cozie e delle
Alpi Craie. Enrico le si volse per dimandarle sussidi di truppe
e di scorte a calare in Italia. Ma colei, che ambiva vantaggiare
gli Stati del figliuolo, glieli negò, sotto pretesto di non voler
querele col papa. Il re dovette venire ad accordi. Caldo fu il
discutere, perocchè Adelaide pretendeva cinque vescovadi con tutte
le terre dipendenti ed i dritti, ed Enrico voleva solamente donarla
di una parte della Borgogna imperiale. Però, angustiato dal tempo e
dalle circostanze, Enrico investì Amadeo del vescovado di Litten,
vale a dire di un buon quarto della Svizzera, e con questo pedaggio
ottenne permesso di sormontare le Alpi. Appena segnati gli accordi la
marchesana ripassò in Italia.
I montanari non ricordavano inverno più aspro. Le nevi cadute in
settembre ghiacciavano, e sovra quelle, novelli strati più spessi
cadevano tutto dì. Sia quindi pel periglio dei cammini, nullamente
praticati, sia che gli alpigiani schivassero contrattare con gente
scomunicata, per non incorrere anch'e' negli anatemi, difficilissimo
tornava procacciarsi guide, anche a peso d'oro. Così che fu mestieri
mutar di nome, darsi per tutt'altro di ciò che erano, e, per tal
fatta mascherati, di villaggio in villaggio, penosamente trascinarsi
fino a Lanslebourg, ai piedi del monte Cenisio.
Questa montagna, alta 8670 piedi di Parigi sul livello del mare, non
aveva allora quella bella strada che, nel 1805, in cinque mesi, per
ordine di Napoleone, il cavaliere Giovanni Fabbroni faceva aprire
da tremila operai al dì; nè quelle case di rifugio, abitate da
cantonieri per riparare i varchi e soccorrere i viaggiatori; come
neppure quei piuoli che, elevati di tratto in tratto, accennano il
calle meno sinistro a tenersi. Allora non era che una marmorea lamina
di ghiaccio, praticata solamente nell'estate da un sentieruolo per
uso dei cacciatori di camoscio, che serpeggiava tra i precipizi e le
voragini dell'erta sterminata. Gli avvallamenti, colmati, dalla neve
quivi accumulata dagli uragani, o non si discernevano, o malamente
per alcune creste di rocce sporte in fuori quasi denti di ferro. Ogni
varietà di picchi e di rupi, capricci della natura tormentata delle
montagne, era scomparso. Il monte aveva addossato il suo fallace
lenzuolo di neve, e sotto di quello spalancavansi le voragini ed i
crepacci, movevansi le valanghe. Enrico si fe' venire grosso numero
di guide, e voltosi al loro capo dimandò:
--Compare, mi fa d'uopo scavalcare la montagna, e discendere in
Italia: sareste voi al caso di additarmi e facilitarmi la via?
Il capo guida, che si chiamava Giacomo, si grattò l'orecchio sinistro
e si lisciò la barba; poi disse:
--Monsignor no.
--No, per dio! Eppure dovrà esser così. Mettete voi il prezzo ai
vostri servigi.
--Non si tratta di questo, monsignore, rispose Giacomo, ma sibbene
che la sgualdrinella, quest'anno qui, si ha ficcato in testa non
volersi lasciar montare: ecco tutto.
--Dite dunque che vi manca il coraggio, sclama Enrico con un poco di
male umore. Cercherò allora chi ne abbia più di voi.
--Provatevi, monsignore, e vi do parola, che, se in trenta miglia
d'intorno troverete chi vi sappia servir meglio, io rinunzio al
mestiere di cacciatore, ed alla salute dell'anima.
--Baie! riprende Enrico, vi mette paura sporcarvi le uose di neve,
perchè vi piace sporcarvele piuttosto di cenere. Questo è l'arcano,
non già le difficoltà che mi state a contare.
--Uhm! mormora Giacomo.
--Già, insiste Enrico, credete voi che io non abbia fatto altro in
vita mia che novellare con dame in un salotto caldamente intarsiato
a legno di quercia, e scottarmi le sure alle brace? Anch'io son
cacciatore, compare, e so come con l'aiuto di Dio, si affonda nelle
ghiacciaie e nei pantani, si sta digiuno due giorni, e si dorme sotto
il padiglione delle stelle. Capite?
--Capisco sì, monsignore; ma sapete cosa sono le vostre ghiacciaie
ed i vostri pantani per chi ha fiutato un po' il respiro di
questa pedina? Una pozzanghera in cui un gallo non arriverebbe ad
imbrattarsi lo sprone, una tazza per bevervi dentro l'acquarzente.
Se conosceste un tantino che vezzi sa fare questa matta quando le
frulla! Mi aiuti Iddio, monsignore, io credo di averla alquanto
addomestichita; ma quando vedo che i fumi le saltano, io le dico:
Cecina mia, fatti prima passare il ruzzo col favore di San Benedetto,
e poi ci vedremo.
--Insomma, compare, ad ogni costo a me urge valicare questo monte
dannato. Trovate voi uomini e mezzi, perchè io non voglio saperne
altro che si parta prontamente.
--Sta bene, monsignore. Giacchè ci avete dato del vigliacco, e vi
siete proprio incocciato in questa pazzia, bisogna cavarvela. Io non
vi assicuro bene che toccherete le pianure d'Italia. Però vi assicuro
bene che moriremo innanzi noi tutti, prima che alcun disastro accada
a vostra grandezza. Dopo, sarà di voi quel che sarà. Noi saremo morti
fino all'ultimo--raccomandandovi a Dio.
--Quando si parte dunque? Bene inteso che si dovrà trasportare con
noi questa signora e questo ragazzo, con ogni bagaglio e cavalcatura.
--Ma sì, partirà tutto con noi; salvo, monsignore, che non ve ne
guarentisco l'arrivo.
--Dunque?
--Dunque per oggi è ito. Vedete lassù quella parrucca bianca che
si accapperuccia al monte? Ebbene, di qui sembra nebbia, ma vi do
parola che fra due ore, vedrete che è quel buffon di uragano, il
quale si trastulla a far mulinelli di neve, e trascinarsi seco
fino i cucuzzoli delle rocce, che gli si parano avanti. Così che,
monsignore, contentatevi per oggi di farvi una bella provvisione di
caldo col fuoco e col vino di Vevey, perchè vi so dire io che domani
ne avrete ben d'uopo.
--Sacramento! sclama Enrico impazientito, questa diabolica Italia non
vuolsi dunque lasciar penetrare?
--Eh! monsignore, risponde Giacomo schiettamente, è Italia come la
bocca; per penetrarvi dentro ed assaporar tutti i gusti bisogna
passar le mascelle. Le mascelle d'Italia sono le Alpi.
--A domani, disse Enrico, e le guide si congedarono.
Al domani infatti, come l'alba si mostrò, tutto era sul punto, e si
partì.
Per la regina Berta avevano preparata una specie di barella, che i
montanari portavano sulle spalle dandosi la muta quattro per volta.
Baccelardo ed Enrico andavano a piedi, muniti di grossi bastoni a
punte di ferro. Si cominciò l'ascensione allegramente, perchè il
tempo mostrava voler venir bello. Però non stette guari, che delle
larghe nuvole bianchicce principiarono ad elevarsi dietro il vertice
del monte. Quelle nuvole, a poco a poco dilatandosi e congiungendosi
insieme, ondularono da prima placidamente nell'orizzonte. Poi quel
loro cullarsi voluttuoso come il manto di un'odalisca che si gonfia
alla brezza della sera, addivenne più celere, più violento, il colore
bianco si cangiò in cenericcio, poi in bruno, per ultimo in buio
perfetto. Intanto regnava una calma solenne, un assopimento mortuario
di tutta la natura. Non un uccello, non uno spiro di vento, non un
brivido d'arboscello, neppure una parola dei montanari, i quali
solamente guatavano di tanto in tanto la cima del Cenisio e gittavano
un sospiro. Il cammino d'altronde si faceva sempre più difficile.
Affondavano nella neve fino al ginocchio. Sentivano sotto i piedi
scricchiolare il ghiaccio di un rumore sordo e profondo, poi di
lontano, di tempo in tempo, cader le valanghe come tuoni. Toccavano
già la regione del gelo. Puntando i bastoni ferrati, sorreggendosi
a vicenda, e facendo catena avanzavano. Ma non così spediti come
Giacomo avrebbe voluto, e come il mutamento del tempo richiedeva.
Perocchè la regina sentiva già un malessere indefinibile, e come se
il cuore le si stringesse. Enrico non si reggeva quasi più sulle
gambe, irrigidite dal freddo. Lo assaliva il capo giro, vedeva da
per tutto, abbarbagliato, delle larghe macchie di sangue. A Berta
dettero alcune sorsate di latte e mele, al re dell'acquavita. Ma fu
mestieri di sorreggerlo delle braccia, tanto più che costeggiavano
una screpolatura di ghiaccio, nel cui fondo si perdeva la vista.
Baccelardo, più uso alle fatiche, curava meno sè stesso che il
cavallo, il quale, armato ai piedi di ferri a punte acuminate,
allungava i passi, come se volesse strisciar della pancia sul gelo,
fiutava il sentiero, e calcava le peste del padrone. Come però si
furono scostati dalle sponde di quell'abisso, Enrico si lasciò cadere
sopra scarna punta di roccia, e sclamò:
--Che Dio perda questa scellerata montagna! Non reggo più, e credo
che a quest'ora ambo le mani siano ite al diavolo, perchè non me le
sento affatto.
--Monsignore, udite a me, dice Giacomo, non facciamo ragazzate;
perchè quando la montagna si mette di mal umore, non v'ha di meglio
che starsene a casa se si può, e raccomandarsi l'anima ai suoi santi
avvocati, quando si è a mezzo del cammino. Sicchè dunque, in piedi
e trottiamo; perchè mi accorgo già che a questa pettegola comincia
seriamente a venire mal ruzzo. Io ne conosco il carattere.
--Il diavolo ti porti con essa, compare! risponde Enrico. Io non ho
forza nemmeno di fare un passo lungo come il tuo naso. Trovami in
vece dove possa dormire.
--Sì bene, monsignore, soggiunge Giacomo, a casa vostra farete ciò
che piace a voi, qui dovete stare alla nostra regola. Vi va della
vita, e della vita di tutti. Andiamo.
E sì dicendo tolgono Enrico di peso nelle braccia, e si rimettono in
viaggio. Superata così una prima cresta, Giacomo si volge ai compagni
e parla:
--Figliuoli, abbiamo guadagnato la colezione. Coraggio: beviamo un
gocciolo, rosicchiamo una crosta, ed avanti in nome di Dio, se questa
furfantaccia di nebbia, che cala giù pettoruta come un curato che ha
finita la predica, ce ne darà ancora il permesso.
E detto fatto, in pochi minuti si sbarazzano dell'asciolvere, e
ricominciano la salita. Enrico non avrebbe voluto toglier cibo, non
sentendo altra voglia che una irreffrenabile di dormire. Ma gli
alpigiani lo costrinsero a mangiare alcuna cosa, bere una tazza
d'idromele, e camminare a piedi per ridestare il calore. Varcavano
allora una spina, sopra cui appena i danzatori di corda si sarebbero
avventurati, una specie di ponte di ghiaccio gittato sur una
screpolatura che sprofondava in abissi incommensurabili. Ecco allora
che quella nebbia, la quale maestosa e lenta calava dal vertice della
montagna, li raggiunge. Distinguevano appena un piede al di là della
persona. Una nevuscola sottile come farina di frumento e penetrante
come punte di ago gli involgeva. Si dovettero arrestare. I polmoni
spasimavano di trafitte acute ed insopportabili. Dopo un'ora però
quel nebbione si dirada alquanto; ma un muro di ghiaccio, elevato,
quasi a picco, si para loro di fronte.
Le guide si guardano in faccia, e stanno lì presso a proporre
di tornare indietro, tanto più che alla nebbia era succeduto il
garbino. Se non che, rianimati da Baccelardo e punti da Enrico che
li chiama cuori di damme e mal pratici, Giacomo si avventura alla
scalata del baluardo. Con le azze cominciano a tagliare un sentiere
nella spessezza del ghiaccio, un sentiere a forma di scaglioni
serpeggianti onde avessero potuto inerpicarvisi anche le cavalcature,
aiutate dagli uomini. Questo lavoro riuscì a maraviglia, quantunque
pericolosissimo. Da poichè, se un piede veniva meno a qualcuno,
rotolava nell'abisso e perdevasi sotto un trenta piedi di neve. Come
però furono sull'erta di quella piattaforma, il vento li prende più
gagliardamente. Tentano fare ancora alcuni passi, ma torna loro
impossibile. Imperciocchè vedevano calar giù precipitosi dalla vetta
immensi castelli di neve girati a turbine, innanzi a cui nulla poteva
resistere. Si gittano perciò bocconi sulla neve, si accollano a
qualche sporgenza di roccia, e di lontano odono ruinar le valanghe,
screpolarsi il ghiaccio sì che ne tremava tutto il monte, muggire
il vento furibondo che passava sui loro corpi, trascinando turbini
di neve, grandi come palagi di sovrani. Erano intirizziti. I loro
volti sformati, fatti piombini; gli occhi sanguigni; l'alito gelato;
il respiro difficile. Intanto mezzo le persone restavano seppellite
nella neve. I cavalli stessi si erano accovacciati al suolo; e
qualcuno, che non fu sollecito, tratto dall'uragano rotolò ne'
precipizi facendo udire grido lamentevole e straziante.
Così trascorsero due ore nella più terribile agonia, atterriti, più
che dal pensier della morte, da quelle convulsioni fragorose della
montagna, che sembrava volersi scardinare e fuggire l'ira della
bufera. Quello sbrigliato infuriare però cesse alfine alcun poco. Il
vento spirava ancor forte, ma potevano mantenersi in piedi, l'uno
attaccandosi all'altro, mercè una specie di gomena, reggendosi
ai bastoni ferrati. Il loro andare da prima fu lento; dappoichè,
quantunque si fossero sempre agitati ed avessero battuti i piedi per
intrattenere il calore, si potevano dire stecchiti dalla neve che
come sottil polverio aveva compenetrati i panni, ed agghiadate le
persone. A poco a poco però accelerarono, e giunsero alla cima del
Cenisio, all'ospizio.
Di questo luogo di rifugio si attribuisce fondazione a Carlomagno,
a Luigi il Buono, o ad una certa contessa Adalasia. Sia chiunque,
i cenobiti accolsero quella gente con ogni carità, e prodigarono
loro quelle cure che lunga serie di sperienze aveva insegnate
giovevoli. In poco d'ore, e' furono interamente rifocillati. Si
seccarono o mutarono i pastrani; con la neve fecero strofinarsi
le parti aggelate; pigliarono ristori di brodi e di cibo. Sicchè,
alle due dopo il meriggio si trovavano in istato di principiare la
discesa, perchè il sole già fulgido e bello splendea nel cielo,
quasi la vicinanza d'Italia lo rallegrasse. Da prima percorsero un
po' di piano, costeggiando un lago, che sembrava oramai una tavola
di piombo damascata, le cui punte splendevano al sole come prismi
di diamanti. Si andò innanzi così per un tratto. Però, come furono
al pendio dell'ultima vetta restarono lungo tratto a saziare lo
sguardo, che già lontano poteva spaziare sull'Italia per le pianure
piemontesi e lombarde, fino alle montagne di Genova. Un grido di
gioia prorompe da ogni petto, meno da quello di Enrico. Enrico non
sapeva qual fortuna avrebbe incontrata laggiù, e rodevasi nel cuore
che egli dovesse percorrere da penitente e da esule una terra dai
suoi maggiori percorsa da trionfatori. Si avventurarono poscia alla
discesa.
Per l'imperatrice avevano recata una specie di tegghia di cuoio,
a foggia degli antichi cocchi, affidata a grosse funi armate di
uncini che ficcavano e sficcavano nel ghiaccio. Sopra delle stanghe,
inchiodate a croci, eransi allogati i bagagli, anch'essi mantenuti da
funi.
--Badate ai cavalli, gridava continuamente Baccelardo, esaminate i
ferri; avviluppateli tutti in pelle di montoni, onde, se cadono, non
si feriscano a questi diabolici stiletti di giaccio; tenete loro le
briglie corte; sempre due di fianco ad ogni cavalcatura ed adagio.
Gli uomini scandaglino prima i sentieri con i bastoni.
--Lasci pure, lasci pur fare a noi, bel cavaliere, rispondeva
Giacomo. La discesa è più difficile dell'erta; ma la marchesana di
Susa ci ha costumati a questi valichi ed a menare uomini e bestie.
Però, ascoltino bene. Dove non si va con i piedi bisogna bene
aiutarsi con le mani, andar carponi, mettersi sul sedere; dove non
si può reggersi in su, occorre scivolare e Dio provveda a che non si
scivoli nelle voragini. Quei crepacci sono ghiotti di carne umana, di
carne viva. Dio solo ed il diavolo giunge a strappar loro le anime,
se pur non vi restano apprese dal gelo.
--Occorrerebbe avere gli artigli con che l'abate di Fulda addunghia
i suoi vassalli per calarsi giù a quattro zampe, diceva Enrico a
Baccelardo, un po' riconfortato.
--Ovvero la sveltezza con che l'abate di Montecassino corre dietro
alle gonne delle sue vassalle, faceva eco Baccelardo.
--Dall'altro lato mi soffocava la nebbia e la nevuscola, qui mi
abbacina il riverbero del sole, sclamava l'imperatrice Berta. Gli
occhi mi schizzano; credo ne sprizzi il sangue. Veggo tutto rosso.
--È il tramonto, madonna, diceva Giacomo per confortare quella
bella creatura, che il desio di vedere la sua terra natia aveva
rifocillata, sì che aveva tolte via le bende del collo, del capo e
del volto, ed allargate le pellicce.
Il sole infatti si dileguava dietro le vette più alte di quei
picchi, ma non perciò il cielo si offuscava. Infrattanto, a misura
che scendevano, le spalle della montagna divenivano più piane, meno
ripide, più praticate, la crosta del gelo meno spessa. I precipizi
che lambivano erano gli stessi; l'ossatura della montagna si mostrava
egualmente accentuata a forti gibbe, a moltiplici punte. Ma tutto
sembrava meno salvaggio, avviluppato da un aere più cilestre,
dissimulato dalle ombre tra il purpureo ed il violetto di cui la
luce del cielo d'Italia li avvolgeva, raddoppiandone la distanza.
Malgrado le precauzioni però, un uomo da prima, fra quei che si
davan la muta in sostenere la treggia che portava la regina, scivolò
e precipitò. Ma per avventura e' se la trasse con la rottura di
uno stinco ad una prominenza di roccia, che lo rattenne a mezzo
dell'abisso. E lo si giunse a salvare. Poscia precipitò giù e perì
sprofondato nelle nevi di quei gorghi un cavallo: quindi rotolò una
barella da carriaggio, che pure si perdè. Si raddoppiarono le cure.
Si legarono tutti con una fune sì che formassero una sola catena; e
per buona ventura s'incontrarono corrieri, nativi di quelle alpi, che
avevano fatta la via due dì innanzi, e che facilitarono i passi. Così
che, all'oscurarsi della notte, la comitiva si trovò a Susa. Il cielo
splendeva di stelle sopra un azzurro profondo.
Al vocio ed allo scalpitar dei viaggiatori, gli abitanti della
contrada mettevano fuori delle loro finestre il capo ed uscivano
sull'uscio, salutando di un _ave Maria_ chi passava o dimandando
l'elemosina. Accorsero tutti però, portando torce, tizzoni, lucerne,
lanterne, quando la voce si sparse che fosse Berta, che in mezzo a
loro ritornava: e gli echi più lontani del Cenisio risonarono di
_alleluia!_ e di benedizioni.
All'indomani, Enrico partì per Torino.
II.
Non sono i regni e le potenze unite.
Nè possono esser; perchè il papa vuole
Guarir la Chiesa delle sue ferite.
L'imperador con l'unica sua prole.
Col presentarsi al successor di Piero,
Al Gallo il colpo ricevuto duole.
MACCHIAVELLI--_Decennali_.
Il primo ad andare incontro all'imperadore fu l'arcivescovo di
Ravenna Guiberto. Enrico lo accolse con ogni segno d'amorevolezza,
ed egli, dopo essersi seco lui congratulato del prospero arrivo in
Italia:
--Sire, disse, vi domando il permesso di presentarvi il clero ed
i nobili della vostra fedele Lombardia, i quali al pari di me
desiderano profferirvi ossequio.
Quella parte d'Italia chiamavasi allora quasi tutta Lombardia.
--Mercè a voi, monsignore, rispose il re, che in questi generali
dissidi mi avete mantenuti obbedienti i miei bravi Italiani.
--Sire, soggiunse l'arcivescovo, io conosco di buon lato che Vostra
Altezza soffre questi guai per aversi meco voluto mostrar grazioso
ed avermi colmo di favori. Quel diabolico uomo di mastro Ildebrando
non perdona mai per proprio stile; me poi non vuole udire neppure
se dovesse dannarsi, e semina i triboli sopra quanti usano meco e
di grazie mi largheggiano. Ecco donde la frega di toglier via le
investiture, di abolire le mogli, e' che già si ha rubata la mia,
e le liti che v'intenta per avermi fatto arcivescovo. Vedremo,
però, chi di noi vincerà la puntaglia. Io sono già alla testa di
ottocento lance e duemila balestrieri a piedi. Gli altri prelati e
signori italiani vi formano esercito meglio di quattromila cavalli
e diecimila arcadori, tutti pronti al vostro cenno e caldi di
entusiasmo, per morire con voi o vincere.
--Ed il resto d'Italia, monsignore? dimanda Enrico pensieroso.
--Del resto d'Italia, sire, quelli che ricordano la vittoriosa
memoria di Enrico III, trepidano, e predicono giorni funesti.
Dappoichè duole ad ognuno la guerra cittadina ed il guasto della
patria. Quelli che han ricevuto onta da Gregorio rimangono
inflessibili a rimbeccargliela più amara e crudele; e questi sono
i più ed il meglio delle Provincie italiane, tutti alti membri del
clero e feudatari. Vi ha infine la gioventù, fastidita dell'inoperosa
anarchia in che, per la lunga assenza della grandezza vostra, Italia
hai gemuto, e della vita ingloriosa che trascina. E questi, nemici
naturalmente di un papa severo ed orgoglioso che vorrebbe fare del
mondo un cenobio, e degli uomini dei servi del clero, anelano a nuovo
ordine di cose, a destino più nobile, a libertà e gloria. Per modo
che, sire, dove appena mandiate bando di esser venuto per sostenere
Italia nell'indipendenza dei suoi diritti, e di mettere, a ragione
questo petulante pontefice, confirmando le franchigie del clero
e dei laici, e volendo salde e riverite le antiche constituzioni
dell'impero, tutta Italia alzerà una voce sola di giubilo, e vi
troverete a testa di un esercito di cui mai maggiore ne levarono gli
antichi tempi, nè la Germania.
--Sire Iddio, sclama l'imperatore scintillando negli occhi, fa che
io mi vendichi del figlio del falegname di Soano e di quei traditori
miei vassalli, e poi rinunzio senza sconforto alla vita ed all'impero.
--Vi è anche di più, sire, soggiunge Guiberto, il concilio che ho
raccolto a Pavia ha condannato Gregorio come eretico, e lo ha deposto
dalla sede di Pietro, in conformità del sinodo di Worms.
--E gliene avete fatti intimare gli atti?
--Sicuramente, dal vescovo di Bovino, anch'esso qui fuori ansioso di
prestarvi omaggi per sè e pel suo padrone, Roberto Guiscardo.
--Ah! l'ardito conquistatore?
--Sì, sire, ed udrete quali generose profferte e' manda a farvi pel
suo ambasciadore.
--Sta bene. E voi, monsignore, vi siete composto con lui per quel
prezioso disegno di presentarvi al papa come un pezzo di selvaggina?
--L'ho dovuto, sire, onde guadagnarlo al vostro partito. Però non
l'ho ancora perdonato; nè il perdonerò, se prima non abbiamo insieme
rotta qualche lancia, dove che siasi e quando ciò possa avvenire.
--Siete un bravo, monsignore arcivescovo, riprende Enrico
stringendogli la mano. Sol che vi somigliassero un paio di dozzine di
que' miei poltroni di nobili, che ora non saremmo qui in Italia per
impetrare perdono.
--Per impetrare perdono! mormora l'arcivescovo maravigliato. Ma, con
la vostra sopportazione, sire, quale sarebbe dunque la vostra mente?
--Lo lascio decidere a voi, Guiberto, appena rifletterete che l'anno
della scomunica è prossimo a spirare, e che se non mi trovo assolto
di anatema, per costituzione di Germania, decado dal regno.
--Dunque pensereste, sire....?
--Ad ogni costo aggiustarmi col pontefice, e farmi sciogliere dalla
scomunica.
--Anche a costo di umiliarvi? dimanda Guiberto.
--Mai no, per certo! Ma se le circostanze mi vi traessero, la
vittoria del domani non compenserebbe ella forse il rovescio di
oggidì?
--Compenserebbe! mormora l'arcivescovo.
--Si, continua Enrico con calore. Che credete, Guiberto, che mi
potessero giovare i vostri dodici o quindicimila uomini, in faccia
a due nazioni non bene decise nè ben rassodate? Poi la contessa
Matilde ha anch'essa un esercito, nè è nostra amica. Gli Italiani
sono volubili; e per quanto si mostrino divoti all'impero, non so
lusingarmene, conosco che quel freno lor torna insopportabile ed
esoso, e spiano l'opportunità di spezzarlo. Sì che, Guiberto, vedete
anche voi a qual partito mi rimanga appigliarmi.
--Sire, replica l'arcivescovo dignitoso, io non so nè vi rispondo
della mente dei miei concittadini. Sia però quale si voglia la vostra
fortuna, contate, sire, e potete giurare di non fare assegnamenti
falliti, contate sulla persona e sulla fedeltà dell'arcivescovo di
Ravenna, che vi verrà manco solo con l'ostacolo della morte.
Enrico gli stringe la mano fortemente, velando gli occhi di una
lagrima, poi dopo alcuni minuti di silenzio soggiunge:
--Monsignore di Ravenna, compiacetevi di presentarmi i miei fedeli di
Lombardia.
Quei signori, ragunati nella sala vicina, lo accolsero con un grido
prolungato di applausi e di gioia. Enrico li salutò grazioso,
dicendo loro cortesi parole, ringraziandoli della lealtà e divozione
che gli mostravano. Essi gli fecero tutti sacramento di essergli
fedeli, e di non abbandonar la sua causa per qualunque sfortunato
volger di cose. Enrico li ringraziò novellamente; poi alla testa
di così brillante corteggio e risoluta truppa partì di Torino per
Piacenza. Due giorni dopo vi giungeva anche il re.
Egli aveva evitato Parma; aveva poi costeggiato l'Enza, ed era venuto
a valicarla a Rio di Vico.
Dopo aver nevicato tutto il dì, verso il tramonto il cielo si era
rasserenato. Il sole si coricava come un globo di fuoco. Guadato il
fiume, lo sguardo di Enrico s'ingolfò di subito in una gola di monti.
In mezzo a quelli,--monte Atesio e costa di Grassa,--questo sguardo
si urtò ad un burrone che si levava a picco comme una zanna. Brullo,
tormentato, dirupato era il burrone. A cima di esso però elevavasi
una vasta rocca, che, increspata il dì dal pulvinio della neve, ed
ora indorata dagli ultimi raggi del sole sanguigno, scintillava quasi
fosse incrostata di ardenti carboni. Era Canossa. Enrico si arresta;
gli occhi divaricati ed immobili si fissano su quel fatale castello
folgorante come un'aureola. La foga dei pensieri e degli affetti
produssero nell'anima del re come una nebbia, in cui, vedendo tutto
vago e vertiginoso, dispera penetrare. Dà quindi di sprone, si
lascia a destra il forte maniero di Rossena, e per la straduzza di
Grassano che costeggia Rio di Vico se ne viene a Vico di Canossa, a
piè del castello.
Non vi si fermò; anzi mosse subito per Canossa, avendo saputo da
corrieri dell'arcivescovo di Ravenna e del vescovo di Vercelli, che
la contessa Adelaide, dopo aver venduto a lui il passaggio delle
Alpi, era discesa in Italia a spargervi la nuova di sua venuta. Per
lo che gl'Italiani, che ora lo circondavano, si erano uniti al bando
di Guiberto; e mentre questi, chiuso il concilio di Pavia, cavalcava
la notte per alla volta di Torino, Gregorio, della presenza del re in
Italia spaventato, la notte istessa erasi andato a rinchiudere nel
Castel di Canossa con la sua bella penitente Matilde.
Egli aveva lasciato in dietro la truppa per non dar sospetti nè
appiccagnoli al papa. Seguíto solamente da Guiberto, da Baccelardo
ed altri pochi cortigiani prese dunque stanza nel piccolo romitaggio
votato a s. Nicolao, che trovavasi in quello spicchio di casupole dei
vassalli della contessa, alle falde del burrone su cui torreggiava la
fortezza.
Come la contessa Matilde udì dell'arrivo dell'imperatore, gli si
recò tosto a far visita, comandando che di ogni cosa, con real
munificenza, il cenobio fosse fornito. L'accompagnavano Adelaide di
Susa col suo figliuolo Amadeo, il marchese Azzo d'Este, e l'abate
di Cluny, che era stato padrino del re al fonte battesimale. Enrico,
vedendo apparir la contessa, le andò incontro, e baciandola sulla
fronte:
--Qual cortesia, sclama, nella nostra bella cugina di venire a
visitare uno scomunicato, senza paura d'imbrattarsi di peccato!
--Ne abbiamo tolto permissione da Gregorio, risponde Matilde senza
badare, o senza comprendere l'ironia delle parole del re.
--Ah! vi dimandiamo perdono dunque, bella cugina, del sospetto
temerario, soggiunge Enrico, componendo il volto a sorriso. Ma sì che
non poteva essere altrimenti! Ed in vero, e' sarebbe doluto anche
a noi che creatura così bella avessero dovuto adunghiare i demoni,
ed ottenere quei villani cialtroni più che non ottennero i fedeli
battezzati, divoti al papa.
Dappoichè gli è mestieri sapere che Enrico voleva qui accennare al
marito di lei, Goffredo di Lorena, detto il _gobbo_, già morto, col
quale giammai Matilde si aveva voluto accoppiare. La contessa lo
comprende, e rimbeccandolo del fastidio in che anch'egli aveva presa
un dì la regina Berta, sorridendo egualmente risponde:
--Veramente, sire, sotto questo rapporto bisogna dire che non
avessimo tradita la parentela! Ma, a proposito, non vorreste avere la
cortesia di presentarci alla nostra bella cugina Berta?
--Ella è restata a Piacenza con la corte e l'esercito, riprende
Enrico, il quale a questa dimanda rientrò nella sua situazione,
obbliata un momento all'aspetto di Matilde. Indi soggiunge: Berta
ha fatto questo pellegrinaggio per amore: ma nè la nostra fierezza
d'uomo, nè il nostro onore di cavaliere avrebbero sopportato che,
anch'ella, avesse patita umiliazione o amarezza qualsiasi.
--Sire, papa Gregorio non è insensato da dimandar penitenza da chi
è immune di colpa, risponde Matilde con molta serietà; nè noi, per
quanto gli fossimo divote, avremmo tolto in pace che così bella e pia
donna si sconfortasse.
--Voi siete allucinata, Matilde, sclama Enrico alquanto vivamente,
e ci duole come vostro parente, che la vostra condotta debba
consolidare il sindacato di Europa, la quale vi dice pazzamente
imbertonata di tanto dissidioso energumeno. Come imperatore poi vi
dobbiamo rimproverare di tradimento al vostro legittimo padrone, e
d'infedeltà all'impero.
--Sire, replica con grande calma Matilde, se l'Europa giunge a
persuadersi che noi potessimo sentir tenerezza per un vecchio di
settant'anni, l'Europa è una stolida. Noi nel papa adoriamo Iddio,
come quegli che lo rappresenta sulla terra, come la provvidenza
umanata. Noi gli tributiamo la cieca riverenza che ai decreti di Dio
si deve, e ci prosterniamo ai suoi voleri, perchè ai voleri di Dio è
stolto chi resiste. Noi insomma, sire, non veneriamo nè Gregorio VII,
nè Alessandro II, nè Nicolò II, ma la dignità, ma lo spirito scevrato
d'ogni forma terrena. Lo abbiamo idealizzato nel papa. Nel papa che
passa, noi riconosciamo il papato, e più che il papato, la Chiesa.
Se poi vostra grandezza ci trova ribelli all'impero germanico, da
cui dipendiamo, non è nostra colpa, sire. Noi siamo inspirati da
un'intima convinzione che, avanti tutto, debba andare la salute e la
gloria dell'anima, poi l'indipendenza della patria.
--E quando, bella cugina, si è trattato di anima e di patria nella
lotta della Chiesa e dell'Impero?
--Le vostre querele col pontefice, sire, con la vostra sopportazione,
non hanno altro scopo. Voi in lui cercate avvilire, o rovesciare
il propugnacolo dei popoli, l'altare a cui si va a supplicare. La
terra ha due braccia. L'uno che semina offese e schiavitù, ed è
quello dell'imperatore; l'altro che rileva gli oppressi e resiste
agli oppressori, ed è quello del pontefice. Questo braccio, sire,
voi avreste voluto troncare; voi avreste voluto togliere ai popoli
ogni rifugio; soffocare la voce che in nome di Dio chiama a dovere
i potenti e regola la giustizia dei sommessi. La vostra lite col
pontefice interessa l'umanità. Non è un duello di uomo ad uomo, di
popolo a popolo, di forte con forte. E dove, sire, si tratta di
mantenere l'equilibrio tra i diritti dei soggetti e le pretensioni
dei despoti, dove si tratta di serbare immaculate le ragioni
dell'anima, tutte nel pontefice concentrate, allora, sire non v'ha
ribellione di sorta; ma chi brandisce la spada esercita un dovere di
uomo e di cittadino, ed è benedetto da Dio.
--Cugina, risponde Enrico placidamente, si vede che la vostra
immaginazione è esaltata. Voi delirate di sogni. Vi siete riscaldata
ad un fuoco fatuo; vi han travolto il cervello le parole sediziose di
un uomo, che ambisce al dominio del mondo, che vorria collocare il
suo soglio sulla base delle corone dell'universo. Qui non si tratta
punto di diritti di popoli e di libertà di coscienze, cugina. Qui si
tratta che il vescovo di Roma, fino a ieri vassallo dell'impero, oggi
se ne vuole elevare a padrone. Si tratta di un ribelle che insulta
il suo signore; che gli nega ogni obbedienza, ogni soggezione, ogni
fedeltà. Si tratta insomma che il figlio del falegname di Soano
ambisce ad avvilire i sovrani di Europa; bandisce il suo potere sul
potere dei re; si tramezza nei loro interessi; vuol regolarne le
leggi; vuole annullarne il dominio; vuol tornare i reami di Europa
Provincie di Roma. Egli annunzia alla terra, io sono il _re dei
re_! Ecco di che si tratta, graziosa cugina, non già delle vostre
rimbombanti fiabe, che puzzano di fanatismo le mille miglia.
--Così la intendete voi, o sire, ma non la intendono così i popoli,
ed i vostri stessi vassalli.
--Gli è perchè, bella cugina, i pessimi trovano sempre a guadagnare
nelle sedizioni, e perchè i pessimi sono i molti, ed i più facili ad
essere prevaricati, segnatamente quando assumono maschera speciosa e
se l'adattano al sembiante. Ma sia come si vuole, noi veggiamo che
voi siete nel più caldo parosismo di superstiziosa cecità, e che
tenteremmo opera vana ritornarvi alla luce. Essenziale adesso gli è
che vogliate prestarci mano a ricomporci col vostro Gregorio, e farci
ritrarre la scomunica.
--Sire, risponde Matilde, comunque voi ci crediate allucinata, noi vi
abbiamo sempre stimato quel prode e magnamimo che siete, e non abbiam
giammai desistito di difendervi innanzi al pontefice, e di calmare il
suo sdegno. Siate certo perciò che, dove persuasione e sacrifizio di
uomo può giungere, noi tutto tenteremo per ristabilire la pace.
--E noi, sire, faremo altrettanto, risposero la contessa Adelaide ed
il marchese d'Este, se per avventura papa Gregorio vorrà lasciarsi
piegare.
--Ed io, a costo di dovergli dar della picozza sulla memoria,
soggiunge l'abate di Cluny che già veleggiava per gli spazi
aristotelici, gli farò comprendere che egli geme sotto il dominio
dell'illusione. Perciocchè quest'universo, che egli crede già
cavalcare, per fisica predeterminazione non è che puro fenomeno della
nostra intelligenza, una scena fantasmagorica che non ha nè realtà nè
esistenza vera fuori della rappresentazione del nostro spirito. Di
modo che, se lo spirito non esistesse per far l'eduzione delle forme
materiali, non vi sarebbe che il niente, o almeno nulla si potrebbe
provare, ed egli, il caro scettico Ildebrando che si cuoce il grifo
all'astrusa sapienza di santo Aristotile, egli sarebbe papa come il
mio alano è poeta.
A questa stramba uscita dell'abate, Enrico fece un moto di dispetto.
Onde, dandogli sulla voce imperiosamente, si volge a quei baroni, che
già sotto i barbigi ridevano, e con fierezza parla:
--Uditeci, signori. Noi ci siam condotti ad un passo che a Gregorio
dovrebbe bastare, e dovrebbe far senno di cedere. Ma se egli è tanto
intestato di ambizione da non comprendere lo stato di entrambi noi
ed a qual giuoco ci siamo messi, sappia che meglio di quindicimila
uomini sono già al campo di Piacenza ad attendere gli ordini nostri.
E questi soli sarebbero sufficienti a togliere d'assedio codesta
vostra piazza di Canossa, Matilde, e darci nelle mani la sua
persona. Ma noi faremo ancora di più. Noi bandiremo libertà ad ogni
città italiana, che ci manderà un contingente di truppa a questa
guerra; e quando avremo rovesciato nel fango codesto vitello d'oro
degl'infedeli, e ridotti i ribaldi di Lamagna, ci contenteremo
meglio di avere alleata questa nobile Italia, che vassalla. Adesso
andate, e voi principe Baccelardo con loro onde trattare col
pontefice, giusta le istruzioni che vi abbiamo date.
Quei signori partirono sgomentati. E' sapevano per prova come
Gregorio fosse ostinato, capace Enrico di mantenere le sue promesse;
segnatamente adesso che l'agitava disperata irritazione.
Gregorio ricevette Baccelardo, presentato da Matilde, senza dar
segno di conoscerlo, con molta freddezza e distrazione. Però, quando
Baccelardo cominciò:
--Santo padre, l'imperatore di Germania Enrico mi manda a voi...
Gregorio gli tagliò le parole in bocca, e fiero sclamò:
--La Germania non ha imperatore.
Baccelardo si arroventa nel volto, e fisa gli occhi scintillanti
sopra il pontefice quasi avesse voluto fulminarlo. Ma poi
ricordandosi che egli era lì per supplicare perdono, e che la
posizione del suo padrone oltremodo diveniva precaria di giorno in
giorno, raffrena l'impeto che lo dominava, e soggiunge:
--Santo padre, Enrico è venuto fin di Lamagna per dimandarvi
l'assoluzione della scomunica. Egli è stato calunniato presso di voi
da vassalli infedeli, che avevano troppo a guadagnare nei dissidii;
e voi gli avete posti anatemi sopra base di colpe che giammai lo
lordarono. Prega perciò vostra beatitudine di udire le sue difese e
discioglierlo dalle censure.
Gregorio, torvo in viso, lo sta ad ascoltare, poi dopo lungo indugio
risponde:
--Sappia Enrico di Germania che gli è contro le leggi ecclesiastiche
giudicare accusato, assenti gli accusatori, e portar sentenza
qualsiasi. Se egli era conscio a sè d'innocenza, non avrebbe evitata
la dieta di Augusta, dove noi, udite le ragioni di ambo le parti,
avremmo pronunziato con quella giustizia che Iddio ci inspirava.
Perchè dunque da quel giudizio è rifuggito?
--Enrico non ha paventato il giudizio, santo padre. Ma, innanzi
della corona e della vita, bisogna riguardare l'onore. Ed il suo
onore di cavaliere, e la sua dignità di re malamente sopportavano di
soggiacere alle accuse ed al giudizio di vassalli.
--Che pretende dunque da noi?
--Pretende che, come capo de' cristiani, udiate le discolpe di un
cristiano calunniato ed oltraggiato da scellerati; pretende che,
come vicario di Dio, spogliate ogni terrena passione ed udiate i
lamenti dell'innocente, e gli facciate quella giustizia che gli
faranno i posteri, non agitati da ire di parti, ed Iddio al suo
eterno tribunale. Ecco ciò che pretende Enrico; e perchè giusta le
costituzioni dell'Impero perderebbe la corona se con l'anno vicino a
spirare non fosse assoluto, egli vi dimanda codesta assoluzione e si
offre a qualunque ammenda e soddisfazione onorevole a lui vogliate
richiedere.
--Ah! scoppia Gregorio irritato, non è dunque contrizione delle
sue peccata che a noi lo guida, è la paura di decader dall'impero?
Ebbene, noi non vogliamo riceverlo. Il perdonarlo sarebbe violare
il nostro santo ministero. Egli è venuto a fare un nuovo oltraggio
alla sedia di Pietro ed alla persona del vicario di Dio col dimandare
mercè; e noi non possiamo, noi non vogliamo accordargliela.
--Ma, santo padre, prosegue Baccelardo, di che deve dunque contrirsi
chi non ha colpa? Come voi lo chiamate peccatore, se non l'avete
ascoltato ancora? Come lo pretendete penitente se la sua coscienza
è tranquilla? Non abusate del potere che vi hanno dato i popoli
onde tutelare la giustizia dei loro diritti, per condannare
inesorabilmente gl'innocenti su calunnie che torna bene a taluno di
addossar loro.
--Si sottometta dunque alla dieta dei principi tedeschi.
--Ma l'anno della scomunica spira, sclama Baccelardo contenendosi
appena, ma la somma dignità di re ne rimane vituperata...
--Noi non vogliamo ascoltarlo, l'interrompe Ildebrando. Sappiamo
troppo quanta saldezza abbiano i giuramenti di lui; come li ha
mantenuti con i Sassoni; quanto fermo ha il carattere. Si umilia
adesso, stretto da angustie. Ma domani non ristarebbe di elevare
superba cervice contro di noi novellamente, contaminare il santuario,
e sperperare la casa e le masserizie di Dio. Egli è volubile, guasto
nel cuore, protervo, non teme la giustizia del Signore, non rispetta
i dritti dei popoli; la nostra voce non obbedisce nè paventa. Noi
dunque non vogliamo vederlo; e succeda di lui ciò che sta scritto
nelle pagine eterne, del cielo.
--Santo padre, riprende Baccelardo, sforzandosi ad esser calmo,
voi giudicate Enrico secondo ve lo hanno dipinto, non quale egli è
veramente. Egli ha nobili e pii intendimenti, non è corrotto, non
è mutabile. Se i vostri legati, per brusco ed orgoglioso condursi,
lo irritarono contro di voi, adesso ne è pentito, e protesta di
assoggettarsi a qualunque penitenza per riconciliarsi con la
Chiesa. Non vi fate maggiore di Dio voi, che ne siete il vicario.
Iddio dimentica i trascorsi di chi torna a lui umiliato; e voi,
uomo, voi, peccatore eziandio come ogni uomo lo è, sareste voi
inesorabile e scagliereste la prima pietra? La parola d'ordine del
vostro apostolato è carità. Non date ragione ai vostri nemici che vi
dimandano tiranno, lupo rapace, usurpatore, di cuore duro, di anima
perversa. Riflettete, santo padre, che la vostra protervia schiaccerà
il re, sì; ma come Sansone ne resterete schiacciato anche voi. Perchè
i popoli vi toglieranno ogni credenza, ogni rispetto, e tornerete
esosa quella cattedra di Pietro che volevate venerata cotanto.
Baccelardo fa alcuni passi per allontanarsi, allorchè Gregorio
dimanda:
--Egli è dunque veramente pentito, dite?
--Ma sì! che se nol fosse, egli avrebbe profittato dell'esercito che
ha lasciato a Piacenza per istrapparvi con la forza una parola che
così fieramente vi ostinate a negargli.
--Ebbene, risponde Gregorio, se egli è appunto come voi affermate,
ser cavaliere, che Enrico si pente dei suoi sacrilegi, che in arra di
pentimento e' consegni ai legati apostolici lo scettro ed il diadema,
e si confessi indegno dell'onore e della potestà imperiale.
--Ma questo è infame! scoppia Baccelardo non contenendosi più, questa
è una tirannia da forsennato senza coscienza e senza pudore!
Matilde che vedeva quanto iracondo ed avventato fosse l'oratore di
Enrico e come pertinace Gregorio, se gli lascia allora cadere ai
piedi e comincia a supplicarlo. Nella fortezza erano ancora molti
prelati oltramontani ed italiani messi al digiuno di pane ed acqua.
Questi, che taciti avevano assistito allo strano dibattimento,
vedendo la contessa in quell'atto, ne seguono tutti l'esempio; e
tanto dissero, tanto pregarono che l'invincibile pontefice consentì
alfine persuadersi. Egli accorda quasi per grazia ciò che ben egli
comprendeva, per fina politica, tornargli estremamente vantaggioso.
E perchè grave pericolo correva dalla disperazione di Enrico,
illimitato utile ed importanza dall'avvilimento di lui, si volge a
Baccelardo e parla: