CAPITOLO IV.

Pochi giorni dopo Oldrado, trascinatosi nello stanzone del castello,

cogli occhi smarriti cercava i suoi sproni, e, solissimo, là moriva

percuotendo le sue armi. Un tristissimo malore, toltagli la ragione,

l'aveva tutto disfigurato. Ugo lo volle vedere nel cofano aperto: e

comandò lo si lasciasse giacere due notti ai piedi di quel tremendo

scalone.... Dicono le cronache che vi venisse la _madonna perduta _e

ripetesse la condanna:--Voi non credete in Dio!

Oldrado fu sepolto. Ugo si fece cupo, angosciosissimo, apparve come la

fiera che tende l'insidia: temette le squille pei poveri trapassati,

e, rammentando certi portici deserti, una cappella sempre parata a

lutto, fingendosi alla fantasìa un dì in cui si sentissero suonare

tutte le trombe del castello, correva al camerotto dell'armi, quasi

attendesse ancora il padre, si travolgeva sul letto nel quale sapeva

lui essere nato, essere morta la madre, interrogando:--È questa la

vita a cui mi dannaste? Che delitto ho commesso prima del mio

nascimento? Perchè nacqui colla maledizione?--e lagrimava

nell'angoscia:--Ho venti anni! E in venti anni tre volte ho sorriso:

quando la prima volta su un'altissima cima vidi all'orizzonte sorgere

il sole, e vidi che avvolgeva anche me ne' suoi raggi: quando suonò la

tromba che mi chiamava all'armi: quando.... Non è riso, è sogghigno!

Ebbene sogghigno oggi in cui mi trovo tanto deserto!... Dicono che ci

sia il mare. Com'è il mare? Dovrebb'essere come l'anima... Com'è

l'anima?--Non aveva mai parlato nè con una donna, nè con un frate, nè

con un amico: e si sentiva rozzo, villano, cattivo, crudele,

fortissimo, libero.... Con economìa di parole si esprimeva:--Mi sento

tormentato! Voglio odiare! E voglio amare!

Il testamento di Oldrado era confìtto nella memoria e nella volontà di

Ugo.--Vendicati! Sì, e poteva sorridere o sogghignare per la quarta

volta: Adalberto stava sempre chiuso nel suo castello d'Auriate, forte

d'uomini, e scaltrito dall'astrologo. Venisse il giorno in cui Ugo,

battendo l'avello del padre colle calcagna spronate, potesse

dirsi:--Mi ascoltate? Io non ho tempo d'ascoltar voi, se anche mi

narraste le istorie del di là!

Venne il giorno, sì: quello in cui l'araldo bandì doversi prestare

l'omaggio al signore. Ugo stava ai piedi della chiesa nella sua

_curte_: c'erano pure messer Ildebrandino, Baldo, Aginaldo, e tra gli

scudieri Aimone. I cavalieri ascoltarono, diedero mano alle borsucce,

poi se ne andarono: Ugo, tenendosi vicino Aimone; gli altri dietro,

legati da nessun aperto discorso, pure tacitamente affratellati da un

odio solo.

Ugo disse allo scudiere:--Il meno che si sarebbe potuto fare?

--Messere,--rispose questi--dargli a masticare la pergamena.

--Ah! parli dell'araldo?

--In quanto a messere...!

--Ci abbiamo pensato!--attestò Ugo: poi--Aimone, hai conosciuto

Unfrido? Sai com'è morto?

--Vostro padre lo fece trascinare dall'istesso puledro morello. Ma

perchè dite così?

--Per avvisare i traditori--Ugo disse ad alta voce.

--Per Dio!

Allora, udendo questo, Ildebrandino prese a camminare lesto, in modo

da giungere a pari di Ugo, e aggiunse:--Per avvisare i traditori e i

traditi.

Ugo, il quale struggevasi nell'ardentissime battaglie dell'anima, e in

quel momento più che mai sentiva amaro l'essersi ingozzata la vergogna

di quel bando, udendo le parole d'Ildelbrandino e notandone il tono,

fu lì lì per gridare ai cavalieri: --Qua la mano e giuriamo

vendetta!--E sarebbe stato ascoltato. Egli conosceva Ildebrandino,

come Ildebrandino conosceva lui: si salutavano cortesemente quando il

raro caso portava che fossero insieme, ma ognuno pensava tra sè:--Se

quel valente mi fosse allato!--e l'uno e l'altro nella sommessione al

comune signore, trovava, anzichè una spinta ad amicarsi ed operare, un

argomento penoso per starsi lontani, sospettando che quegli potesse

dire di questi, e questi di quegli: --Perchè ha sopportata tuo

padre?--Perchè hai sopportato, come un giumento, finora?--Adunque

Ildebrandino fu soddisfatto di aver dato appicco a quella conoscenza

che sperava doversi stringere e mutarsi nella sospirata congiura,

giacchè di Ugo presagiva molto, sapendolo valoroso e bollente. Ed Ugo

fu contentissimo di avere con sua volontà eccitate quelle parole, buon

indizio di tempra inflessibile.

Si fecero l'uno appresso all'altro, e il loro esempio fu imitato dagli

altri due baroni, messere Baldo e messere Aginaldo: quello un vecchio

ringhioso e impaziente; questo un cavaliero poderoso, guerriero quando

ci fossero petti da passare fuori, non importa se d'amici o di nemici,

cacciatore di lupi audacissimo quando gli mancassero gli uomini.

Si avvicinarono Ildebrandino ed Ugo, e siccome Aimone stette per porsi

dietro ad essi, Ildebrandino, cogliendo l'occasione di più chiarire il

suo animo e applicando il motto che ci si guadagna ad accarezzare il

cane per il padrone:--Scudiero--disse:--avete capegli bianchi e

l'essere invecchiato presso messere Oldrado so quanto valga.

Ugo si drizzò tutto, e trovò di concludere così:--O Aimone, imparerai

ad aprire i portoni delle castella. Aimone, non farti scrupolo: quando

portavi a mio padre la lancia pel combattimento ti facevi forse di

dietro? Metti conto che il viaggio può essere lungo. Ma noi ci

incamminiamo. Messere Ildebrandino?

--Con la grazia d'Iddio--rispose questi.

--E con la nostra volontà.

E i due cavalieri sporsero simultaneamente la destra e se la

strinsero.

Il giorno di Pasqua di Resurrezione già abbiamo veduto come Ugo abbia

fatto e Ildebrandino risposto.

I cavalieri eruppero dal castello d'Auriate, avviandosi dietro ad Ugo,

e tale era la furia di voler la pugna che si udiva esclamare:--Messer

Aginaldo, che dite?--Dico che vorrà essere ottimo giuoco!--Mandiamo i

paggi per le armi!--Era tempo!--E i nostri montanari sono tutti pronti

e vogliono le prede.--E quelli di Ugo!--Educati da Oldrado!--Orsù!

Ed Ugo gridava:--Ci vuole unione di consiglio.

--Dove andiamo ora?--interrogava rabbiosamente Baldo.

--Se ci attardiamo all'impresa siamo perduti!--gridavano gli altri.

--Volete combattere oggi?--domandava Ugo.

--Oggi!--Sì, sì, gli facciamo in tal guisa gli omaggi!--Oggi!

--Messeri--disse Ugo:--è giorno di Pasqua.

Aginaldo che non lo ascoltava o non voleva ascoltarlo:--Liberiamo le

nostre castella! Gli avi le tennero sì o no? Più bella giustizia non

si sarà mai resa! Chi è Adalberto? Chi siamo noi? Noi sì siamo i

padroni dei nostri servi, ma noi non siamo servi ad alcuno: egli non

può essere signore di gente libera.

--Messeri,--ripeteva Ugo:--vogliamo esser leali!

--C'è tregua fino a che il sole va sotto! Dopo si possono squassare

quante lance si vogliono--diceva Aginaldo.

--Vero anche questo.

--E poi che cosa è il combattere? Conseguenza di una sfida che non si

poteva fare? No, è difesa--esclamava il Baldo.

Qui parlarono di regole d'armi: gridarono, sempre camminando, per

togliersi fuori dalla gittata degli archi saluzzesi, che potevano

essere nascosti tra merlo e merlo o alle feritoie del castello.

Alla fine Ugo concluse:--Così non si fa alcuna cosa! Unione di

consiglio e d'armi: per quella vuolsi che ognuno esponga recisamente:

per questa che ognuno sappia di quali e quante forze può disporre. E

per l'una e l'altra richiedesi obbedire a un capo.

Tutti intesero benissimo: Ildebrandino e Aginaldo ardenti di

entusiasmo:--Voi!--cominciarono a gridare:--Voi il capo! Sappiamo come

avete incominciato! Pensiamo come volete finire!

Egli, a vece di rivolgersi a loro, si volse a Dio, acclamando

solennemente:--L'omaggio deve essere reso a Te solo. Noi non siamo

torme di ribelli, perchè non erano torme di schiavi gli avi nostri ab

antico! Dunque, cavalieri,--strinse Ugo:--dove ci riuniamo?

--Dite voi.--Dite voi.

--Più atto ad esplorare i movimenti che potesse fare il conte parmi il

castello di messere Ildebrandino. Assentite, cavaliero?

--Per la spada di Sichelmo mio! Quando, e' saranno venti anni, venne

Guidaccio sul mio torrione, avevo tutti gli uomini appestati da un

certo pellegrino che ospitai. "Suonate per me: i nostri figli, spero,

ricorderanno questi squilli" dissi. Figli maschi non ho: io voglio

rispondere, io stesso, e con me il mio Oberto!

--Al castello d'Ildebrandino--disse Ugo.--Mezzogiorno è ancora

lontano. Messere Aginaldo, quanto impiegate dal vostro portone a

quello di Ildebrandino su un buon corridore?

--Io non ho cavalli grami--morse il cavaliero:--Con qualunque de' miei

in due ore vi sono.

--Dunque, messeri,--comandò il capo dell'impresa:--fra quattro ore a

Rupemala.

--Non ho cavalli grami!--incioccò i denti Aginaldo.

--Non dico questo: ne è caso vi offendiate. Ad andare al vostro

un'ora, a rassegnare le armi e i vassalli un'ora e mezza, un'altra e

mezza dal vostro castello a Rupemala, o forse manco, perchè le vostre

scuderie hanno tanta rinomanza quanto il vostro valore.--Così fu

contento anche messer Aginaldo.

E si separarono.

Primo a mettere il piede sul ponte di Rupemala fu Ugo. Aveva tanto

osato e tanto ottenuto in quel giorno, che per ambizione audace,

tentava di cancellarsi dalla mente la memoria del padre e della madre,

lanciandosi colla fantasìa in un combattimento vittorioso, per fare

tutta sua la gloria dell'impresa. Quei fantasmi gli rubavano! E per

Dio! suo l'ardimento, sua la valentìa che gli aveva sottoposti

spontanei anche i vecchi cavalieri, suo l'accorgimento, e suo

l'esito... E se fosse rotta? Oh rotta no, no! Che vitupero!...

Ugo entrò nel castello, perchè tosto al suo nome si aperse il portone:

fu condotto in una sala d'armi, aspettò poco, osservò molto,

computando quanti uomini si potessero arnesare subito con piastra e

maglia, poi s'inchinò là dove la porta si spalancava. Venne innanzi

messer Ildebrandino coll'usbergo sopra l'abito di pelle: e con lui un

bellissimo giovane di diciotto in diciannove anni, pallido,

aggraziato, più atto, a giudicare dalla sua persona, a toccare il

salterio che a reggere il lanciotto del signore, come voleva il suo

ufficio, e questo appariva dagli sproni d'argento.

--Oberto,--disse Idebrandino, prendendolo per un braccio:--questi è il

cavaliero Ugo, il quale ti farà degno della sua stretta di mano quando

tu avrai la fascia sull'armi.

--Non me la faceste promettere?--Oberto interrogò lo zio

coraggiosamente. Si trovava di fronte a quell'Ugo che in un ultimo

gioco l'aveva soperchiato in tre incontri! E quell'Ugo già aveva gli

speroni d'oro! E lo zio, sperimentato cavaliero, s'inchinava a quel

venuto del malanno!

--Quando messere Ugo lo creda,--disse Ildebrandino.

--Quando io la meriti!--interruppe Oberto.

Ugo davvero incominciò ad amarlo.

Vennero i cavalieri, e furono presi gli accordi per la dimane

Ildebrandino con Oberto sopraintenderebbe alle macchine guerresche:

messer Aginaldo darebbe gli arcieri più abili, coi capitani Guelardo

ed Irnando: Baldo vi unirebbe i suoi savoiardi con Aldigero e

Ugonello, al cavaliero il comando dei cavalli di retroguardia: a

Gisalberto il servizio di esplorazione notte e giorno co' suoi,

Oddone, Eleardo capo dei saluzzesi armati di scuri: Ugo alla testa di

venti valentissime lance regolerebbe le mosse di vanguardia e

d'investimento: e via, e via: i castelli non istarebbero sguerniti: si

lascerebbero armi ed avvisatori in ognuno di essi.

Come voleva la cortesìa delle usanze, i messeri furono convitati.

Entrarono in una sala assai rozza, ma spaziosa, col tavolo fumante di

mezzi capretti arrostiti, colle seggiolone coperte di pelli di lupi.

Scinsero le spade, rumorosamente gittandole in un mucchio, allentarono

le fibbie delle piastre e delle maglie, si lasciarono andare giù sui

panconi, pure nessuno mise le mani nel tagliere, perchè un posto, e il

più eminente, rimaneva vuoto. Nè attesero a lungo: si sollevò

l'usciale della sala, e un paggio, affacciando mezza persona,

annunziò:--Madonna Imilda.

Apparve la figliuola di messer Ildebrandino e della morta Adelasia, di

vaga persona e di animatissimo viso, in stretta gonna oscura, cinta su

da uno scheggiale, e coperta il capo dai lati con un velo appuntato:

s'avanzò salutando i convitati, e, al cenno fattole dal padre,

s'assise al suo posto. A destra aveva messer Ugo, a sinistra il suo

parente Oberto.

Ildebrandino così la salutò:--Valenti, udite: la figliuola mia sa

assai bene di leuto e canta di Carlomagno e dei paladini: operate in

modo che il suo strumento abbia una corda anche per voi; e la sua

bocca una voce per le vostre imprese. Amabilissima figlia, abbiateci

grazia!

Di poi i convitati presero l'invito non da scherzo, come ai dì nostri,

e se da quegli assalti alle vivande dovevasi trarre augurio per la

domane, in verità era buonissimo. La sola fanciulla non aveva tagliere

dinnanzi e non partecipava all'allegrezza epulona: il che era

richiesto dal suo decoro verginale.

Ugo guardava... La smorta faccia di Oberto non era faccia che egli si

potesse dipingere incorniciata di maglia, colla bocca che impreca ai

nemici, col naso fiutante la polvere del combattimento, cogli occhi

dai lustri audacissimi... Imilda, melanconica e dolcissima, aveva

l'aureola dei biondi capegli, le labbra dischiuse al canto amoroso, le

nari voluttuosamente ebbre come d'alito profumato, le pupille lente

nel sopore placido delle visioni insidiose.

Ugo guardava irresistibilmente. Il viso di Imilda gli pareva sfumasse

nelle nebbie di un sogno. Che sogno? Oberto toccava il salterio: ella

cantava le laudette religiose. No! no! Oberto riprendeva lo strumento

e atteggiava la persona al mollissimo abbandono dell'amore.--Per

l'inferno, spezzategli le corde!--Ugo con moto improvviso sorse, e si

cinse la spada, poi ne morse gli elsi con potentissimo affetto.

--Chi siete?--una e due volte domandò Imilda ad Ugo.

--Sono il figlio di Guidinga.

Imilda lo interrogò con un lungo sguardo. Ed Ugo nuovamente

pensando:--Com'è il mare?--si rispose:--Dovrebb'esser come l'anima

quando è in tempesta! Come l'anima quando sorge il sole!

E veramente per la prima volta sorrise....

Ugo: Scene del secolo X · 第 10 / 18 题