L'indomani mattina Ugo era capo di un drappelletto di lance in
vanguardia, moveva al castello di Adalberto, e così parlava ad Aroldo,
un capitano di Gisalberto, che gli era accosto:--Io vi dico che la
sorpresa deve riuscire benissimo. Sentite: lo spione che inviammo colà
all'alba ne tornò dicendo essere il portone guardato bensì, ma pure
aperto per dare accesso ai carri che vanno e vengono da' vassalli per
le provvisioni, perocché il messere teme l'assedio. Dunque i pochi
balestrieri di Aginaldo girano per di qua e si presentano sotto le
torri, alla facciata secondaria; là l'offesa, là pure si concentrerà
la difesa, e intanto non vorranno cessare i carri e le carrette di
passare col necessario, tanto più che essendo debole l'investimento
non darà luogo a soverchie precauzioni. Si penserà, state sicuro, al
pericolo avvenire; quello della fame. Quando noi lance avremo il segno
di sbucare dalla selvetta, di rovinare giù al portone...
--Sentite o non sentite?--l'interruppe Aroldo:--St, st. Fermate i
cavalli. Sentite?
--Per l'anima di Oldrado, se è tromba! E i balestrieri non sono ancora
a posto!--meravigliò Ugo.
S'udì ancora uno squillo venire dalla banda del castello, ed ecco poco
dopo, alla svolta della strada, di lontano, comparire un gruppo di
cavalieri, coi pennoncelli spiegati.
Ugo si drizzò sulle staffe e disse a Aroldo:--Guardate che colori sono
quelli.
--Azzurro e bianco.
--Colori amici. I pennoncelli d'Ildebrandino. Ma come...?
--Tre cavalieri e due paggi da piede... cioè tre cavalli e quattro
cavalieri. Oh come ci sta a disagio quel messere! Su un animale due
cavalcatori! Che quella fosse fuga?
--Ma chi diede ordini così? A chi si obbedisce? Suonò forse il mio
trombetto?--e Ugo tormentavasi e già malediva i nomi degli altri
capitani.
Avvicinandosi la compagnia, poterono meglio vedere. Aroldo notava e
riferiva:--Conosco il cavaliero: è Oberto.
--Oberto?--e Ugo diede una rabbiosa strappata di redini al cavallo:
poi, per non farsi scorgere, accarezzò la criniera dell'animale,
dicendo:--Con questa furia atterreresti un portone!
--È Oberto con Bonifacio ed Eustachio.
Venivano, venivano: erano a pochi passi: s'arrestarono. Oberto
trionfalmente scosse la lancia, dicendo ad Ugo:--S'incomincia bene.
Facciamo suonare la vittoria nostra dalla bocca del nemico! Bonifacio,
mostrate che caccia si è fatta.
Il nominato saltò d'arcioni, e fece grandi sforzi per trascinare giù
dalla groppa del suo cavallo quel secondo cavalcatore, un uomo a
sarcotta discinta, a capo scoperto, il quale colle braccia piegate
dinnanzi si celava la faccia per vergogna, ed aveva al collo una
tromba. E dalli e dalli, pesta e ricevi, a conti fatti, il prigioniero
rotolò giù e fu messo tra due cavalli, intanto che Eustachio dal sacco
della sella apparecchiava una fune gagliarda... Era Guidello l'araldo!
--Messere,--disse, Oberto ad Ugo coll'aria di chi finalmente parla da
pari a pari:--lo zio voleva ch'io mi rimanessi alla scorta degli
artífici militari. I trabuchi e le manganelle li ho anch'io!--e
diedesi a muovere le braccia, come se rotasse uno spadone.--Mettete i
tardi e i vecchi alla guardia, i giovani alla battaglia! Dunque mi
cacciai giù al castello con due cavalieri, venni al ponte: il portone
era spalancato, e mi spinsi dentro! Trovo l'araldo che voleva dare
l'avviso dell'agguato: eh!
Ugo non lo lasciò finire è domandò:--Dov'è vostro zio?
--Dunque, Guidello lo afferro alla gola...
--Andate da vostro zio e ditegli che, facendo come fate voi, non si
guadagnano più gli speroni d'oro. Croce di Dio! chi diede ordini così?
A chi si obbedisce?
Oberto sbuffò tra i denti:--E messere Ildebrandino non sapeva e non
doveva essere capo?--e in cuor suo diede tante bestemmie ad Ugo che a
volersi questi redimere non bastavano le limosine di tutta cristianità
al santo sepolcro. L'irrequietudine dell'età, la baldanza di
affrettare quel giorno in cui comandasse a vece d'Ildebrandino, la
brama di cose nuove, l'inferiorità sua in confronto di Ugo, erano
dardi fitti nell'anima di Oberto. E l'amore! Messeri sì, l'amore per
Imilda! E ad Imilda doveva comparire innanzi come uno scudiere
frustato! allo zio come un traditore dell'impresa! ai duci come
indegno di cavallerìa! Oh messere Ugo! Ma Ildebrandino non sapeva e
non doveva essere capo!
--Conducete il prigioniero a Rupemala--aggiunse Ugo:--e fatelo
guardare.
Il quale Ugo, dopo che ebbe detto ad Aroldo e alle lance che lo
seguivano:--Corriamo ad avvisare i balestrieri--stringendosi
fieramente sul cavallo, alla tempesta della corsa per la montagna
associò una furia di pensieri giù per il precipizio della gelosìa. Se
un indovino gli avesse detto:--Messere, c'è una donna!--Ugo avrebbe
risposto:--Quante tratte di corda vuoi per metterti a luogo la
testaccia?--Eppure! Così bolliva sordamente:--E dire, o giovinettino,
ch'io ti facevo solo buono a toccare il salterio e a startene sul
cuscino ai piedi del seggiolone! E mi giuochi di quelle imprese
arrischiate! Rompi i comandi, ti cacci a dirotta sul terreno nemico,
con due lance!... Eh se t'avessero chiuso dentro al castello e
squartato come un traditore? Il tuo coraggio deve piacere! Con due
lance? E non ti acconci ad ungere le ruote delle manganelle? Altro che
leuto! Ma sei bello, e suonavi bene lo strumento e t'atteggiavi ai
piedi del seggiolone! Morte dell'anima mia!--Fremeva Ugo, sentendosi
addoppiare il cuore da un nuovo tormento:--Madonna Imilda ti guarda e
canta al tuo suono.... Galoppa, galoppa, o mio morello: stringetemi a
sangue, o maglie! Perché non si combatte?... Che voglio dirmi? Che
voglio scoprire in me? Ugo non deve saperlo!... Padre, Guidinga,
supplicate voi ch'io sia ferito a morte! Suona, Aimone!... Ci sarà
fragore, pugna, sangue, ma in me sempre una colpa, un rimorso, un
tristo serpente!... Ugo non deve saperlo! O solo quando Ugo ne rida!
L'audacia di Oberto danneggiò le operazioni militari divisate. I
balestrieri, i quali con Guelardo s'incamminavano a disporsi, vedute
le lance con Ugo che movevano verso di loro, credendo che quelle
avessero dei nemici alle spalle, si diedero alla fuga, precedendole
nella direzione che quelle avevano preso nel corso, e così
oltrepassarono la facciata secondaria del castello, poi, trovato il
terreno scosceso, mutarono cammino e presero a salire la montagna per
nascondersi nelle macchie, e per quanto le lance gridassero ad
avvertire Guelardo di ritornare, continuarono scompigliati. Dal rumore
delle trombe e dalla voce tremenda di Ugo avvisati gli arcieri di
Adalberto, salirono sulle torri o incominciarono un formidabile
saettamento.
--È così!--diceva Ugo:--A chi dobbiamo gratitudine per questo
cominciamento di pessimo augurio?--E fu contento di
rispondersi:--Vituperato le mille volte quell'Oberto!