CAPITOLO III.

Oldrado di Lanciasalda è conte sconosciuto nelle istorie. Solo qualche

poeta solitario, il quale si abbia posto tra mano il bordone e in

testa il cappellaccio da pellegrino, e su per la valle di Po siasi

arrampicato ad un mestissimo santuario dell'alpi, può aver letto

quell'unico nome _Oldradus_, su un avello di granito: solo i bimbi del

sagrestano, innanzi a quella chiesetta, s'inginocchiano vicino al

luogo della requie... fra le poche ruine di un castello! Il poeta

nell'impeto della fantasìa avrà interrogato quello squallore, avrà

evocato la vita, e la polvere giacente inerte si sarà levata a

potentissimo corpo, e l'anima sarà scesa in quello, come vento

d'uragano!... Oh recate l'armatura, portate la lancia! Venite,

vassalli, e inchinatevi all'omaggio, siate corteo alle mense giulive,

fate ala per le uscite fragorosissime alla caccia! Arrendetevi, o

nemici: le vostre bandiere serviranno di gualdrappe ai ronzini, i

vostri nomi suoneranno infimi tra quelli de' servi... Che?... Porgete

il salterio e cantatemi, o paggi, l'amore del cavaliero!... Era bella?

Era fastosa? Era tripudiante nella vita delle castella?... Silenzio...

I puttini del sacrestano s'inginocchiano davanti quell'avello. Perchè

ancora il mesto e pietoso pensiero?... O bimbi, perchè il suolo è

erboso lì davanti, perchè l'attenzione al vostro giuochetto infantile

vuole che stiate sui ginocchi a spiare se la pietruzza, che uno di voi

getta in alto, cade nelle manine o cade sul terreno... Forse a te,

fanciulla, a te, maschietto, a voi che apprendeste l'alfabeto sul

grembo della mamma, forse in quei giorni d'autunno in cui la scuola

del paese è chiusa, e voi tutto il dì su vi state all'ozio, forse

capitò sott'occhio quell'_Oldradus_, e voi raccoglieste a stizza ed a

cattivo augurio, perchè vi rammentò una lettera dimenticata del

libricciuolo, e un inverno che verrà, e una bacchetta minacciante,

sempre a stizza ed a cattivo augurio!...

Oldrado fu cavaliero a sperone d'oro. Io non so quando nascesse, nè

come crescesse. Me lo presento al suo castello, appoggiato ad una

colonna nella stalla dei cavalli, rivolto ad Ugo, il quale fa porre la

sella d'arme al suo puledro membruto.

--Tu sai quanto abbisogna ad un conte.

--Messere sì. Conoscere la propria lancia, conoscere il cavallo, non

conoscere una cosa sola, la paura.

--Ad un cavaliero per farsi con onore porre la propria spada accanto,

quando venga calato nella buca dei maggiori?

--Avere molti nemici, come diceste voi.

--Basta?

--Averli vinti, come voglio fare io.

--Ricordati che sei di messere Oldrado!--e il padre si strinse con

amore guerriero il giovane, ed io affermo che vi ponesse la istessa

forza e la istessa intenzione, che usava, serrandosi al suo cavallo,

per inseguire un nemico.

Ugo moveva ad un armeggiamento ad armi cortesi, per il che il padre lo

domandò con scienza sperimentata:--Sai come si chiama il rischio a cui

tu corri?

--Giuoco.

--Si chiama giuoco, perchè, per quanto tu faccia, non potrai mai

forare da banda a banda il tuo avversario. Conosci la tua lancia?

--O messer sì. L'asta è fatta col legno folto sulle nostre rupi, e il

ferro si chiama _da passafuora_: quella è tre volte di lunghezza la

persona, per attestare che tre virtù sono necessarie a chi la

maneggia, fortezza nel pensare, fortezza nel fare, perseveranza

sempre: quello è assicurato da quattro chiovi, per dichiarare che

quattro sono i nemici da vincere, quelli dell'onore, quelli del nome,

quelli del potere, quelli della religione.

--Conosci il tuo cavallo?

--Meglio che se fosse mio fratello: è baio sanguigno, balzano della

staffa, sulla testa segnato di cometa.

--Conosci la paura?

--Voi pure non me la dipingeste, conte, ed io dico che ho troppo bene

appreso alla scuola vostra.

Ugo, afferrata la criniera dell'animale, stava per saltare in arcioni,

se non che Oldrado:--Sei pure impaziente! Non vedi che tu, uscendo a

cavallo di qui, ti romperesti la fronte nell'arco della porta? Chi

t'ha insegnato a metterti in sella come un indiavolato?

Il giovane superbissimo di questo rimproccio che tornava a tanta sua

esaltazione, ripose il piede in terra, si fece portare la sua maglia e

il piastrone del petto, indossò l'una, si affibbiò l'altro, cinse la

spada che era appiccata alla colonna, e, come si provò saldo,

disse:--Avete ragione, padre, messer Adalberto non ci viene incontro

di certo.

E il padre:--Conviene esser leali: neppure fuggo.

L'armeggiamento fu vinto con assai gloria da Ugo, e, quando questi,

alla sera, stava nello stanzone dell'arme, Oldrado, ruvidamente

passandogli la mano tra i capegli per disbrogliargli certe ciocche

grommate di sangue, Oldrado gli parlava:--Ti ho avvertito: figliuolo,

andavi a giuoco: pure se da quello che tu hai operato devo presagire

di te e del mio casato, fatti cuore e pensa che il giuoco fu buono.

Dimmi: chi ti diede questa?--e il padre gli toccava la scalfittura del

capo.

--Oberto, nipote d'Ildebrandino!

--Oberto, mi dicono lavori assai bene di spada.

--Ed io di lancia! Lo pagai a mille doppi, facendolo staffeggiare al

primo incontro, ruinandolo giù dalla sella al secondo, schiodandogli

il piastrone al terzo.

--In oggi sei degno di tuo padre! Ed oggi è deciso che io ti parli

assai gravemente, e tu mi ascolti con quella reverenza che si conviene

a chi si accinge a prestare un giuramento. Ti ripeto: figliuolo,

andavi a giuoco, ma fatti cuore, e pensa che fra poco devi cambiare

gli speroni d'argento in altri d'oro, e saranno quelli del padre.

Ugo, che per sentirsi dire tali parole avrebbe voluto ritornare dalla

lizza anche col petto squarciato o la testa fessa, si toccò la

scalfittura, con atto così rozzo e spietato, che il padre gli

domandò:--Ugo, che fai?

--Voi mi concedete troppo onore: io ho sofferto poco e non lo merito!

--Oh pensa! pensa, figliuolo mio: non darti cura se l'operato ti pare

così inferiore al guiderdone: questo, sta sicuro, ti offrirà da fare

più che tu non creda e più che non comporti il tuo debito. Io condanno

il tuo capo ad ogni sorta d'affanno, e tu, pronunciando il giuramento,

avvelenerai le tue labbra con tutta l'amarezza della maledizione e ti

dilanierai il cuore con lo strazio della vendetta!--lamentò Oldrado.

--Accetto il tormento del corpo e dell'anima, se voi mi credete capace

di fortissimi fatti!--esultò Ugo.

--Figliuolo, sì, ti saranno cinti... Ma ricordati: non è solo la mano

scabra del padre che ti porgerà gli sproni: un'altra manina, lenta,

dilicata, bellissima... La destra di tua madre!--e Oldrado rise con

tetra ironìa.

--Requie a lei!... Come? Voi non me ne parlaste mai?

Oggi...?--maravigliò Ugo.

--Perchè sia requie ai morti, vuolsi guerra tra i vivi!

--Padre mio, ditemi! Ed io vi affermo, per la promessa che mi avete

fatta, che questa sera medesima mostrerò ai vostri nemici ch' io so

reggere l'armi di messer Oldrado!

--Io ti dirò!

Il figliuolo con piglio militare tolse da un trofeo la spada del

padre, se la pose innanzi, appoggiò le mani sopramesse al pomo, e levò

la persona così gagliardamente, che e' parve già cavaliero. Messere

Oldrado se gli allontanò d'alcuni passi, fece scricchiolare il dossale

di un seggiolone, poi si alzò e tremendo nella posa, e colla tempesta

nella voce, incominciò:--Figliuolo, quanti anni hai?

--Voi sapete: venti.

--No, io non so, perchè i tuoi li misurai dall'angoscia, e questa

degli anni fa secoli! Dici venti, e sarà bene: da venti anni è morta

tua madre, madonna Guidinga! Ascolti?

--Ascolto.

--E fremi! Qual ricordo hai tu della tua infanzia?

--Rammento una sala deserta, oscura, vastissima e in quella una donna.

--Non era tua madre!--interruppe irosamente Oldrado.

--Sulle sue ginocchia, mi pare... Ma se stavo su quel grembo, ricordo

che ci stavo piangendo, e se piangevo, lì vicino... schiacciante e

formidabile, al solo mio agitarmi, una mano guantata di ferro, mi

sembra mi sorreggesse, dondolandomi, e con aspra cantilena una bocca

m'invocasse il sonno.

--Tuo padre non sapeva più che fosse carità!

--Rammento i portici paurosi, una cappella sempre parata a lutto, e,

sotto gli archi, fra i neri drappi, io so di certe strisce

candidissime, fumose, che mi apparivano innanzi gli occhi... le dita

come di una larva...

--La _madonna perduta_!--gemette Oldrado, e si fece segno di croce.

--Padre mio, sì, nell'aria c'era qualcosa che mi ammaliava... Io non

so... Ero fanciullo, e sempre, sempre solo! Amavo il silenzio, la

notte, la vasta oscurità: tacevo, mi rannicchiavo, affranto sotto il

peso di un mistero, ficcavo gli occhi nella tenebra... Qualcuno era

con me!... Chiamavo, spiavo, salutavo!... Perchè fuggi? Ma chi

fuggiva? Fuggiva per ritornare: ritornava per fuggire... Chi era?

--Ascolta, figliuolo.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

--Come l'amai! Oh madonna Guidinga! Ella fu dell'invitto Eude, il

quale, conducendola sposa a questo castello, con lieto seguito di

baroni, annunziò il suo gaudio nel proclamare che la diletta usciva

dal portone degli avi per entrare grande signora in quello di un

cavaliere di Lanciasalda. Eude dall'anima altera e fatta audace colle

lotte sostenute per conservare la sua indipendenza dalla rapacità dei

castellani più forti. Guidinga pose il piede in queste sale, e

sorrise! Ma oh la gioia si andò, come suono di salterio nella

bufera!... Sorrise! Mi parve bella, immacolata, come le nevi delle

nostre cime, promettitrice di pace, come un'alba rosata: colle manine

che dovevano spargere fiori! Aveva diciassett'anni o poco meno. Chi

era Oldrado? Ella nol conosceva.

Messer Eude le aveva detto:--Lo sposerai--ed ella aveva

risposto:--Sì,--mestissima, come all'ancella, che sedevale da' piedi,

toccando l'arpa nei crepuscoli, e che le rimproverava:--Madonna, non

cantate più le laudi?--come all'ancella rispondeva:--No,

cara.--Inconscia di tutto, melanconica o gaia, cupida di fantasìe

ultraterrene, Guidinga conosceva non l'amore, ma l'irrequietudine, e

questa la sospingeva, la sospingeva nei voli del desiderio... Dove

aleggiava, sorradendo giardini dalla eterna primavera, la sua mente

desiosa?

--Chi è il mio sposo?--domandava la gentile al padre, varcando il mio

ponte.

--Figliuola: i cavalieri della stirpe di Oldrado e le fanciulle della

mia usarono sempre di darsi la mano, quelli togliendo la destra

dall'elsa della spada adoperata nel combattimento, queste offrendo la

ciarpa d'onore al vittorioso. Così si conoscono la prima volta.

--Perchè si ritarda adunque dall'armi? Chi sarà il mio sposo?

--È Oldrado.--Così diceva messer Eude. Lo sposo doveva essere

vincitore: se vinto, supplicava l'avversario di misericordia, e

misericordia somma era l'essere ucciso con un solo colpo. Allora la

sposa dallo steccato funesto passava diritta al monistero, ove

dichiarava all'abbadessa:--Dio Sapiente ben provvide: piuttostochè

essere donna di marito fiacco e madre di figli che un dì possano

seguire l'esempio del padre col vitupero di mia schiatta, piuttosto

consento ad essere sposa del Signore e madre dei poverelli. Ciò a

salvazione dell'anima e a soddisfacimento dell'onore. Voglio prendere

il velo.

Guidinga sorrise ai giovinetti cantori che la salutavano regina della

beltà, fiore della gentilezza virginea, speranza del signore e dei

vassalli! Sorrise e fece doni, e si ammantò di bianco, e, a mano del

padre, attraversando le corti del castello, affollate e rumorose, uscì

alla spianata, entrò nello steccato, e s'assise al posto eminente.

--Chi è lo sposo?--ridomandò la giovinetta ad Eude.

--Ti dissi.

--Fate cominciare l'armeggiamento.

Figliuolo, in quell'istante io non potei togliere gli sguardi dalla

sua bellezza delicatissima. Ero tutto serrato nell'armi, e mi sentivo

soffogare dall'ardore di mostrarmi degno di lei, dalla brama

perigliosa di cimentarmi con qualunque avversario, dalla preghiera

sfidatrice che io lanciavo al cielo:--Mandami il piu formidabile

cavaliere! Io ti giuro che ella, non ravvisandomi dall'armi, mi

ravviserà dall'imprese superbissime. Ella deve esser mia! Moglie di

gagliardo guerriero, madre di figli i cui vagiti si mescoleranno agli

squilli vittoriosi delle trombe paterne!... Vengano, vengano i forti!

Vennero: arnesati, io non li riconobbi: però il mio scudiero Unfrido

mi disse:--Là è Baldo, questo è Aginaldo, quell'altro il Montanaro.

Messere, per amore del nostro santo protettore, state saldissimo

contro Baldo! Messere, l'altro è debole sulle staffe. Il Montanaro

vien sotto, come un toro inferocito, ma nella furia... Ed io:--Lo

so.--E pensavo, guardando la bellissima:--O Guidinga, tu attendi! Qui

vi sono i cavalieri, nessuno ha distintivo nell'armi, e tu non

conosci! Oh il tuo cuore ti dice: "Vedi! eccolo!" Non lo sai?...

Vittoria! vittoria! Fra brev'ora lo saprai! Alzerà l'elmo! Lui!

eccolo! eccolo il trionfante Oldrado!

L'araldo del primo campione gridò:--A cavallo!

Lo scudiero mi susurrò:--Messere, ascoltate un fedele: fate il giro

dello steccato e fermatevi di là: così non avrete il sole negli occhi.

Corsi lo steccato: trovai il cavallo, mi serrai su quello. Ad un

tratto mi soccorse un pensiero:--Mi riconoscerà dall'animale

bianco!-ma dai pertugi dell'elmo vidi che Unfrido, il quale ancora mi

era accanto, faceva un certo viso da traditore che mi sapeva

maladettamente, vidi che io non avevo sotto il mio bianco, sibbene un

morello!

Con l'aiuto d'Iddio, abbattei il primo avversario e il secondo, e lo

steccato così suonò d'applausi.

Dopo udii che si diceva, non so da chi:--Ma come? Messer Oldrado non

si muove?--È sempre là ritto accanto al suo cavallo bianco.--Era lui

che doveva fare tante prodezze!--Come sapete che è Oldrado? Non si

deve conoscere alcuno nell'armi.--Sì, non conosce chi non vuole. Chi

dei castellani a venti miglia tutt'ingiro ha un bianco come quello? E

poi rispondetemi se quell'armato là non è Oldrado, se dal cavallo si

fa ragione del cavaliero.--Ma vedrete!

Io mi tormentavo:--Oh perché mi fu cambiato l'animale? Che giuoco c'è

sotto? Ed io non dovevo accorgermi?... Ma Unfrido mi avrebbe dato

l'usbergo che si smagliasse o una lancia fessa, o addirittura una

coltellata alle reni, quando mi vestiva il saio di pelle! Ma il

cavallo me l'avrebbe mutato con uno tristo! E invece questo pare nato

per le mie ginocchia! e l'armi saldissime! Chi ha pagato Unfrido? E

dov'è? Là proprio vicino al mio bianco e tiene la staffa al cavaliero.

Chi è quel cavaliero? Per Dio! quell'animale è tutto fuoco, e crede di

reggere il padrone! Chi è quel cavaliero?

Facendo il giro dello steccato, passai sotto al seggio di madonna, e

sa il cielo che cosa fantasticai: parvemi che una manina tremante mi

levasse l'elmo, sorretto da' miei polsi febbrili, e due labbra mi

baciassero sussultanti, acclamandomi già vittorioso: mi rizzai sugli

arcioni con grande orgoglio e fui lì lì per gridare:--O vergine,

voglio per te farmi degno di alto onore!--Dimenticai Unfrido e il

bianco mio... No, che non li dimenticai: me li sentii tosto fitti in

cuore ad atroce martirio e per opera tanto villana, che, ti dico, poco

stetti ch'io non balzassi giù ad adoperare sulle schiene la mia spada,

come si usa coi traditori. Senti: proprio sotto a quel palco due

garzoncelli parlavano assai clamorosamente, e volti colla facce

all'insù, perchè madonna ascoltasse.

Diceva uno:--Chi è lo sposo?

E l'altro:--Non lo sapete?

--Costui che passa, a lancia alzata?

--Oh sì! costui sa fare tanto d'andare ruzzoloni nella polvere, come

un mastino trattato a calci.

--Come? se vinse i due?

--In grazia di sortilegio.

--Dite vero?

--Vedrete la terza impresa se vorrà essere così scempia: la terza si

corre tra messere dal cavallo morello e quello là dal bianco.--

--Chi è quello?

--Evviva lo sposo!

Mi sentii le briglie tra mano e la lancia alla staffa, perchè suonò la

tromba. L'ignoto avversario mi venne incontro: alle punte opponemmo lo

scudo, ma nessuno colpì, per il che, scagliate le aste, diemmo mano

alle spade. Era combattimento di due valentissimi... Quando si levava

dalla moltitudine il grido di:--Viva lo sposo!--io l'ascoltavo con

tale tumulto di gioia e di spavento di non meritarmelo, che tempestavo

di braccia, come un fabbro sull'incude, e l'altro addoppiava la furia

verso di me. Maledizione! una volta intesi:--Viva lo sposo!--e fu

contrapposto, parmi, da due vociacce sotto il palco di madonna:--Viva

il cavallo bianco!--Che fossimo in due a meritarci quel grido? Io non

sapevo quale, ma certo si celava insidia! Per il che badavo nel tirare

le botte ad accompagnarle col nome di qualche santo. Figliuolo, potei

finire una litanìa e ancora incominciarla e ancora finirla: pure

nessuno di noi consentiva a cedere, e il giuoco cortese s'avviava ad

essere duello a tutto transito, con grandissima festa degli

spettatori.

A un tratto l'araldo squillò, come si usa quando si ingiunge di

cessare dall'armi. Nessuno di noi obbedì, tanto eravamo odiosi, e,

menando quegli ultimi colpi, procuravamo con potente ira che fossero i

mortali. Di nuovo la tromba suonò grave, e allora io, tra il dare un

fendente, lui tra il pararlo, ascoltammo queste parole:--Cavalieri,

per la cortesìa della dama.--E noi lasciammo andare le braccia

penzoloni: in quel momento di posa alla tempesta del corpo in me

successe quella dell'anima: il perchè io ruggivo domandandomi:--E chi

è questo dannato?--In lui, credo, succedesse altrettanto, perchè

ascoltai una bestemmia atrocissima verso Dio! Stemmo l'uno contro

l'altro, e, se non era l'araldo a porre il suo bastoncino tra noi, io

dico ci avremmo scambievolmente fatto contro qualunque tradimento.

Eravamo di posizione vicino al palancato di legno e vicinissimo al

palco di madonna. Si alzavano d'ogni intorno le grida: chi parteggiava

per il morello, chi per il bianco, chi per lo sposo, chi per

l'avversario, chi pel sinistro e chi pel dritto. Messer Eude non

poteva restare indifferente a tanta lotta di favori, egli già maestro

di cento feste d'armi e già vecchissimo guerriero in cento battaglie,

si levò... Non so che facesse, tra baroni, perchè io aveva impedita la

veduta dalle gocce di sudore, so che udii anche la sua voce:--Lo sposo

principiò colla offesa e finì colla offesa...--Madonna del cielo! Se

io avessi potuto vedere come si stava Guidinga! Sì, che vidi ad un

tratto, vidi che sventolava una ciarpa!

Pesti, ansanti, a fatica retti dai cavalli, prendemmo postura

riverente dinnanzi ai gradini della dama, ed ascoltammo l'araldo:

questi proclamò, un giudice, messer Eude.

Tra il silenzio Eude parlò:--Da valenti cavalieri. Il giuoco fu aperto

con gagliardìa, sostenuto con scienza, finito... No, messeri, finito

non può dirsi: pure io, re d'armi, dichiaro che sia finito, e ognuno

di voi faccia promessa di attenersi al mio detto. L'accanimento mi

piacque! Per il che io dichiaro qui che nessuno dei due combattenti

procedette per virtù occulta: ambidue invitati a comparire innanzi al

seggio della regina. A me è data facoltà di instituire i premi: lo

sposo avrà la ciarpa, il valoroso compagno un bacio di madonna. Così

si potrà dire che l'uno e l'altro avranno bene meritato.

Noi due avversari, scavalcati, ci demmo la mano, poi a paro venimmo

sotto al palco di Guidinga.

Ella mosse incontro al mio compagno: egli si levò l'elmo... Era

messere Adalberto!... Guidinga sorrise!

Eude mostrò grandissima sorpresa, e domandò:--Ma chi aveva cavallo,

bianco?

-Lo sposo mio!--affermò vivacemente la donzella, e di nuovo sorrise ad

Adalberto, come ad un arcangelo.

Eude mi tolse l'elmo...--Messere Oldrado!--esclamò, e volto a Guidinga

tristamente:--A lui il bacio: ad Oldrado la ciarpa--Ed io non so come

si tenesse in piedi:

--Chi aveva cavallo bianco?--domandò la fanciulla dolorosissima.

Adalberto ricevette il bacio... Era bellissimo il giovane: era

bellissima la giovinetta! Io, sposo, non potevo che piangere!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Qui il cavaliero narratore interruppe il racconto, tormentandosi gli

occhi perché non dessero lagrime; e la luna che entrava dal finestrone

fu riflessa da un guizzo; terribile, la spada di Oldrado negli artigli

di Ugo.

--Figliuolo, che fai?

--Vorrei fare quello che non faceste voi!--rampognò trucemente la voce

del figlio.

--Giudicherai se queste erano parole da dirsi ad un padre!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Adalberto aveva veduto una sola volta Guidinga, ad una caccia, nei

lontani monti di lei, quand'ella era a fianco di Eude: ma una sola

volta bastò per aizzare nell'anima maledetta una passione così rovente

e rodente di desideri, che il cavaliero ghignò di volerla un giorno

nelle sue braccia!

Inconscia di tutto, melanconica e gaia, inesplicabile e cupida sempre

di fantasie ultraterrene, Guidinga conosceva non l'amore, ma la

tremenda irrequietudine de' suoi sedici anni e delle sue sventure, e

questa la sospingeva nei voli del desiderio... Ella aveva veduto

Adalberto! Dal di della caccia fino a quello dell'armeggiamento era

scorso un anno senza più che l'uno si abbattesse nell'altra: nulla

ella sapeva di lui, neppure il nome: nè mai il padre parlò. Sapeva che

per lui, più notti, il cuore le si era scosso nei tumulti febbrili!

Poi si sentì spossata! Nei sogni l'immagine di Adalberto veniva, ma

coi mesi e coi mesi sempre più sfumata... Ed era vestito di bianco e

per lei sorrideva e piangeva (Adalberto!): ma non aveva profilo; le

linee si perdevano nell'espressione; era una gioia, un dolore

carissimo. E Guidinga sempre più diveniva ansiosa di fantasìe, e

spandeva l'anima sua nella immensità dei cieli, ponendo negli azzurri

l'ideale della vita poeticissima, e là sfavillava di tutte le luci il

suo desiderio, e là la gioia e il dolore avevano tanta voluttà di

dolcezza, quanto mistero l'infinito!... Svegliata dal suo delirio

abituale, nella vita di quaggiù più non trovava cose degne di lei,

provava la noia del cammino dopo lo slancio placidissimo del volo!

Svegliata, più non chiamava lo sposo! Quando il padre Eude le

disse:--Sposerai Oldrado-ella rispose:--Sì--perché certo pensava:--È

lui!...

--Ma se è lui... perché sciupare colla realtà l'ideale

affascinantissimo che io ho nell'orizzonte tutto mio? E se non è

lui... perché vivere, se questa è vita d'anni e quella sognata è

eterna e sempre inebbriata d'amore?--e disse all'ancella che più non

amava le armonie: la musica è divina e dell'anime blandite dalle

lusinghe dell'ignoto...

Richiamata alle scosse della esistenza giornaliera, la sua indole fece

sì ch'ella dinnanzi agli occhi portasse sempre un lembo di nebbia

iridescente, la nebbia dai vortici pieni di sogni, la quale, posandosi

sugli oggetti veduti o intraveduti, li rendeva circonfusi di luci

mitissime, li tuffava come nel crepuscolo dileguante di una visione.

Così l'ideale si sfumava col reale: e il volto del padre cavaliere

divenne buono e tutto per lei, la imagine della madre sepolta si

presentava alla culla, o quella dello sposo veniva, veniva, come nei

primi giorni... Che? il viso di messere Adalberto. Guidinga

domandava:--Dov'è lo sposo?--e poi sorrise.--Sarà per me: o _lui_, o

il monistero! E se nell'armeggiamento egli restasse vinto?--E tacque,

fidentissima, con Eude.

--Messer Adalberto sapeva di struggersi, non sapeva d'essere amato.

Per furore di gelosia giurò (perchè non voleva scoprirsi a lei se non

con atto tale che facesse parlare tutti i cavalieri) giurò di uccidere

me Oldrado e di vituperarmi, insomma in modo che ella fosse non mia,

come l'ebbi richiesta! E che non fosse nemmanco del monistero lascia

fare a lui! Era prontissimo ad ogni sacrilegio. Così si presentò al

giuoco, comperò il mio scudiere, per far credere lo sposo dal cavallo

bianco autore di tante prodezze, mentre poi alla fìne Oldrado doveva

esser trovato morto, e lui colmo di tutto l'onore! E Guidinga... Oh!

fu aiutato dalla fortuna più che non credesse: la decisione del re

d'armi lo ammise al bacio della dama! Si levò l'elmo..; O Signore!

Guidinga guardò il suo volto e il mio!... Guidinga bestemmiò a me

condannato il corpo di lei, ad Adalberto benedettamente dedicava tutta

l'anima!.. Ci sposammo, ma, se a vece della ciarpa a toccare il petto

dalla parte del cuore, a vece della corona di fiori d'arancio sul

capo, ella avesse dato a me tante stoccate, io a lei una corona di

spini, noi avremmo offerto a Dio la espiazione delle nostre peccata!

Guidinga da angiolo divenne, dimonio!

Dopo nove mesi ella portava sozzamente nelle viscere il beffardo

frutto dell'odiatissimo nostro connubio, e giurava e spergiurava che

perdere madre e figliuolo sarebbe stato opera meritoria. Io la facevo

di continuo guardare. Un giorno ella era presa da strazianti dolori;

io origliavo all'uscio attendendo... A un tratto di fuori al castello

odo un suono di trombe, poi un paggio mi strappa la veste,

gridando:--Messere! messere! i nemici!

--Chi è?

--Adalberto!

O Signore! nel castello so che eravamo male apparecchiati, scarsi

d'uomini e scarsissimi di vettovaglie. Che fare? Oh che tormento fu

quello! Resistere? Il sommo pericolo! Arrenderci? Il vitupero di mia

schiatta!... Guidinga udì quel nome, e nel delirio proruppe:--Adalberto!

tu vieni a togliermi da questo inferno!--Invocava il nimico, ed io

aspettavo da lei uscisse o un bambino un dì destinato ad ascoltare il

testamento del padre, o una bambina che avesse a dare ai figli col latte

il veleno dell'odio! Ringhiavano le trombe al di fuori. Io mi precipitai

dalle scale, ed ecco occorrermi il mio fedele Aimone.

--Messere, siamo perduti!

--Per Dio! ditemi! fate qualcosa!

E quegli dubitava:--Ricorrere alle armi...

--Ricorriamo al tradimento! E che fece egli con me? Per Dio!--e mi

accordai con lui, e conclusi:--Dammi un pugnale avvelenato, e tu a

tempo sbatti la porticina nel corritoio.

--Messere sì!

--Dammi un pugnale avvelenato: e lascia a me la cura di sgozzare

Adalberto!

In cima allo scalone ascoltai un grido così feroce che mi rivolsi e

temetti di avere alle terga il nominato: guardai e vidi madonna che,

nuda, oscenissima e sanguinante, si rotolava giù di gradino in

gradino... Accorsi, più che per odio a lei, per amore furioso della

creatura che si teneva in seno!... forse già schiacciata per le

violenti percosse! Accorsi e la avvinghiai, ed ella con affanno

straziantissimo, supplicandomi ed imprecandomi:--Messere, salvate

Adalberto! Non fate tradimento! Non fate, per pietà dei sette dolori

santissimi!

Ed io:--Datemi la mia creatura!

--Sì!

--Datemela!

--Salvatelo! Che vi ha fatto! V'ha fatto troppo! Ma era destino così!

Perdo le viscere!

--Datemi la mia creatura!

--Si, vi giuro! Giurate voi di non fare tradimento!

--Lasciatemi!

--Ho giurato! E voi siete così sleale! Voi siete cavaliero? Ah so! non

giurate perchè siete dannato nell'altra vita! Non credete in Dio!

--Madonna! vi giuro!

--Vieni, o mio Adalberto! Egli non ti uccide!--rincominciò ella nel

delirio, ed io balzai dalla scala!... No! ritornai, e la trasportai

nel suo letto, nel nostro talamo! E stetti al suo fianco, attendendo

l'istante... Oh quelle tre ore!... Nacque il bambino:--sei tu! Entrò

Adalberto nel castello, io gli prestai l'omaggio nella chiesetta.

Quando gli dissi ch'ero disarmato e mi dichiaravo vassallo suo, gittai

il pugnale, perchè avevo giurato a lei! Poi feci aprire la porticina

del corritoio e tutte l'altre delle camere, indovinando il tristo

pensiero di Adalberto. Quando il signore, correndo per il castello,

venne al letto di Guidinga, trovò una morta, senza lume accanto, senza

frate, senza croce fra le mani!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Così rompeva messer Oldrado il suo racconto. E fremeva:--Però nessuna

occasione fu da me trascurata! Chiamo in testimonio il bianco spettro

di tua madre! Ho ribellato Lamberto, mancai all'omaggio, comparvi al

convito colla spada, feci percuotere l'araldo! Combattei! Ma non ebbi

mai completa ventura, per maledetta condanna! Figliuolo, sei

cavaliero: eccoti gli speroni: figliuolo, sei erede di tutto. Ecco il

mio testamento!

Ugo: Scene del secolo X · 第 9 / 18 题