Pel giorno di Pasqua di Resurrezíone, nella chiesa del castello
d'Adalberto, diceva la messa un frate, e ad ascoltarla vi era il
signore su un seggio, a destra dell'altare maggiore: a sinistra cinque
cavalieri, in piedi, con più di cinque paggi in seconda linea, e di
questi chi recava lancia, chi vessillo, chi coppa, e via, a seconda
dell'omaggio che doveva rendere il proprio padrone. Messer Adalberto,
perchè in quell'ora si gloriasse di tutta la sua dignità, vestiva una
maglia lucente, a maniche, cappuccio e falda assai lunga, portava
strisce di cuoio rinforzate da piastrelle di acciaio intorno alle
gambe a stringergli i panni ruvidissimi e attorcigliati, scarpe acute
pure di maglia, e speroni d'oro da combattimento. La spada a croce,
col cingolo d'arme, e un cerchio comitale di ferro, gli erano accosto
su un tavolaccio di faggio, sul quale anche si vedevano certe collane
disusate, gli emblemi della perfetta cavallerìa degli avi, da Brunone
suo a Sannuto, l'antichissimo fondatore dalla stirpe dei lupi
d'Auriate. I vassalli comparivano quali in quel dì dovevano, cioè
spogli di tutte le insegne che accennassero vita guerresca disgiunta
dalla obbedienza al signore: avevano tonache succinte, corte, aderenti
alle braccia e al busto, calze strette in gamba, di colore oscuro,
usatti neri, puntuti, senza calcagni e senza lacciuoli.
Finita la messa, Adalberto si alzò, e fece cenno al maestro Ingo, il
quale spiegò una pergamena: Guidello, divisato coi colori del suo
signore, entrò, recando bastone e tromba, e su quello legò il bando
pubblicato la settimana prima: poi si pose dietro il seggio di
Adalberto. E questi, appoggiandosi con fierezza ai bracciuoli, si
drizzò in piedi, come per degnazione, levò la destra all'altezza delle
teste, quasi per deprimerle, e--Cavalieri,--disse:--quello che lesse
il nostro araldo è quanto noi pensammo e pensiamo. La festa fu
celebrata nella chiesa a maggior lode di Dio, il quale ci diede il
potere.--Queste le parole, ma il pensiero ben diverso.
Il signore sedette, comandò a Guidello, e Guidello gridò i nomi,
giusta l'ordine della nobiltà più antica. Venne innanzi Gisalberto,
conducendosi allato due paggi, uno che reggeva la lancia, l'altro il
vessillo su un'asta ferrata. Poi il cavaliero Ugo....
Questi aveva vesti nere, affatto nere, lo scudo coi propri colori
ricamato sul petto, gli sproni d'oro ai piedi: chi l'avesse osservato
bene, come certo notarono i baroni che stavano con lui, avrebbe scorto
che il suo ampio giustacuore era stretto fìn sotto alla gola, e non
lasciava vedere la striscia bianca del collare, sì bene una gorgera a
fìtti anelli d'acciaio, i primi giri della maglia del giaco. Il suo
volto aveva certe rughe sulla fronte che di sicuro non vi avevano
impresso gli anni, i quali erano pochissimi; capegli rabbuffati, come
quelli che di recente si fossero sprigionati di sotto il ferro di un
elmo; gli occhi che pareva guardassero innanzi l'adempimento di un
disegno, e chi sa quale, a giudicare dalla pertinace contrazione delle
labbra. Aveva Ugo uno scudiero, vestito pure di panni neri, un uomo
dall'aria più spavalda che irata, il quale, porgendo le braccia in
avanti, recava un cuscino coperto da un drappo colore di lutto.
Messere Adalberto, durante la messa, aveva bensì cercato di fìggere
gli occhi sopra Ugo, e di avvezzarsi tanto alla vista di esso, che,
quando colui gli fosso per comparire innanzi, il sospetto e l'ira non
trapelassero dalla sua persona, e così potesse accogliere l'omaggio
colla stessa autorità con cui voleva ricevere gli altri: ma Ugo col
suo scudiero ad arte tenevasi prima dietro ai cavalieri, poi anche
dietro ai paggi, nel canto più oscuro, nella posa più dimessa. Aveva
pensato Adalberto:--E dov'è il maledetto figlio di Oldrado? Forse che
abbia sdegnato di presentarsi all'invito? O che tema qualche agguato?
O che invece lo tenda?--e guardava sul tavolaccio la spada,
rassicurandosi:--Il filo ne è liscio e lucente, messeri, e pare da
gioco? Verrà giorno in cui sarà dentato come una sega, e insanguinato
come quello che mi scuoteva innanzi il padre, quando mi disse che le
merlature delle rôcche vassalle irridono da beffarde!--e qui Adalberto
procellosamente risognava un assedio, come voleva!... O Dio! nel
castello di Ugo non c'era più madonna Guidinga!... E messere,
soffogando gli antichi strazi dell'amore orrendo nella sua ambizione
infrangibile, saettava d'uno sguardo i cavalieri lì soggetti,
e--Questo me lo diede il vecchio, e questo, e questo... Oh lasciate
fare anche a me!--e si tormentava:--E quell'Ugo?--Guarda, guarda:
l'aveva veduto finalmente! Era là, volto all'altare, appoggiato, come
stanco, la spalla destra alla parete, tutto in ombra: la quale
posizione non permetteva che si svelassero i distintivi che aveva sui
talloni e sul petto. Pure lo sguardo acuto, reso acutissimo dall'odio,
fece sì che messer Adalberto potesse dal profilo risoluto di Ugo
leggere, e tanto e così rabbiosamente, che egli si dicesse:--Tal e
quale il padre suo, quando mi invitò all'instituzione!
Allorché adunque Guidello chiamò messer Ugo di Oldrado da Lanciasalda,
il cavaliero, tenendosi allato lo scudiere, si fece avanti con un
certo passo violento che e' pareva movesse incontro al suo cavallo
sellato per la zuffa, s'arrestò davanti al seggio del signore, come se
aspettasse clamore di sfida, poi si chinò, e, chinandosi, diede a
divedere tutt'altra intenzione che quella per cui era stato chiamato,
toccò con rustica noncuranza le corregge degli sproni, quasi ad
assicurarsi ch'elle fossero affibbiate. Messer Adalberto intese troppo
bene, e, seduto com'era, colla persona appoggiata tutta sul bracciuolo
destro, si storse tutto sul sinistro; ebbe un movimento verso il
tavolaccio su cui gravava la spada, e guardò lo scudiero. Questi si
stette ritto dietro il proprio padrone, e per verità tanto alzava il
cuscino che si sarebbe detto scambiava l'atto della offerta con quello
consueto di porre l'elmo al cavaliero.
Messer Ugo gli disse:--Offrite, o Bonello.
Adalberto vide il garzonaccio in volto. Ah chi era? Lo sapeva ora! Il
giovanetto s'era fatto un uomo. Ecco il paggio stesso che recava lo
stesso cuscino nero, colla stessa aria ribalda, con cui gli aveva
detto vent'anni prima:--Messer Oldrado è pronto a darvi
l'omaggio!--Adalberto fissò il garzonaccio. Costui, come se fosse
ufficio suo l'operare sempre con tristizia, buttò giù dal cuscino il
drappo, e sporse l'offerta. Intanto Ugo diceva:--Messere, instituzione
collo sparviero.
Adalberto, prima di ricevere, guardò. Sul cuscino giaceva uno
sparviero stecchito.
--Messere!--ripetè Ugo.
Il signore allungò la mano, ma la trattenne dal percuotere sul capo di
Ugo, o dal venire dal sotto in su a gettare il cuscino ed ammaccare la
faccia dello scudiero: contrasse i pugni ed urlò--Messere, pei
falconieri disattenti ci sono le verghe dei servi!
--Oh conte, no!--rise allora Ugo colla sicurezza la più aizzante:--Non
ti apponi bene. Lo sparviero era montano: si trovò di becco forte e
volle divorarsi un cerbiatto: un ossicino se gli pose attraverso la
gola, e tanto gli fece male che dovette morirne. Ti ho reso l'omaggio
mio!--e si levò animoso.
Quando l'araldo chiamò messer Ildebrandino, messer Aginaldo, messer
Baldo, nè Ildebrandino, nè Aginaldo, nè Baldo, si mossero: si
strinsero accanto ad Ugo: e davvero fu ventura che essi dovevano
presentare solo un guanto da astori, una coppa d'oro e gli sproni,
perchè se si fosse trattato di spada, lancia e vessillo, attesto che
quelle avrebbero lavorato come il loro uso comporta, e questa avrebbe
potuto servire di ultima coltre per messere l'infeudante. Pure
qualcosa di gagliardo, si vide: il guanto cadde sfidatore sulle gambe
di Adalberto: questi si drizzò come una biscia, l'araldo suonò dalla
porta nel cortile. Allora i cavalieri non badarono all'altare, e si
urtarono verso quello per toglierne le due armi già presentate
all'omaggio: gli scudieri si rimescolarono urlando. Si sarebbe potuto
fare, ma non si fece, perchè autorevolmente messer Ugo gridò:--Il
segno è dato da noi: ma l'araldo avvertì di chiuder il portone e di
chiamare le azze mercenarie!--E Gisalberto e Ildebrandino
affermarono:--Qui ne vieta di colpire l'onore della cavalleria!--e
uscirono tutti, frettolosi e tumultuanti, cercando scampo...
E, colle due armi e col pugnale d'Ugo, l'ebbero.