CAPITOLO I.

Sulla piazza della _curte_ di ***, di messer Ugo cavaliero, conte di

Lanciasalda, sui monti di Saluzzo, ad ora di vespro, Guidello,

trombetto e araldo dell'eccellentissimo signore Adalberto, conte di

Auriate, lesse il bando pasquale: e così:

"Avvicinandosi il giorno di Pasqua di Resurrezione, ed il nostro

illustre signore desiderando partecipare coi vassalli dell'inclita

signorìa la grazia, il gaudio, la letizia avuta e concessa

dall'onnipotente Signore Iddio, in questo dì per la solennità di

messer Jesù Salvatore, ha deliberato ed ordinato di ricevere l'omaggio

dalli gentiluomini predetti. Si gridano i nomi delli cavalieri:

Messere Gisalberto, di messere Ursulo, cavaliero d'_arme_, con

investitura _per lanceam et vexillum_.

Messere Aginaldo, di messere Luitardo, cavaliero _addobbato_, con

investitura per tradizione ed omaggio della coppa d'oro.

Messere Baldo, di messere Erimberto, cavaliero d'_arme_, con

investitura per tradizione ed omaggio delli sproni.

Messere Ildebrandino, di messere Sichelmo, cavaliero a _sprone d'oro_,

con investitura per tradizione ed omaggio del guanto.

Messere Ugo, di messere Oldrado, cavaliero a _sprone d'oro_, con

investitura per tradizione ed omaggio dello sparviero.

Il che per la presente ordinazione e mandamento di Sua Celsitudine si

fa manifesto, a gaudio e consolazione e per speciale partecipazione,

come è predetto, dell'allegrezza e festività, a laude e gloria

dell'altissimo Iddio e del nostro glorioso patrono e della celeste

curia in eterno trionfante.

Signat: _Warinus. Ingus_. Gridata da Guidello, _sono tubæ

præmisso_...."

Guidello, finita la lettura, prese la pergamena, colla sua funicella

rossa la assicurò spiegata al bastoncino d'araldo e la levò sopra la

testa, osservando:--Io dico. Se vi è qualcuno, il quale tacci di

mislealtà i miei occhi nel leggere, la mia lingua nel parlare, la mia

intenzione volta a vilipendio di messer Domineddio, del nostro

avvocato santissimo, della giustizia degli uomini, quello si faccia

avanti, e purchè sia tale che porti o possa portare speroni d'oro o

d'argento, alla presenza di un chierico che conosca l'arte della

lettura, comprovi quanto dica.

Ai piedi della scalea della chiesa, intorno a Guidello, v'erano

quattro cavalieri cogli scudieri. Ma nessuno parlò.

Per cui l'araldo:--Messeri, allora dichiaro.

Stette un poco, poi si rivolse a un chierico che gli era accanto,

come_ magister librarius_, e disse:--Recitate.

Fu recitata l'avemaria, e tutti risposero ad alta voce.

All'_amen_ Guidello aggiunse con solennità:--Dichiaro bandita la

volontà del molto magnifico nostro signore.

Poi, colla destra impugnata una lunghissima tromba, adorna di un

drappo quadro stemmato:--Messeri,--disse:--fate come di conformità

agli usi. Voi sapete: quando la tromba dell'araldo suona a festa si

suole dire _tromba d'argento_. Da valenti messeri adunque--e mise alle

labbra lo strumento, ne volse la bocca all'insù, e squillò tre volte.

Intanto i cavalieri diedero mano alle borsucce, e fecero come

d'usanza: poi se ne andarono.

Guidello si chinò, dicendo:--Tromba di rame--perchè raccolse poche

monete: acconciò il cordone con un nodo alla militare, in guisa che

gli si attraversasse alla schiena la tromba e il drappo sventolasse

come un mantelletto, tolse la pergamena dal bastone, la fece a rotolo,

e la consegnò al chierico.

Questi interrogò:--Guidello?

L'araldo rispose:--Non si guadagna nemmeno il fiato.

E mossero giù dalla scalea della chiesa. La piazzuola della _curte_

era deserta. Essi presero ad uscire dalla viuzza fiancheggiata dalle

casucce dei montanari, oggi boscaiuoli, domani alle giornate d'armi,

sempre poveri e sempre irosi. Intorno all'edera frusciavano con volo

tortuoso le nottole; gli usci erano chiusi, gli arconcelli delle

finestre lucenti di strisce rosse dal sotto in su, che venivano dai

focolari posti in mezzo alle stanze; sullo sfondo si vedeva una

montagna già sfumata nella nebbia del crepuscolo.

I nostri due procedevano silenziosi, e, benchè sotto la protezione del

loro signore, pure affrettavano il passo e sulla punta dei piedi.

E l'uno calava il cappuccetto sulla testa tonsurata e nascondeva la

pergamena sotto la tonaca, e l'altro storceva una mano all'indietro ad

assicurarsi che la tromba non percuotesse coll'elsa della spada o col

pugnale: e quegli guardava sospettoso le pieghe del drappo ventilante

dallo strumento del compagno, come se da quelle dovesse uscirgli il

malanno: e questi imprecava il calzolaio che aveva fatto pel chierico

scarpe così disacconce per suolo sospettato.

Passavano e guardavano. Quelle tavolacce di quercia parevano fatte

apposta per spalancarsi ad un'insidia: da quegli arconcelli i tizzoni

che erano sui focolari con maledetta furia potevano essere

sbattacchiati nella strada. Basta! il santo patrono tenesse buoni i

_gloria_! Ma la preghiera era smezzata: e l'uno calcolava che con

quell'antacce si facevano tante aste, coi chiodi tante punte, colle

toppe tante scuri: e l'altro si ricordava, ai tempi che il padre

soffiava alla guerresca, e ch'egli giovinetto gli era accanto col

piffero per imparare a toccare il soldo e le graffiate, si ricordava

di una certa mistura diabolica che venne giù da una balestriera a

impegolare i baffi al vecchio trombettiere, e a conciare un povero

ribaldo come un torcione di resina acceso nelle gazzarre soldatesche.

Si continuava il _gloria_.... Ah! erano passati da quell'uscio, da

quelle finestre: si poteva fiatare. Di più: messere il chierico sapeva

leggere, sapeva pingere le _capitales litteras_ dei messali, cioè le

iniziali, sapeva a mente i canoni accetti al vescovo di Saluzzo;

d'armi credeva intendersi sin troppo, dicendo:--A chi le toccano, le

toccano le ferite e la morte!--Niente altro: pure in quel momento

nella sua fantasìa staccava tante maglie dall'armerìa del castello e

tante spade, trovava gagliardi che le vestivano, le impugnavano, e

moveva contro quelle case di rabbiosi: no, prima alla rôcca di Ugo.

Messere l'araldo sapeva suonare con voce dolcissima o squarciata:

Guidello proprio avrebbe voluto essere a fianco del padre, tra un'oste

poderosa, e dare alle trombe il fragore delle petriere, curve le travi

sotto ai pesantissimi massi. Ma sì, ma sì! Altro che il cappuccio

aguzzo a vece di pennacchio da cavaliero: altro che il bastone

d'araldo in luogo di un buon lanciotto!

Fuori della _curte_ di messer Ugo c'era una cappelletta: qui i due

fecero un inchino pieno di gratitudine, e da qui cominciarono a

mettersi l'uno a fianco dell'altro, e salirono per la stradetta, la

quale, grigiastra, lasciava vedere tante e tante pozzette d'acqua dai

melanconicissimi riflessi di cielo: erano le orme dei cavalli

passativi il dì innanzi, dalla _curte_ al castello di messere

Adalberto. E stradetta e cavalli menavano al sicuro.

Incominciò Guidello:--Dacchè suono la maledetta, vi dico, Ingo, che

non mi parve mai mi tormentasse le labbra come stassera, sulla scalea.

Sapete: ieri a mattina, abbiamo pubblicato il bando al castello

d'Ildebrandino; a dì basso, al ponte levatoio di Baldo; l'altro ieri a

vespro, alla piazza di Aginaldo. Che si è raccolto? Tanto da poter

proclamare solennemente, al primo armeggiamento festoso, che il

cavaliero di Rupemala, quello di Roccanera, e messere della _curte_ di

santo Uperto, sono fregiati di cortesìa cavalieresca. Dico vero?

--Verissimo, Guidello.

--E sapete: tra voi che avete appreso l'arte della lettura e me che la

professo a obbedienza del nostro padrone, lasciando da parte la

cavallerìa, e discorrendo della tascuccia che ogni cristiano ha allato

se deve camparla, tra noi si è spartito un bel mucchietto.

--E di quelli d'argento.

--Così si dà e si riceve a gloria di messere Domineddio; e così si fa

differenza tra il vento che buffa alla foresta e il fiato dei

battezzati.

--Verissimo, Guidello.

--Mi diceva il padre mio, il valente Guidaccio....

--A cui Dio conceda la verace gloria!

---Mi diceva così, nè più, nè manco. E il suo fiato da battezzato, eh!

Ingo, fu come l'uragano nella tromba, contro ai dannati nella Spagna e

contro ai miscredenti in Terrasanta, a fianco del padre di messere

Adalberto, il cavaliero Brunone.

--_Requiem_ in pace!

--A fianco del cavaliero Brunone, lo dicevano della stirpe di

Tubalcain.

--Santa Maria!

--Quella era voce del padre mio! Quella ci voleva adesso là sulla

scalea della _curte_ di Ugo, ma ad un patto.

--Tromba d'argento.

--Messere, no: lo strumento suonasse come quelli, dicono, del dì del

finimondo.

--E le mura di quella rôcca fossero come quelle di Jerico, per virtù

soprannaturale, che noi possiamo chiedere colla preghiera.

--Così fosse!

--L'altro dubitò, e riprese:--Ed io avrei voluto che la pergamena

parlasse come la condanna che appiccammo alla porta di Lamberto, il

ribello a messere il vescovo di Saluzzo. Vi ricordate?

--Voi non ci eravate.

--C'era Gausprando; ma so. A Gambazza sulla destra del Po.

--Chi ci appose il _vidit_ e dichiarò bandita la pergamena? Il nostro

signore Adalberto istesso, piantando poderosamente un pugnale al luogo

del suggello. Quella la fu impresa! Di lì a un mese, del castello non

rimase in piedi che un arco e quello per dire:--Di qui passarono i

prigionieri!--So che il padre mio ghignava burlescamente e fieramente,

e so che mi disse:--Figliuolo, quando suoni, ricordati che hai in mano

tutt'altra cosa che un'azza. Guarda che, stringendo troppo, il rame si

ammacca, e le ammaccature tra noi soldati le cerchiamo soltanto sul

petto nudo e non sull'arme e sui bagagli--mi disse. Tant'altre cose mi

raccomandò, finchè s'ebbe quella seconda impegolata a scuoiargli la

faccia, e allora mi fece cenno che le labbra arsicce erano buone

all'avemaria e ai paternostri, lasciò il castello e cercò un

monistero.

--Se lo conobbi, quel valente Guidaccio!

--E Guidaccio anche lui suonò su quella scalea di Ugo, quando c'era

ancora, più arcigno di questi, il suo padre Oldrado, che fu quello,

sapete, il quale aizzò i suoi servi contro l'araldo che bandiva le

giornate d'armi, sì che quelli a vespero spalancarono usci e finestre,

e mostrarono scuri da boscaiuoli fra certe manacce rabbiose!

--Rammentate la storia di Guidinga.

--Gesummaria!

Tacquero, perchè vicino era il castello del loro signore, e quel

discorso, spiato o frainteso, poteva far scricchiolare alla sera

istessa i cavalletti di tortura.

I due, alla parola del saluzzese che era di guardia, risposero come il

motto d'ordine portava quel dì: entrarono, salirono una scala, e,

trovato in capo a un corritoio un paggetto, il quale sonnecchiava su

un archipanco, Guidello domandò:--Filippuccio, ne attende il nostro

signore?

Il fanciullo, come se d'intorno agli occhi si togliesse le ragnatele,

affaccendandosi colle manine, rispose:--Io non credevo che foste per

ritornare dalla guerra sì tosto.... Ero lontano assai, sulle ginocchia

della madre mia... là giù.... Ah siete? Il sonno coglie, e si va, si

va.... Chiedete?

--Ne attende messere Adalberto, e dove?

--Sì, Guidello araldo, e voi, maestro: nella sala della torre.--E li

precedette nel corritoio fino in fondo, s'arrestò a destra, alzò un

usciale, e disse:--Sono tornati: a vostra obbedienza, messere.

Al comando:--Siano messi dentro e vattene, Filippuccio--i tre

atteggiarono la persona alle linee marcatissime della loro

professione: l'araldo si drizzò dignitoso, come se gridasse un bando,

l'altro si piegò, come se sfogliasse un messale nella cappella, il

paggetto si storse, sollevando l'usciale con sforzo per verità degno

di compassione. Entrarono.

La sala era triste: e, a dire quello che si poteva scorgere alla poca

luce delle tozze finestre, presentava le muraglie saldissime e nude:

solo ornamento una statuina di un beato protettore con lancia e

pastorale, male allogata in una nicchia che pareva una balestriera; e,

sotto quella, due drappi, tutti a polvere e sudiciume, forse due

stendardi, forse due coltri mortuarie: v'erano dei seggioloni a masse

d'ombre così nere da far richiamare alla fantasìa il frate bianco che

sopra vi stesse nel coro, e un macchinoso tavolaccio, adatto a

sostenere quello che sosteneva, la potentissima persona di un

cavaliero.

Messer Adalberto era un uomo nel vigore pieno della età virile:

mostravasi vestito di panni oscuri: volto verso la porta: e dalla sua

posizione, da sedere tanto irrequieto, chiaramente può dirsene

l'indole ruvida e l'attesa impaziente. Nè più, nè manco: erano quelli

i tempi in cui un cavaliere noverava, come un sellaio, le fibbie e i

chiodi della sua sella da battaglia e neppure sbagliava in un

sopranome a quegli arnesi, e forse forse moriva senza tutto avere

appreso il _paternoster_ dalla bocca della madre o del chierico: tempi

in cui, io credo, che la natura non si sarebbe messa su via fallata,

se avesse ai priminati delle famiglie baronali dato a vece di cranio

addirittura un elmo, a vece di lingua una lama, e per cervello

qualcosa di bollente che fuori uscisse e fosse mostruoso cimiero. Io

non so se anche allora i bambinelli si tormentassero colle fasce se

così fosse stato, non mi sarebbe punto di maraviglia se ancora

trovassi nelle cronache che la madre di Garmario saluzzese, madonna

Sandra, torturasse le membra del suo figliuolo, serrandole in una

bandiera insanguinata, o che il padre di Forcone da Ivrea recasse al

castello per la bisogna materna della sua moglie Ageltruda la

soprasberga dell'inimico bucata e ribucata a colpi di spada: l'avo

Attone da Susa legò con sacramento ai nascituri dal suo Rogerio il

lembo stracciato a morsi della sozza camicia che vestiva nella _torre

della fame_. Messer Adalberto era primogenito, ed aveva avuto madre

come l'ebbe Garmario, padre come quello di Forcone, ed avo della

taglia di Atto. Finchè vissero i suoi, imparò che nelle sale feudali

l'agnello santo del perdono ci sta figurato solo per spasso di qualche

frate dipintore, il quale fa il mestiero, è pagato, e se ne va dal

ponte: imparò che negli steccati dei giuochi d'arme, se le cadute da

cavallo v'incarnano gli anelli di maglia nelle membra, perchè la

lancia dell'avversario vi coglie, è meglio che quelli vadano fino al

cuore a condensarvi dentro tutto l'odio, e questa vi avesse passato

fuor fuora, senza accorgervi di provare vergogna! Imparò che le dita

ci furono date da natura per contare le vendette da farsi: segnar

croce colla penna è da monaco, tagliare colla spada da cavaliero: si

vive collo usbergo maledetto, si muore coll'abito immacolato di

qualche monistero. Insomma tanto e tanto: sicchè, quando dallo

stanzone dell'armi uscì un feretro, e un altro, e un altro, all'ultimo

messere Adalberto schiuse la portaccia colle sue mani stesse. Partì,

per sempre suo padre, messer Brunone: ma venne dentro subito un ospite

aspettato e vagheggiato: l'orgoglio del comandare! Adalberto se gli

abbracciò siffattamente, che si trovò tolta la requie di giorno e il

sonno di notte.

Il cavaliere, divenuto signore, sentì tutta la potenza del suo volere

e s'ingagliardì tristamente ne' suoi disegni d'impero e di conquisto.

Si trovò forte per un vastissimo patrimonio. Dal suo castello, sui

monti di Saluzzo, poteva fino alle cime di Monviso spingere i segugi,

inseguendo camozzi su terreni suoi: da oriente a Po se sorgevano torri

di cavalieri, stavano a condizione di ubbidienza a lui; alzavano i

pennoni degli avi a seconda della investitura dei feudi, a patto

fastoso dell'omaggio, e a patto più valido di bei mucchi d'oro e di

giornate d'armi. Su quello adunque che c'era non so chi osasse

scuotere una lancia adorna di una banderuola di ribellione: a quei

tempi le idee manco sottomesse di un valentuomo si pagavano a

slogature di membra, a flagellazioni da ebrei, a carezze d'aguzzino: e

dico poco; lascio le scuri, le forche, e i quattro cavalli per gli

squartamenti.

Messer Adalberto fece atto da padrone, riconfermando i feudi e

ricevendo con bieca superbia l'omaggio. Se non che, siccome da

desiderio nasce cupidigia, comandare su quello che si ha è molto,

poter comandare su quello che si vorrebbe avere è moltissimo: il

cavaliero guardò le armi del padre sepolto, e disse:--Quello scudo

egli adoperò quando mosse al castello di Baldo. Quel petto ebbe le

falde smagliate dalla lancia di Aginaldo. Su questa sella messere

passò vittorioso sui ponti dei nemici!

Guardò le sue armi: lucentissime nei giuochi di guerra e nel giorno

della festa, quelle non erano da cavaliero: buone solo per chi avesse

speroni d'argento. L'armatura che si sogna nelle cupide veglie

dell'ambizione è quella ammaccata, schiodata, fatta nera dalla pece e

dagli olii bollenti, quella che si sveste la sera dopo il

combattimento furioso, esclamando:--Datela da riassettare alle mani

del vinto!

Duri erano i tempi; e così avvenne di Adalberto, come di tutti. Ho

detto: indole ruvida e attesa impaziente. Comandava: e, per vero dire,

nessuna differenza metteva tra il ringhiare a un soggetto

signore:--Messere, mi obbedirete!--e al suo cavallo:--Torci a

diritta.--Sorrise alla sua spada:--Se vuoi fodero, cercala alla pelle

di un mio nemico.--Acquetò gli scrupoli di suo fratello

monaco:--Pensateci: voglio la mia eterna salvazione: pregate o vi

faccio baciare una medaglia arroventata.--Voleva comandare: e sapeva

che c'era una rôcca da cui non poteva passare, se non guardandosi alle

terga, e nel fossato della quale giacevano con poco convenevole

sepoltura, insaccati nelle ferraglie rose dal tempo, gli avanzi di un

suo avo Adalberto, il quale v'era andato a conquisto e non a morte da

stoccate traditore. Sapeva che c'era un altro castello in cui gemeva

una donna! Per Adalberto non era amore, era furore!

Adalberto bandì a' suoi vassalli le giornate d'armi, poi si fece

predire la ventura dall'astrologo, e perchè questi sapeva che nel suo

mestiero bisognava vedere le stelle, come voleva il padrone, per non

vederle da stare sul cavalletto della tortura, come voleva il

tormentatore, gliela predisse buona, e così:--Egli è opinione degli

astrologhi che quando l'animo dell'uomo è spinto al desiderio di

sapere alcuna cosa in un subito, ciò nasca non da elezione o

consiglio, ma dall'influsso della costellazione, che in quell'ora si

ritrova nel cielo. E però se costui domanderà consiglio all'astrologo,

esso potrà dirgli il vero della cosa che gli domanderà dalla figura

del cielo fatta in quell'ora della interrogazione, cioè: se l'amico

assente sia vivo o morto, se l'ambasciatore mandato ritornerà salvo,

se ritroverà ovvero spedirà prosperamente la cosa per la quale egli è

stato mandato, se il tempo sarà buono per seminare, tagliare legni per

le fabbriche, acciocchè non siano mangiati dai tarli e corrotti dalla

tarma, per cavare il sangue, per tagliare membri, per risanare, per

prendere medicine, per fondare case, per menare moglie, per comperare,

per vendere, per vestire nuovi vestimenti, per vendemmiare, per bere

il vino in pace, per incominciare opera di alchimìa, per mettere putti

a' maestri, per mutare luogo, per accingersi a viaggio per terra od

acqua, per far compagnìa, per parlare con uomini di qualunque stato e

dignità, per trattare negozii, per entrare nei bagni, per torre servi,

per mandare messi, per andare a caccia nelle selve o nei fiumi. Vostra

Celsitudine domanda se avrà vittoria nella intrapresa guerresca.

Questa richiesta non nasce da elezione o consiglio, ma dall'influsso

della costellazione che in quest'ora si ritrova nel cielo. Ho

interrogato gli astri: ho interrogato la sorte. La sorte si fa sicura,

tirando i punti di numero incerto, avendo voltata la faccia nella

luna, con altre osservanze, dal raccogliere i quali punti si fanno

quattro figure che si chiamano _matri_, dalle quali si cavano altre

non poche, e i loro aspetti si nominano con nome dei pianeti, e così

il rispetto, che hanno fra loro, come li considerano nel cielo.

Perocchè mentre l'uomo dal desiderio di ricercare le cose future segna

i punti, egli è venuto a questo per la costellazione della sua

natività, talchè la forza del cielo guidi la sua mano, talchè non

faccia nè più nè meno punti di quello che basta al giudicio delle cose

che ricerchiamo: la quale divinazione si chiama Geomanzìa. Mio

signore, gli astri e la sorte hanno risposto: vittoria!

Adalberto, prima che l'astrologo fosse a metà della noiosa

chiaccherata, sbuffando, fece trarre le torri di legno e le macchine

guerresche, i trabuchi, le manganelle, le petriere; si pose a capo dei

cavalieri, e colla somma ragione del più forte e del più ladro, mosse

al castello d'Ildebrandino. Mandò Guidaccio con quaranta lance al

cavaliero, dicendo: messer Adalberto l'aspettava per la prossima

Pasqua di Resurrezione all'omaggio: da cavaliero non mancasse: era

istituito vassallo col guanto da volare gli astori, con molto onore,

con giuramento.

Il presidio della rôcca era inferiore assai alla scorta dell'araldo:

per il che messere Ildebrandino, sporgendo il capo tra un merlo e

l'altro a guardar giù, dovette dirsi:--Sono spacciato!--e tanto

dovette mordersi le labbra a sangue, che fosse lì lì per scagliare, a

vece di risposta, il trombetto a gambe levate: pure pensò alla ruina

di Lamberto, l'oppositore del vescovo di Saluzzo, e, serrato tra le

quaranta lance, lui stesso sentì il bisogno di guardarsi alle spalle.

Domandò a Guidaccio:--Messere l'araldo, avete altro a dire?

--Messere sì.

--Vi ascolto.

--Le nostre torri d'assedio e i nostri trabuchi sono fatti colle legna

dei ribelli vinti: il cavaliero Lamberto, lo rammentate?

--Chi vi disse?

--Il mio signore.

--Il nostro signore è potentissimo--e Ildebrandino, amarissimo, fece

una reverenza di sommessione, e aggiunse:--È ventura l'essere sotto le

bandiere del signore, quando si hanno sproni d'oro e fortuna nemica,

ma anima sempre libera. Suonate la tromba per noi: i nostri figli, ove

Dio li conceda, spero ricorderanno questi squilli!

Così s'arrese Ildebrandino. Messere Adalberto, quando Guidaccio gli

ricomparve innanzi, per poco non gli dette la mazza sul capo. Egli

desiderava l'araldo insultato o peggio, le lance catturate, il ponte

levatoio alzato a precipizio, inalberato sulle torri lo stendardo,

tumultuosamente bandita l'oste: invece l'impresa si racconciava, come

una briga da' frati, con un inchino e un--_Fiat voluntas tua_.

Con tempestoso desiderio Adalberto si fece capo della vanguardia

delle lance, e, mandato Guidaccio in coda alla torma a fare compagnìa

all'arnese più disutile, l'astrologo, corse al castello di

Oldrado.... In quello c'era madonna Guidinga!... Ad Adalberto

scoppiava il cuore al fragorosissimo segno dell'arme! Fu calato il

ponte, s'aperse il portone, e venne innanzi un garzonotto tutto in

bianco, con un bastoncello alzato, il quale proclamò:--Quelle non

essere le regole delle castella, doversi procedere come l'uso fra

onorati cavalieri comporta. Passate tre ore da questa dichiarazione,

mandate pure l'araldo, e noi risponderemo, e mandatelo suonando le

campanelle dalle torri di legno, noi risponderemo suonando i pifferi

dalle torri di sasso.--E il garzonotto tanto tenne levato il

bastoncello bianco, a segno di inviolabilità, sicchè nessuno potè

coglierlo in fallo, e nessuno per tema di essere tacciato misleale

alzò la mano su di lui. Ch'ei fosse venuto, insultando, non c'era

dubbio: ch'ei si partisse sano e salvo, era stizza di tutti, ma norma

di guerra, la quale tanto più feriva messer Adalberto che aveva

voluto solo procedere colla forza e senza lealtà.--O Guidinga! o

schiava di messer Oldrado!--smaniava, tormentandosi, Adalberto.... Ma

per consiglio dei capitani aspettò... Tre ore sulle brage

dell'inferno, tre eternità!

Si schiuse tutto il portone, segno d'arresa, e comparve il garzonotto

in nero, e lesse il bando, per cui--al molto glorioso signore di

Auriate si calavano le bandiere.--Messere Adalberto galoppò dritto

nella rôcca, e ambiziosissimo s'impose:--Prima regoliamo la bisogna

del marito! Venga Oldrado, ed oggi stesso riceverò da lui l'omaggio.

Questo suo vitupero sarà la più bella gioia per Guidinga!--E,

scavalcato, passando per la porticina stretta che da un corritoio

dava nella chiesa solitaria, udì dietro le spalle sbattersi

irremissibilmente l'antaccia di quercia, si trovò a un tratto

separato da' suoi capitani, si volse all'indietro e scorse tutto

buio, si volse all'innanzi, ed ecco in capo al corritoio il paggio

nero, il quale recava un cuscino nero e s'inchinava rispettoso,

dicendo:--Messere Oldrado è pronto a prestarvi l'omaggio.--Adalberto

si contorse molto iroso, irosissimo più che del pericolo, d'avere

avuto per un momento paura, s'avanzò, e, sotto l'usciale sollevato

dal paggio, entrò nella chiesa. Quivi trovò Oldrado solo e ritto, in

aria così beffarda che pareva gli dicesse:--Sono il marito di

Guidinga: lasciate fare a me! Avete saputo fare voi?--Che in quei

tempi non si trovasse neppure schermo alle vendette ai piedi degli

altari, si sa, e si sa che gli accorgimenti per condurre allo scopo i

giuochi insidiosissimi avevano tutto lo studio delle faccende

scrupolose. Adalberto doveva ascoltare quell'araldo bianco, vipera

forse del tradimento? Doveva sgozzarlo! Doveva aspettare le tre ore?

E rivederlo ancora? Doveva sgozzarlo! E il pronte s'era messo giù, il

secondo portone spalancato, i porticati apparivano deserti. I

traditori tutti! Ed egli si era lasciato cogliere! Oh il suo furioso

amore per Guidinga era di quelli che si spaventano dei mezzi? Ma se

lo scopo era già per sè stesso tremendo e ineluttabile!... E

quell'arcone che menava al corritoio, e il coirritoio che menata alla

chiesa! Che c'era nel corritoio? Una porta inchiovata che valse una

muraglia: i suoi cavalieri al di là forse erano scannati: egli al di

qua forse con tutta la irrisione di una vendetta pensata e ripensata

era tratto all'inganno, e dall'inganno alla morte! O Guidinga!

Guidinga!

Messere Oldrado era là nella chiesa solo e ritto. Aveva faccia di

quelle che anche nel sonno mostrano aggrottate le sopraciglia, rugosa

tenacemente la fronte, aperta la bocca al grido di battaglia, collo da

far disperare quelli che, per amore di qualche taglia bandita da

alcuno prepotentaccio vicino, dessero ascolto all'inferno, e

arrotassero la coltellazza e già preparassero il sacco, come Giuditta

la gagliarda; torace che portava tre usberghi e poi chiedeva anche il

quarto, braccia da armaiuolo milanese, gambe le quali se inforcavano

gli arcioni vi si serravano con tanta saldezza, sì che non ci fosse

lancia da cavaliero poderoso da allentarle o farle staffeggiare.

--O conte,--disse per il primo Oldrado:--mi accorgo che la cerimonia

poco soddisfa il vostro amor proprio.

E l'altro:--Messere neppure è da scudiero la insidia.

--Voi sbagliate: non sono armato e mi dichiaro vassallo vostro.

--Consento--con questa risoluzione Adalberto richiamò tutto il suo

odio;

E Oldrado:--Ed io consento. Udite: un debole cerbiatto tanto fa che un

giorno o l'altro debba essere dilaniato da uno sparviero: ma gli può

ficcare attraverso la gola un ossicino da mettergli tanto strozzamento

da far maledire il pasto.

--Messere, Oldrado, che le azioni vostre mi permettano di chiamarvi

cavaliere!

--Vi dissi: non sono armato e mi dichiaro vassallo vostro. Volete

ricevere l'omaggio? O fuggite le pompe?

--Voglio.

--Io pure. Bonello, fatti avanti--comandò Oldrado; e il paggio che si

era fermato sulla porta, entrò nella chiesa e recò il cuscino. Il

padrone lo prese, lo depose ai piedi di uno scanno larghissimo, a

seggio baronale, e invitò Adalberto. Il quale con grande dignità

s'assise, e le parole furono poche.

--Cavaliero, riconoscete vostro signore Adalberto, conte di Auriate?

--Riconosco.

--A quale istituzione?

--Questo tocca a voi.

--Sì: e giacchè avete parlato di sparviero, sia ad instituzione collo

sparviero.

--Collo sparviero.

--Giurate.

--Giuro a messere Domineiddio.

Poi spaventoso Adalberto corse per tutto il castello, e, ghignando,

entrò nella stanza di madonna Guidinga....

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Il signore di Auriate, quando furono introdotti nella sua sala della

torre Guidello ed Ingo, si levò impazientissimo, interrogando:--E

così, araldo?

--Con la grazia somma--rispose Guidello:--io ho salve l'ossa, voi la

onoratezza di cavaliero.

--Come andò?

--Il sagrato ci parve una benedizione del cielo: spiegai il bando e

diedi l'avviso.

--Chi accorse? Venne Ugo?

--Messere sì, c'era Ugo.

--Dunque?

--Con Ugo, lo scudiero: c'erano messere Ildebrandino, messere

Aginaldo, messer Baldo, con certi uomini di facce così sinistre!... Il

chierico bisbigliò un esorcismo di tutto cuore, ed io di tutto cuore

risposi.

A questo punto anche mastro Ingo entrò interlocutore:--Cavaliero

potentissimo, mio padrone, vi dico che qui ai vostri comandi scrivo

quanti malefizi volete, ma quando tirano cert'arie ai quattro

venti....

Gridò il signore:--Dì su, Guidello.

E l'araldo:--Vi dico: vidi l'Aimone d'Oldrado, con quel ceffo di cane

rabbioso!

--Chi ti parla di scudieri?--interruppe sdegnosamente il signore:--E

chi ti dice che quelli siano a sproni d'argento?

--Messere, dico per dire.

--Parla di quei dappochi coi garzoni di falconerìa, e tieni le loro

imprese per narrare quando i miei servi stregghiano i somieri.

--Fatemi perdono.

--A un patto, Guidello: che la tua mano un dì o l'altro corregga la

scappata della lingua. Hai capito?

--Presto capito, e presto fatto con l'aiuto del mio santo protettore.

--Dunque c'era Ugo. E disse?

--Nessuno dei cavalieri parlò.

--IL bando fu pubblicato a tutte le castella?

--Messere sì.

--Senti, Guidello, tienti bene nutrito e conserva buon petto. Orvìa--e

messere prese una borsa dal tavolaccio:--La gola è asciutta: a voi.

--Ecco qui--disse l'araldo e cavò di petto alcune monete di rame, le

noverò, poi, dandone una metà al chierico che gli stava serrato alle

coste, cupido come un bracco alla ferma:--Che mi rimane?

--Ma c'è il padrone che pensa. Vanne, Guidello, chiedi a Filippuccio,

e quegli ti condurrà dove c'è mensa rizzata.

Si mosse con reverenza l'araldo, e si mosse anche il chierico.

--Ingo,--lo trattenne il cavaliero:--restate, chè ho da parlarvi.

Ingo, già stizzito per la paura, per il poco guadagno e per la tolta

speranza di una cena, fece visino sorridente, e piegò la persona a

un--V'obbedisco.

--Ho d'uopo--disse il messere:--della vostra saggezza e del vostro

buon volere.

--Se voi comandate così, mi compiaccio assai: la saggezza a pro di

ricco e nobilissimo conte, come voi, deve sempre essere accompagnata

dal buon volere di saperla così ben usata.

--L'astrologo m'è diventato un fanciullo.... Nella vostra camera voi

avete certi rotoli antichissimi di pergamene.

--Signore sì, certe disquisizioni dei latini.

--L'astrologo non sa suggerirmi.... Erano valenti questi latini?

--Oh pensate, messere, sono i maestri del mondo.

--Sta bene. Che cosa insegnarono?

--Messere, di tutto.

--E a petto di quello che dicono questi maestri nessuno sa schermirsi?

--Ai nostri tempi, no certo. Nell'abbadìa io sentii dire da frate

Giocondo che noi siamo più rozzi degli ungari, e so che cinque frati

altro non facevano tutto l'anno che copiare certi e certi codici

sbiaditi di Cicerone che valevano un archivio e mezzo: e tanto mi

raccontò l'abbate, che appresi l'arte della lettura per desiderio, poi

quella della scrittura, ed ora vi dico che mi lagno d'avere soli due

occhi che bastano a leggere poco, e vorrei che ci fosse un inchiostro

d'oro fino stemperato per potere con quello scrivere certe sentenze

antiche, le quali sono la magnificenza istessa di Salomone.

--L'astrologo non sa suggerirmi.... Ingo, dite, e i greci?

--I greci furono popolo artistico e coltissimo.

--Avete rotoli vecchi di quelli?

--Messere, se vorrei averne! Ci fu Platone che scrisse degli Dei, come

se li vedesse, ci fu Aristotele che disse tanto dell'anima, quanto un

dottore di santa madre chiesa, ci fu Socrate che morì, bevendo il

veleno con tanta filosofia....

--E non sapeva farlo bere agli altri?--interruppe Adalberto, così

mostrando la sua intenzione.

--Socrate era filosofo stupendo. Se vorrei averne di quei rotoli! Ho

solo un discorso che è un pozzo di sapienza! Se lo vedeste! Un

manoscritto che mi costò un anno di lavoro nella cella, ma riuscì così

nitido, così corretto, a facciuole di santi e di beati, che sono cose

da mettere su un altare, se quel sommo non fosse pagano, e l'anima

dannata, com'è!

--Non sapevano farlo bere agli altri!--risolse Adalberto:--Ingo, io

vorrei un greco, un latino, o un dimonio che fosse diverso da quel

vostro filosofo stupendo.

--Ho capito.

--L'astrologo è diventato un fanciullo. E perchè non vi abbiate a

pentire, Ingo, d'avere due soli occhi, vi do di che allegrarli a

sazietà: queste le sono monete d'oro: ma l'oro non stemperatelo in

inchiostri per onorare di fregi le chiacchere disutili dei morti,

tenetelo per, voi che siete vivo. Avete capito?

--Ho capito!

Ugo: Scene del secolo X · 第 7 / 18 题