E non so cos'altro mi sarebbe venuto sotto la penna, ma mi padroneggiai
subito e dissi: qui ci dee essere un malinteso, e stracciai la carta.
Vidi che quella gente stava lì per sentirmi, e dissi poche parole col
cuore, e mi batterono le mani e le facce si rischiararono. Ora sono
stanco, conchiusi, domani voglio vedere tutti gli elettori qui. E
andai a casa Franciosi. Il bravo sindaco[22], che mi avrebbe voluto in
casa sua, storse un po' gli occhi, ma comprese il mio pensiero e mi
accompagnò.
Mi venne incontro per le scale Michelangiolo, vecchio amico di casa,
mio collega al Consiglio provinciale, e che già un'altra volta mi
aveva offerta ospitalità. Mi si diceva che quella casa era divenuta il
covo dei miei avversarii, e non credevo possibile ciò e mi pareva cosa
contro natura. Abbracciai lo zio don Vincenzo, un vecchio giovanile,
faccia arguta, mente fresca, gravida di motti e di fatterelli, che
scoppiettano fuori ad ogni tratto. Voi avete lasciato male amministrare
il vostro nome, disse lui. E dunque, eccomi qua, diss'io, ora sono io
che lo amministro. E pensai: don Vincenzo è già conquistato. Ma che!
Mi scappa di sotto al discorso, e mi parla del sonetto. Che sonetto?
diss'io.
--Come che sonetto? Quel tale sonetto che era così bello, e voi
trovaste brutto! E la bella ragione! Brutto perchè lì dentro ci è
Cupido con le ali.
--Tientelo dunque caro questo sonetto, amico mio, e anche Cupido, se ti
piace.
--Ma io l'ho capita! Si vede che siete un romantico.
--Questo ti hanno detto? E ti hanno detto pure che io sono un ateo.
--Questo poi, te la vedrai con l'arciprete. Ma sei un romantico ed io,
io sono un classico.
Don Vincenzo era tutto contento. Quel sonetto era come qualcosa che gli
era restato sullo stomaco, e che ora aveva ruttato fuori. Si sentiva
come sgravato.
--Ora, fate il vostro comodo, disse. La vostra stanza è la. Sapete che
è casa vostra.
Rimasi solo. E mi affacciai subito. Era dinanzi a me una larga distesa
di cielo. Mi parea vedere lontano il Vulture, con la sua cima nevosa,
fiammeggiante un giorno, e con le spalle selvose, onde si stende quel
bosco infinito e quasi ancora intatto, che si chiama Monticchio[23].
Qui è tanta poesia, dicevo, e costoro pensano a Cupido con le ali. E
ricordai questo bel sonetto sul Vulture, che ispirato da quei luoghi
improvvisò Regaldi[24].
«Ah! dimmi, o sepolcral muta fornace,
O monte carco di vetusta lava,
Da quale età nel grembo tuo si tace
L'incendio che terribile tonava?
Sin dall'alba de' tempi il capo audace
Coronato di fiamme al ciel s'alzava,
E all'uomo tratto sul cammin fallace
Dello sdegno del Nume ognor parlava.
Ma forse allora che un immenso flutto
Travolse l'erbe, in te si estinse l'ira
Per la pietà dell'universo lutto;
Ed ora l'erbe e i fior manto ti sono,
E l'aer dolce che d'intorno spira
Parla all'uomo di pace e di perdono».
Se togli via quella sottigliezza del monte impietosito innanzi al lutto
dell'universo, qui tutto è caldo e incosciente, come la natura, tutto
venuto fuori di un getto, con un po' di negligenza che ti rende più
viva l'immagine di una produzione spontanea, su di cui non è passata
la lima. O buon Regaldi, voluto tanto bene da noi meridionali, accolto
sempre con festa come di casa nostra, faccia aperta, fronte ispirata,
allegria di tutt'i cuori!
E andavo e riandavo per le stanze, accompagnando co' passi e co' gesti
i miei pensieri, quando sentii gente nel salotto e uscii.
C'era il sindaco e parecchi altri, che con delicato pensiero venivano
a visitarmi in una casa non loro amica. E c'era l'arciprete[25],
e il teologo[26] mio parente, e Carlo, figlio di don Vincenzo, e
giovane sposo. E chi più? Nessun altro, credo. Ah! dimenticavo prete
Pio[27]. Qui siamo tutti amici, pensavo. Dove stanno rintanati i miei
avversari? Sono in casa loro amica, e non vengono a farmi visita. Un
po' di gentilezza non è poi gran male, mi pare.
Ed ecco sopraggiungere quei di Rocchetta, che venivano a congedarsi da
me con un muso asciutto, come volessero dire: ve l'avevamo pur detto,
Lacedonia è tutt'altro. Ero così preoccupato, che appena strinsi loro
la mano, e non pensai a ringraziarli del molto affetto che mi avevano
mostrato.
Ridotti soli, scherzai con Carlo, augurandogli belli figli maschi, e
soprattutto gentili. Rotto il ghiaccio, confessò ch'egli m'aveva votato
contro.--Tu, proprio tu? Mi pare ancora vederti con quel tuo turbante,
che ti chiamai un turco, e mi dicesti tante cose amabili. O dove è ita
la tua amicizia?--Mi giustificherò, dirò le mie ragioni e quelle di
molti altri.--Ma, caro, nessuno ha bisogno di giustificarsi. Non venni
qui ad accattar voti, a sentire giustificazioni. Non mi tengo offeso
da chicchessia. Tutti dite che ci è stata una votazione per equivoco.
Vengo a toglier l'equivoco.
Qui prese la parola l'Arciprete, una mia conoscenza di quaranta anni
indietro, molto stimato per il suo carattere e la sua dottrina.
Disse in conclusione che tutti mi avrebbero dato il voto, se avessi
manifestate le mie intenzioni a tempo. Foste l'anno passato qui: perchè
non vi apriste? Il vostro nome fu lanciato all'ultima ora, e parve
una manovra di partito, e non fu preso sul serio. I vostri fautori
sembra che avessero meno affetto per voi che odio verso il vostro
competitore[28], il quale è poi--una persona rispettabile.
Qui saltò a dire l'impaziente sindaco: E chi vi ha detto che gli
abbiamo mancato di rispetto?
Sì--No--Le voci s'ingrossarono. Ne venne un battibecco.
E il teologo, mio parente, rideva. Gli altri chiacchieravano, egli
rideva di un riso falso che mi dava a pensare più di un suo discorso.
Quel riso pareva una cosa e ne voleva dire un'altra. Pareva una
spensieratezza, ed era un sarcasmo. E voleva dire a me che attento
ascoltava: povero semplicione, tu stai così attento alla scena, che non
dice nulla e ignori il dietroscena che dice tutto.
In effetti, da quel vivo scambio di parole veniva fuori come un lampo
di una storia secreta d'interessi e di passioni ordita da intelligenti
artefici per un par d'anni e che io con molta semplicità credevo di
poter disfare in mezz'ora a furia di parole. E il teologo rideva.
Carlo pretendeva ch'io era ineleggibile: questa voce era stata
insinuata in tutto il collegio. Ed io a rispondergli e a mostrargli
ch'era un cavillo. Ed ecco l'arguto don Vincenzo sostenere che nessun
collegio si può dire nativo, perchè il deputato rappresenta tutta
l'Italia. Ed io a dirgli, o gran bontà! che di questo passo si andava
a quel cosmopolitismo, che aveva perduta l'Italia. E il sacerdote Pio,
con quel suo mezzo riso, che annunzia una ironia intelligente, ribattè:
«voi volete un partito De Sanctis, e un partito così fatto non c'è.
Qui c'è due partiti provinciali e comunali e voi portate la bandiera
dell'uno contro dell'altro». Ed io volevo rispondergli tante cose, ma
il teologo rideva, rimasi muto.
Ecco rientrare il sindaco con un telegramma in mano. Una grossa
notizia, signori. Don Serafino è passato a sinistra.
Ooooh!
E il Comitato di Sinistra appoggia Don Serafino contro De Sanctis![29].
Ooooh!
Il sindaco andò via. Bugia, bugia, gridarono. E il teologo non rideva
più, anzi con faccia sdegnosa mi si avvicinò, malmenando il sindaco, e
che non doveva leggere quella _cartoffia_, e che l'era una impostura,
e che queste cose non si fanno. Pareva una calunnia al buon Serafino.
Non concepivano, come nella stessa elezione e agli stessi elettori
lo stesso candidato potesse recitare due programmi diversi. Le menti
erano scombussolate. Fino il padrone di casa, il bravo Michelangiolo,
che se ne sta sempre vicino al foco, e temendo di raffreddarsi sta
sempre raffreddato, lui che dice sempre sì, con quel certo movimento
da sinistra a dritta della faccia che significa: è naturale, la cosa
è così; questa volta, attirato nel salotto dalla grossa notizia, fece
pure il suo oooh! allungando il naso, che in quel viso macilento parea
già lungo.
Io me la godevo, io di tutti il meno sorpreso, perchè se ignoravo
il dietroscena di Lacedonia, conoscevo perfettamente il dietroscena
di Napoli. Sapevo di quella giravolta a sinistra, _sub conditione_,
proposta e accettata, e la condizione era un «_faremo ritirare De
Sanctis_» e ridevo, perchè quei signori, proponenti e accettanti,
facevano il conto senza l'oste, e l'oste ero io, principale
interessato. Sentivo dunque quelle esclamazioni con un certo piacere,
perchè in quelle impressioni immediate vedevo rivelarsi quel buon
sentimento naturale, che anche i più prevenuti conservano in qualche
piega dimenticata del cuore, e che scatta fuori improvviso in certi
momenti.
È impossibile! è impossibile!
Ma ecco entra di nuovo il terribile sindaco, e questa volta col
giornale _Roma_ in mano. E lesse. Tutti gli occhi erano sopra di lui.
E lesse la famosa sentenza co' debiti _considerando_ di alcuni miei
colleghi del Comitato, e la famosa dichiarazione del mio rispettabile
competitore. Il telegramma era confermato.
Ed ora, buona sera, disse il sindaco, come volesse dire: Ne avete
abbastanza? Tutti si guardavano.
--Dunque è vero, proprio vero? disse il teologo.
--Ed ora che è a Sinistra, che bene ci può fare più? notò un ingenuo.
--E il sottoprefetto, come può appoggiarlo? Costui si è rotto le gambe.
--Adagio, interruppe Carlo. Forse questa dichiarazione è falsa, e sarà
una nuova gherminella de' suoi avversarii.
Ma non fu di questo parere il degno arciprete, fatto grave e pensoso.
E conchiuse: questo prova sempre più la verità di quel detto, che
l'ambizione acceca.
Signori, è pronto in tavola, disse tutto teso un cameriere. E questa fu
la conchiusione migliore. Alcuni andarono a pranzo dal sindaco; altri
rimasero con noi.
La sera scrissi lettere ai sindaci, annunziando il mio arrivo a
Bisaccia per il dì appresso, e a Calitri per l'altro dì.
Intanto si popolava il salotto. Erano i soliti. I miei avversarii
rimanevano invisibili. Mi si riferivano certi loro motti graziosi,
questo tra gli altri: Loro hanno sparato i mortaretti, e noi spareremo
i cannoni.
--Per celebrare che? diss'io.
--Non sapete? Attendono l'arrivo di un personaggio illustre, con
corteggio di molte carrozze. Qui ci sarà mezza Avellino.
--E chi è questo illustre?
--Ma voi non sapete nulla! Il prossimo ministro dell'interno[30], come
si è fatto qui correr voce.
Il fatto è che io sapevo tutto, informato a Napoli di queste velleità
e di queste voci. E dissi ridendo al sindaco di Morra[31], che mi era
accanto, mio compagno di viaggio: «Signor sindaco, io tiro innanzi, voi
rimarrete qui. E se viene, non fate come gli avversarii: andate tutti
a fargli visita, e ditegli: De Sanctis è stato qui e ci ha incaricato
di farvi gli onori di casa sua e di dirvi che nessuno ha il diritto di
togliergli la patria».
Ma non verranno, disse il sindaco, immagino che muso quando sapranno
che in Lacedonia ci siete voi.
Verranno e non verranno. I sangui si scaldavano.
--Ma che? Credono gli elettori sieno pecore?
--E cosa è questo Comitato, che vuole imporre a noi?
--E chi vuol togliere la patria a Francesco De Sanctis?
--E se vengono, e voglion parlare nella casa comunale senza mio
permesso, vi dico che li farò cacciar via da' carabinieri, conchiuse il
rigido sindaco di Lacedonia.
Io abbassavo lentamente tutt'e due le mani, come per calmarli. A poco
a poco andaron via, e ultimo il sacerdote Pio con quel suo mezzo riso
mormorava: qui ci sarà mezza Avellino.
Rimasto solo, passeggiavo per lungo e per largo nel salotto. Che andare
a letto! Il cervello fumava come il mio eterno sigaro. Non avevo
dormito che poche ore a Rocchetta. Ma il sonno se n'era ito. E lo
spirito sostentava il corpo.
Fumavo e fantasticavo.