Angelica mancava, quasi sempre, agli appuntamenti. Talvolta, alla sera,
offrendogli una tazza di thè, gli diceva, in fretta, sottovoce: «Domani,
alle due.»
«Certo?» domandava lui, già deluso varie volte.
«Certo: non ne dubitate.»
E avendo fede in quella parola, la notte, la mattina seguente, di quella
parola viveva.
Venivano le due: ella non veniva; egli cominciava per credere a un
ritardo, pazientava, non si levava dal suo posto, per andare sino al
balcone. Poi lo vinceva la incertezza: e infine, come calava la sera, in
quel soave mese di maggio, egli perdeva ogni speranza, si abbatteva in
un accasciamento.
Quando la rivedeva, bella, serena, rosea, senza una preoccupazione al
mondo, amabile con tutti, prodiga di amabilità, un grande rancore misto
di tenerezza, di rimpianto, gli si affondava nell'animo.
Giammai, giammai ella avrebbe saputo la misura del suo amore e delle sue
sofferenze. Ella non si scusava o lo faceva con una parolina vaga, detta
fuggendo, con una intonazione di voce, con un discorso fatto a un'altra
persona, dove raccontava le infinite noie della sua giornata — ed era
sempre un concerto, una conferenza, una visita agli asili, una funzione
pubblica, noiosa o inutile, che glielo avevano impedito.
Così, l'amarezza di Sangiorgio cresceva, vedendo quanto poco gli
appartenesse quell'anima, ma ella gli versava, in tutta la serata, la
dolcezza di certe occhiate velate, ella lo teneva sotto la lucentezza
blanda del suo sorriso, gli domandava un libro, o il suo ventaglio, o il
suo fazzoletto con tanta mitezza di voce, insomma ella era per lui così
femminilmente beatificante, che alla fine della serata egli era vinto:
nella sua debolezza, mentalmente, le chiedeva perdono di averle serbato
rancore.
Ma, ogni tanto, ella si rammentava del povero solitario che l'aspettava,
chiuso in una casa, in quella primavera crescente, che era così dolce
godere per le vie di Roma e per le sue ville e pei suoi colli fioriti.
Ella capitava a Piazza di Spagna, improvvisamente, in un'ora imprevista,
la mattina alle dieci, alle sette della sera, quando egli era per
uscire, non aspettandola più: una volta, con una di quelle lunghissime
piogge di maggio fra i primi lampi della elettricità estiva, elle venne.
Così, per il suo arrivo imprevisto, donn'Angelica dava sempre una scossa
profonda all'anima di Sangiorgio: egli non si poteva abituare a quelle
visite, fatte quando non aveva più speranza di riceverle, quando era
immerso nell'abbattimento della delusione o in quell'ebetismo che hanno
gli esseri assorbiti da un sol pensiero; la sazietà non arrivava per
lui, poichè ogni nuova apparizione di donn'Angelica gli sembrava una
grazia singolare, una gemma del suo tesoro spirituale. E quando ella
veniva, in quel primo minuto di consolazione, la fastidiosa, crucciante
piaga dell'aspettazione inutile si guariva miracolosamente, l'uomo
contristato, sofferente, ammalato, risorgeva, come Lazzaro evocato dalla
tomba dalla forte voce di Gesù.
Tutto preso dalla sua amorosa realtà, egli si scordava di quello che
aveva sofferto per la sua amorosa visione: e nel cospetto dell'amata,
egli non sapeva che adorarla, che inginocchiarsi innanzi a lei, baciarle
le mani, umilmente, ringraziandola d'essersi ricordata di lui, come il
cristiano che dopo un periodo di travagli, sopportati senza mormorare,
batte la fronte sulle pietre della chiesa per una piccola grazia
ottenuta. E donn'Angelica rimaneva al posto dove l'amore di Sangiorgio
l'aveva elevata, dove ella sapeva restare con la sua forza di
temperamento e di carattere, una nicchia alta e solinga, inarrivabile,
inattaccabile, tabernacolo di virtù e di purità, donde ella poteva
degnarsi di abbassare gli occhi su colui che l'amava, poteva
sorridergli, tendergli le mani, lasciarsi baciare l'orlo dell'abito,
divinità pietosa, senza che però nessuna di queste degnazioni le
offuscassero menomamente l'aureola, senza che la pietà arrivasse mai a
umanizzarla, a femminizzarla. Quanto veniva da lei, era una grazia;
dalle sue mani piovevano rose; ella portava con sè la felicità. Niente
altro ella doveva fare che esistere, apparire, sorridere, scomparire:
questo ella faceva.
Sicchè la personalità di Sangiorgio sempre più scompariva. Angelica non
si occupava di quello che egli avesse pensato o sentito o sofferto,
mentre ella non era venuta; non gli chiedeva nulla di lui, delle sue
ore, delle sue occupazioni, dei suoi desiderii; non aveva nessuna
curiosità di conoscerlo. Gli dava del _voi_, era questa la sola
familiarità; lo chiamava Sangiorgio, poichè quel nome di Francesco era
troppo volgare, troppo antipatico: e lui che sentiva questa volgarità e
quest'antipatia, se ne doleva, ma non osava pregarla di chiamarlo per
nome.
Seduta accanto a lui, guardando la grande croce di velluto nero che
tagliava la stoffa di broccato giallo, con una vivacità e nello stesso
tempo con una cupezza di tinta passionale, ella si piaceva di parlargli,
lungamente, lungamente, vedendo l'estasi con cui egli l'ascoltava.
Angelica obbediva a quel continuo bisogno di espansione che hanno le
donne, per le piccole e per le grandi cose; a quella necessità di sfogo,
che butta tante donne sui gradini di un confessionale, che crea tante
amicizie fittizie con altre donne, che fa loro ricercare un confidente
anche in un uomo, nulla curandosi dell'effetto di queste confidenze.
Quanto ella aveva da dire, ella ridotta a un continuo silenzio, dalle
preoccupazioni politiche, dall'età, dal natural carattere ironico di don
Silvio! Quanto ella aveva da dire, ella a cui la posizione di suo marito
proibiva di legarsi in amicizia con nessuna donna del suo mondo! Ed
ecco, ella aveva trovato un confidente, il migliore dei confidenti,
sempre felice di ascoltarla, sempre pronto a darle ragione, sempre
disposto a compatirla, sempre disposto ad ammirarla, sentendo nelle sue
parole il suono e il motto, il senso aperto e la intenzione, quello che
essa diceva e quello che essa pensava; egli era l'interprete migliore,
quello che le donne cercano, l'uomo che tutto vuol sapere, la cui
curiosità è insaziabile, che intende tutto, che è indulgente per tutti i
piccoli torti, che trasforma e glorifica le più piccole virtù, che fa di
una parola una poesia, di una frase una emozione e di una bontà un
eroismo, — l'uomo che ama.
Seduta accanto a lui, nella pace di quel salotto profumato di fiori, fra
i molli colori e le pieghe ricche, profonde, persuaditrici d'intimità
delle stoffe, fra quella bizzarra intonazione di oggetti esotici,
perduti gli occhi in un punto luminoso, d'oro, di un tessuto, ella gli
parlava di sè, del suo cuore, delle ineffabili tristezze che niuno
doveva sapere, che _lui_ sapeva, delle piccole gioie spirituali, i brevi
godimenti che si narrano solo a sè stessi o alla più intima persona.
La delusione di Angelica, dopo il matrimonio, non era stata improvvisa,
ma graduale, continua, discendendo ogni giorno di più, per una via di
piccole amarezze, sino alla indifferenza e alla solitudine; le oneste
speranze di felicità coniugale, i bei sogni puri di amore lungo e
tranquillo, la fiducia di un'anima leale, si erano frantumati,
sgretolati, miseramente, contro la grande, ardente, egoistica passione
di don Silvio: la politica. Non era la catastrofe di un minuto solo, la
immensa catastrofe che atterra, ma da cui si solleva, per forza
naturale, l'anima forte: era lo stillicidio quotidiano che scava, che
scava, che fa solco, che consuma finanche la durezza e la freddezza
della pietra.
Molto aveva da narrare donn'Angelica, per fare la storia della sua
vedovanza spirituale: e la lagnanza, infinita, variava musicalmente su
tutti i toni della malinconia.
Non accusava apertamente, ella, no: non una parola di violenza,
d'ingiuria, le usciva dalle labbra: ma tutto quello che diceva era una
recriminazione dolente e semplice, era la storia di una oppressione
crescente e schiacciante, raccontata con una grande delicatezza di
parole, ma con un senso interminabile di mestizia.
Egli ascoltava, Sangiorgio: e vedendola immersa in quella storia, così
presa da quella che era stata la lenta sciagura del cuore, non aveva il
coraggio d'interromperla mai, non osava neppure dirle quanto l'avrebbe
adorata, se il destino gli avesse concesso il supremo bene di averla per
moglie.
Avidamente, egli raccoglieva, da quelle labbra adorate, i dettagli,
minutissimi, di quelle piccole angosce quotidiane, fremendo a ognuna di
esse, sentendo quello che essa aveva sentito: egli s'impregnava di
quella storia, che quasi quasi diventava la sua, dove sempre più si
perdeva la sua individualità: quando ella, eccitata dai propri racconti,
vedendo il pallore e la emozione di colui che l'ascoltava, arrossiva e a
stento frenava le lagrime, egli provava, per ripercussione, la stessa
sensazione.
Più in là di lei, egli andava in un solo sentimento: donn'Angelica non
odiava don Silvio, ella non sapeva odiare, ma era uscita per sempre dal
suo cuore, ella non poteva amarlo, poichè egli non aveva saputo amarla,
ella non poteva rispettarlo, poichè a troppe transazioni, a troppe viltà
costringe la passione politica, — ma non l'odiava, no, gli era
indifferente. E diceva questa piccola frase della indifferenza con tanto
distacco freddo, con una così glaciale semplicità, che Sangiorgio ne
rabbrividiva di paura, pensando che forse quella frase che uccide si
potesse applicare a lui.
Ma egli andava più innanzi di Angelica, egli era uomo e odiava don
Silvio, come tutti coloro che amano veramente. Egli lo odiava
cordialmente, in tutte le forme, materiali e morali, come un nemico e
come un uomo cattivo, come un rivale fortunato e come un essere
spregevole, lo odiava al punto da desiderarlo vinto, avvilito,
insultato, disonorato, morto. Egli gli aveva presa donn'Angelica: egli
ne aveva inaridita l'anima, l'aveva resa delusa e incapace di nuove
illusioni, infelice e diffidente della felicità, non l'aveva amata e le
aveva tolta la facoltà di amare; egli, egli aveva ancora in suo potere
Angelica. E Sangiorgio odiava don Silvio, questo marito, con la collera,
la gelosia, il disprezzo e la ingiustizia dell'amante che ama veramente.
* * * * *
Ma non solo questo narrava donn'Angelica, in quelle visite a Piazza di
Spagna: con quella ingenuità infantile delle donne che ignorano il
peccato, con quella incosciente, ma pericolosa lealtà che rassomiglia
tanto alla provocazione e alla civetteria, ella si abbandonava a quelle
confidenze picciolette di sensazioni, di usi, di consuetudini, di gusti
che formano la base della vita femminile.
Sangiorgio conosceva, ora, minutamente, tutta la giornata di
donn'Angelica: a tutte le ore, chiudendo gli occhi, egli si poteva
figurare quello che facesse, tante volte ella gli aveva narrato le
occupazioni predilette.
Malgrado andasse tardi a letto, ella si alzava presto la mattina, per
abitudine giovanile di settentrionale che mai aveva potuto smettere:
niuno entrava in camera sua, neppure la cameriera. Angelica ci teneva
che nessuno penetrasse nel suo nido dove ella aveva pensato, sognato,
dormito, nella notte: non gli pareva a lui, Sangiorgio, che la stanza da
letto fosse un sacrario, dove nessun profano dovesse penetrare? — Sì,
gli pareva bene, ella faceva benissimo, — rispondeva lui, turbato assai,
con un calore che gli mordeva lo stomaco. Donn'Angelica non si lasciava
pettinare e vestire dalla cameriera che quando andava ai balli: ella
odiava quelle mani servili affaccendate attorno al suo corpo; quel
chiacchiericcio volgare, quel contatto delle dita coi suoi capelli, le
urtavano i nervi, la disgustavano: per molto tempo, da giovanetta,
dandole fastidio, nel pettinarsi, la lunghezza delle trecce, ella le
aveva fatte tagliare, portando i capelli corti, la zazzerina riccia e
bruna di un'adolescente.
Un giorno, mentre parlava di ciò, sottovoce, come in sogno, Sangiorgio
la pregò umilmente di sciogliersi i capelli, non ne aveva mai vista la
lunghezza: ella disse di no, semplicemente, non avrebbe mai avuto tempo
di riacconciarseli, ci voleva un'ora. Egli la pregò di nuovo, invano:
glielo promise per un altro giorno, quando avesse avuto più tempo da
restare.
Dopo l'acconciatura, donn'Angelica passava un paio d'ore nel suo
salottino, accanto alla sua stanza, leggendo, suonando, scrivendo,
sempre sola.
Ella rispondeva alle sue amiche di lassù, alle persone che le dirigevano
delle suppliche, alle raccomandazioni: ella scriveva rapidamente, sempre
sulla carta bianca, senza emblemi, senza motto, senza cifra: tutto
questo, che le altre donne prediligevano, le sembrava una chincaglieria,
una volgarità.
Egli la pregò, un giorno, di scrivergli qualche cosa sopra una carta, un
rigo solo; non aveva mai avuta una parola scritta da lei: ed ella lo
avrebbe fatto, forse, ma Sangiorgio girò inutilmente pel quartierino,
non trovò nè un calamaio, nè una penna, nè un foglio di carta, — in
quella casa destinata all'amore, logicamente, mancavano le cose
destinate allo studio, agli affari, a tutto quello che non è l'amore.
Ella osservò, sorridendo, che egli non scriveva mai dunque? No, non
scriveva mai, amava soltanto: e Angelica, sempre sorridendo, gli fece
cenno di tacere, non voleva udir parlare di questo, non sarebbe più
tornata, se continuava.
E le adorabili, provocatrici confidenze continuavano: alle undici e
mezzo don Silvio e donna Angelica si ritrovavano per la colazione.
Ella aveva sempre molta fame, la mattina; come tutte le persone sane e
giovani ella avrebbe amato di stare con un essere giovane e allegro come
lei, chiacchierando, ridendo, in quell'ora lieta del giorno: ma don
Silvio era sempre livido, in quell'ora, di collera o di noia mattutina,
non aveva mai fame, la febbre della politica gli rodeva il fegato e lo
stomaco, e sempre leggeva giornali, lettere, scriveva a tavola, come nel
suo salone di palazzo Braschi, come alla Camera, come dappertutto.
Oh, ella preferiva alla compagnia di quel magro, vecchio, ostinato
divoratore di giornali, di lettere, di telegrammi, che lasciava
raffreddare sul piatto la sua costoletta, che dimenticava di mangiare le
frutta, nel primo accesso giornaliero del suo morbo, ella preferiva la
solitudine, col sole che si allungava sulla tovaglia, col suono di un
pianoforte poco lontano, col ronzìo di qualche moscone nel meriggio che
si faceva caldo. E presa da un capriccio bizzarro di donna virtuosa,
ella proponeva a Sangiorgio di andare, una mattina, presto, col sole, in
campagna, in una di quelle piccole osterie, dalla terrazza coperta di un
pergolato, dove la vite si arrampica, a far colazione insieme, come due
scolari che hanno marinata la scuola.
«Ma perchè mi tormentate, perchè mi dite questo?» le chiedeva lui, con
un dolcissimo rimprovero.
«Vi tormento io?...»
«Voi non ci verreste mai...»
«Ci verrò, ci verrò...» mormorava lei, vagamente, sorridendo ancora al
suo sogno infantile.
Dopo colazione, alle due, donn'Angelica cominciava la sua vita di
ministressa, di donna che si deve al pubblico, le corse pei magazzini,
le compre: ella amava i vestiti semplici, il nero era il colore che
preferiva. Anche lui, Sangiorgio, preferiva il nero, così l'aveva vista
vestita la prima volta, alla stazione, il giorno in cui era arrivato a
Roma.
Poi venivano: tutta la parte femminile della politica, le visite fatte e
ricevute, le commissioni di patronato, le associazioni di carità, i
concerti di beneficenza, i ricevimenti diplomatici, le inaugurazioni, le
conferenze, le premiazioni, tutta questa roba noiosa, lunga, senza
causa, esteriore, vernice lucidissima sopra il cartone, ossequio fatto a
Sua Eccellenza, nulla per sè, nulla per lo spirito: ella odiava tutto
questo; oh, come sarebbe stata felice di essere la moglie di un uomo
tranquillo, intelligente, che la febbre della politica non divorasse, a
cui il potere sembrasse una ignobile burletta, a cui l'esser ministro
paresse quello che è, il passaggio da giudice a imputato, il banco dei
colpevoli!
«Moglie vostra, Sangiorgio,» soggiunse.
«Oh Angelica!...» disse lui con un accento singolare.
Ma ella non intese nulla. Gli rivelava tutta la sua vita, gli diceva
tutto. Sangiorgio la conosceva: ma ella non conosceva Sangiorgio.
* * * * *
E un mutamento avveniva in ambedue. Angelica si assuefaceva oramai a
queste visite, essa veniva spesso, disinvolta, come se capitasse a un
ritrovo di amiche: neppure un'ombra di emozione, neppure il minimo
imbarazzo. Sangiorgio ne interrogava il viso, ogni volta: era sereno,
senza che lo turbasse nè paura nè vergogna.
Veniva, si sedeva, come in una casa qualunque, non un palpito nella
voce, non un tremito nella mano, nulla della donna che commette
un'azione furtiva, nulla che indicasse l'inganno fatto. Oramai ella non
trovava più difficoltà a venire, le pareva una cosa semplice, naturale;
capitava sempre, fra due visite, usciva dalla Camera, andava
dall'ambasciatrice di Russia, era venuta per un momento, un momento
solo, prima di salire all'ambasciata; capitava fra due affari, uscendo
dalla sua sarta che era in Piazza di Spagna, per andare da Janetti a
comperare un oggetto e veniva a chiedere il consiglio di Sangiorgio
sopra un vestito, sopra uno scrignetto del Rinascimento. Una volta,
crudelmente, comparendo, gli disse:
«Son passata di qui, per caso; ho pensato che forse eravate in casa,
sono salita...»
Un'altra volta egli era dietro ai vetri, guardando nella piazza, temendo
di aprire per non farsi riconoscere, soffrendo del caldo: ella passava
per la piazza, col suo bel passo ritmico, guardando le botteghe e i
viandanti. Egli trabalzò, avrebbe voluto chiamarla, gridare, per farla
venir su, ma non ne ebbe il coraggio, gli mancò la voce: ella se ne
andava, se ne andava, senza voltarsi: a un certo punto, ella parve
ricordarsi, si voltò, dette un'occhiata a quei balconi del primo piano,
vide dietro i vetri quella faccia pallida e ardente, sorrise, tornò
indietro, salì su, come quando si va da un'amica, che si è vista sul
balcone, — crudelmente, crudelmente. Quei convegni con un uomo che
l'amava, in una casa appartata, in un salotto dove nessuno poteva
penetrare, non avevano per lei nessun sapore di colpa, di tradimento.
Erano un'abitudine. Gli stringeva la mano come se lo incontrasse in una
passeggiata; si faceva riabottonare il guanto, come in una festa da
ballo; lo guardava francamente, negli occhi, come quando egli era nel
salotto dell'Apollinare; gli parlava di cose profonde o di cose frivole,
egualmente, come capitava; gli dava da leggere le lettere che si trovava
in tasca; lo consultava sugli affari di famiglia; si era familiarizzata,
come da amico ad amico, senza parlar mai più dell'amore, senza pensarvi
più, con una franchezza ingenua e feroce.
Non così Sangiorgio. Quella familiarità continua, quelle confidenze
intime, quei colloqui solitari, in una stanzetta calda, con la bella
signora del suo cuore, quella mano che ella gli lasciava baciare, quel
braccio che si appoggiava così mollemente sul suo, quei capelli
ondulanti sulla fronte che ella gli lasciava accarezzare; tutta questa
umanità muliebre penetrava nel suo sangue e nei suoi nervi, rievocandone
la forza e la gioventù.
Era un uomo, infine: e quando quel viso adorato si piegava sul suo,
vicinissimo, per dirgli qualche cosa; quando sentiva l'odore di quei
capelli salirgli al cervello; quando quel corpo sottile si arrovesciava
sulla poltroncina sotto l'impeto di un singhiozzo, o per la scossa di
una fresca risata; quando quella fronte bianca s'inchinava sotto il peso
di una preoccupazione, — egli era lì lì per prendere Angelica nelle
braccia, dolcemente, furiosamente, ma tenacemente.
Troppo la divina immagine era diventata buona, familiare, amichevole,
perchè egli non sentisse la donna in lei, con tutte le sue attrazioni,
con tutte le sue seduzioni; troppo vivevano insieme, soli, sicuri,
perchè egli restasse sempre il cristiano che adora passivamente; troppo
era vero e grande l'amore suo, perchè non mirasse, finalmente, ad avere,
tutta sua, quella donna.
Invano egli voleva scacciare quella tentazione, richiamandosi all'anima
i primi dolci tempi purissimi, quando l'amore fluttuava nei campi
dell'idea e del sentimento: che anzi, troppo grande essendo stata la
dedizione, ecco, adesso era impossibile levarsi Angelica dal sangue e
dai nervi.
Invano, invano: l'assorbimento dell'anima, assoluto, buddistico, di
cinque mesi, aveva portato con sè anche l'assorbimento di un solo
desiderio; il temperamento robusto, sobrio, semplice, invano usciva da
quella contemplazione spirituale, non sapendo volere altro. Ed erano
lotte quotidiane per non far leggere la verità ad Angelica negli occhi
desiosi, per non farle intendere il tremito delle labbra desiose, per
impedire alle braccia desiose di stringerla in un abbracciamento. Era
uomo, infine: e combatteva con la disperazione interna tanto della
vittoria quanto della sconfitta. La dolce donna gli sorrideva, accostava
il suo viso a quello di lui, gli parlava sottovoce, inconscia, crudele e
innocente: egli soffocava, chiudeva gli occhi, come se si sentisse
perduto. Aveva promesso, aveva promesso: ma ella, perchè non intendeva?
Ma non era donna dunque? Ma perchè giocare con quel cimento? Aveva
promesso: ma era un uomo, non poteva durare a quella lotta. Come non
capiva Angelica? Non avrebbe mai capito? Fino a quando sarebbe durata
quella croce? Ecco, il tormento era superiore alle sue forze, tenerla
accanto, bella, giovine, amata, nel silenzio, nella solitudine, — non
poteva no, mancare alla sua promessa, ma glielo avrebbe detto, gli
risparmiasse questo calice, lo abbandonasse, non venisse più...
Era un giorno di giugno, quand'ella, parlando di un'acconciatura di
capelli, si ricordò di avergli promesso di fargli vedere disciolti i
suoi.
«No, no,» mormorò lui.
«E perchè?» chiese ella, ingenuamente.
«Mi farebbe male.»
«Male?»
Nulla egli rispose: ella ridendo si tolse il cappello, cavò via tre
forcinelle bionde, il pettine di bionda tartaruga e scosse i bruni
capelli per le spalle, ridendo ancora, come una bimba che fa un giuoco.
«Come son belli, come son belli!» diceva egli con voce semispenta,
pigliandone ogni tanto una ciocca, e baciandola.
«Si può entrare in camera vostra, per acconciarsi?» diss'ella, balzando
in piedi, tutta rosea e fresca sotto quel manto.
Non era mai entrata lì dentro, non ne aveva mostrata la curiosità: ma
ora non aveva neppure aspettata la risposta, era già entrata, familiare,
confidente, senza sospetto. Pure era rimasta colpita innanzi a
quell'azzurro listato di argento, così serio e così amoroso nel medesimo
tempo. Si passava fra i capelli il pettine biondo, macchinalmente, senza
guardarsi nello specchio _Pompadour_, come se pensasse a tante cose mai
pensate. Accanto a lei, Sangiorgio non parlava. Poi, ella chinò un
minuto gli occhi sulla coltre di velluto azzurro, vide la lettera
maiuscola che vi era ricamata, vide quell'audacia e diede un leggiero
grido di angoscia: guardò negli occhi di Sangiorgio e la verità le fu
palese. Muta, raccolse i capelli sulla nuca, uscì di camera, rimise il
cappello, prese i guanti, uscì senza volgersi indietro.