VI.

Angelica mancava, quasi sempre, agli appuntamenti. Talvolta, alla sera,

offrendogli una tazza di thè, gli diceva, in fretta, sottovoce: «Domani,

alle due.»

«Certo?» domandava lui, già deluso varie volte.

«Certo: non ne dubitate.»

E avendo fede in quella parola, la notte, la mattina seguente, di quella

parola viveva.

Venivano le due: ella non veniva; egli cominciava per credere a un

ritardo, pazientava, non si levava dal suo posto, per andare sino al

balcone. Poi lo vinceva la incertezza: e infine, come calava la sera, in

quel soave mese di maggio, egli perdeva ogni speranza, si abbatteva in

un accasciamento.

Quando la rivedeva, bella, serena, rosea, senza una preoccupazione al

mondo, amabile con tutti, prodiga di amabilità, un grande rancore misto

di tenerezza, di rimpianto, gli si affondava nell'animo.

Giammai, giammai ella avrebbe saputo la misura del suo amore e delle sue

sofferenze. Ella non si scusava o lo faceva con una parolina vaga, detta

fuggendo, con una intonazione di voce, con un discorso fatto a un'altra

persona, dove raccontava le infinite noie della sua giornata — ed era

sempre un concerto, una conferenza, una visita agli asili, una funzione

pubblica, noiosa o inutile, che glielo avevano impedito.

Così, l'amarezza di Sangiorgio cresceva, vedendo quanto poco gli

appartenesse quell'anima, ma ella gli versava, in tutta la serata, la

dolcezza di certe occhiate velate, ella lo teneva sotto la lucentezza

blanda del suo sorriso, gli domandava un libro, o il suo ventaglio, o il

suo fazzoletto con tanta mitezza di voce, insomma ella era per lui così

femminilmente beatificante, che alla fine della serata egli era vinto:

nella sua debolezza, mentalmente, le chiedeva perdono di averle serbato

rancore.

Ma, ogni tanto, ella si rammentava del povero solitario che l'aspettava,

chiuso in una casa, in quella primavera crescente, che era così dolce

godere per le vie di Roma e per le sue ville e pei suoi colli fioriti.

Ella capitava a Piazza di Spagna, improvvisamente, in un'ora imprevista,

la mattina alle dieci, alle sette della sera, quando egli era per

uscire, non aspettandola più: una volta, con una di quelle lunghissime

piogge di maggio fra i primi lampi della elettricità estiva, elle venne.

Così, per il suo arrivo imprevisto, donn'Angelica dava sempre una scossa

profonda all'anima di Sangiorgio: egli non si poteva abituare a quelle

visite, fatte quando non aveva più speranza di riceverle, quando era

immerso nell'abbattimento della delusione o in quell'ebetismo che hanno

gli esseri assorbiti da un sol pensiero; la sazietà non arrivava per

lui, poichè ogni nuova apparizione di donn'Angelica gli sembrava una

grazia singolare, una gemma del suo tesoro spirituale. E quando ella

veniva, in quel primo minuto di consolazione, la fastidiosa, crucciante

piaga dell'aspettazione inutile si guariva miracolosamente, l'uomo

contristato, sofferente, ammalato, risorgeva, come Lazzaro evocato dalla

tomba dalla forte voce di Gesù.

Tutto preso dalla sua amorosa realtà, egli si scordava di quello che

aveva sofferto per la sua amorosa visione: e nel cospetto dell'amata,

egli non sapeva che adorarla, che inginocchiarsi innanzi a lei, baciarle

le mani, umilmente, ringraziandola d'essersi ricordata di lui, come il

cristiano che dopo un periodo di travagli, sopportati senza mormorare,

batte la fronte sulle pietre della chiesa per una piccola grazia

ottenuta. E donn'Angelica rimaneva al posto dove l'amore di Sangiorgio

l'aveva elevata, dove ella sapeva restare con la sua forza di

temperamento e di carattere, una nicchia alta e solinga, inarrivabile,

inattaccabile, tabernacolo di virtù e di purità, donde ella poteva

degnarsi di abbassare gli occhi su colui che l'amava, poteva

sorridergli, tendergli le mani, lasciarsi baciare l'orlo dell'abito,

divinità pietosa, senza che però nessuna di queste degnazioni le

offuscassero menomamente l'aureola, senza che la pietà arrivasse mai a

umanizzarla, a femminizzarla. Quanto veniva da lei, era una grazia;

dalle sue mani piovevano rose; ella portava con sè la felicità. Niente

altro ella doveva fare che esistere, apparire, sorridere, scomparire:

questo ella faceva.

Sicchè la personalità di Sangiorgio sempre più scompariva. Angelica non

si occupava di quello che egli avesse pensato o sentito o sofferto,

mentre ella non era venuta; non gli chiedeva nulla di lui, delle sue

ore, delle sue occupazioni, dei suoi desiderii; non aveva nessuna

curiosità di conoscerlo. Gli dava del _voi_, era questa la sola

familiarità; lo chiamava Sangiorgio, poichè quel nome di Francesco era

troppo volgare, troppo antipatico: e lui che sentiva questa volgarità e

quest'antipatia, se ne doleva, ma non osava pregarla di chiamarlo per

nome.

Seduta accanto a lui, guardando la grande croce di velluto nero che

tagliava la stoffa di broccato giallo, con una vivacità e nello stesso

tempo con una cupezza di tinta passionale, ella si piaceva di parlargli,

lungamente, lungamente, vedendo l'estasi con cui egli l'ascoltava.

Angelica obbediva a quel continuo bisogno di espansione che hanno le

donne, per le piccole e per le grandi cose; a quella necessità di sfogo,

che butta tante donne sui gradini di un confessionale, che crea tante

amicizie fittizie con altre donne, che fa loro ricercare un confidente

anche in un uomo, nulla curandosi dell'effetto di queste confidenze.

Quanto ella aveva da dire, ella ridotta a un continuo silenzio, dalle

preoccupazioni politiche, dall'età, dal natural carattere ironico di don

Silvio! Quanto ella aveva da dire, ella a cui la posizione di suo marito

proibiva di legarsi in amicizia con nessuna donna del suo mondo! Ed

ecco, ella aveva trovato un confidente, il migliore dei confidenti,

sempre felice di ascoltarla, sempre pronto a darle ragione, sempre

disposto a compatirla, sempre disposto ad ammirarla, sentendo nelle sue

parole il suono e il motto, il senso aperto e la intenzione, quello che

essa diceva e quello che essa pensava; egli era l'interprete migliore,

quello che le donne cercano, l'uomo che tutto vuol sapere, la cui

curiosità è insaziabile, che intende tutto, che è indulgente per tutti i

piccoli torti, che trasforma e glorifica le più piccole virtù, che fa di

una parola una poesia, di una frase una emozione e di una bontà un

eroismo, — l'uomo che ama.

Seduta accanto a lui, nella pace di quel salotto profumato di fiori, fra

i molli colori e le pieghe ricche, profonde, persuaditrici d'intimità

delle stoffe, fra quella bizzarra intonazione di oggetti esotici,

perduti gli occhi in un punto luminoso, d'oro, di un tessuto, ella gli

parlava di sè, del suo cuore, delle ineffabili tristezze che niuno

doveva sapere, che _lui_ sapeva, delle piccole gioie spirituali, i brevi

godimenti che si narrano solo a sè stessi o alla più intima persona.

La delusione di Angelica, dopo il matrimonio, non era stata improvvisa,

ma graduale, continua, discendendo ogni giorno di più, per una via di

piccole amarezze, sino alla indifferenza e alla solitudine; le oneste

speranze di felicità coniugale, i bei sogni puri di amore lungo e

tranquillo, la fiducia di un'anima leale, si erano frantumati,

sgretolati, miseramente, contro la grande, ardente, egoistica passione

di don Silvio: la politica. Non era la catastrofe di un minuto solo, la

immensa catastrofe che atterra, ma da cui si solleva, per forza

naturale, l'anima forte: era lo stillicidio quotidiano che scava, che

scava, che fa solco, che consuma finanche la durezza e la freddezza

della pietra.

Molto aveva da narrare donn'Angelica, per fare la storia della sua

vedovanza spirituale: e la lagnanza, infinita, variava musicalmente su

tutti i toni della malinconia.

Non accusava apertamente, ella, no: non una parola di violenza,

d'ingiuria, le usciva dalle labbra: ma tutto quello che diceva era una

recriminazione dolente e semplice, era la storia di una oppressione

crescente e schiacciante, raccontata con una grande delicatezza di

parole, ma con un senso interminabile di mestizia.

Egli ascoltava, Sangiorgio: e vedendola immersa in quella storia, così

presa da quella che era stata la lenta sciagura del cuore, non aveva il

coraggio d'interromperla mai, non osava neppure dirle quanto l'avrebbe

adorata, se il destino gli avesse concesso il supremo bene di averla per

moglie.

Avidamente, egli raccoglieva, da quelle labbra adorate, i dettagli,

minutissimi, di quelle piccole angosce quotidiane, fremendo a ognuna di

esse, sentendo quello che essa aveva sentito: egli s'impregnava di

quella storia, che quasi quasi diventava la sua, dove sempre più si

perdeva la sua individualità: quando ella, eccitata dai propri racconti,

vedendo il pallore e la emozione di colui che l'ascoltava, arrossiva e a

stento frenava le lagrime, egli provava, per ripercussione, la stessa

sensazione.

Più in là di lei, egli andava in un solo sentimento: donn'Angelica non

odiava don Silvio, ella non sapeva odiare, ma era uscita per sempre dal

suo cuore, ella non poteva amarlo, poichè egli non aveva saputo amarla,

ella non poteva rispettarlo, poichè a troppe transazioni, a troppe viltà

costringe la passione politica, — ma non l'odiava, no, gli era

indifferente. E diceva questa piccola frase della indifferenza con tanto

distacco freddo, con una così glaciale semplicità, che Sangiorgio ne

rabbrividiva di paura, pensando che forse quella frase che uccide si

potesse applicare a lui.

Ma egli andava più innanzi di Angelica, egli era uomo e odiava don

Silvio, come tutti coloro che amano veramente. Egli lo odiava

cordialmente, in tutte le forme, materiali e morali, come un nemico e

come un uomo cattivo, come un rivale fortunato e come un essere

spregevole, lo odiava al punto da desiderarlo vinto, avvilito,

insultato, disonorato, morto. Egli gli aveva presa donn'Angelica: egli

ne aveva inaridita l'anima, l'aveva resa delusa e incapace di nuove

illusioni, infelice e diffidente della felicità, non l'aveva amata e le

aveva tolta la facoltà di amare; egli, egli aveva ancora in suo potere

Angelica. E Sangiorgio odiava don Silvio, questo marito, con la collera,

la gelosia, il disprezzo e la ingiustizia dell'amante che ama veramente.

* * * * *

Ma non solo questo narrava donn'Angelica, in quelle visite a Piazza di

Spagna: con quella ingenuità infantile delle donne che ignorano il

peccato, con quella incosciente, ma pericolosa lealtà che rassomiglia

tanto alla provocazione e alla civetteria, ella si abbandonava a quelle

confidenze picciolette di sensazioni, di usi, di consuetudini, di gusti

che formano la base della vita femminile.

Sangiorgio conosceva, ora, minutamente, tutta la giornata di

donn'Angelica: a tutte le ore, chiudendo gli occhi, egli si poteva

figurare quello che facesse, tante volte ella gli aveva narrato le

occupazioni predilette.

Malgrado andasse tardi a letto, ella si alzava presto la mattina, per

abitudine giovanile di settentrionale che mai aveva potuto smettere:

niuno entrava in camera sua, neppure la cameriera. Angelica ci teneva

che nessuno penetrasse nel suo nido dove ella aveva pensato, sognato,

dormito, nella notte: non gli pareva a lui, Sangiorgio, che la stanza da

letto fosse un sacrario, dove nessun profano dovesse penetrare? — Sì,

gli pareva bene, ella faceva benissimo, — rispondeva lui, turbato assai,

con un calore che gli mordeva lo stomaco. Donn'Angelica non si lasciava

pettinare e vestire dalla cameriera che quando andava ai balli: ella

odiava quelle mani servili affaccendate attorno al suo corpo; quel

chiacchiericcio volgare, quel contatto delle dita coi suoi capelli, le

urtavano i nervi, la disgustavano: per molto tempo, da giovanetta,

dandole fastidio, nel pettinarsi, la lunghezza delle trecce, ella le

aveva fatte tagliare, portando i capelli corti, la zazzerina riccia e

bruna di un'adolescente.

Un giorno, mentre parlava di ciò, sottovoce, come in sogno, Sangiorgio

la pregò umilmente di sciogliersi i capelli, non ne aveva mai vista la

lunghezza: ella disse di no, semplicemente, non avrebbe mai avuto tempo

di riacconciarseli, ci voleva un'ora. Egli la pregò di nuovo, invano:

glielo promise per un altro giorno, quando avesse avuto più tempo da

restare.

Dopo l'acconciatura, donn'Angelica passava un paio d'ore nel suo

salottino, accanto alla sua stanza, leggendo, suonando, scrivendo,

sempre sola.

Ella rispondeva alle sue amiche di lassù, alle persone che le dirigevano

delle suppliche, alle raccomandazioni: ella scriveva rapidamente, sempre

sulla carta bianca, senza emblemi, senza motto, senza cifra: tutto

questo, che le altre donne prediligevano, le sembrava una chincaglieria,

una volgarità.

Egli la pregò, un giorno, di scrivergli qualche cosa sopra una carta, un

rigo solo; non aveva mai avuta una parola scritta da lei: ed ella lo

avrebbe fatto, forse, ma Sangiorgio girò inutilmente pel quartierino,

non trovò nè un calamaio, nè una penna, nè un foglio di carta, — in

quella casa destinata all'amore, logicamente, mancavano le cose

destinate allo studio, agli affari, a tutto quello che non è l'amore.

Ella osservò, sorridendo, che egli non scriveva mai dunque? No, non

scriveva mai, amava soltanto: e Angelica, sempre sorridendo, gli fece

cenno di tacere, non voleva udir parlare di questo, non sarebbe più

tornata, se continuava.

E le adorabili, provocatrici confidenze continuavano: alle undici e

mezzo don Silvio e donna Angelica si ritrovavano per la colazione.

Ella aveva sempre molta fame, la mattina; come tutte le persone sane e

giovani ella avrebbe amato di stare con un essere giovane e allegro come

lei, chiacchierando, ridendo, in quell'ora lieta del giorno: ma don

Silvio era sempre livido, in quell'ora, di collera o di noia mattutina,

non aveva mai fame, la febbre della politica gli rodeva il fegato e lo

stomaco, e sempre leggeva giornali, lettere, scriveva a tavola, come nel

suo salone di palazzo Braschi, come alla Camera, come dappertutto.

Oh, ella preferiva alla compagnia di quel magro, vecchio, ostinato

divoratore di giornali, di lettere, di telegrammi, che lasciava

raffreddare sul piatto la sua costoletta, che dimenticava di mangiare le

frutta, nel primo accesso giornaliero del suo morbo, ella preferiva la

solitudine, col sole che si allungava sulla tovaglia, col suono di un

pianoforte poco lontano, col ronzìo di qualche moscone nel meriggio che

si faceva caldo. E presa da un capriccio bizzarro di donna virtuosa,

ella proponeva a Sangiorgio di andare, una mattina, presto, col sole, in

campagna, in una di quelle piccole osterie, dalla terrazza coperta di un

pergolato, dove la vite si arrampica, a far colazione insieme, come due

scolari che hanno marinata la scuola.

«Ma perchè mi tormentate, perchè mi dite questo?» le chiedeva lui, con

un dolcissimo rimprovero.

«Vi tormento io?...»

«Voi non ci verreste mai...»

«Ci verrò, ci verrò...» mormorava lei, vagamente, sorridendo ancora al

suo sogno infantile.

Dopo colazione, alle due, donn'Angelica cominciava la sua vita di

ministressa, di donna che si deve al pubblico, le corse pei magazzini,

le compre: ella amava i vestiti semplici, il nero era il colore che

preferiva. Anche lui, Sangiorgio, preferiva il nero, così l'aveva vista

vestita la prima volta, alla stazione, il giorno in cui era arrivato a

Roma.

Poi venivano: tutta la parte femminile della politica, le visite fatte e

ricevute, le commissioni di patronato, le associazioni di carità, i

concerti di beneficenza, i ricevimenti diplomatici, le inaugurazioni, le

conferenze, le premiazioni, tutta questa roba noiosa, lunga, senza

causa, esteriore, vernice lucidissima sopra il cartone, ossequio fatto a

Sua Eccellenza, nulla per sè, nulla per lo spirito: ella odiava tutto

questo; oh, come sarebbe stata felice di essere la moglie di un uomo

tranquillo, intelligente, che la febbre della politica non divorasse, a

cui il potere sembrasse una ignobile burletta, a cui l'esser ministro

paresse quello che è, il passaggio da giudice a imputato, il banco dei

colpevoli!

«Moglie vostra, Sangiorgio,» soggiunse.

«Oh Angelica!...» disse lui con un accento singolare.

Ma ella non intese nulla. Gli rivelava tutta la sua vita, gli diceva

tutto. Sangiorgio la conosceva: ma ella non conosceva Sangiorgio.

* * * * *

E un mutamento avveniva in ambedue. Angelica si assuefaceva oramai a

queste visite, essa veniva spesso, disinvolta, come se capitasse a un

ritrovo di amiche: neppure un'ombra di emozione, neppure il minimo

imbarazzo. Sangiorgio ne interrogava il viso, ogni volta: era sereno,

senza che lo turbasse nè paura nè vergogna.

Veniva, si sedeva, come in una casa qualunque, non un palpito nella

voce, non un tremito nella mano, nulla della donna che commette

un'azione furtiva, nulla che indicasse l'inganno fatto. Oramai ella non

trovava più difficoltà a venire, le pareva una cosa semplice, naturale;

capitava sempre, fra due visite, usciva dalla Camera, andava

dall'ambasciatrice di Russia, era venuta per un momento, un momento

solo, prima di salire all'ambasciata; capitava fra due affari, uscendo

dalla sua sarta che era in Piazza di Spagna, per andare da Janetti a

comperare un oggetto e veniva a chiedere il consiglio di Sangiorgio

sopra un vestito, sopra uno scrignetto del Rinascimento. Una volta,

crudelmente, comparendo, gli disse:

«Son passata di qui, per caso; ho pensato che forse eravate in casa,

sono salita...»

Un'altra volta egli era dietro ai vetri, guardando nella piazza, temendo

di aprire per non farsi riconoscere, soffrendo del caldo: ella passava

per la piazza, col suo bel passo ritmico, guardando le botteghe e i

viandanti. Egli trabalzò, avrebbe voluto chiamarla, gridare, per farla

venir su, ma non ne ebbe il coraggio, gli mancò la voce: ella se ne

andava, se ne andava, senza voltarsi: a un certo punto, ella parve

ricordarsi, si voltò, dette un'occhiata a quei balconi del primo piano,

vide dietro i vetri quella faccia pallida e ardente, sorrise, tornò

indietro, salì su, come quando si va da un'amica, che si è vista sul

balcone, — crudelmente, crudelmente. Quei convegni con un uomo che

l'amava, in una casa appartata, in un salotto dove nessuno poteva

penetrare, non avevano per lei nessun sapore di colpa, di tradimento.

Erano un'abitudine. Gli stringeva la mano come se lo incontrasse in una

passeggiata; si faceva riabottonare il guanto, come in una festa da

ballo; lo guardava francamente, negli occhi, come quando egli era nel

salotto dell'Apollinare; gli parlava di cose profonde o di cose frivole,

egualmente, come capitava; gli dava da leggere le lettere che si trovava

in tasca; lo consultava sugli affari di famiglia; si era familiarizzata,

come da amico ad amico, senza parlar mai più dell'amore, senza pensarvi

più, con una franchezza ingenua e feroce.

Non così Sangiorgio. Quella familiarità continua, quelle confidenze

intime, quei colloqui solitari, in una stanzetta calda, con la bella

signora del suo cuore, quella mano che ella gli lasciava baciare, quel

braccio che si appoggiava così mollemente sul suo, quei capelli

ondulanti sulla fronte che ella gli lasciava accarezzare; tutta questa

umanità muliebre penetrava nel suo sangue e nei suoi nervi, rievocandone

la forza e la gioventù.

Era un uomo, infine: e quando quel viso adorato si piegava sul suo,

vicinissimo, per dirgli qualche cosa; quando sentiva l'odore di quei

capelli salirgli al cervello; quando quel corpo sottile si arrovesciava

sulla poltroncina sotto l'impeto di un singhiozzo, o per la scossa di

una fresca risata; quando quella fronte bianca s'inchinava sotto il peso

di una preoccupazione, — egli era lì lì per prendere Angelica nelle

braccia, dolcemente, furiosamente, ma tenacemente.

Troppo la divina immagine era diventata buona, familiare, amichevole,

perchè egli non sentisse la donna in lei, con tutte le sue attrazioni,

con tutte le sue seduzioni; troppo vivevano insieme, soli, sicuri,

perchè egli restasse sempre il cristiano che adora passivamente; troppo

era vero e grande l'amore suo, perchè non mirasse, finalmente, ad avere,

tutta sua, quella donna.

Invano egli voleva scacciare quella tentazione, richiamandosi all'anima

i primi dolci tempi purissimi, quando l'amore fluttuava nei campi

dell'idea e del sentimento: che anzi, troppo grande essendo stata la

dedizione, ecco, adesso era impossibile levarsi Angelica dal sangue e

dai nervi.

Invano, invano: l'assorbimento dell'anima, assoluto, buddistico, di

cinque mesi, aveva portato con sè anche l'assorbimento di un solo

desiderio; il temperamento robusto, sobrio, semplice, invano usciva da

quella contemplazione spirituale, non sapendo volere altro. Ed erano

lotte quotidiane per non far leggere la verità ad Angelica negli occhi

desiosi, per non farle intendere il tremito delle labbra desiose, per

impedire alle braccia desiose di stringerla in un abbracciamento. Era

uomo, infine: e combatteva con la disperazione interna tanto della

vittoria quanto della sconfitta. La dolce donna gli sorrideva, accostava

il suo viso a quello di lui, gli parlava sottovoce, inconscia, crudele e

innocente: egli soffocava, chiudeva gli occhi, come se si sentisse

perduto. Aveva promesso, aveva promesso: ma ella, perchè non intendeva?

Ma non era donna dunque? Ma perchè giocare con quel cimento? Aveva

promesso: ma era un uomo, non poteva durare a quella lotta. Come non

capiva Angelica? Non avrebbe mai capito? Fino a quando sarebbe durata

quella croce? Ecco, il tormento era superiore alle sue forze, tenerla

accanto, bella, giovine, amata, nel silenzio, nella solitudine, — non

poteva no, mancare alla sua promessa, ma glielo avrebbe detto, gli

risparmiasse questo calice, lo abbandonasse, non venisse più...

Era un giorno di giugno, quand'ella, parlando di un'acconciatura di

capelli, si ricordò di avergli promesso di fargli vedere disciolti i

suoi.

«No, no,» mormorò lui.

«E perchè?» chiese ella, ingenuamente.

«Mi farebbe male.»

«Male?»

Nulla egli rispose: ella ridendo si tolse il cappello, cavò via tre

forcinelle bionde, il pettine di bionda tartaruga e scosse i bruni

capelli per le spalle, ridendo ancora, come una bimba che fa un giuoco.

«Come son belli, come son belli!» diceva egli con voce semispenta,

pigliandone ogni tanto una ciocca, e baciandola.

«Si può entrare in camera vostra, per acconciarsi?» diss'ella, balzando

in piedi, tutta rosea e fresca sotto quel manto.

Non era mai entrata lì dentro, non ne aveva mostrata la curiosità: ma

ora non aveva neppure aspettata la risposta, era già entrata, familiare,

confidente, senza sospetto. Pure era rimasta colpita innanzi a

quell'azzurro listato di argento, così serio e così amoroso nel medesimo

tempo. Si passava fra i capelli il pettine biondo, macchinalmente, senza

guardarsi nello specchio _Pompadour_, come se pensasse a tante cose mai

pensate. Accanto a lei, Sangiorgio non parlava. Poi, ella chinò un

minuto gli occhi sulla coltre di velluto azzurro, vide la lettera

maiuscola che vi era ricamata, vide quell'audacia e diede un leggiero

grido di angoscia: guardò negli occhi di Sangiorgio e la verità le fu

palese. Muta, raccolse i capelli sulla nuca, uscì di camera, rimise il

cappello, prese i guanti, uscì senza volgersi indietro.

La conquista di Roma · 第 27 / 31 题