V.

Quando rientrò, di notte, nel suo quartierino dell'Angelo Custode,

Francesco Sangiorgio aveva un po' di febbre. La promessa fattagli da

donna Angelica gli sconvolgeva il sangue: nella testa sentiva un grande

ronzio, una confusione. E subito, entrando nel salottino, una

impressione di freddo, il cattivo odore che vi regnava, sempre, gli

aveva dato un fremito e una nausea: per non vedere quel brutto posto,

così nudo, così miserabile, non accese nè il lume, nè il fiammifero. Si

buttò, vestito, sul letto, sognando la casa dove avrebbe ricevuto

donn'Angelica.

La sua fantasia accesa, rovente di febbre e di amore, fluttuava nelle

visioni. Non sognava nulla di preciso, di determinato, egli vedeva

innanzi ai suoi occhi aperti una fuga di stanze calde e profumate, dalle

triplici tendine profonde, dal tappeto morbido che attutisce qualunque

rumore di passi; ma non sapeva dove fossero, queste stanze, non si

raccapezzava in che posto di Roma si trovassero, ora supponeva che

fossero al Gianicolo, ora a Piazza Navona, ora a Via Sistina, ora a

Piazza di Spagna. E questa indecisione, questo non sapere, lo crucciava

molto, era il tormento di quelli che fanno un sogno cattivo e

incompleto, e volendo camminare, non possono muoversi, volendo gridare,

non trovano voce. Dove era la porta per entrare in quelle stanze, dove

era situata la scala, dove sporgevano le finestre?

Egli vedeva, sì, ogni tanto, come un lampo di colori, il roseo di una

tenda serica, sul muro; il riflesso fulvo di una poltrona di felpa; la

scintilla metallica che partiva da un coltello damaschino colpito dalla

luce; il disegno minuto di una trina antica giallastra, ma tutto questo

confusamente, senza saper dove, nè come, nè quando, nulla. Dove si

sarebbe seduta donn'Angelica, entrando in quella casa, dove avrebbe

posato i bei piedini stanchi, dove avrebbe appoggiato il bel braccio,

per sorreggersi, nella sua posa abituale, dolcissima?

Gli pareva che in quella casa non vi fossero nè sedie, nè divani, nè

sgabelli, nè tavolini; gli pareva che fosse un gran posto vacuo,

profondo, incommensurabile, in cui lui e donn'Angelica si fossero

perduti.

Il suo sogno lo faceva spasimare d'angoscia, l'incubo gli premeva sul

petto, la febbre gli mordeva il sangue, la testa gli girava.

Disteso sul letto, in un dormiveglia, soffrendo e pur godendo del suo

sogno, egli non si moveva per paura che tutto s'involasse, anche la

promessa di donn'Angelica: e ogni quarto d'ora che passava, nel

parossismo, il sogno cambiava d'aspetto, si tramutava, si arrovesciava

stranamente, diventava pauroso o comico. Talvolta gli pareva che stesse

da tempo immemorabile aspettando donn'Angelica, la quale non veniva mai,

mai: le tende bianche erano diventate prima gialle, poi bige; le stoffe

si erano scolorite, il tarlo le aveva rosicchiate, cadevano in pezzi,

cadevano in polvere; i mobili erano tutti sporchi, cadenti per

vecchiaia; in fondo alle giardiniere vi era un po' di cenere puzzolente

che era stata fiore; le mura stesse stillavano umidità e vecchiaia,

sembravano danneggiate. Ed egli stesso, Sangiorgio, nell'attesa

lunghissima, sembrava diventato un vecchione più che centenario, lento,

infermo, con una lunga barba bianca e la vista indebolita. Donn'Angelica

non veniva mai, mai; e Sangiorgio continuava ad aspettarla, paziente,

innamorato. Poi, una gran voce aveva tonato in quella casa tre volte:

donn'Angelica è morta, donn'Angelica è morta, donn'Angelica è morta.

Alla prima volta erano caduti in un ammasso di frantumi i mobili, alla

seconda il vecchione era caduto morto, col viso in terra e le braccia

aperte, alla terza le mura della casa erano crollate, seppellendo tutto,

facendo una tomba di quella casa che donn'Angelica non aveva voluto

visitare.

Si tramutava il sogno, continuamente. Gli pareva che nel giorno del

primo convegno, in quella casa, egli, per un caso stranissimo, avesse

dimenticata l'ora dell'appuntamento e si torturava per rammentarsela, le

due o le tre, non sapeva bene, non giungeva a ricordare.

Poi si avviava da Montecitorio a mezzogiorno, per essere in tempo: ma

incontrava in un corridoio il vecchio presidente del consiglio, che lo

fermava, e, carezzandosi la barba bianca fluente, gli parlava della

Basilicata, del sale, dei contadini, di cose che egli non capiva troppo

bene, tanto il suo spirito era altrove.

Arrivava a sbrigarsi di costui, ma sulla soglia del portone incontrava

l'onorevole Giustini, la cui gobba era diventata immensa e il cui

sorriso velenoso gli faceva male al petto, come se un succhiello gli

cavasse il sangue. Giustini gli sbarrava la via, inarcando le gambe

storte, parlandogli di Roma, di Roma che fingeva di dormire nella

indifferenza e che era invece bene sveglia: e gli scoteva il braccio,

facendogli male. Passava il tempo, passava. Sangiorgio si scioglieva

bruscamente da Giustini, correva per Piazza Colonna, quando una voce

femminile lo chiamava, da una carrozza ferma. Non avrebbe voluto

arrestarsi, ma si sentiva trascinato, suo malgrado, verso quella

carrozza: era un paio di occhi neri e scintillanti che lo guardavano con

amore e con desiderio, erano certe labbra sanguigne e provocanti che lo

avevano baciato e lo volevano baciare ancora, era la mano molle e

carezzevole, era il profumo forte e dolce di violetta, era donna Elena

Fiammanti che gli aveva voluto bene e gliene voleva, e, quasi senza

muovere le labbra, gli diceva:

«Vieni, vieni, rammentati tutto, rammentati quando ci siamo visti, il

giorno di Natale, al Gianicolo; rammentati la notte del veglione e la

luna a Piazza di Spagna; rammentati le rose che ho lasciate a casa tua,

quel giorno; rammenta il bacio che ti ho dato, nel teatro, dopo il

duello; rammenta tutti i baci, tutto l'amore; vieni con me, con me è la

gioia, con me è il piacere, con me non piangerai, con me non dovrai

spasimare. Vieni dunque, mi dirai tutto quello che soffri, ti consolerò:

non ti dirò quello che soffro, non dovrai consolarmi.»

Ma egli chinava il capo, si turava le orecchie, chiudeva gli occhi, per

non udire quella voce ammaliatrice, per non vedere quel volto farsi

triste triste, diceva fra sè un nome, _Angelica_, il suo talismano, e

pareva che donna Elena ne ricevesse il contraccolpo nel cuore, che si

buttasse indietro, nella carrozza, come disperata e dicesse al cocchiere

di fuggir via. Sangiorgio correva, correva, per la strada, tutte le

carrozze che incontrava, erano piene; tutti gli amici che incontrava,

volevano fermarlo; la folla che gli si assiepava dintorno gl'impediva di

camminare; i cani gli attraversavano la via. Egli correva, correva,

affannava, affannava, oramai non era più in tempo, era troppo tardi,

donn'Angelica era già arrivata, sarebbe già partita, non avrebbe atteso.

Quanto lungo il cammino, quanti ostacoli, quante difficoltà! Infine,

giunto al posto, rosso, ansimante, perso, si doveva fermare: innanzi al

portone, l'onorevole Oldofredi passeggiava, ironico, minaccioso,

ridente. Gli rideva finanche sul volto, sanguigna, la ferita che

Sangiorgio gli aveva fatta. E faceva la guardia, andava e veniva,

bruttissimo, odioso, odiante, implacabile.

* * * * *

La casa era al numero 62, in Piazza di Spagna, al primo piano. Sulla

soglia del portoncino, un fioraio ambulante aveva posato il suo largo

cesto pieno di fiori primaverili, le violette pallide e profumate di

Parma, le rose doppie, vivissime, le giunchiglie volgari dal forte

odore; e tutto lo scalino era bagnato di acqua, vi era appena posto per

entrare. Mancava il portinaio, come in quasi tutti i portoncini di

Piazza di Spagna; e le scalette erano oscure: il pianerottolo, dove tre

porte si aprivano, era appena illuminato da un piccolo finestrino. Sulla

porta di mezzo, un biglietto da visita era conficcato con due spilli, il

biglietto dell'onorevole Francesco Sangiorgio. Nella piccola anticamera

un po' scura, Noci aveva messo un grande cofano da nozze, nero, antico,

delicatamente scolpito, su cui era disteso un lungo e sottile cuscino di

seta rossa e gialla; tre o quattro sedie di legno bruno, cupo, scolpito,

e un tavolino uguale; dal soffitto una lampada di bronzo pendeva, sempre

accesa, dando una falsa apparenza di notte a quell'anticamera un po'

tetra, di cui una grande tela dipinta copriva il triviale soffitto e le

pareti, nascondendo le grottesche pitture e il parato di carta di

Francia.

Dopo veniva il salotto che aveva un grande balcone sulla piazza, un

salotto largo e luminoso, sempre pieno di sole: ma certe tende antiche,

di un lampasso roseo e verdigno molto chiaro e un grande pezzo di

merletto antico giallastro, innanzi al balcone, mitigavano la luce. Le

pareti erano tese di un raso molto lucido color nocciuola, ma

scomparivano sotto le stoffe orientali, sotto i tappeti persiani, sotto

i brani di broccato vecchio, tesi, aggruppati fantasticamente, tenuti

fermi qui da un grande piatto lucidissimo di ottone a sbalzo, altrove da

una scimitarra artisticamente cesellata, altrove da un grande fascio di

piume di pavone disposte a ventaglio. Un rosario di legno di sandalo,

una di quelle lunghe collane a grani profumati, che le donne turche

girano e rigirano continuamente fra le dita, per profumarsi le mani e

per ingannare, con un esercizio monotono, il tempo che non vuole

passare, il rosario turco che non è preghiera, ma è un piacere del tatto

e dello spirito, il _comboloi_, pendeva da una gran parete; un grande

velo biancastro a stelline d'argento, il mantello delle donne orientali,

il _feredjè_, pendeva da un'altra. Ma la nota dominante, stranissima,

era, sopra una parete, un pezzo di broccato giallo antico, qualche cosa

come un oriflamma, tagliato nella larghezza e nella lunghezza da una

croce che acciecava, che risaltava su tutte le mezze tinte di nocciuola,

di mattone smorto, di rosa pallidissima che regnavano in quel salotto.

Vi era una morbidezza profonda, mancava sapientemente qualunque mobile

di legno, non un tavolino dagli angoli duri, non uno sgabello: il

velluto, la seta, il raso nascondevano qualunque traccia di durezza. In

certi leggierissimi vaselli opalini dei giacinti rosei, carnicini,

violetti, bianchi, lilla pallidissimi; sopra un divano, da un vaso

giapponese, una rosa si era sfogliata, come di languore. Dei cuscini di

piume, larghi, di seta rossa, rosea, scarlatta, porporina, rosa secca,

in tutte le gradazioni del rosso, dal seno della rosa bianca sino al

tetro color vinoso, erano ammucchiati in un angolo: se ne poteva formare

un sedile, un letto, un trono.

La stanza da letto dava pure su Piazza di Spagna, ma con due balconi:

per smorzare la soverchia luminosità, oltre le tende e le cortine, tutta

la stanza era parata di velluto azzurro cupo, ricamato a larghe striscie

di seta bianca e di argento. Ma non vi era letto, sembrava piuttosto un

altro salotto, più cupo, più severo, senza tanti ornamenti: vi era un

basso e largo divano, senza spalliera, su cui era stata buttata una

grande coltre di velluto azzurro, ricamata d'argento, con una cifra in

mezzo, un'audacia del tappezziere, un'_A_ lunga e sottile. Sopra vi

proiettava la sua ombra una tenda azzurro cupo, tutta stellata, come il

firmamento: una tenda che formava un triangolo strano, rialzato da

cordoni e da fiocchi d'argento. Rallegravano quella tetraggine uno

scrigno di legno di rosa, due o tre di quei mobili piccolini e

civettuoli che la Pompadour amava.

In un vaso alto del Giappone, un vaso dove un uomo si poteva nascondere,

una musa paradisiaca allargava le sue foglie doviziose, dalla grossa

vena sanguigna: nessun'altra pianta, nessun altro fiore. E il piccolo

stanzino da _toilette_, accanto, era parato di casimiro bianco e di

rosso, con un _nécessaire_ d'argento brunito, segnato colle cifre di

Francesco Sangiorgio: due enormi azalee bianche vi fiorivano.

In quattro giorni, cedendo alla fretta del deputato, l'artista gli aveva

messo su quella casa: sulle prime Sangiorgio si era tenuto guardingo,

andando ogni tanto a sorvegliare: ma la impazienza lo mordeva troppo,

tutto gli sembrava troppo brutto per lei, troppo lento per il suo amore.

Se ne andò via, deciso a ritornare solo quando la casa fosse finita,

dormendo e sonnecchiando e sognando nel suo freddo e puzzolente

quartierino di Via Angelo Custode, mentre a Piazza di Spagna preparava

il nido dell'amore.

Egli vi ritornò, solo quando tutto era a posto, e ne ricevette una

impressione gioconda e dolorosa. Che avrebbe ella detto? Non era troppo

morbido quel salotto per la bella e composta persona, che non si

abbandonava mai sopra una poltrona? Non era troppo sensuale tutto

quell'Oriente per la casta fantasia della soavissima? Non erano forse

troppo voluttuosi quei giacinti, fiori senza foglie, carnali in tutta la

loro efflorescenza? E quell'ammasso di cuscini sanguigni e delicatamente

rosati, non erano forse un invito troppo manifesto al riposo, al perfido

riposo, che è l'abbandono dell'anima? La stanza da letto gli pareva

bella per la sua severità: ma giammai la pura signora sarebbe entrata lì

dentro. Egli era soddisfatto e turbato: aveva chiesto all'artista un

quartierino destinato all'amore, e costui glielo aveva fatto. Ora

quell'ambiente chiuso, sacro, quei profumi floreali ed esotici gli

sconvolgevano il suo ideale: o piuttosto facevano sorgere in lui un

nuovo ideale, più vivo, più umano.

* * * * *

Qui, in questo quartierino che il lieto sole di primavera riscaldava,

conquistando Piazza di Spagna dal bigio palazzo di _Propaganda Fide_

sino al biondo palazzo dello _Albergo di Londra_, innanzi al caminetto

dove sempre scoppiettava e divampava un fuoco di legna secca, Francesco

Sangiorgio aspettava donn'Angelica. Quando l'arredamento fu finito, egli

ricominciò a insistere con lei, dovunque la trovava per un minuto solo,

in casa, al teatro, alla tribuna di un diplomatico, fra due porte, in un

corridoio, sulla soglia di casa sua, dovunque le poteva dire una parola,

dirigere uno sguardo di preghiera senza esser visto, senza essere udito.

Diventava la sua idea fissa quel convegno nella casa a Piazza di Spagna,

non sapeva balbettare altro, non chiedeva altro. Ella, pentita della sua

concessione, ripresa dagli scrupoli, diceva ancora di no, scrollando il

capo, non persuasa, diffidente di lui, dell'amore, paurosa delle strade

e delle persone. Ella non parlava delle sue paure, dei suoi sospetti, ma

rifiutava sempre, ostinata, vinta di nuovo dalla indolenza della donna

virtuosa, guarita da quell'impeto di febbre, scampata da quel desiderio

di peccato spirituale. Egli s'inaspriva, sdegnato di quei sospetti,

amareggiato dalla resistenza, urtandosi colla violenza del suo

temperamento e del suo desiderio contro la mitezza di donn'Angelica,

spezzandosi contro quel rifiuto. Uno scontento profondo di sè e

dell'amore cominciava a nascergli nell'anima: e aveva il senso di una

grande ingiustizia che la donna amata gli usava. Una sera, soccombendo

all'amarezza per l'ingratitudine di donn'Angelica, le disse, tremando di

ira e di dolore:

«Infine.... che temete? Voi siete sicura, voi che avete l'anima

invincibile: non ho io sempre fatto quello che voi volevate? Non

sentite, nella vostra invincibilità, Angelica, che non correte nessun

pericolo, in casa mia? La vostra difesa è in voi: e voi siete senza

debolezza, senz'abbandono.»

Ella rizzò il capo, tutta rosea di coraggio e di orgoglio:

«Verrò,» disse, come una eroina sicura della vittoria.

«Quando?»

«Non so: non so bene, aspettatemi, conoscete le mie ore.»

E null'altro precisò. Non credeva di dovergli dire altro, credeva che

egli abitasse proprio lì, in Piazza di Spagna e non gli costasse nulla

di aspettarla, credeva alla sua divozione; come tutte le donne,

calcolava solo il proprio sacrificio, non sapeva misurare quello altrui.

E tutti i giorni, in quella fine gaia di aprile, Francesco Sangiorgio

andava ad aspettarla nel salottino, a Piazza di Spagna. Egli si alzava

un po' tardi, nell'ambiente scuriccio e sudicio di Via Angelo Custode,

andava attorno, macchinalmente, vestendosi, bevendo la cattiva tazza di

caffè che la servaccia gli portava, non toccava nè un libro, nè una

penna, uscendo subito da quella brutta casa, dove si sentiva soffocare.

Per istinto si recava a Montecitorio, ma non andava nei corridoi, nè

alla sala di lettura: si spingeva sino alla posta, preso da una

curiosità istintiva, sempre, cercando le sue lettere. Incontrava qualche

collega, che gli domandava:

«Che fai, che non ti si vede più? Perchè non vieni alle sedute?»

«Lavoro, lavoro,» rispondeva lui, pensoso, passandosi una mano sulla

fronte.

Oppure:

«Siete stato in Basilicata, Sangiorgio? E quelle relazioni, per

l'inchiesta agraria, saranno a buon termine?»

«Sì, sono stato in Basilicata,» rispondeva lui, arrossendo, imbarazzato,

per un minuto, dalla bugìa. «Le relazioni.... presto, presto saranno

finite,» soggiungeva vagamente, «....è un lavoro che mi affoga...»

Ma cercava di evitare questi incontri, non sapendo mentire, turbandosi

innanzi a queste risorgenti voci della coscienza: e se ne andava,

leggendo le sue lettere, senza intenderne il senso, preso da una grande

indifferenza innanzi a quelle domande dei suoi elettori, innanzi a

quelle raccomandazioni dei sindaci, pressanti, insistenti, noiose. Sino

a un mese prima, era stato un deputato freddo, ma compìto, rispondendo

sempre, a tutti, talvolta il giorno stesso, non curandosi delle persone

poco influenti, saggiamente rendendo servigi ai grandi elettori, a tutti

coloro che potevano essergli utili, appagando costui con una promessa,

per qualcuno ottenendo quello che desiderava, in realtà non disgustando

nessuno. Ma tutti quegli affari gli erano prima tornati indifferenti,

ora lo seccavano, lo irritavano: egli pensava solo a quel nido odoroso

dove forse, in quel giorno, la dolce signora sarebbe venuta, rimetteva

in saccoccia, con un moto nervoso, quelle lettere e andava a far

colazione, presto, alle _Colonne_, solo solo, assorbito dal suo

pensiero, immerso in una contemplazione buddistica dell'amore. Mangiava

senza vedere: e se a un tratto la coscienza gli rimproverava di non

rispondere alle lettere urgenti, si faceva portare della carta, il

calamaio e la penna, e scriveva frettolosamente, brevemente, sopra un

angolo del tavolino, lasciando raffreddare la bistecca.

Ma dopo un paio di lettere, la stanchezza, l'impazienza lo vincevano: e

pagava il conto, andava via subito. Talvolta le lettere scritte gli

restavano in tasca due o tre giorni, le dimenticava, non servivano più.

All'una era sempre in Piazza di Spagna, comprando dei fiori da tutti i

fiorai, caricandosi di rose, di giacinti, di mammole, infilando subito

il portoncino, preso da un'ansietà, quasi che donna Angelica dovesse

essere là ad aspettarlo, lei, mentre egli aveva la chiave in tasca.

Subito, l'ambiente calmo, ricco, felice del quartierino gli procurava

una sensazione di benessere. Là, certo, sarebbe venuta donn'Angelica: lo

aveva promesso, sarebbe venuta. E si metteva ad accendere il fuoco,

accovacciato per terra, come uno sposo premuroso e innamorato: non era

contento, se non quando la catasta divampava, donn'Angelica adorava il

fuoco vivo, che rallegra le fibre e riscalda il cuore.

Poi girava per la casa, metteva fiori nei vasi, cambiandovi l'acqua,

buttando via quelli appassiti, nella piccola cucinetta vuota: e certe

volte mutava posto a un fascio di giacinti, univa le mammole alle rose,

le disuniva, mai contento, occupandosi a quel lavoro d'amante con un

grande ardore. Girava per la casa: sempre la stanza da letto, con quel

grande divano basso e molle, gli dava un crollo ai nervi. Ritornava in

salotto, accanto al fuoco, al fuoco casto e familiare, al fuoco che

purifica e che è l'immagine dell'anima nobile. Ivi aspettava.

Per fortuna, la contemplazione del fuoco è un grande diletto per gli

spiriti pensosi e raccolti; così Francesco Sangiorgio poteva dominare,

quasi cullare, la sua impazienza, poichè donn'Angelica non veniva.

Passando in quel salotto, accanto al caminetto, cinque o sei ore al

giorno, solo solo, senza osare di muoversi, egli aveva imparato a

seguire tutta la vita del fuoco, dalla lieve scintilla che si comunica,

si propaga, si dilata, si dilata, sino alla vampa larga e crepitante:

dalla incandescenza viva e forte, sino alla scintilla che si va

restringendo, si appanna, muore. L'occhio suo, macchinalmente, in quei

lunghi pomeriggi primaverili, soffocanti di dolcezza, seguiva la vita,

l'accensione, la morte di ogni tizzo: e mentre tutta l'anima sua

invocava e aspettava donn'Angelica, consumandosi come lui, con gli

stessi ardori, gli stessi avvampamenti, gli stessi languori smorenti a

poco a poco. Le maggiori ore di fiamma erano dalle quattro alle sei, in

cui donn'Angelica avrebbe potuto venire: allora nel cuore dell'uomo e

nel fondo del caminetto, era tutto un bruciare altissimo, una

temperatura dove tutto si strugge, il coraggio e il metallo.

Ella poteva capitare da un minuto all'altro, era forse per le scale, si

fermava sul pianerottolo, esitante, tremante: ed egli chiudeva gli

occhi, nel sussulto caldo e febbrile di quell'idea: ogni giorno, dalle

quattro alle sei, l'eccitamento dei nervi diventava acutissimo; e in

quelle due ore l'incendio di una catasta di legna lambiva le pareti del

caminetto. Poi veniva l'imbrunire: il desiderio e la speranza

s'illanguidivano nel cuore dell'amante, accasciati in un sopore,

s'illanguidiva il fuoco nel caminetto: cadeva la luce, cadevano le

vampate, la cenere bigia del crepuscolo discendeva sulla terra,

sull'uomo, sull'amore, sul fuoco. Egli usciva di là, ogni sera, alle

sette e mezzo, fra il freddo della strada e della sera che lo colpiva:

fra il freddo del disinganno che era in lui. Andava, smorto, tutto

raggricchiato, con le mani in tasca e il capo chinato sul petto, come un

miserabile febbricitante, che ha addosso il ribrezzo del male, come un

giuocatore che ha perduta l'ultima sua partita.

E così, come il giuocatore che ogni giorno si abbatte nella sua

delusione, ma ogni notte ritrova le forze per sperare e per giocare, più

ardimentoso, più audace, l'amatore avvilito nella sua speranza ritrovava

la sera al cospetto di Angelica la fede nell'Amore. Non la vedeva che

fra la gente, non poteva quasi mai parlarle, ma lo sguardo di lei gli

diceva sempre, esortandolo alla pazienza, alla rassegnazione:

— Aspettami, aspettami ancora: verrò.

Il giorno seguente, malgrado una voce scettica che gli parlava

nell'anima, malgrado tutte le delusioni passate, egli andava a chiudersi

più presto nel quartierino di Piazza di Spagna. Era una follia sperare

che ella avesse potuto venire prima delle due: ma, nella sua impazienza,

egli arrivava ogni giorno più presto, penetrando nel salotto a mezzodì

col bel sole meridiano di aprile, ne usciva alla sera, sempre più tardi,

alle otto. Alle volte, accanto al fuoco semispento, un assopimento lo

prendeva, come quelli che colgono i febbricitanti: sonnecchiava, sognava

quasi, svegliandosi in sussulto, credendo di aver udito squillare il

campanello. Non era nulla: donn'Angelica non veniva. E in quell'attesa,

un grande cruccio lo teneva: quando non doveva aspettare, immobile e

solitario, donn'Angelica; quando non vi era ancora l'idea del

quartierino, egli, in quelle ore, aveva la libertà di cercarla dovunque,

al Parlamento, a una conferenza, a un ricevimento, a una passeggiata;

poteva trovare un pretesto per andare, finanche, un minuto, in casa di

lei: poteva, in mancanza di meglio, parlare di lei, un minuto, con don

Silvio. Ma ora no. Mentre ella andava e veniva, forse a villa Borghese,

forse a una visita di amiche, forse a una seduta parlamentare, mentre

ella beava di sua presenza le donne, gli sciocchi, gli indifferenti, e

il primo imbecille capitato poteva vederla, salutarla, parlarle: egli,

che l'amava, che la desiderava, che viveva soltanto per lei, era ridotto

all'inazione, all'impotenza, solo solo, fra quattro pareti, martoriato

da due pensieri:

— Dove sarà? Verrà?

Prima, quando non vi era ancora l'idea del quartierino, egli faceva

ancora parte del consorzio umano. Andava, veniva fra le gente, dominato

da un sol pensiero, è vero, ma infine avendo tutte le apparenze

dell'esistenza. I colleghi lo incontravano, discutevano con lui di

politica, egli li ascoltava, macchinalmente, rispondeva loro, come un

musicista che suona a orecchio; fingeva d'interessarsi ancora alla sua

vecchia passione, — era ancora vivere, quello. Ma, ora, fra lui e la

politica, fra lui e la vita, una grande divisione era accaduta: egli

compariva un minuto solo a Montecitorio, di buon mattino, per

quell'abitudine di aprir la posta, poi il quartierino di Piazza di

Spagna ingoiava quel pensiero e quell'azione, sequestrava l'attività e

l'attenzione di Sangiorgio. Tanto che, alla sera, quando si metteva in

giro, per cercare donn'Angelica, egli ricascava nella vita, come un

trasognato, non sapeva nulla, non aveva inteso e visto niente, non aveva

parlato con nessuno, non aveva letto i giornali, aveva l'aria

rimbecillita: tanto che sul conto suo cominciavano a correre di questi

giudizi:

«Quel Sangiorgio! pareva una forza, ma che delusione....»

«Tutti così i meridionali: gran fuoco di paglia che non illumina, nè

riscalda...»

«Uomo finito, Sangiorgio...»

Sentiva egli questo ghiaccio che gli si formava intorno, questo

abbandono del pubblico, questo uscire dalla vita pubblica: aveva il

senso di questo dissidio fra il suo spirito e la politica: intendeva che

ogni giorno di assorbimento nel nuovo ideale consumatore lo allontanava,

per migliaia di miglia, dai vecchi ideali: tutto intendeva.

Non cieco, no: non acciecato, ma veggente e volente il sacrificio. Non

vittima mormorante parole di disperazione, non ribelle che oltraggia il

tiranno: ma martire soddisfatto, felice, che vede scorrere con delizia

tutto il miglior sangue delle sue vene. Anzi, più il suo amore gli

toglieva, più cresceva il suo ardore: maggiore il desiderio del

sacrificio. Così, una specie di lugubre, dolorosa voluttà lo colpiva,

quando al mattino soleggiato egli abbandonava le vie piene di gente e il

lavoro e il movimento e la vita, per andare a rinchiudersi in una

stanzetta, ed aspettare. Come il fanatico adoratore di Buddha, egli

saliva o discendeva tutti i cerchi dell'annichilimento, sino

all'astrazione completa e amarissima, sino al nirvano pieno di dolore.

* * * * *

Era nel primo mattino odoroso di maggio, nel chiarore allegro, fra lo

scampanio festoso che veniva da Trinità dei Monti. Egli era entrato nel

suo tempio, carico di rose, ma col viso pallido ed emaciato: e quella

freschezza umida dei fiori, quel loro colorito di salute e di bellezza,

urtava con colui che li portava, triste e infermiccio come una serata di

ottobre carica di miasmi. Egli metteva al posto le rose, con quell'aria

quasi infantile di dolore che fa tanta pietà, per quanto più è ingenua e

silenziosa. Quando un lieve tocco del campanello gli sconvolse i nervi,

lo fece arrossire, gli mandò le lagrime agli occhi: caddero le rose sul

tappeto.

«Sono io, io,» disse, a voce bassa, donn'Angelica, entrando.

Ella non si guardò neppure intorno, entrò subito nel salotto, si buttò

sopra una poltrona, mormorando ancora:

«Sono io, sono io.»

Egli restava ritto innanzi a lei, contemplandola con gli occhi inumiditi

dalle lagrime, nulla osando dire, non avendo neanche il coraggio di

ringraziarla.

La dolce donna aveva tenuta la sua promessa, ella non poteva mentire:

col maggio odoroso, col mese delle rose, delle preghiere a Maria

Vergine, ella era venuta, la divina. Non lei era dunque la Madonna a cui

si offrono le rose? Senza dire niente, egli, preso da un moto

improvviso, andò raccogliendo per casa tutte le rose, sparse per terra,

già semiaperte nei vasi, e con un gesto gentile e delicato, senz'altro

soggiungere, gliele andava gettando in grembo, tanto che la stoffa di un

bigio chiaro del vestito ne rimase coperta.

«Ho tardato, ho tardato assai,» mormorò ella, chinando il capo a quella

pioggia di fiori, «ma non ho potuto...»

E fece un gesto vago, di donna oppressa. Egli la pregò di cessare, con

lo sguardo e col cenno della mano: non lei aveva bisogno di

giustificazione innanzi a lui. Ed era così profonda la consolazione

della sua presenza in quella casa, così completa la felicità del suo

cuore, che nulla voleva la turbasse, nulla di amaro, nulla che sonasse

rimprovero. La dolce donna, vestita di un tenerissimo color bigio, con

una lieve piuma bianca sul cappello, con una velettina bianca sugli

occhi che ne aumentava la giovanilità della fisonomia, posava

compostamente, con le ginocchia coperte di rose, con una mano inguantata

di grigio, abbandonata in grembo, perduta fra le rose; l'altra manina

inguantata pendeva fuori del bracciuolo con le dita chiuse, come se

avessero lasciate sfuggire qualche cosa. Egli sedette là accanto,

sollevò lievemente quella manina inerte, la portò alle labbra, la baciò,

con un soffio; parve che non se ne accorgesse.

«È bello, qui,» disse lei, placidamente, come se si trovasse in visita

da un'amica, «è molto bello.»

«Mi sembrò udirvi dire che amavate Piazza di Spagna,» disse lui.

«È la strada che più amo, avete fatto bene a venir qui. Io non ho

potuto, mai: non ho trovato. Quella vecchia Roma, dove io abito, è così

triste, così triste! Per questo esco sempre: ogni volta che io esco, per

quanta fretta abbia, passo sempre per Piazza di Spagna.»

«Venite a star qui, in questa stanza,» disse lui, sorridendo, come se

scherzasse.

«Vorrei, se potessi,» rispose ella, con molta semplicità. «Ma non posso:

debbo restare laggiù, nell'ombra. Che sole che ci è qui! Sulla soglia

delle porticine si vendono dei fiori: anche qui, entrando, ne ho visti.

Pare che trabocchino dalle case. Mi pare che in questa piazza sieno

tutte case di felici: tanto sole, tanta primavera, tanta bellezza! Non

siete felice voi, amico?»

«Sì,» disse lui, profondamente.

«Iddio vi assista,» diss'ella a voce bassa, congiungendo le mani, come

se pregasse.

Acuto l'odore delle rose di maggio. Ella ne odorò una a lungo.

«E in fondo alla piazza, per contrasto a tanta chiarezza, ai bei palazzi

bianchi, alle ricche botteghe d'oggetti d'arte, quanto è mai strano quel

grande palazzo bigio, severissimo, su cui stanno scritte le parole:

_Propaganda Fide! — Propaganda Fide!_ non vi sembra che queste due

parole abbiano qualche cosa di vasto e di misterioso, che si allarghino

repentinamente per tutto il mondo? Io spero che voi siate credente,

amico.»

«Se voi credete, io credo, Angelica.»

«È così volgare essere atei! La religione è bella, è buona, vale molto

più di molte cose che il mondo apprezza. Siete mai stato in qualche

chiesa di Roma?»

«Ho visto le basiliche per curiosità di arte.»

«Sì, sì, sono grandi chiese vuote, non servono a nulla. Bisogna vedere

le piccole chiese di Roma, quelle che servono per pregare. Ve n'è una

quassù, la Trinità, dove cantano le monachelle, ogni domenica, dietro la

grata: che soavità di canto! Non le vedete, vi sembrano anime esalanti

il loro amore e il loro dolore. Ci andremo una volta insieme, dite,

nevvero?»

«Se voi volete, io ci verrò.»

«Io vorrei che pensaste quello che penso, amico mio: vorrei che sentiste

quello che sento. Non indovinate, forse?»

«Vi voglio tanto bene, indovinerò,» disse lui, con quella soffocazione

di voce che gli veniva quando le parlava del suo amore.

«Non dite questo,» ella mormorò arrossendo come una fanciulla, «avevate

promesso di non dirmelo.»

«È che, talvolta, ciò è più forte di me. Lasciatemelo dire, qualche

volta, Angelica: siate dolce, voi che siete la dolcezza. Io vi voglio

tanto bene, tanto bene, che me ne muoio. Sono solo, non amo altri, non

debbo amare altri, voglio bene a voi, Angelica.»

E vedendolo diventare rosso di passione, ella non gli disse più nulla,

ma leggermente, come l'ala di un uccello, come una foglia d'albero,

agitata dalla brezza, gli agitò la manina sul volto. Egli tacque, come

un fanciullo vergognoso, un po' sorridente, un po' imbronciato,

sentendosi rinfrescare il viso da quel soffio. Ella sorrise, con una

certa malizia ingenua, prima di fargli questa domanda:

«È vero che avete amato donna Elena Fiammanti?»

«No, mai.»

«Allora ella ha amato voi?»

«No, neppure.»

«Voi non mentite mai, mi pare?»

«Mai.»

«Eppure ella deve avervi amato, credo. Sembra una donna leggera,

volubile, ma deve avere il cuore molto buono, molto affettuoso. Io non

la vedo quasi mai, ella preferisce la compagnia degli uomini a quella

delle donne. Proprio mai le avete voluto bene?»

«Io non ho voluto bene a nessun'altra donna che a voi, Angelica.»

«Non parliamo d'amore, amico. Me lo avete promesso. Se io ne parlo, non

mi rispondete: lasciatemi dire, non m'interrompete. Io ho bisogno di

pensare ad alla voce, accanto a una persona che m'intenda, che abbia per

me dell'affetto, che mi compatisca. La pietà, anzitutto: voi sarete

pietoso per me, nevvero, amico?»

«Angelica, Angelica, non dite questo...»

«Perchè, vedete, io sono come una bimba, talvolta, io dimentico la mia

parte di donna grave, di persona seria. Io ridivento una creatura timida

e paurosa, superstiziosa, sognatrice, piena di stravaganze puerili, di

capricci inevitabili. Io sono serena, pel mondo, questo è il mio dovere,

questo è il mio obbligo: ma nell'ora bizzarra, nell'ora della tristezza

indefinibile, delle gioie impensate, che niuno sa spiegare, io ho

bisogno che qualcuno abbia pietà di me. Avrete voi pietà di me, amico?»

E quasi a pregarlo, giunse le mani, gli rivolse gli occhi supplicanti:

egli si chinò, un minuto, sulla fronte dolce e bianca, la baciò così

lievemente, che parve un soffio, ma con tanta amorosa pietà, con tanta

innocenza di amore, che ella, commossa, si mise a piangere

silenziosamente.

«Non piangete, Angelica,» diss'egli, dopo un poco, con una voce

tramutata, «non piangete.»

«Lasciatemi piangere, lasciatemi: mi fa piacere, è uno sfogo: a casa non

posso piangere mai. Ora.... ora non piangerò più, vedrete, mi passerà.»

Egli non insistette, parendogli di togliere un conforto alla povera

donna: ma le lagrime che le correvano per le guance gli procuravano un

grande spasimo, erano per lui un dolore acuto e un'acuta seduzione, lo

vincevano con la irresistibile voluttà dell'angoscia. Mentre ella

parlava, placida, sorridente, come se fosse nel proprio salotto o in

visita nel salotto di un'amica e non chiusa con un amante in una casa

recondita, dove nessuno sarebbe mai venuto a disturbarli, egli poteva

dominare il suo temperamento d'uomo, sino al punto di non chiederle

nulla, sino al punto di non parlarle di amore: ma quando ella, dopo aver

parlato del suo cuore ferito insanabilmente, dei suoi sogni perduti,

della sua giovinezza morta per sempre, piangeva, piangeva su questa

tomba, quando egli la sentiva singhiozzare lievemente, immota, come una

bambina che soffra, allora egli non poteva resistere alla tentazione di

prendersela nelle sue braccia, di tenersela stretta a sè, per sempre,

sino alla ultima ora.

Sangiorgio chinava il capo per non veder più quel viso solcato di

pianto, quel petto che si gonfiava e alenava, come quello di un

uccellino: ma stanca, ella si acchetò, lentamente, conservando ancora la

malinconia di chi ha pianto, il profumo delle lagrime. Guardava il

merletto del suo fazzoletto molle di lagrime e taceva.

«Perdono, amico,» disse, dopo, come se allora soltanto si ricordasse che

egli era là.

«Non lo dite... non sono io il vostro amico?»

«Ohimè, sono una triste amica, io,» soggiunse ella con un sorriso mesto:

«non vi allieterò certamente la vita. Val meglio perdermi che

guadagnarmi, ve lo assicuro.»

«Io vi amo così, io vi amo come siete, io vi amo per questo,» soggiunse

lui, con una certa violenza. Ella tacque un momento, guardando la

striscia di sole meridiano che attraversava la tendina di merletto di un

giallo antico e si distendeva sul tappeto, sino al mucchio di cuscini di

seta rossa che aspettavano una bella donna stanca. E un pensiero le

venne, ella si alzò di scatto:

«Vado via,» disse.

«No, no,» egli mormorò, smarrito, come se non si attendesse mai a quello

schianto.

«Debbo andare,» rispose ella, seria.

«Perchè?» chiese egli, infantilmente.

«Per questo,» ed era ritornata al sorriso, per la ingenuità della

domanda.

«Restate ancora, siete giunta adesso.»

«È un'ora, è già tardi, debbo andare.»

«Un altro poco, un altro pochino,» insisteva lui, nella puerilità del

suo amore.

«Non posso, ve lo assicuro, sono restata già troppo.»

«Che vi fa un altro pochino?»

«Nulla mi fa, ma a che serve? Un minuto di più, cinque minuti di più,

che vi fanno?»

«Non mi tormentate, Angelica, siate buona, concedetemi altri cinque

minuti.»

«Rimarrò, ma esigete troppo,» diss'ella, crollando il capo, come una

mamma che concede, sforzata, una chicca al fanciulletto che strepita.

E stettero fermi, presso la porta del salotto, una innanzi all'altro,

ella come annoiata e impaziente di andar via, egli come imbarazzato e

pentito di averla trattenuta. A un tratto un pensiero cattivo contrasse

il viso di Sangiorgio:

«È vero che non volete tornar più?»

«Tornerò, tornerò,» mormorò ella, facendo per uscire, parendole che già

fossero passati quegli eterni cinque minuti.

«Oh, non lo dite, voi non tornerete, non volete tornar più,» riprese

lui, tutto agitato, incapace di resistere a questa idea; «perchè

ingannarmi? Ora ve ne andate, ma non ritornerete più, lo so, qualcuno me

lo ha detto, dentro di me.»

«Ritornerò, ritornerò,» continuava a dire ella, con la sua voce dolce e

ferma che aveva il potere di calmarlo. E per dargli la tranquillità, lo

tenne per un momento sotto la freschezza del suo sorriso, sotto la

serenità del suo sguardo.

Egli si placava, mansuefatto.

«Promettetelo, allora, che ritornerete: potete promettermelo?»

«Ve lo prometto.»

«Per la cosa o per la persona che più vi interessano nel mondo?»

«Per la cosa o per la persona che più mi interessano nel mondo, ve lo

prometto.»

«Quando tornerete?»

«Questo non posso dirvelo: non posso venir sempre: quando potrò, verrò.»

«Sta a voi, Angelica, di tornar presto. Ma non potreste dirmi, così, un

giorno, un'ora?»

«A che serve? Vi duole l'aspettarmi? Non siete qui in casa vostra?»

«Sì, sì: ma ditemi almeno un giorno...»

«Non vi piace l'aspettarmi forse? Avvi alcuna cosa che vi piace di più?»

«Nessuna, Angelica, nessuna.»

«Ebbene?»

«Ebbene, se sapeste, per chi ha la dolcezza di aspettarvi, Angelica,

quale amarezza è il non conoscere nè il giorno, nè l'ora in cui

arriverete! Questo ignoto è un tormento, è un incubo, è una sofferenza

così grave, nel cuore, nel cervello, Angelica, che se la sapeste, vi

farebbe una grande pietà. Doveste anche ingannarmi o non potere, ditemi

un giorno!»

«Oggi è domenica,» ella disse, pensando, «nè domani, nè dopo domani, nè

mercoledì, il mio tempo è preso crudelmente. Verrò giovedì, sì, giovedì,

credo di poter venire giovedì.»

«Non prima?»

«Chissà! forse potrei, un minuto, in uno di questi tre giorni... ma

giovedì, sicuramente. A rivederci, amico.»

«Oh restate!...» egli gridò, trattenendola per la mano.

«È una fanciullaggine: a rivederci,» e fuggì per le scale, come

liberata.

Immediatamente egli sentì come mancarsi la vita: pareva che tutto il

sangue gli fosse andato via, per una ferita. Non dette neppure

un'occhiata al salotto dove erano stati, al posto dove si erano seduti

accanto: prese il cappello e scappò via, nella necessità di raggiungere

Angelica, nella folle speranza di raggiungerla. La piazza, piena di

sole, nel mezzogiorno, lo abbagliò: e istintivamente si buttò per via

dei Condotti. Ma non vedeva in niuna parte il bel vestito bigio e la

veletta bianca: a mezza strada tornò indietro, si mise a correre verso

Propaganda Fide, quel nome gli era rimasto, si perdette per S. Andrea

delle Fratte, la Mercede, San Silvestro, come istupidito, come colui che

ricerca con cura un oggetto, che sa sicuramente di avere smarrito.

Ma la cara figura parea si fosse dileguata nel sole, poichè dopo aver

battuto tutte le vie che circondano Piazza di Spagna, correndo, spronato

da una necessità invincibile, Sangiorgio non arrivò a ritrovarla.

Camminò ancora per un'ora, pel Babuino, per Due Macelli, Via Sistina,

villa Medici, il Pincio, in preda a una febbrilità che non gli faceva

sentire la stanchezza, lasciandosi vincere dall'idea folle che a

quell'ora donn'Angelica avesse avuto voglia di passeggiare, dopo di

essere stata un'ora con lui: si trovò in Piazza del Popolo, solo solo, a

un tratto calmato, con le gambe stanche, con la testa piena di

confusione. Doveva esser tardi, molto tardi; gli parea che fosse passata

una lunga giornata piena di avvenimenti, sentiva la stanchezza morale e

fisica delle grandi giornate della vita umana: cavò l'orologio. Era

appena l'una e mezzo: l'altra metà del giorno rimaneva innanzi a lui

vuota. Macchinalmente, pian piano, obbedendo a un antico istinto, si

avviò pel Corso, alla Camera, con un'aria annoiata, non guardando

neppure le belle romane borghesi che ritornavano dall'ultima messa, non

riconoscendo neppure qualcuno che lo salutava, in quel lieto polverio

luminoso della domenica di maggio. Andava al Parlamento, ma non sapeva

neppure se vi fosse seduta, era domenica: a ogni modo, andava lì per

rifugio, non sapendo dove buttare il suo corpo e il suo spirito. Gli

sembrava tutta nuova, tutta estranea la gente che incontrava, e come

egli la guardava, sorpreso di tante facce esotiche, pareva che anche

costoro lo guardassero sorpresi, non conoscendolo. In quell'ora, il

viavai dei deputati, intorno Montecitorio, era continuo, era un salire e

discendere di coppie d'amici, di gruppetti di uomini politici che

avevano fatto colazione insieme alle _Colonne_, al _Parlamento_, al

_Fagiano_, alle _Sorelle Venete_: Sangiorgio scambiava qua e là dei

saluti, come trasognato. Li vedeva discorrere, li udiva discutere:

passando accanto a loro, afferrava dei brani di discussione, ma non

intendeva nulla. Per fortuna, ci era seduta, quel giorno.

Sedette al suo posto abituale, ordinando per consuetudine fisica le

carte che aveva innanzi, udendo la voce del segretario Sangarzìa,

piccola ma sonora, leggere il processo verbale. Di che si trattava?

Questa voce gli sonava confusa nella mente, quelle parole gli sembrava

di averle udite altra volta, ma quando? Gli costava uno sforzo enorme il

raccapezzarsi: era come colui che, vissuto per un certo tempo in un

crescente esaltamento dei nervi, si abbandona poi a una stanchezza

profonda, nell'esaurimento di tutte le sue forze. Assisteva a quella

seduta, con la testa fra le mani, cercando di afferrare il suono e il

senso di tutto quello che vi si diceva, ma era troppo sfinito, un

torpore l'aveva invaso, aveva paura di addormentarsi. Uscì nei corridoi,

a fumare un sigaro. L'onorevole di Carimate, il simpatico signore

lombardo, presidente di una commissione agraria, gli corse incontro:

«Ebbene, Sangiorgio, e la relazione?»

«La relazione... già... quando si sarebbe dovuta presentarla?»

«Ma, una settimana fa: siamo in grave ritardo. Io vi ho cercato

dovunque, non avete avuto due miei biglietti?»

«No, nulla,» rispose egli, mentendo.

«E ieri, ci hanno attaccati! Ho dovuto rispondere io, come presidente.

Siete stato ammalato?»

«Molto ammalato.»

«Si vede. Curatevi, Sangiorgio. Non avreste per caso le febbri?»

«Credo.»

«Curatevi. E quando potremo essere pronti?»

«Non saprei... fra otto giorni, forse... Ve lo dirò.»

Egli rientrò nell'aula, avendo già scossa da sè la penosa impressione

della menzogna. Si parlava ancora, l'onorevole Bonora, un deputatino

nuovo e noioso che parlava di tutto, seccava la Camera. Il presidente,

dal suo seggio, fece un piccolo cenno amichevole a Sangiorgio: costui

scese e andò a stringergli la mano.

«Ammalato?» domandò il romagnolo, dai leali occhi bruni.

«Un poco.»

«Perchè non chiedere un congedo?»

«Lo chiederò: ne ho bisogno.»

E ritornò al suo posto, esausto. Una irritazione sorda cominciava a

nascere in lui. Erano le cinque, gli pareva di stare da un secolo in

quella Camera. Sandemetrio, il deputato abruzzese e Scalìa, il

siciliano, parlavano accanto di un duello fra un giornalista e un

deputato; chiesero il suo parere: egli fece vedere la sua indifferenza.

Tutte quelle voci alte o basse finirono per dargli un gran fastidio.

Aveva caldo, ora: si sentiva male, in quell'ambiente: vi soffriva, non

poteva più respirare. Uscì precipitosamente, prese una carrozza,

difilato si recò al suo quartierino di Piazza di Spagna. Ivi si buttò a

braccia aperte sulla poltrona dove Angelica si era seduta, appoggiata, e

vi pianse su tutte le sue lagrime.

La conquista di Roma · 第 26 / 31 题