VII.

Sotto il portone di Montecitorio, Francesco Sangiorgio s'indugiava,

mentre dietro a lui gli uscieri avevano man mano spento il gas della

biblioteca, delle sale di lettura e di scrittura, degli uffici: egli

guardava il cielo stellato estivo e la piazza, non sapendo decidersi a

ritornare in casa. Un'alta figura magra, venendo dagli Orfanelli, gli si

accostò, traendosi di bocca il sigaro, piegando un po' le spalle:

«Buona sera, Sangiorgio,» gli disse. «Siete libero?»

«Buona sera, don Silvio. Libero.».

«Ho da dirvi qualche cosa.»

«Andiamo al ministero, allora?»

«No, no, non al ministero.»

«... A casa vostra?»

«Neppure. Preferisco venir da voi, Sangiorgio,» ribattè il ministro,

brevemente, rialzando il capo.

«A piacer vostro,» rispose Sangiorgio, con lo stesso tono di voce,

avendo inteso tutto. «Andiamo.»

Si avviarono per Piazza Colonna, taciturni, fumando i loro sigari,

guardando le loro ombre che si disegnavano in terra, in quella notte

lunare. All'angolo di Via Cacciobove, Sangiorgio volle voltare.

«Di qua?» domandò don Silvio, con un dubbio.

«Già.»

«Non abitate voi, Sangiorgio, in Piazza di Spagna, numero 62?»

«Avete ragione, don Silvio,» soggiunse ancora Sangiorgio, con freddezza.

Camminarono pel Corso, sempre senza parlarsi, incontrando quelli che

uscivano dai teatri estivi, il Quirino, il Corea, l'Alhambra, e che

malgrado la notte, riconoscendo l'alta statura del vecchio ministro, se

lo indicavano, sottovoce, voltandosi ancora a guardarlo, pigliando

Sangiorgio per un segretario, per un impiegato. Andavano lenti lenti. A

Via Condotti non incontrarono più nessuno: nessuno a Piazza di Spagna.

Il portoncino numero 62 era chiuso, ma Sangiorgio aveva la chiave,

sebbene non ci fosse mai venuto di notte: per le scale oscure egli

accese un fiammifero, don Silvio veniva di dietro, sempre fumando.

Nell'anticamera l'antica lampada a olio, perpetua, gettava delle ombre

tragiche sul nero cofano di nozze, di legno scolpito, sulle sedie dalla

spalliera alta; nel salotto dove mai lume era stato acceso, Sangiorgio

si trovò imbarazzato, girava col fiammifero in mano, non sapendo come

far la luce; alla fine trovò un sottile candeliere di bronzo, pompeiano,

in cui tre candele rosee erano infitte, e le accese. Si sedette,

dirimpetto a don Silvio, già seduto; costui aveva buttato il sigaro sul

pianerottolo, lasciato il cappello in anticamera e teneva il capo

abbassato sul petto: di nuovo, la lente pendeva sul soprabito, don

Silvio era in uno dei suoi momenti di raccoglimento.

«Io aspetto, don Silvio,» disse Sangiorgio, frenando a stento

l'impazienza della sua voce.

«Pensavo, Sangiorgio,» cominciò quietamente il ministro, «quanto il

desiderio di ammazzarmi debba essere violento in voi.»

«Molto violento.»

«Da oggi, poi, deve essere irresistibile.»

«Irresistibile.»

«Avete torto, Sangiorgio,» soggiunse don Silvio, con molta dolcezza.

«Perchè mi uccidereste? Sono vecchio, vecchio assai: quello che voi non

farete, farà naturalmente la morte.»

«Don Silvio!...» gridò l'altro, colpito improvvisamente.

«È così: ho settantadue anni, ma ho vissuto la vita di tre uomini. Sono

stanco e rifinito, dentro, come nessuno s'immagina. Cadrò,

quandochessia, di un colpo solo. Mi potreste esser figlio, Sangiorgio:

non vorreste uccidere vostro padre, voi, per raccoglierne l'eredità.»

«Don Silvio, don Silvio, non dite!...»

«Lasciatemi dire. Per questo non ci batteremo insieme, quantunque in me

fosse forte il diritto di farlo e in voi grande il desiderio. Eppoi,

saremmo ridicoli: io, così presso alla tomba, pretendendo aver

risentimenti e passioni da giovanotto: voi così giovane, non avendo la

pazienza di aspettare. Ridicoli, mai. Capisco la tragedia, in simili

cose, quando vi è l'amore e la gioventù: non capisco la farsa. Meglio il

disonore che la burletta, Sangiorgio.»

«È vero, è vero.»

«Eppoi... vi è Angelica...» soggiunse il vecchio marito pronunziando

quel nome con una infinita soavità.

Fu un silenzio prolungato, in quel piccoletto tempio dove la dea,

assente, regnava sempre, invisibile.

«Angelica è buona, non deve soffrire. Quando oggi ella si è buttata

nelle mie braccia, tremante di paura, scongiurandomi di salvarla — e non

tremate voi di gelosia, Sangiorgio, ella è una figliuola per me, — io

che sapeva tutto il suo segreto, l'ho lasciata dire, poichè quel pianto,

quei singhiozzi, quella disperazione erano lo scoppio della sua

rettitudine, erano lo spettacolo di una coscienza che si ribellava

contro il male.»

«Voi sapevate il suo segreto, tutto?»

«Sì, dal primo giorno. Ella non rammentava bene se fosse venuta qui, la

prima volta, il due o il tre maggio, ma io sapevo bene che era venuta

una domenica, due maggio; ella mi ha confessato di esser venuta qui una

quindicina di volte, ma io sapevo meglio di lei che erano diciotto le

volte che ci era venuta: sono ministro dell'interno. Ma non le ho fatto

rimproveri, come non ne faccio a voi. Voi avete ragione di amarvi.»

Sangiorgio alzò il capo umiliato per guardare negli occhi il vecchio

marito malinconico.

«Naturalmente,» riprese costui. «Angelica è bella, è giovane, è

intelligente, avrebbe bisogno di una persona giovane, come lei, tutta a

lei dedicata, che la sapesse apprezzare in tutte le sue belle e buone

qualità, che vivesse con lei la vita in comune, la vita dello spirito e

del cuore: invece ha un vecchio inaridito, scettico, distrutto, che ha

una vecchia e ardente passione da alimentare, l'ambizione, la passione

esigente, concentrata, rabbiosa di quelli che hanno passato i

quarant'anni.

«È naturale che Angelica preferisca voi a me: voi stesso, che volete e

sapete ancora amare, che non avete ambizione, che non conoscete ancora

questa febbre dell'anima che mai non si cheta, che avete il cuore pieno

di fiducia e la fantasia piena di entusiasmo, voi preferite a tutto

questa dolcissima ebbrezza dell'amore. Chi vi darà mai torto? Siete voi

i più saggi, noi siamo i pazzi, noi meritiamo di essere burlati e

ingannati, noi combattiamo per una illusione volgare, voi per una divina

realtà! Io non posso rimproverarvi.»

Sangiorgio ascoltava, con la faccia fra le mani, senza rispondere.

«E poi...» riprese don Silvio, come se parlasse a sè stesso, «l'uomo,

questa gran cosa, questa potenza, questa forza, questo complesso di

forze, ha una legge che ne limita gli sforzi. Farai questo e non altro,

dice questa legge, se non vuoi riuscire mediocre, inefficace in ambedue.

Una sola passione potrai nutrire, forte, intensa, profonda: un solo

ideale potrai desiderare, alto, lontano, inafferrabile; e la tua anima

si dovrà consacrare tutta a questa unica passione, nulla te ne dovrà

distrarre, e la tua volontà si dovrà intieramente concentrare nel

desiderio dell'unico ideale, se vuoi raggiungerlo. L'amore, l'arte, la

politica, la scienza, queste grandi efficienze umane, queste altissime

forme di passione e d'ideale, vanno ognuna per sè, solitarie, tanto

vaste che appena appena il misero spirito di un uomo può abbracciarne

una sola. Non si è scienziato ed artista, non si è uomo politico ed

amante, ammeno di non essere mediocre nelle due cose che si vogliono

fare. Bisogna scegliere: le grandi forme umane dello spirito e del cuore

sono egoistiche e chieggono grandi sacrifizi...»

* * * * *

«Qual'è il desiderio di donn'Angelica?» chiese brevemente Sangiorgio,

riscotendosi dalla lunga meditazione in cui era stato immerso.

«Che voi partiate da Roma, Sangiorgio,» rispose don Silvio.

«Partirò. Per molto tempo?»

«Pel maggior tempo che vi è possibile.»

«Darò le mie dimissioni. Potrò rivedere donn'Angelica? Non ho in questo

momento neppure l'ombra del cattivo pensiero, domandando ciò.»

«Ella desidera non vedervi.»

«Bene. Le potrò scrivere, almeno?»

«Ella vi prega di risparmiarla: intenderete il suo riserbo.»

«Ditemi, Don Silvio, in nome di Dio, per questa ora che è la più dura

della mia vita, non siete voi che la costringete a tutto questo? È ella

libera?»

«Ve lo giuro, figliuol mio, ella è libera,» disse dolcemente don Silvio,

«a nulla la costrinsi. Voi potete vederla, se volete non mi opporrò. Ma

sarà meglio per voi non vederla,» soggiunse, con profondità.

«Soffre ella?»

«Ha sofferto.»

«Che dice ella di me?»

«Conta sul vostro amore.»

«Bene. Ditele che parto, che non ritorno più. Addio, don Silvio.»

«Addio, Sangiorgio.»

E sulla porta della strada, nella notte, si licenziarono.

«Sentite, ancora, don Silvio. Sapevate che amavo donn'Angelica, che ella

veniva da me e non temeste nulla?»

«Io conosco donn'Angelica,» rispose don Silvio, con un accento profondo,

allontanandosi.

Francesco Sangiorgio intese: come don Silvio, ora, egli conosceva

donn'Angelica, la donna che non sapeva amare.

* * * * *

Era scivolato, durante la seduta, negli appartamenti del presidente, non

volendo lasciarsi vedere. Di là gli aveva scritto un biglietto, offrendo

le sue dimissioni, per motivi di salute; un biglietto secco secco, senza

nessuna spiegazione. Nel consegnare la lettera all'usciere, un gran

tumulto era accaduto nei suoi nervi, un fiotto di sangue parea lo

soffocasse: dopo averlo visto scomparire dietro la porta, egli si era

rovesciato sulla poltrona di raso giallo, invecchiato, affralito, come

se uscisse da una malattia di dieci anni. Aspettava, aspettava, non

osando muoversi, non osando girare in quella Camera donde egli, in quel

giorno, volontariamente si esiliava: temeva di farsi vedere, come un

colpevole, temeva d'intenerirsi, temeva di buttarsi per terra a piangere

su tutto quello che moriva in lui in quel giorno. L'usciere ritornò, con

un biglietto del presidente: la Camera, come si usa, a richiesta

dell'on. Melillo, gli accordava un congedo di tre mesi. Ma non capivano,

dunque, che voleva andarsene? L'agonia, dunque, doveva ricominciare?

Dovette scrivere di nuovo al presidente: assolutamente, era ammalato,

non poteva più fare il deputato. Ora passeggiava su e giù, nel salotto

presidenziale, come un leone in gabbia: e ogni volta che arrivava presso

la stanza da letto, un senso d'invidia lo afferrava.

Lì dietro, sopra un lettuccio, dove era stato trasportato, colpito da un

morbo improvviso mentre discuteva alla Camera, aveva agonizzato un

atleta giovane e audace della finanza; lì aveva avuto il supremo bene di

poter morire, come un soldato sul campo di battaglia: e Sangiorgio

invidiava questo morto. L'usciere ritornò: la Camera accettava le

dimissioni, vista l'insistenza; — il presidente aggiungeva qualche

amichevole parola di rimpianto, augurando buona salute. Era tutto: ed

era finito. Macchinalmente Sangiorgio cercò la medaglina, il suo

orgoglio, il suo amuleto, e fra le mani gli parve erosa, assottigliata,

come se l'avesse consumata un fuoco. E uscì di là, lentamente,

resistendo al forte desiderio di guardare un'altra volta le sale, i

corridoi, gli ambulatori, la biblioteca, la _buvette_, i saloni degli

uffici; uscì senza rivederli, avendo paura d'incontrare troppi deputati,

di dover dare troppe spiegazioni, di dover stringere troppe mani — e lo

sentiva, sì, lo sentiva, se qualcuno, il primo capitato, gli diceva

_addio_, egli sarebbe scoppiato in singhiozzi, senza vergogna, come un

fanciullo a cui è stata chiusa la porta della casa paterna. Meglio

andarsene, come un indifferente, come un cattivo servo che non si

ringrazia e non si saluta, che non vuol ringraziare e non saluta.

A un tratto, sulla piazza di Montecitorio, sentì come un vuoto profondo

in sè, attorno a sè. Gli pareva di non aver più nulla da fare, di non

dover andare più in nessun posto, di non dover più vedere nessuno: tutte

le cose, le persone, i fatti avevano subìto come una scolorazione. Non

voleva nè camminare, nè mangiare, nè parlare, nè pensare, tutto gli

sembrava inutile, tutto: istintivamente si recò all'Angelo Custode, nel

vecchio quartierino dove l'estate accumulava tanta polvere, e al

nauseante odore dei bacherozzi univa tutti gli altri cattivi odori che

venivano dal cortiletto; là si buttò sul letto, bocconi, con la faccia

morta nei cuscini, con le mani abbandonate, nella inerzia mortale. Non

aveva cercato di rivedere Angelica: a che sarebbe servito? Forse che

qualche cosa in lei o nell'amore si sarebbe mutato, rivedendola?

Tutto era inutile, tutto. Aveva un forte debito col tappezziere, un

altro con una banca popolare la necessaria rovina che porta con sè ogni

amore onesto, ma illecito: ma che gliene importava? Avrebbe pagato,

forse, quando avrebbe potuto, in un tempo vago: o se no, la rovina,

tanto peggio, nulla poteva più commuoverlo, tutto era inutile, tutto.

Non aveva voluto neppur rivedere il quartierino di Piazza di Spagna,

tutto profumato e caldo ancora della presenza di Angelica, non aveva

voluto baciare il posto ove ella si era seduta: le memorie doveano

inabissarsi nel passato, le testimonianze del passato dovevano perire.

Non aveva neppure voluto fare un giro per Roma, per la città prediletta,

per la città dei suoi sogni, che lasciava fra due ore.

Nulla serviva più a nulla: tutto era inutile, tutto.

Giacchè tutto era finito, meglio sprofondarsi sul gramo lettuccio del

quartierino mobigliato, fra il sudiciume e i cattivi odori; meglio non

vedere, non sentire più nulla, poichè tutto era finito. E certo era un

sonnambulo colui che andava su e giù, nello stanzone della stazione,

avendo preso un biglietto di seconda classe per un paesello ignoto della

Basilicata, poichè non gli bastavano i quattrini a comperarne uno di

prima: era un sonnambulo che non vedeva le persone e le urtava, mentre

aspettava la partenza del treno per Napoli; che non badava nè alla sua

valigetta, nè al venditore ambulante che gli offriva i giornali, nè al

vento estivo che facea vacillare le fiammelle a gas; era un sonnambulo

colui che cercava il suo posto, sospinto dalla voce dell'impiegato.

Che lungo sogno! Ai primi sbuffi del treno che parte, un grande colpo

nel cuore che sveglia quel pallido sonnambulo; egli si affaccia allo

sportello e vede Roma, nera, alta, immensa, nei suoi sette colli che

brillano di lumi; e ritira il capo, si abbatte sul sedile, come morto.

Poichè, in verità, Roma lo ha vinto.

La conquista di Roma · 第 28 / 31 题