Tre volte avevano camminato accanto, sulla larga via di campagna che va
da Ponte Molle a Porta Angelica, sotto gli olmi e i platani,
costeggiando il Tevere biancastro.
Ella lasciava la carrozza prima del Ponte Milvio, dicendo al cocchiere
di andarla ad aspettare in Piazza S. Pietro: e faceva un centinaio di
passi a piedi, passando il Ponte, cercando con gli occhi.
Egli era sempre là, aspettando da due ore, turbato dall'impazienza e dal
desiderio, passeggiando su e giù innanzi all'osteria di Morteo,
internandosi un poco nella Via di Tor di Quinto, tornando indietro sino
al Ponte, arrivando sin dove comincia la Via Flaminia, tornando ancora
indietro, dando dappertutto delle occhiate distratte, ai salici
rinverditi che si piegavano sulle sponde del fiume, ai mandorli fioriti
che sorgevano dietro le siepi della Farnesina, non vedendo nulla, col
capo rivolto sempre verso Ponte Milvio, donde ella doveva arrivare: e di
lontano la vedeva spuntare, un improvviso rossore colorava di fiamma il
suo volto pallido, non le andava incontro, l'aspettava di piè fermo,
fingendosi distratto, disattento.
Ella arrivava sempre dopo il terzo o il quarto convegno mancato, sempre
con un'ora e mezzo di ritardo, ma non si scusava mai, non ricorreva
neppure a uno dei tanti pretesti femminili: e lui che fremeva di dolore,
che sino a quel momento l'aveva incolpata di freddezza, di noncuranza,
battendo i piedi, in preda a una nervosità invincibile, quando la vedeva
comparire, non le diceva più nulla, la guardava, incantato, pagando con
quel minuto acuto di gioia tutte le sofferenze passate.
Il primo minuto era sempre imbarazzante: non si sapevano dire nulla,
ella seria e preoccupata, egli incapace di profferir parola, per
l'emozione: e si mettevano a camminare, sotto gli alberi, lentamente,
ella con gli occhi bassi, con le mani ficcate nel manicotto, per avere
il pretesto di non andare sotto il suo braccio; egli girando fra le dita
il sigaro spento, sogguardandola, felice, malgrado il contegno severo e
triste di donna Angelica.
Dolcissima la primavera romana si allargava nell'aria dai cipressetti di
Monte Mario sui platani dei Monti Parioli; e dalle siepi alte, sul fiume
e sulla campagna, un candore di biancospino si offriva acutamente
profumato. Le prime parole di donn'Angelica sonavano dolore, rimpianto,
pentimento: parole brevi, ma profonde, che piombavano, tutte, sul cuore
dell'amatore. Egli taceva umiliato, non sapendo che offrire di
consolazione a questa virtuosa e santa donna, che per lui aveva la
coscienza turbata dai rimorsi. Ma come la naturale pietà rifioriva
nell'ora e nel tempo in donn'Angelica, ella moderava i suoi lamenti che
diventavano sempre meno precisi, più vaghi, erano infine un ritornello
malinconico che l'amatore ascoltava, come una musica dilettosa e
rattristante:
— Se soffre per me, mi ama, — egli pensava, nella follìa dell'amore.
Ma nè ella aveva mai detto di amarlo, nè lui mai lo aveva chiesto: una
timidezza paurosa, una vergogna e un riserbo strano avevano impedito
all'amatore di fare questa domanda. Sì, temeva la risposta, la risposta
serena, ma crudele della donna che non ama e a cui la pietà, per quanto
grande, non concede di mentire.
Così, naturalmente, in questa loro singolare relazione, senza nessuno
suo sforzo, donna Angelica nulla doveva concedere del suo cuore e nulla
le si doveva chiedere che concedesse: tacitamente, senz'altro, era stato
inteso che ella accettasse, sopportasse, subisse l'amore, senza mai aver
l'obbligo di ricambiarlo. Ella era la immagine benedetta che si degnava
tenere gli occhi pieni di grazia sul suo devoto — e il devoto la
benediceva sempre più, l'adorava, le parlava del suo amore. Sotto i
grandi alberi di Via Angelica, attraverso i quali il fiume s'inargenta,
andando fra gli odori forti campestri sul terreno duro, egli, poco a
poco, come quel cullamento triste della voce di donn'Angelica si
affievoliva, le parlava sottovoce del suo amore. Sulle prime erano delle
frasi tronche che la passione spezzava, il riassunto frettoloso di
quello che aveva pensato e sentito nei giorni in cui non l'aveva vista,
o, vedendola, non aveva potuto parlarle: e allora, pronunziando quelle
frasi smozzicate, quasi violente, la fissava con certi occhi pazzi, che
a lei davano un'impressione rapidissima di terrore. Ma al suono della
propria voce, Sangiorgio andava riprendendo cuore, la parola diventava
più facile, le idee si annodavano fra loro logicamente, il suo amore
trovava in lui una eloquenza di sentimento così semplice e così
convincente, che donn'Angelica, a quell'onda umile e letificante, andava
riprendendo la sua bella pace: la faccia le si faceva rosea, come quella
di una fanciulla che si gode puramente l'omaggio dell'amore. Talvolta in
quei momenti ella andava cogliendo dei lunghi rami verdi o un fascio di
celidonie giallissime o quei mucchietti di fiorellini bianchi minuti,
come un merletto, o quelle bacche rosse e velenose, dall'aspetto così
attraente: ed egli parlava d'amore ed ella coglieva fiori, a un tratto
ringiovanita, — e talvolta dal suo fascio staccava un fiore e glielo
dava.
Egli lo teneva fra le mani, arso dal desiderio di morderlo: e un giorno
volle mangiare le bacche rosse, dalla tinta viva, così provocante.
«Volete morire?» fece ella scherzando, ma tremando.
E quel tremito fu uno dei tesori morali che andava raccogliendo
Sangiorgio. Un giorno, presso un mandorlo basso, ella si eresse sulla
punta dei piedi e staccò alcuni ramoscelli rosei, odorandoli lungamente,
col sorriso della felicità sulla faccia. Non ella era dunque la
primavera fresca e amabile? Il fiorellino di mandorlo che ella gli donò,
andò a raggiungere un mazzolino appassito di mughetti, un pezzetto di
stoffa di un vestito, chiesto e ottenuto per grazia, e che cosa
preziosa, impagabile, un fazzolettino di battista, orlato di merletto
antico — ottenuto in una sera di disperazione, dopo tre giorni inutili
di attesa, invocato come un conforto. Ella sapeva questo: e le piaceva
di saperlo. Ella guardava sì, lontano, verso Castel S. Angelo, verso la
nuova caserma dei carabinieri, verso Roma vecchia, in cui qualche lume
cominciava ad accendersi: ma ascoltava, pur guardando altrove, tutte le
parole che Sangiorgio le diceva, dolcissimamente, e crollava il capo,
come una bimba lusingata. Arrivavano a Porta Angelica, così, calmati,
pacificati: egli doveva andarsene per la Via Reale che va ai Prati di
Castello e a Ripetta, ella per la porta che conduce a San Pietro, — ma
il loro saluto era pieno di tenerezza e lungo.
Un giorno ella giunse tutta tremante. Presso l'Arco Oscuro ella aveva
incontrato l'onorevole Giustini, quel toscano tanto maligno, mezzo
gobbo, mezzo sciancato, che trascinava intorno la sua noia cinica e la
sua salute distrutta. Sì, ella era passata in _coupè_, rapidamente, ma
Giustini l'aveva perfettamente riconosciuta, le aveva fatto un grande
saluto a fondo di meraviglia, poi si era piantato sulla via, a seguire
con l'occhio la carrozza che fuggiva. Ella tremava tutta: per poco non
era tornata indietro, tanto la possedeva il terrore che quel cattivo di
Giustini la seguisse, per curiosità maligna, per sapere. E si voltava,
ogni tanto, spaurita, credendo che ogni villano che passava per Via
Angelica fosse il gobbo deputato di Toscana, guardando Sangiorgio con
certi occhi timidi e dolenti che lo desolavano; egli cercava invano di
rassicurarla, di dirle che un uomo a piedi non segue mai una carrozza al
trotto, che Giustini era là per caso, che, del resto, Via Flaminia era
una passeggiata pubblica, dove non era da meravigliare nessuno se ci
s'incontrava una signora in carrozza. Ma egli stesso era preso dal primo
glaciale brivido di spavento, quello che colpisce gli amanti in piena
sicurezza e turba tutta la purezza della loro gioia: cercava di
rinfrancar lei, ma egli stesso era scosso profondamente. Quell'ora di
convegno fu amara, non ritrovarono mai più la serenità, e donn'Angelica,
a un certo punto, riassunse tutte le sue paure, con la precisione che
hanno le donne pel dramma che le sovrasta:
«Ora Giustini va alla Camera e dice a tutti, anche a don Silvio, che mi
ha incontrata a Via Flaminia.»
Fu in quest'ora di amarezza che egli, sentendo i lamenti di
donn'Angelica, osò dirle che bisognava levare dalla strada questo amore
e metterlo in una casa, fra quattro pareti, al coperto dallo sguardo
della gente, dalla curiosità dei viandanti. E glielo disse con tanta
emozione rispettosa, con un sentimento così alto di riverenza, con una
semplicità così onesta, che ella disse subito _no_, brevemente, ma non
potette offendersene. No, ripeteva ella a tutte le umili considerazioni
che egli le veniva facendo, un _no_ lento ma deciso, senza collera, ma
senza debolezza. A un certo momento, ella, come infastidita, gli disse:
«Tacete.»
Tacque: si separarono, senz'altre parole. Ma da quel minuto fatale in
cui ella aveva incontrato Giustini, essi sentirono sempre più la pena di
quell'amore in pubblico e intanto non prendevano nessuna precauzione, la
pena di quell'amore randagio che non aveva tetto: amore vagabondo che
faceva sorridere d'ironia i camerieri della trattoria Morteo a Ponte
Molle, oziosi sulla porta e sul terrazzo della palazzina: amore
malinconico che faceva ridere, coi suoi saluti teneri, i doganieri
grossolani di Porta Angelica.
Due altri convegni furono molto penosi: la paura, oramai, si era messa
in fondo al cuore di donn'Angelica e la faceva fremere al passaggio di
un carrettiere, di un cacciatore: persino i canotti sul Tevere la
spaventavano, le sembrava sempre che i canottieri la conoscessero e che
alzassero il remo in segno di saluto. Non più parlavano d'amore: cioè
non più egli poteva parlarle d'amore, ella lo interrompeva, ogni
momento, sogguardandosi intorno, chinando il capo a qualche rara
carrozza di forestieri che passava, arrossendo, impallidendo, respirando
appena.
Un giorno di convegno, piovve dirottamente, da un'ora prima
dell'appuntamento: egli si ricoverò sotto il portone di Morteo, ma non
potendo reggere alla impazienza, si avanzava continuamente verso Ponte
Milvio, bagnandosi tutto, cercando di distinguere qualche cosa
attraverso quel velo di pioggia. Non vedeva nulla, ella non sarebbe
venuta, era impossibile con quella pioggia, ma intanto egli continuava
ad aspettare, sorretto da una uniforme speranza; la pioggia seguitava,
ella non venne, naturalmente, ed egli ritornò in Roma, soltanto alle
sette, bagnato, con l'umido nelle ossa, nel _tram_ aperto, coi piedi sul
legno intriso dell'ultimo carrozzone che faceva il viaggio da Ponte
Molle a Roma, preso da una grande desolazione, abbattuto, con un
principio di febbre. Non potette dirle nulla alla sera, ella era
circondata di gente e non seppe le ore dolorose che egli aveva vissuto,
là, tra la pioggia del cielo e la nebbia del fiume.
Ma l'altra volta, egli insistette. Ella disse ancora _no_, ma vagamente,
come se rispondesse più a sè stessa che a lui. Era tarda l'ora e la
temperatura fredda. Era una di quelle pessime giornate di gennaio
trasportate in aprile, vento noioso e glaciale, cielo nuvoloso e basso,
terreno bagnato e fangoso. Ella aveva soltanto una piccola mantellina di
velluto che le copriva le spalle e il petto, e sentiva un gran freddo
salirle dai piedini irrigiditi sino al cervello, abbassava la testa,
portava il fazzoletto alla bocca. Anche Sangiorgio aveva molto freddo,
col soprabito leggiero primaverile, ma non le diceva nulla, ambedue
mortificati e oppressi dall'ora e dal tempo. Ogni tanto le chiedeva:
«Avete molto freddo, è vero?»
«Oh sì!» diceva lei, piano.
«Oh Dio!» ripeteva lui, guardandosi intorno, non sapendo che cosa fare
per riscaldarla.
E affrettavano il passo, ma il fango inzaccherava gli stivalini di
donn'Angelica e l'orlo della gonna, essi non potevano correre. Come per
istinto, egli le disse di una stanza calda, come la sua, come quel
salotto dell'Apollinare dove sempre divampava il fuoco nel caminetto,
una stanza dove sarebbero stati soli: ella non rispose.
«Dove?» domandò ella, dopo una pausa.
Egli stette per dire, poi si fermò:
«Laggiù...» soggiunse vagamente, poi, indicando Roma.
Più altro. L'ora avanzava, cupa e fredda nella campagna deserta. Ella
era così triste e spaventata, che per la prima volta passò il suo
braccio sotto quello di lui: e quella intimità egli la ricevette
umilmente.
Poi, per tre giorni non la vide, non potette vederla, non ne ebbe
notizie, era un po' ammalata: glielo aveva detto don Silvio. Un minuto,
dopo quattro sere, la trovò sola nel suo palco, all'Apollo: ella era
pallida, come se avesse la febbre. E nascondendosi dietro il ventaglio
di piume, gli disse subito che per giunta, in quell'ultimo giorno di
convegno, aveva incontrato l'onorevole Oldofredi in Piazza di San Pietro
e che l'aveva squadrata con un certo ghigno beffardo. Oldofredi era
vendicativo. Per ultimo, arrossendo per la vergogna, la soave donna
dovette confessargli che temeva, temeva, finanche del cocchiere e del
cameriere: temeva che l'avessero spiata. E vedendolo sbalordito, gli
soggiunse, presto presto, mentre bussavano alla porta del palco:
«Verrò, verrò, dove voi volete.»