IV.

Tre volte avevano camminato accanto, sulla larga via di campagna che va

da Ponte Molle a Porta Angelica, sotto gli olmi e i platani,

costeggiando il Tevere biancastro.

Ella lasciava la carrozza prima del Ponte Milvio, dicendo al cocchiere

di andarla ad aspettare in Piazza S. Pietro: e faceva un centinaio di

passi a piedi, passando il Ponte, cercando con gli occhi.

Egli era sempre là, aspettando da due ore, turbato dall'impazienza e dal

desiderio, passeggiando su e giù innanzi all'osteria di Morteo,

internandosi un poco nella Via di Tor di Quinto, tornando indietro sino

al Ponte, arrivando sin dove comincia la Via Flaminia, tornando ancora

indietro, dando dappertutto delle occhiate distratte, ai salici

rinverditi che si piegavano sulle sponde del fiume, ai mandorli fioriti

che sorgevano dietro le siepi della Farnesina, non vedendo nulla, col

capo rivolto sempre verso Ponte Milvio, donde ella doveva arrivare: e di

lontano la vedeva spuntare, un improvviso rossore colorava di fiamma il

suo volto pallido, non le andava incontro, l'aspettava di piè fermo,

fingendosi distratto, disattento.

Ella arrivava sempre dopo il terzo o il quarto convegno mancato, sempre

con un'ora e mezzo di ritardo, ma non si scusava mai, non ricorreva

neppure a uno dei tanti pretesti femminili: e lui che fremeva di dolore,

che sino a quel momento l'aveva incolpata di freddezza, di noncuranza,

battendo i piedi, in preda a una nervosità invincibile, quando la vedeva

comparire, non le diceva più nulla, la guardava, incantato, pagando con

quel minuto acuto di gioia tutte le sofferenze passate.

Il primo minuto era sempre imbarazzante: non si sapevano dire nulla,

ella seria e preoccupata, egli incapace di profferir parola, per

l'emozione: e si mettevano a camminare, sotto gli alberi, lentamente,

ella con gli occhi bassi, con le mani ficcate nel manicotto, per avere

il pretesto di non andare sotto il suo braccio; egli girando fra le dita

il sigaro spento, sogguardandola, felice, malgrado il contegno severo e

triste di donna Angelica.

Dolcissima la primavera romana si allargava nell'aria dai cipressetti di

Monte Mario sui platani dei Monti Parioli; e dalle siepi alte, sul fiume

e sulla campagna, un candore di biancospino si offriva acutamente

profumato. Le prime parole di donn'Angelica sonavano dolore, rimpianto,

pentimento: parole brevi, ma profonde, che piombavano, tutte, sul cuore

dell'amatore. Egli taceva umiliato, non sapendo che offrire di

consolazione a questa virtuosa e santa donna, che per lui aveva la

coscienza turbata dai rimorsi. Ma come la naturale pietà rifioriva

nell'ora e nel tempo in donn'Angelica, ella moderava i suoi lamenti che

diventavano sempre meno precisi, più vaghi, erano infine un ritornello

malinconico che l'amatore ascoltava, come una musica dilettosa e

rattristante:

— Se soffre per me, mi ama, — egli pensava, nella follìa dell'amore.

Ma nè ella aveva mai detto di amarlo, nè lui mai lo aveva chiesto: una

timidezza paurosa, una vergogna e un riserbo strano avevano impedito

all'amatore di fare questa domanda. Sì, temeva la risposta, la risposta

serena, ma crudele della donna che non ama e a cui la pietà, per quanto

grande, non concede di mentire.

Così, naturalmente, in questa loro singolare relazione, senza nessuno

suo sforzo, donna Angelica nulla doveva concedere del suo cuore e nulla

le si doveva chiedere che concedesse: tacitamente, senz'altro, era stato

inteso che ella accettasse, sopportasse, subisse l'amore, senza mai aver

l'obbligo di ricambiarlo. Ella era la immagine benedetta che si degnava

tenere gli occhi pieni di grazia sul suo devoto — e il devoto la

benediceva sempre più, l'adorava, le parlava del suo amore. Sotto i

grandi alberi di Via Angelica, attraverso i quali il fiume s'inargenta,

andando fra gli odori forti campestri sul terreno duro, egli, poco a

poco, come quel cullamento triste della voce di donn'Angelica si

affievoliva, le parlava sottovoce del suo amore. Sulle prime erano delle

frasi tronche che la passione spezzava, il riassunto frettoloso di

quello che aveva pensato e sentito nei giorni in cui non l'aveva vista,

o, vedendola, non aveva potuto parlarle: e allora, pronunziando quelle

frasi smozzicate, quasi violente, la fissava con certi occhi pazzi, che

a lei davano un'impressione rapidissima di terrore. Ma al suono della

propria voce, Sangiorgio andava riprendendo cuore, la parola diventava

più facile, le idee si annodavano fra loro logicamente, il suo amore

trovava in lui una eloquenza di sentimento così semplice e così

convincente, che donn'Angelica, a quell'onda umile e letificante, andava

riprendendo la sua bella pace: la faccia le si faceva rosea, come quella

di una fanciulla che si gode puramente l'omaggio dell'amore. Talvolta in

quei momenti ella andava cogliendo dei lunghi rami verdi o un fascio di

celidonie giallissime o quei mucchietti di fiorellini bianchi minuti,

come un merletto, o quelle bacche rosse e velenose, dall'aspetto così

attraente: ed egli parlava d'amore ed ella coglieva fiori, a un tratto

ringiovanita, — e talvolta dal suo fascio staccava un fiore e glielo

dava.

Egli lo teneva fra le mani, arso dal desiderio di morderlo: e un giorno

volle mangiare le bacche rosse, dalla tinta viva, così provocante.

«Volete morire?» fece ella scherzando, ma tremando.

E quel tremito fu uno dei tesori morali che andava raccogliendo

Sangiorgio. Un giorno, presso un mandorlo basso, ella si eresse sulla

punta dei piedi e staccò alcuni ramoscelli rosei, odorandoli lungamente,

col sorriso della felicità sulla faccia. Non ella era dunque la

primavera fresca e amabile? Il fiorellino di mandorlo che ella gli donò,

andò a raggiungere un mazzolino appassito di mughetti, un pezzetto di

stoffa di un vestito, chiesto e ottenuto per grazia, e che cosa

preziosa, impagabile, un fazzolettino di battista, orlato di merletto

antico — ottenuto in una sera di disperazione, dopo tre giorni inutili

di attesa, invocato come un conforto. Ella sapeva questo: e le piaceva

di saperlo. Ella guardava sì, lontano, verso Castel S. Angelo, verso la

nuova caserma dei carabinieri, verso Roma vecchia, in cui qualche lume

cominciava ad accendersi: ma ascoltava, pur guardando altrove, tutte le

parole che Sangiorgio le diceva, dolcissimamente, e crollava il capo,

come una bimba lusingata. Arrivavano a Porta Angelica, così, calmati,

pacificati: egli doveva andarsene per la Via Reale che va ai Prati di

Castello e a Ripetta, ella per la porta che conduce a San Pietro, — ma

il loro saluto era pieno di tenerezza e lungo.

Un giorno ella giunse tutta tremante. Presso l'Arco Oscuro ella aveva

incontrato l'onorevole Giustini, quel toscano tanto maligno, mezzo

gobbo, mezzo sciancato, che trascinava intorno la sua noia cinica e la

sua salute distrutta. Sì, ella era passata in _coupè_, rapidamente, ma

Giustini l'aveva perfettamente riconosciuta, le aveva fatto un grande

saluto a fondo di meraviglia, poi si era piantato sulla via, a seguire

con l'occhio la carrozza che fuggiva. Ella tremava tutta: per poco non

era tornata indietro, tanto la possedeva il terrore che quel cattivo di

Giustini la seguisse, per curiosità maligna, per sapere. E si voltava,

ogni tanto, spaurita, credendo che ogni villano che passava per Via

Angelica fosse il gobbo deputato di Toscana, guardando Sangiorgio con

certi occhi timidi e dolenti che lo desolavano; egli cercava invano di

rassicurarla, di dirle che un uomo a piedi non segue mai una carrozza al

trotto, che Giustini era là per caso, che, del resto, Via Flaminia era

una passeggiata pubblica, dove non era da meravigliare nessuno se ci

s'incontrava una signora in carrozza. Ma egli stesso era preso dal primo

glaciale brivido di spavento, quello che colpisce gli amanti in piena

sicurezza e turba tutta la purezza della loro gioia: cercava di

rinfrancar lei, ma egli stesso era scosso profondamente. Quell'ora di

convegno fu amara, non ritrovarono mai più la serenità, e donn'Angelica,

a un certo punto, riassunse tutte le sue paure, con la precisione che

hanno le donne pel dramma che le sovrasta:

«Ora Giustini va alla Camera e dice a tutti, anche a don Silvio, che mi

ha incontrata a Via Flaminia.»

Fu in quest'ora di amarezza che egli, sentendo i lamenti di

donn'Angelica, osò dirle che bisognava levare dalla strada questo amore

e metterlo in una casa, fra quattro pareti, al coperto dallo sguardo

della gente, dalla curiosità dei viandanti. E glielo disse con tanta

emozione rispettosa, con un sentimento così alto di riverenza, con una

semplicità così onesta, che ella disse subito _no_, brevemente, ma non

potette offendersene. No, ripeteva ella a tutte le umili considerazioni

che egli le veniva facendo, un _no_ lento ma deciso, senza collera, ma

senza debolezza. A un certo momento, ella, come infastidita, gli disse:

«Tacete.»

Tacque: si separarono, senz'altre parole. Ma da quel minuto fatale in

cui ella aveva incontrato Giustini, essi sentirono sempre più la pena di

quell'amore in pubblico e intanto non prendevano nessuna precauzione, la

pena di quell'amore randagio che non aveva tetto: amore vagabondo che

faceva sorridere d'ironia i camerieri della trattoria Morteo a Ponte

Molle, oziosi sulla porta e sul terrazzo della palazzina: amore

malinconico che faceva ridere, coi suoi saluti teneri, i doganieri

grossolani di Porta Angelica.

Due altri convegni furono molto penosi: la paura, oramai, si era messa

in fondo al cuore di donn'Angelica e la faceva fremere al passaggio di

un carrettiere, di un cacciatore: persino i canotti sul Tevere la

spaventavano, le sembrava sempre che i canottieri la conoscessero e che

alzassero il remo in segno di saluto. Non più parlavano d'amore: cioè

non più egli poteva parlarle d'amore, ella lo interrompeva, ogni

momento, sogguardandosi intorno, chinando il capo a qualche rara

carrozza di forestieri che passava, arrossendo, impallidendo, respirando

appena.

Un giorno di convegno, piovve dirottamente, da un'ora prima

dell'appuntamento: egli si ricoverò sotto il portone di Morteo, ma non

potendo reggere alla impazienza, si avanzava continuamente verso Ponte

Milvio, bagnandosi tutto, cercando di distinguere qualche cosa

attraverso quel velo di pioggia. Non vedeva nulla, ella non sarebbe

venuta, era impossibile con quella pioggia, ma intanto egli continuava

ad aspettare, sorretto da una uniforme speranza; la pioggia seguitava,

ella non venne, naturalmente, ed egli ritornò in Roma, soltanto alle

sette, bagnato, con l'umido nelle ossa, nel _tram_ aperto, coi piedi sul

legno intriso dell'ultimo carrozzone che faceva il viaggio da Ponte

Molle a Roma, preso da una grande desolazione, abbattuto, con un

principio di febbre. Non potette dirle nulla alla sera, ella era

circondata di gente e non seppe le ore dolorose che egli aveva vissuto,

là, tra la pioggia del cielo e la nebbia del fiume.

Ma l'altra volta, egli insistette. Ella disse ancora _no_, ma vagamente,

come se rispondesse più a sè stessa che a lui. Era tarda l'ora e la

temperatura fredda. Era una di quelle pessime giornate di gennaio

trasportate in aprile, vento noioso e glaciale, cielo nuvoloso e basso,

terreno bagnato e fangoso. Ella aveva soltanto una piccola mantellina di

velluto che le copriva le spalle e il petto, e sentiva un gran freddo

salirle dai piedini irrigiditi sino al cervello, abbassava la testa,

portava il fazzoletto alla bocca. Anche Sangiorgio aveva molto freddo,

col soprabito leggiero primaverile, ma non le diceva nulla, ambedue

mortificati e oppressi dall'ora e dal tempo. Ogni tanto le chiedeva:

«Avete molto freddo, è vero?»

«Oh sì!» diceva lei, piano.

«Oh Dio!» ripeteva lui, guardandosi intorno, non sapendo che cosa fare

per riscaldarla.

E affrettavano il passo, ma il fango inzaccherava gli stivalini di

donn'Angelica e l'orlo della gonna, essi non potevano correre. Come per

istinto, egli le disse di una stanza calda, come la sua, come quel

salotto dell'Apollinare dove sempre divampava il fuoco nel caminetto,

una stanza dove sarebbero stati soli: ella non rispose.

«Dove?» domandò ella, dopo una pausa.

Egli stette per dire, poi si fermò:

«Laggiù...» soggiunse vagamente, poi, indicando Roma.

Più altro. L'ora avanzava, cupa e fredda nella campagna deserta. Ella

era così triste e spaventata, che per la prima volta passò il suo

braccio sotto quello di lui: e quella intimità egli la ricevette

umilmente.

Poi, per tre giorni non la vide, non potette vederla, non ne ebbe

notizie, era un po' ammalata: glielo aveva detto don Silvio. Un minuto,

dopo quattro sere, la trovò sola nel suo palco, all'Apollo: ella era

pallida, come se avesse la febbre. E nascondendosi dietro il ventaglio

di piume, gli disse subito che per giunta, in quell'ultimo giorno di

convegno, aveva incontrato l'onorevole Oldofredi in Piazza di San Pietro

e che l'aveva squadrata con un certo ghigno beffardo. Oldofredi era

vendicativo. Per ultimo, arrossendo per la vergogna, la soave donna

dovette confessargli che temeva, temeva, finanche del cocchiere e del

cameriere: temeva che l'avessero spiata. E vedendolo sbalordito, gli

soggiunse, presto presto, mentre bussavano alla porta del palco:

«Verrò, verrò, dove voi volete.»

La conquista di Roma · 第 25 / 31 题