Appena spuntò dal Babuino in Piazza del Popolo, Francesco Sangiorgio
ebbe un pugno di coriandoli nel collo, senza sapere donde gli venissero:
un mazzettaccio informe, di fiori di cicoria, gli sfiorò una guancia:
egli fu preso da un flotto di folla che lo trasportò verso l'obelisco.
Una grande folla nera, tumultuante, urlante, fischiante, ondeggiava
intorno alla fontana, sotto un nembo bianco di coriandoli lanciati dai
pedoni, dalle carrozze, dalle due grandi tribune di legno che quasi
continuavano il Corso sino alla fontana.
La chiarezza pomeridiana, larghissima, si effondeva su questa folla
scura, dai volti convulsi, mettendo la piazza sotto una grande calotta
luminosa di primavera, e nell'aria tepida, nello scirocco mite di
febbraio, la polvere di gesso dei coriandoli sfarinati bruciava la gola
e attirava il sangue alle guance. Sangiorgio dovette fare forza di
gomiti e di spalle per liberarsi da quell'onda clamante che lo
sospingeva, lo travolgeva, e una collera lo prese contro quella
brutalità di divertimento che rassomigliava o superava i furori degli
animali festanti.
La gente rifluiva sino alle due porte del Pincio, sbarrandole,
chiudendole, aggrappata ai cancelli aperti, volgendo le spalle ai due
viali ascendenti: ma niuno entrava, niuno pensava di salire al Pincio,
presi da quell'ardore concentrato che danno i grandi spettacoli dello
sfrenamento umano. Sangiorgio camminava con stento, contro corrente, ora
pallido, ora rosso, frenandosi malamente a non dare dei pugni a quelli
che lo spingevano. Ma la estrema difficoltà fu per lui di poter entrare
al Pincio: la folla che ne sbarrava l'entrata non lo voleva lasciar
passare, non voleva perdere il posto, non voleva che lui ne usurpasse
uno, credendo che egli volesse installarsi là, non supponendo mai che
egli volesse andare a passeggiare lassù.
Quale singolarità di gusti poteva dunque condurre quell'uomo a
passeggiare pel Pincio deserto, in quella giornata di baldoria, in
quell'ora tiepida pomeridiana, quando tutta la gente impazziva di gioia
carnevalesca da Piazza Venezia a Piazza del Popolo? La folla non voleva
crederci, a questa stranezza, e non voleva lasciar passare Francesco
Sangiorgio. Egli gridò, di nuovo, due o tre volte, avendo le fiamme
della collera sul volto:
— Vado al Pincio, vado al Pincio!
Passò. Appena fatto il gomito del viale, un gran respiro di contentezza
gli sollevò il petto, un senso di calma gli si diffuse pei nervi
esaltati. Entrava nella solitudine saliente e verde del grande viale,
sotto la mite ombra degli olmi che fiorivano novellamente, nella
primavera che veniva.
Non una persona s'incontrava nel viale che da una parte andava verso
villa Medici e verso la Trinità dei Monti, dall'altra saliva al Pincio:
non un viandante, non una donna, non un fanciullo. Tutti, tutti erano al
Corso, per la via, nei portoni, sui balconi, sulle logge, sulle tribune
improvvisate, sui fusti dei lampioni, attaccati al soffietto delle
carrozze, tutti, tutti al Corso, presi dalla grande follia carnevalesca.
Francesco Sangiorgio si sentiva sempre più rassicurato, sempre più
tranquillo, montando a quell'alta pace di campagna solitaria. Ogni tanto
gli arrivava un'eco fioca, da Piazza del Popolo, di voci stridule e
gravi che la distanza attenuava; ma come si allontanava, sempre più
questa eco diminuiva, arrivava ancora fievolissima, poi moriva. Solo,
costeggiando il muretto che dava sulla Piazza del Popolo, si vedeva
ancora, sotto, un'agitazione confusa di una gran massa nera e una grande
nuvola trasparente bianca, una nuvola bianca e bassa come quelle
palustri.
Sul grande terrazzo, che è piuttosto una spianata, amplissimo, chiaro,
che guarda Roma e San Pietro al Vaticano e Monte Mario e tutta la
campagna romana intorno al Tevere, oltre la Porta Flaminia, sopra un
banco, sotto un albero, un vecchio, modestamente vestito, era seduto. Il
bastone gli si abbandonava fra le gambe, il sole gli batteva sulla
faccia, ed egli chiudeva gli occhi, inebetito dall'età, dal riposo e dal
tepore. Appoggiato, o piuttosto buttato sulla larga balaustra del
terrazzo, un prete guardava Roma, piccola macchia nera di fronte alla
grande macchia biancastra della città bagnata nella dolce luce del
pomeriggio. Francesco Sangiorgio, per vedere, si accostò a questo prete:
era un giovanotto magro e pallido, dal volto sparso di macchie di
lentiggini: ma non guardava Roma, nè la indistinta massa bruna che
fluttuava in Piazza del Popolo: leggeva il breviario, un grosso libro
legato di nero. Sangiorgio si allontanò rapidamente, sempre più
fiducioso. E invero, in tutto il giardino che le balie, le cameriere, le
istitutrici, le mamme modeste prediligono e che i bimbi adorano, era uno
squallore di parco abbandonato, donde è fuggito ogni rumore, ogni
traccia di vita: l'aiuola grande intorno a cui si mette la musica,
pareva da anni non richiamasse più nessuno; i leggii di ferro, sparsi
qua e là e che servono per la musica del concerto, erano sbandati e
arrugginiti, come se per un'infinita quantità di tempo avessero ricevute
le ingiurie del sole e della pioggia, senza che la mano dell'uomo li
toccasse; nella piccola bacheca del venditore di palle elastiche, di
cerchi, di corde per saltare, non vi era un'anima, e la sua merce era
sospesa all'albero senza che niuno pensasse a venderla, a comperarla, a
rubarla; silenzioso, deserto, immobile, coi suoi cavallucci azzurri e
rossi, il carosello; pendente, come piangente, come trascinante il suo
abbandono, la corda dell'altalena. Negli altri giorni tutti questi
ingenui divertimenti eran pieni di strilli infantili, di vive risate, di
richiami materni, di voci allegre: ora i bimbi e le madri e le serve
erano laggiù, perduti nella grande voragine carnascialesca e da anni
sembravano aver dimenticato quell'amabile ritrovo verde che la
incipiente primavera già faceva germogliare tutto.
Intorno al minuscolo laghetto, niuno buttava la mica di pane al bel
cigno candido che chinava il collo delicatamente, come una donnina
malata, e navigava con lentezza in quel breve giro di acque verdigne:
pareva vecchio e triste di vecchiaia il cigno, come se avesse perso
l'abitudine di vedere le manine gentili delle creature dargli da
mangiare. L'orologio ad acqua, sporco, appannato, segnava le 5.15; di
quale giorno, di quale anno? Una sfera era rotta. Nessuno, nessuno
seduto all'ombra della capanna svizzera che gli strani seminaristi
tedeschi vestiti di rosso e gli allievi del collegio del Nazzareno
amano: e dal cancello che separa villa Medici dal Pincio, si vedeva un
lungo viale cupo, deserto, bruno e umido. Sotto i platani le erme
marmoree, dalle guance un po' consumate dalle piogge, con le anella
delle chiome abbrunite dall'umidità, pareva si annoiassero lì, da
secoli.
E Francesco Sangiorgio si consolava di questo profondo deserto campestre
che si rigonfiava di succhio novello, come la dolce stagione lo
comportava. Il grande giardino, coi suoi larghi viali, pareva tutto suo,
lasciato in abbandono dalla folla chiassona, pronto a nascondere i suoi
amori, nido solitario di un purissimo idillio sentimentale. Lontano,
dalla terrazza posteriore, egli aveva ben guardato la immensa massa
verde di villa Borghese dove sarebbe stato così facile il celarsi: ma
ella non aveva voluto, per non attraversare piazza del Popolo, in
quell'orrendo giorno di carnevale: e più del Pincio, villa Borghese
sembrava un immenso parco naturale, senza traccia di uomo, una vasta
campagna vergine e solitaria.
Passando innanzi al cancello che separa il Pincio da villa Medici,
Sangiorgio dette un'occhiata di rimpianto alla cupezza malinconica di
quel viale fittissimo, dove l'idillio soave sarebbe stato anche al
coperto della chiarezza larga del cielo: ma ella non aveva voluto, per
entrare a villa Medici ci vuole un permesso speciale. E quello che
turbava Sangiorgio, nei suoi giri attorno al grande giardino, era la
parte che dava sopra Roma e sopra Piazza del Popolo, tutto quel lato
scoperto, quell'immensa breccia, donde veniva, a riprese, un rombo cupo,
il clamore giocondo e pauroso della folla: ogni volta che girava verso
villa Borghese, gli pareva di essere in pace, solo con l'amor suo, non
disturbato, nel beneficio della solitudine campestre; ogni volta che
ritornava verso Roma, l'improvvisa visione della città e il rombo e
tutto quel mondo estraneo che s'imponeva, gli guastavano tutti i sogni.
Sentiva in quel pubblico, in quella folla, l'ostacolo, la difficoltà, il
dolore.
Quando ella giunse, egli l'aspettava da un'ora, non essendosi ancora
impazientito, ignorando ancora i tormenti di colui che attende
nell'incertezza, fiducioso ancora nella parola femminile.
Ella venne dallo stradone che dà sulla Trinità dei Monti, avendo
lasciata la carrozza in Piazza di Spagna: era vestita di lana azzurro
cupo, con una veletta bianca sulla faccia che aumentava la giovanilità
del suo aspetto: camminava piano, senza muovere le gonne, come se
scivolasse sul suolo, non venendo, ma avanzandosi. In un minuto, alzando
ambedue gli occhi, senza affrettare il passo: egli non si era mosso dal
pilastrino dove stava appoggiato, aspettandola, vedendola avanzarsi,
nella cupezza della stoffa bruna, nel candore della veletta bianca. Non
dunque lei era un fiore primaverile, un grande fiore umano sbocciato per
la sua delizia?
Quando furono accanto, non si salutarono, non si tesero la mano, ella
stringeva nel piccolo pugno il manico dell'ombrellino, un galletto di
legno scolpito, con la cresta rossa: non si parlavano, camminavano l'uno
accanto all'altro, senza guardarsi.
«Grazie,» disse lui.
«No, no,» rispose lei, subito.
E guardandosi intorno, con un'occhiata timida, soggiunse:
«Qui ci vedranno tutti.»
«Non vi è nessuno; non temete.»
«Nessuno?»
«Nessuno; è carnevale.»
«È vero; tutti sono al Corso: dovevo andare anch'io...»
E si accostò al largo terrazzo soleggiato, donde si vedeva tutto il mare
magno della folla clamante, in Piazza del Popolo: egli provò una fitta
al cuore, come se quello spettacolo gli togliesse una parte della sua
felicità. Ella appoggiò al parapetto la mano sottile inguantata di
camoscio: e guardò quei grandi flotti oscuri di gente, da cui saliva un
rombo come di vulcano.
«Come si divertono, laggiù!» ella mormorò melanconicamente.
Egli l'aspettava, tenendosi indietro, preso da un senso d'impazienza.
«Venite via,» le disse.
Ella voltò le spalle alla città, internandosi con lui nel grande viale a
sinistra; e guardava in terra, come se pensasse profondamente.
«Nessuno, nessuno,» diss'ella, come sollevata. «È una fortuna che sia
carnevale. La gente impazzisce. Non preferireste voi essere laggiù?...»
«Come potete credere...» cominciò lui, addolorato.
«Non posso più credere in molte cose,» susurrò ella, come se parlasse a
sè stessa.
«Siete così buona: io non so dirvi nulla: risparmiatemi,» la pregò lui,
con l'umiltà del cristiano innanzi l'immagine benedetta.
«Ho da dirvi delle cose tristi, amico,» disse ella, con la sua bella
voce dolente.
«Non oggi, non oggi, domani, un altro giorno...»
«Meglio oggi che domani,» soggiunse ella, fissando i begli occhi mesti
sopra la campagna di villa Borghese. «Bisogna aver coraggio...»
«Io non ne ho, non ne ho niente...»
«Bisogna averne,» insistette ella, «per vivere in pace con la propria
coscienza.»
E si strinse, con un brivido, nella piccola mantellina di pelliccia,
passando innanzi alla freddezza nera di villa Medici.
«La coscienza, la coscienza!» esclamò lui, ribellandosi, «e l'amore?»
«Non si deve amare,» pronunziò ella, come una sentenza.
«E perchè?»
«Perchè non vogliono.»
«Chi non vuole?»
«Quelli,» e tendendo la mano, indicò Roma e Piazza del Popolo, dove alta
ferveva la follia carnevalesca.
«Non sapete chi siano.»
«Sono la coscienza: io non saprei ingannare, amando.»
«Voi non amate,» fece egli con amarezza.
«... Forse,» diss'ella, perdendosi nella contemplazione di Monte Mario.
«Venite via, venite via,» ripetette lui, preso da un'angoscia di
pentimento, volendo sottrarla allo spettacolo della folla.
Infatti, com'ella volgeva le spalle al panorama di Roma, il volto le si
serenava e pareva che i pensieri prendessero un corso meno lugubre. La
grande pace campestre del colle Pinciano, quella solitudine, quel primo
fiato di primavera, quel dolcissimo pomeriggio fra il verde e il tepore
dell'aria, quello sguardo innamorato e reverente con cui egli la
circuiva, quella fedeltà con cui la seguiva, quel rispetto amoroso con
cui le parlava, le facevano scordare l'urlio, la gazzarra della città
ammalata di carnevale, le facevano scordare che un altro mondo
esistesse, oltre la campagna, oltre la primavera, oltre l'amore.
Oh, egli bene intendeva che un poco di quell'anima era sua, che gli era
pietosa in quell'ambiente deserto, fra le piante, le cadenti acque della
fontana, l'orizzonte agreste e semplice: indovinava che quel poco di
anima femminile gli sfuggiva, che quel cuore gli si chiudeva, appena il
vasto e duro orizzonte cittadino se ne impossessava, appena la grande
voce della folla saliva sino alle sue orecchie.
Nella solitudine, fra il novello germoglio degli alberi e dei fiori, in
tanta soavità di cose e di cielo, ella era buona e cara e amorosamente
compassionevole: ma al cospetto della maligna e dura città che non
perdona, ella chiamava tutto il suo coraggio per diventare inflessibile,
s'irrigidiva nella sua volontà di chiedere e di ottener sacrificio
dell'amore. Così egli faceva di tutto perchè non ritornasse più verso il
grande terrazzo, verso la breccia cittadina, persuaso che l'ora e il
tempo e la stagione l'avrebbero indotta a mitezza. La trattenne presso
il parapetto, donde giù giù si vede quello stretto budello che è la Via
delle Mura: non vi passava un'anima.
«Non bisogna amare troppo tardi,» riprese ella, con un'infinita dolcezza
di mestizia, «è inutile, è doloroso. Dove eravate voi cinque anni fa?»
«Laggiù, in Basilicata,» rispose, con un gesto vago.
«Io lassù, lassù, nei monti, fra le nevi. Credevo alla neve dei
ghiacciai, io, il ghiacciaio che nulla vince. Ho sposato don Silvio:
egli era buono, io non sapevo nulla del sole. Ora, il sole viene per me
troppo tardi.»
«Non lo dite, non lo dite,» egli mormorò.
«Non possiamo fare convertire la neve in fango, amico.»
Un silenzio regnò: egli era pallidissimo, come se dovesse morire. Ella
aveva gli occhi pieni di lagrime: e lui, guardava quelle pupille
nuotanti, tremante di vedere scorrere quelle lagrime, commosso come se
quella fosse l'ultima sua ora.
Ma non le disse quanto soffriva: non voleva, non sapeva lamentarsi:
tutto quanto veniva da lei era bene, era dolcezza. Con quel profondo
altruismo che dànno i veri e forti amori, egli dimenticava tutta
l'angoscia propria, guardando quei begli occhi lagrimosi, vedendo la
piega dolorosa di quelle labbra. Il dolore di lei lo scoteva e lo
esaltava; una grande, spasimante voluttà sentimentale lo trasportava.
«Eppure per me la vita è molto dura,» continuò lei, fievolmente, come se
la emozione la accasciasse. «Io non ho figliuoli per riscaldarmi il
cuore con l'amore materno: accanto a me, vi è un vecchio dall'anima
gelida per me, avvampante di passione per un'altra cosa, per un'altra
idea. Oh se sapeste, amico, che è questa solitudine, questo eterno
silenzio!»
«Ma perchè rinunziate?»
«Così,» disse lei, come se quella fosse la inesplicabile parola della
fatalità.
E camminò di nuovo, tacendo, ma sempre più lentamente, come se la
stanchezza la signoreggiasse: egli la seguiva, senza vedere più niente,
senza intendere più nulla, in uno di quegli oblii dell'anima e dei
sensi.
Cadeva il sole, dietro San Pietro, fra la Chiesa e Monte Mario.
«È finita, amico, è finita, mi pare quasi di essere morta. La gente vede
la mia faccia serena, la mia tranquillità imperturbabile, e non deve
saper altro, non deve indovinare la verità. Ma non vi è più nulla qui
dentro.»
E dette un colpettino sulla mantellina, al posto dove il cuore batte. E
non sentì quale ferita crudele portava al cuore di quell'uomo
innamorato, dicendogli che mai potrebbe amarlo. In quell'ora e in quel
posto, ella si lasciava andare a uno di quegli sfoghi malinconici ed
egoistici delle anime che restarono lungamente chiuse: ella non vedeva
più il suo compagno, si abbandonava a tutta la personale amarezza di un
cuore giovane e deluso.
«Eppure,» mormorò lui, «vi è accanto a voi un'amicizia schietta e
tenace, una devozione a tutta prova: quello che voi volete, egli vuole;
il suo desiderio di giovarvi, umilmente, segretamente, non conosce
nessun limite...»
E si arrestò, perchè la voce gli tremava, perchè le parole lo
affogavano, perchè questo suo amore, esorbitante, parea volesse
traboccar tutto.
«Grazie, grazie,» ella disse con un lieve sorriso mesto, che le
rischiarò la fisonomia, «io lo so...»
«Non potete, non potete sapere, non ve l'ho mai detto, non ve lo dirò
mai, non so dirvelo: vi assicuro che è la devozione più grande... perchè
respingerla? Come potete rinunziarvi?»
«Perchè essa rassomiglia troppo all'amore, amico.»
«Essa non vi parla d'amore...»
«Io lo indovino...»
«Non dovete intenderlo, non dovete indovinarlo; io non vi chiedo nulla,
non voglio da voi che il permesso di dedicarvi questa devozione...»
«Oggi, così: domani l'amore esigerà l'amore...»
«Chi lo dice?»
«Ahimè! l'esperienza, amico».
«L'esperienza mentisce!» esclamò egli, con violenza, «l'amore mio non è
simile a nessun altro.»
Angelica chinò il capo, come vinta, per un momento: e Sangiorgio si
pentì della sua violenza.
«Perdonatemi, signora,» le disse, umilmente, «ma l'idea di perdervi mi è
insopportabile.»
«Eppure dobbiamo lasciarci. Meglio ora che più tardi: più tardi
soffrireste molto di più, io avrei maggiori torti, voi avreste il
diritto di accusarmi. La consuetudine inacerbisce ed esalta l'amore:
verrebbe un giorno in cui non potremmo dividerci più, giorno di spasimo
per voi, di vergogna per me. Ora... ora, ancora tutto è possibile. Che
siamo l'uno per l'altro? Nulla: meglio così. Ci siamo visti, quattro o
cinque volte...»
«Io vi ho vista sempre.»
«In mezzo alle volgarità della vita...»
«Io ho pianto con voi, signora, quando piangevate nel Pantheon.»
«Fra la gente curiosa e maligna...»
«Io vi ho guardata per un'ora, quel giorno, a Ponte Nomentano, quando
lasciavate andare alla corrente dell'Aniene le foglie delle rose...
eravate sola... eravamo soli...»
«Fra gli obblighi convenzionali della vita politica...»
«Quanto eravate bella, signora, quella sera, al ballo del Quirinale: io
venni via con voi: non vi parlai: non mi diceste nulla: quanto eravate
bella!»
«È un sogno, è un sogno,» ribattè lei, esaltata nel sacrificio dalle
vibranti parole dell'amore, «bisogna svegliarsi. Bisogna dividersi.»
«Bisogna morire, allora.»
«Chi parla di morte?»
Non rispose egli alla sua domanda, ma nello sguardo di dolore e di
rimprovero con cui la fissò, ella comprese. Oramai il sole tramontato e
i grandi veli violetti crepuscolari salivano dalla terra al cielo
bianco: una brezza fredda e cattiva si alzava nell'aria: dalla terrazza
era scomparso il prete tedesco, lettore del breviario; dal banco di
legno il vecchietto era scomparso: tutto il colle Pinciano si oscurava;
e laggiù la folla urlava più che mai, eccitata dalla sera che veniva.
Ella si avviò per andarsene, pel grande viale che portava alla Trinità
dei Monti; ma egli la seguiva, come stordito, senza osare di dirle
altro, deciso a seguirla dovunque. Al pilastro di marmo dove l'aveva
incontrato, ella si volse e gli tese la mano:
«Addio, amico.»
«No addio, no!»
«È tardi,» pronunziò quella voce amata e glaciale.
E Angelica si perdette nelle brume crepuscolari.
* * * * *
Ora, da Piazza del Popolo a Piazza di Venezia, accendevano i moccoletti.
Era una miriade di punti luminosi, di fiammelle erranti, per la via, sui
poggiuoli, sui balconi, sui carri: e un volare di mazzettacci informi e
infangati, un soffiare di lunghe ventole, un agitarsi di fazzoletti, di
stracci, un saltare, un soffiare di bocche, tutti i mezzi, tutti gli
scherzi, tutte le violenze, tutte le brutalità per spegnere il moccolo:
e i gridi di resistenza e quelli di attacco e la gran voce umana
ripercossa:
— Moccoli, moccoli, moccoli!
Fra tanta luce, fra tanto schiamazzo, fra tanto baccano d'allegrezza,
andava urtato, sballottato, sospinto, incosciente, un povero essere
agonizzante di angoscia.