III.

Appena spuntò dal Babuino in Piazza del Popolo, Francesco Sangiorgio

ebbe un pugno di coriandoli nel collo, senza sapere donde gli venissero:

un mazzettaccio informe, di fiori di cicoria, gli sfiorò una guancia:

egli fu preso da un flotto di folla che lo trasportò verso l'obelisco.

Una grande folla nera, tumultuante, urlante, fischiante, ondeggiava

intorno alla fontana, sotto un nembo bianco di coriandoli lanciati dai

pedoni, dalle carrozze, dalle due grandi tribune di legno che quasi

continuavano il Corso sino alla fontana.

La chiarezza pomeridiana, larghissima, si effondeva su questa folla

scura, dai volti convulsi, mettendo la piazza sotto una grande calotta

luminosa di primavera, e nell'aria tepida, nello scirocco mite di

febbraio, la polvere di gesso dei coriandoli sfarinati bruciava la gola

e attirava il sangue alle guance. Sangiorgio dovette fare forza di

gomiti e di spalle per liberarsi da quell'onda clamante che lo

sospingeva, lo travolgeva, e una collera lo prese contro quella

brutalità di divertimento che rassomigliava o superava i furori degli

animali festanti.

La gente rifluiva sino alle due porte del Pincio, sbarrandole,

chiudendole, aggrappata ai cancelli aperti, volgendo le spalle ai due

viali ascendenti: ma niuno entrava, niuno pensava di salire al Pincio,

presi da quell'ardore concentrato che danno i grandi spettacoli dello

sfrenamento umano. Sangiorgio camminava con stento, contro corrente, ora

pallido, ora rosso, frenandosi malamente a non dare dei pugni a quelli

che lo spingevano. Ma la estrema difficoltà fu per lui di poter entrare

al Pincio: la folla che ne sbarrava l'entrata non lo voleva lasciar

passare, non voleva perdere il posto, non voleva che lui ne usurpasse

uno, credendo che egli volesse installarsi là, non supponendo mai che

egli volesse andare a passeggiare lassù.

Quale singolarità di gusti poteva dunque condurre quell'uomo a

passeggiare pel Pincio deserto, in quella giornata di baldoria, in

quell'ora tiepida pomeridiana, quando tutta la gente impazziva di gioia

carnevalesca da Piazza Venezia a Piazza del Popolo? La folla non voleva

crederci, a questa stranezza, e non voleva lasciar passare Francesco

Sangiorgio. Egli gridò, di nuovo, due o tre volte, avendo le fiamme

della collera sul volto:

— Vado al Pincio, vado al Pincio!

Passò. Appena fatto il gomito del viale, un gran respiro di contentezza

gli sollevò il petto, un senso di calma gli si diffuse pei nervi

esaltati. Entrava nella solitudine saliente e verde del grande viale,

sotto la mite ombra degli olmi che fiorivano novellamente, nella

primavera che veniva.

Non una persona s'incontrava nel viale che da una parte andava verso

villa Medici e verso la Trinità dei Monti, dall'altra saliva al Pincio:

non un viandante, non una donna, non un fanciullo. Tutti, tutti erano al

Corso, per la via, nei portoni, sui balconi, sulle logge, sulle tribune

improvvisate, sui fusti dei lampioni, attaccati al soffietto delle

carrozze, tutti, tutti al Corso, presi dalla grande follia carnevalesca.

Francesco Sangiorgio si sentiva sempre più rassicurato, sempre più

tranquillo, montando a quell'alta pace di campagna solitaria. Ogni tanto

gli arrivava un'eco fioca, da Piazza del Popolo, di voci stridule e

gravi che la distanza attenuava; ma come si allontanava, sempre più

questa eco diminuiva, arrivava ancora fievolissima, poi moriva. Solo,

costeggiando il muretto che dava sulla Piazza del Popolo, si vedeva

ancora, sotto, un'agitazione confusa di una gran massa nera e una grande

nuvola trasparente bianca, una nuvola bianca e bassa come quelle

palustri.

Sul grande terrazzo, che è piuttosto una spianata, amplissimo, chiaro,

che guarda Roma e San Pietro al Vaticano e Monte Mario e tutta la

campagna romana intorno al Tevere, oltre la Porta Flaminia, sopra un

banco, sotto un albero, un vecchio, modestamente vestito, era seduto. Il

bastone gli si abbandonava fra le gambe, il sole gli batteva sulla

faccia, ed egli chiudeva gli occhi, inebetito dall'età, dal riposo e dal

tepore. Appoggiato, o piuttosto buttato sulla larga balaustra del

terrazzo, un prete guardava Roma, piccola macchia nera di fronte alla

grande macchia biancastra della città bagnata nella dolce luce del

pomeriggio. Francesco Sangiorgio, per vedere, si accostò a questo prete:

era un giovanotto magro e pallido, dal volto sparso di macchie di

lentiggini: ma non guardava Roma, nè la indistinta massa bruna che

fluttuava in Piazza del Popolo: leggeva il breviario, un grosso libro

legato di nero. Sangiorgio si allontanò rapidamente, sempre più

fiducioso. E invero, in tutto il giardino che le balie, le cameriere, le

istitutrici, le mamme modeste prediligono e che i bimbi adorano, era uno

squallore di parco abbandonato, donde è fuggito ogni rumore, ogni

traccia di vita: l'aiuola grande intorno a cui si mette la musica,

pareva da anni non richiamasse più nessuno; i leggii di ferro, sparsi

qua e là e che servono per la musica del concerto, erano sbandati e

arrugginiti, come se per un'infinita quantità di tempo avessero ricevute

le ingiurie del sole e della pioggia, senza che la mano dell'uomo li

toccasse; nella piccola bacheca del venditore di palle elastiche, di

cerchi, di corde per saltare, non vi era un'anima, e la sua merce era

sospesa all'albero senza che niuno pensasse a venderla, a comperarla, a

rubarla; silenzioso, deserto, immobile, coi suoi cavallucci azzurri e

rossi, il carosello; pendente, come piangente, come trascinante il suo

abbandono, la corda dell'altalena. Negli altri giorni tutti questi

ingenui divertimenti eran pieni di strilli infantili, di vive risate, di

richiami materni, di voci allegre: ora i bimbi e le madri e le serve

erano laggiù, perduti nella grande voragine carnascialesca e da anni

sembravano aver dimenticato quell'amabile ritrovo verde che la

incipiente primavera già faceva germogliare tutto.

Intorno al minuscolo laghetto, niuno buttava la mica di pane al bel

cigno candido che chinava il collo delicatamente, come una donnina

malata, e navigava con lentezza in quel breve giro di acque verdigne:

pareva vecchio e triste di vecchiaia il cigno, come se avesse perso

l'abitudine di vedere le manine gentili delle creature dargli da

mangiare. L'orologio ad acqua, sporco, appannato, segnava le 5.15; di

quale giorno, di quale anno? Una sfera era rotta. Nessuno, nessuno

seduto all'ombra della capanna svizzera che gli strani seminaristi

tedeschi vestiti di rosso e gli allievi del collegio del Nazzareno

amano: e dal cancello che separa villa Medici dal Pincio, si vedeva un

lungo viale cupo, deserto, bruno e umido. Sotto i platani le erme

marmoree, dalle guance un po' consumate dalle piogge, con le anella

delle chiome abbrunite dall'umidità, pareva si annoiassero lì, da

secoli.

E Francesco Sangiorgio si consolava di questo profondo deserto campestre

che si rigonfiava di succhio novello, come la dolce stagione lo

comportava. Il grande giardino, coi suoi larghi viali, pareva tutto suo,

lasciato in abbandono dalla folla chiassona, pronto a nascondere i suoi

amori, nido solitario di un purissimo idillio sentimentale. Lontano,

dalla terrazza posteriore, egli aveva ben guardato la immensa massa

verde di villa Borghese dove sarebbe stato così facile il celarsi: ma

ella non aveva voluto, per non attraversare piazza del Popolo, in

quell'orrendo giorno di carnevale: e più del Pincio, villa Borghese

sembrava un immenso parco naturale, senza traccia di uomo, una vasta

campagna vergine e solitaria.

Passando innanzi al cancello che separa il Pincio da villa Medici,

Sangiorgio dette un'occhiata di rimpianto alla cupezza malinconica di

quel viale fittissimo, dove l'idillio soave sarebbe stato anche al

coperto della chiarezza larga del cielo: ma ella non aveva voluto, per

entrare a villa Medici ci vuole un permesso speciale. E quello che

turbava Sangiorgio, nei suoi giri attorno al grande giardino, era la

parte che dava sopra Roma e sopra Piazza del Popolo, tutto quel lato

scoperto, quell'immensa breccia, donde veniva, a riprese, un rombo cupo,

il clamore giocondo e pauroso della folla: ogni volta che girava verso

villa Borghese, gli pareva di essere in pace, solo con l'amor suo, non

disturbato, nel beneficio della solitudine campestre; ogni volta che

ritornava verso Roma, l'improvvisa visione della città e il rombo e

tutto quel mondo estraneo che s'imponeva, gli guastavano tutti i sogni.

Sentiva in quel pubblico, in quella folla, l'ostacolo, la difficoltà, il

dolore.

Quando ella giunse, egli l'aspettava da un'ora, non essendosi ancora

impazientito, ignorando ancora i tormenti di colui che attende

nell'incertezza, fiducioso ancora nella parola femminile.

Ella venne dallo stradone che dà sulla Trinità dei Monti, avendo

lasciata la carrozza in Piazza di Spagna: era vestita di lana azzurro

cupo, con una veletta bianca sulla faccia che aumentava la giovanilità

del suo aspetto: camminava piano, senza muovere le gonne, come se

scivolasse sul suolo, non venendo, ma avanzandosi. In un minuto, alzando

ambedue gli occhi, senza affrettare il passo: egli non si era mosso dal

pilastrino dove stava appoggiato, aspettandola, vedendola avanzarsi,

nella cupezza della stoffa bruna, nel candore della veletta bianca. Non

dunque lei era un fiore primaverile, un grande fiore umano sbocciato per

la sua delizia?

Quando furono accanto, non si salutarono, non si tesero la mano, ella

stringeva nel piccolo pugno il manico dell'ombrellino, un galletto di

legno scolpito, con la cresta rossa: non si parlavano, camminavano l'uno

accanto all'altro, senza guardarsi.

«Grazie,» disse lui.

«No, no,» rispose lei, subito.

E guardandosi intorno, con un'occhiata timida, soggiunse:

«Qui ci vedranno tutti.»

«Non vi è nessuno; non temete.»

«Nessuno?»

«Nessuno; è carnevale.»

«È vero; tutti sono al Corso: dovevo andare anch'io...»

E si accostò al largo terrazzo soleggiato, donde si vedeva tutto il mare

magno della folla clamante, in Piazza del Popolo: egli provò una fitta

al cuore, come se quello spettacolo gli togliesse una parte della sua

felicità. Ella appoggiò al parapetto la mano sottile inguantata di

camoscio: e guardò quei grandi flotti oscuri di gente, da cui saliva un

rombo come di vulcano.

«Come si divertono, laggiù!» ella mormorò melanconicamente.

Egli l'aspettava, tenendosi indietro, preso da un senso d'impazienza.

«Venite via,» le disse.

Ella voltò le spalle alla città, internandosi con lui nel grande viale a

sinistra; e guardava in terra, come se pensasse profondamente.

«Nessuno, nessuno,» diss'ella, come sollevata. «È una fortuna che sia

carnevale. La gente impazzisce. Non preferireste voi essere laggiù?...»

«Come potete credere...» cominciò lui, addolorato.

«Non posso più credere in molte cose,» susurrò ella, come se parlasse a

sè stessa.

«Siete così buona: io non so dirvi nulla: risparmiatemi,» la pregò lui,

con l'umiltà del cristiano innanzi l'immagine benedetta.

«Ho da dirvi delle cose tristi, amico,» disse ella, con la sua bella

voce dolente.

«Non oggi, non oggi, domani, un altro giorno...»

«Meglio oggi che domani,» soggiunse ella, fissando i begli occhi mesti

sopra la campagna di villa Borghese. «Bisogna aver coraggio...»

«Io non ne ho, non ne ho niente...»

«Bisogna averne,» insistette ella, «per vivere in pace con la propria

coscienza.»

E si strinse, con un brivido, nella piccola mantellina di pelliccia,

passando innanzi alla freddezza nera di villa Medici.

«La coscienza, la coscienza!» esclamò lui, ribellandosi, «e l'amore?»

«Non si deve amare,» pronunziò ella, come una sentenza.

«E perchè?»

«Perchè non vogliono.»

«Chi non vuole?»

«Quelli,» e tendendo la mano, indicò Roma e Piazza del Popolo, dove alta

ferveva la follia carnevalesca.

«Non sapete chi siano.»

«Sono la coscienza: io non saprei ingannare, amando.»

«Voi non amate,» fece egli con amarezza.

«... Forse,» diss'ella, perdendosi nella contemplazione di Monte Mario.

«Venite via, venite via,» ripetette lui, preso da un'angoscia di

pentimento, volendo sottrarla allo spettacolo della folla.

Infatti, com'ella volgeva le spalle al panorama di Roma, il volto le si

serenava e pareva che i pensieri prendessero un corso meno lugubre. La

grande pace campestre del colle Pinciano, quella solitudine, quel primo

fiato di primavera, quel dolcissimo pomeriggio fra il verde e il tepore

dell'aria, quello sguardo innamorato e reverente con cui egli la

circuiva, quella fedeltà con cui la seguiva, quel rispetto amoroso con

cui le parlava, le facevano scordare l'urlio, la gazzarra della città

ammalata di carnevale, le facevano scordare che un altro mondo

esistesse, oltre la campagna, oltre la primavera, oltre l'amore.

Oh, egli bene intendeva che un poco di quell'anima era sua, che gli era

pietosa in quell'ambiente deserto, fra le piante, le cadenti acque della

fontana, l'orizzonte agreste e semplice: indovinava che quel poco di

anima femminile gli sfuggiva, che quel cuore gli si chiudeva, appena il

vasto e duro orizzonte cittadino se ne impossessava, appena la grande

voce della folla saliva sino alle sue orecchie.

Nella solitudine, fra il novello germoglio degli alberi e dei fiori, in

tanta soavità di cose e di cielo, ella era buona e cara e amorosamente

compassionevole: ma al cospetto della maligna e dura città che non

perdona, ella chiamava tutto il suo coraggio per diventare inflessibile,

s'irrigidiva nella sua volontà di chiedere e di ottener sacrificio

dell'amore. Così egli faceva di tutto perchè non ritornasse più verso il

grande terrazzo, verso la breccia cittadina, persuaso che l'ora e il

tempo e la stagione l'avrebbero indotta a mitezza. La trattenne presso

il parapetto, donde giù giù si vede quello stretto budello che è la Via

delle Mura: non vi passava un'anima.

«Non bisogna amare troppo tardi,» riprese ella, con un'infinita dolcezza

di mestizia, «è inutile, è doloroso. Dove eravate voi cinque anni fa?»

«Laggiù, in Basilicata,» rispose, con un gesto vago.

«Io lassù, lassù, nei monti, fra le nevi. Credevo alla neve dei

ghiacciai, io, il ghiacciaio che nulla vince. Ho sposato don Silvio:

egli era buono, io non sapevo nulla del sole. Ora, il sole viene per me

troppo tardi.»

«Non lo dite, non lo dite,» egli mormorò.

«Non possiamo fare convertire la neve in fango, amico.»

Un silenzio regnò: egli era pallidissimo, come se dovesse morire. Ella

aveva gli occhi pieni di lagrime: e lui, guardava quelle pupille

nuotanti, tremante di vedere scorrere quelle lagrime, commosso come se

quella fosse l'ultima sua ora.

Ma non le disse quanto soffriva: non voleva, non sapeva lamentarsi:

tutto quanto veniva da lei era bene, era dolcezza. Con quel profondo

altruismo che dànno i veri e forti amori, egli dimenticava tutta

l'angoscia propria, guardando quei begli occhi lagrimosi, vedendo la

piega dolorosa di quelle labbra. Il dolore di lei lo scoteva e lo

esaltava; una grande, spasimante voluttà sentimentale lo trasportava.

«Eppure per me la vita è molto dura,» continuò lei, fievolmente, come se

la emozione la accasciasse. «Io non ho figliuoli per riscaldarmi il

cuore con l'amore materno: accanto a me, vi è un vecchio dall'anima

gelida per me, avvampante di passione per un'altra cosa, per un'altra

idea. Oh se sapeste, amico, che è questa solitudine, questo eterno

silenzio!»

«Ma perchè rinunziate?»

«Così,» disse lei, come se quella fosse la inesplicabile parola della

fatalità.

E camminò di nuovo, tacendo, ma sempre più lentamente, come se la

stanchezza la signoreggiasse: egli la seguiva, senza vedere più niente,

senza intendere più nulla, in uno di quegli oblii dell'anima e dei

sensi.

Cadeva il sole, dietro San Pietro, fra la Chiesa e Monte Mario.

«È finita, amico, è finita, mi pare quasi di essere morta. La gente vede

la mia faccia serena, la mia tranquillità imperturbabile, e non deve

saper altro, non deve indovinare la verità. Ma non vi è più nulla qui

dentro.»

E dette un colpettino sulla mantellina, al posto dove il cuore batte. E

non sentì quale ferita crudele portava al cuore di quell'uomo

innamorato, dicendogli che mai potrebbe amarlo. In quell'ora e in quel

posto, ella si lasciava andare a uno di quegli sfoghi malinconici ed

egoistici delle anime che restarono lungamente chiuse: ella non vedeva

più il suo compagno, si abbandonava a tutta la personale amarezza di un

cuore giovane e deluso.

«Eppure,» mormorò lui, «vi è accanto a voi un'amicizia schietta e

tenace, una devozione a tutta prova: quello che voi volete, egli vuole;

il suo desiderio di giovarvi, umilmente, segretamente, non conosce

nessun limite...»

E si arrestò, perchè la voce gli tremava, perchè le parole lo

affogavano, perchè questo suo amore, esorbitante, parea volesse

traboccar tutto.

«Grazie, grazie,» ella disse con un lieve sorriso mesto, che le

rischiarò la fisonomia, «io lo so...»

«Non potete, non potete sapere, non ve l'ho mai detto, non ve lo dirò

mai, non so dirvelo: vi assicuro che è la devozione più grande... perchè

respingerla? Come potete rinunziarvi?»

«Perchè essa rassomiglia troppo all'amore, amico.»

«Essa non vi parla d'amore...»

«Io lo indovino...»

«Non dovete intenderlo, non dovete indovinarlo; io non vi chiedo nulla,

non voglio da voi che il permesso di dedicarvi questa devozione...»

«Oggi, così: domani l'amore esigerà l'amore...»

«Chi lo dice?»

«Ahimè! l'esperienza, amico».

«L'esperienza mentisce!» esclamò egli, con violenza, «l'amore mio non è

simile a nessun altro.»

Angelica chinò il capo, come vinta, per un momento: e Sangiorgio si

pentì della sua violenza.

«Perdonatemi, signora,» le disse, umilmente, «ma l'idea di perdervi mi è

insopportabile.»

«Eppure dobbiamo lasciarci. Meglio ora che più tardi: più tardi

soffrireste molto di più, io avrei maggiori torti, voi avreste il

diritto di accusarmi. La consuetudine inacerbisce ed esalta l'amore:

verrebbe un giorno in cui non potremmo dividerci più, giorno di spasimo

per voi, di vergogna per me. Ora... ora, ancora tutto è possibile. Che

siamo l'uno per l'altro? Nulla: meglio così. Ci siamo visti, quattro o

cinque volte...»

«Io vi ho vista sempre.»

«In mezzo alle volgarità della vita...»

«Io ho pianto con voi, signora, quando piangevate nel Pantheon.»

«Fra la gente curiosa e maligna...»

«Io vi ho guardata per un'ora, quel giorno, a Ponte Nomentano, quando

lasciavate andare alla corrente dell'Aniene le foglie delle rose...

eravate sola... eravamo soli...»

«Fra gli obblighi convenzionali della vita politica...»

«Quanto eravate bella, signora, quella sera, al ballo del Quirinale: io

venni via con voi: non vi parlai: non mi diceste nulla: quanto eravate

bella!»

«È un sogno, è un sogno,» ribattè lei, esaltata nel sacrificio dalle

vibranti parole dell'amore, «bisogna svegliarsi. Bisogna dividersi.»

«Bisogna morire, allora.»

«Chi parla di morte?»

Non rispose egli alla sua domanda, ma nello sguardo di dolore e di

rimprovero con cui la fissò, ella comprese. Oramai il sole tramontato e

i grandi veli violetti crepuscolari salivano dalla terra al cielo

bianco: una brezza fredda e cattiva si alzava nell'aria: dalla terrazza

era scomparso il prete tedesco, lettore del breviario; dal banco di

legno il vecchietto era scomparso: tutto il colle Pinciano si oscurava;

e laggiù la folla urlava più che mai, eccitata dalla sera che veniva.

Ella si avviò per andarsene, pel grande viale che portava alla Trinità

dei Monti; ma egli la seguiva, come stordito, senza osare di dirle

altro, deciso a seguirla dovunque. Al pilastro di marmo dove l'aveva

incontrato, ella si volse e gli tese la mano:

«Addio, amico.»

«No addio, no!»

«È tardi,» pronunziò quella voce amata e glaciale.

E Angelica si perdette nelle brume crepuscolari.

* * * * *

Ora, da Piazza del Popolo a Piazza di Venezia, accendevano i moccoletti.

Era una miriade di punti luminosi, di fiammelle erranti, per la via, sui

poggiuoli, sui balconi, sui carri: e un volare di mazzettacci informi e

infangati, un soffiare di lunghe ventole, un agitarsi di fazzoletti, di

stracci, un saltare, un soffiare di bocche, tutti i mezzi, tutti gli

scherzi, tutte le violenze, tutte le brutalità per spegnere il moccolo:

e i gridi di resistenza e quelli di attacco e la gran voce umana

ripercossa:

— Moccoli, moccoli, moccoli!

Fra tanta luce, fra tanto schiamazzo, fra tanto baccano d'allegrezza,

andava urtato, sballottato, sospinto, incosciente, un povero essere

agonizzante di angoscia.

La conquista di Roma · 第 24 / 31 题