II.

Dal suo banco del centro, dove fingeva di scrivere delle lettere, ma

dove in verità tracciava macchinalmente il suo nome, venti, trenta volte

sopra un foglietto di carta, egli vedeva perfettamente donn'Angelica

Vargas sola sola nella tribuna diplomatica, appoggiantesi con un braccio

sul parapetto di velluto. Ne aveva sentita la presenza, subito, a un

sussulto dei nervi; aveva osato voltarsi due o tre volte e anche

salutarla; — ella aveva risposto con un sorriso profondo, ma aveva

immediatamente guardato altrove. Ora egli non provava altro desiderio

che salire lassù, sederlesi accanto: ma pensava che non era forse

conveniente farsi notare da tanti colleghi, darsi in spettacolo. Pure,

il desiderio era così forte che si levò dal suo posto, attraversò l'aula

e uscì nel corridoio, gironzando, distratto, rispondendo qualche

monosillabo a chi gli parlava della riforma della legge universitaria.

Rientrò, non avendo avuto il coraggio di salire su: e vergognoso della

propria vigliaccheria. Presso il banco dei ministri, don Silvio Vargas

lo chiamò:

«Sentite, Sangiorgio...»

E gli disse qualche cosa sopra la legge comunale e provinciale, di cui

si parlava di nuovo, per la terza volta.

La simpatia di don Silvio per Sangiorgio era cresciuta rapidamente, in

poco tempo: ogni volta che aveva un dubbio politico o amministrativo, lo

chiamava, se lo portava a casa, lo consultava, lo conduceva al

ministero, aveva con lui delle lunghissime conversazioni. Ora, di nuovo,

aveva qualche cosa da sottomettergli. Sangiorgio gli dette il suo

avviso; poi:

«La signora è lassù...» soggiunse.

«Ah sì?» fece don Silvio, senza voltarsi, con una perfetta indifferenza.

«Credete vi sarà viva discussione sugli articoli?»

«Specialmente sull'articolo quarto: la estrema sinistra ci tiene molto.»

«Parlerete voi, Sangiorgio?»

«Non so bene.»

«Dovreste parlare.... Sentite, venite domani a pranzo con me, vi

spiegherò certe mie idee...»

«Verrò,» disse Sangiorgio, dopo aver esitato un momento.

E si allontanava; ma sottovoce il ministro lo richiamò.

«Giacchè ci siete a sacrificarvi per me, andate un po' lassù a far

compagnia a mia moglie. Quella si annoia a morte: io non ho tempo neppur

di salutarla.»

«Si annoia?»

«Essa odia la politica: la femmina è egoista, caro Sangiorgio,» rispose

filosoficamente don Silvio, conficcandosi la lente sotto l'arco

sopracciliare.

Sangiorgio raccolse le sue carte con una fretta che non giungeva a

dissimulare, le ficcò nel cassetto e attraversò l'aula, i corridoi, salì

le scale, frenandosi per non correre. Donn'Angelica non si voltò

neppure, udendo schiudere la porta della tribuna.

«Si annoia molto, signora?» le chiese lui, alle spalle, a voce bassa.

«Non più del solito, onorevole,» disse lei, voltandosi un poco e

dandogli la mano, senza manifestare nessuna sorpresa.

Egli sedette alle sue spalle: ella, sebbene fosse rimasta rivolta a lui,

gli parlava senza guardarlo, tenendo gli occhi sull'aula.

«E ci viene spesso, mi pare?»

«Spesso: anche la noia diventa un'abitudine. E poi... Silvio è ministro,

molti credono che io sia una donna influente, a casa è un viavai di

persone che vogliono qualche cosa.»

«Si proibisce l'entrata.»

«Sì, quando si è una semplice signora, non quando si è moglie di un uomo

politico, di un ministro. Don Silvio ha sempre paura che io gli faccia

perdere la popolarità.»

E la voce le si velò d'amarezza.

«Ella dovrà dunque subire dei contatti volgari?» chiese lui, con una

dolcezza di pietà, per cui ella si tramutò di colore.

«Sì. Io sono piena d'indulgenza, mi par naturale essere indulgente: ma

la volgarità mi offende e mi addolora.»

«Bisogna mettere in alto il cuore.»

«Il cuore? Il cuore non ci entra, in questo. È la fibra morale che

soffre, sono i nervi. Così, preferisco venir qua: fra due mali, il

minore.»

«Tanto Ella odia la politica?» arrischiò lui.

«Non la odio, non posso amarla.»

«Eppure è una forte e nobile idea,» azzardò egli ancora.

«Lo dicono: ma io non la intendo. Capisco altre idee nobili, buone,

forti, generose, feconde di bene: non questa. Io sono troppo ignorante,»

soggiunse, poi, umilmente.

«No, no,» si affrettò a dire lui, «Ella ha forse ragione.»

«Non posso amarla, questa idea. E poi, per noi donne certe idee, anzi le

idee astratte, non rappresentano nulla. Noi abbiamo bisogno di una

realtà che le concreti: la religione nella chiesa, nella figura della

Madonna, del Cristo: la patria, nel dolce paese, nel mare, nella

collina, fra la gente che amiamo: — la politica, idea, chi la

rappresenta?»

«Gli uomini politici,» mormorò lui, dopo aver esitato.

«Ah sì!» fece lei, come pocanzi aveva esclamato suo marito, con una

indifferenza disdegnosa.

«Anche quelli li odia?»

«Li compatisco.»

Egli non ebbe un impeto di ribellione, ma una impressione dolorosa gli

si rivelò sulla faccia.

«Li vengo a guardare, ogni tanto: li guardi anche lei, onorevole. Che

facce scarne, consumate, gialle di bile, verdi d'invidia! Che facce

grasse e flosce, pallide e malaticce! Che stanchezze precoci in certi

corpi, che movimenti nevrotici in certi altri! Sembrano tutti ammalati

di una medesima infermità, un morbo fatale che li corrode o li gonfia.

Così, forse, debbono essere i giocatori, nelle bische.»

«Almeno, è una grande passione,» soggiunse lui, timidamente.

«Grande? Forse. Lo dicono: non lo credo. Quando essa è entrata in uno

spirito, lo restringe in un meschino orgoglio, in un'ambizione

piccolina. Ecco trecento persone, quaggiù, che hanno ingegno e che hanno

studiato, che hanno coraggio fisico e coraggio morale, che hanno

coscienza onesta e carattere d'uomo. Ebbene, questi trecento ingegni,

queste trecento audacie, queste trecento volontà, queste coscienze e

queste intelligenze, che cosa vogliono tutte, senza eccezione, a

qualunque costo?»

«Esser ministri.»

«Ministri: a qualunque costo. E in questa voglia implacabile, ditelo

voi, non si sgretola forse miseramente l'ingegno? Questo ingegno che

farebbe miracoli di bellezza e di utilità, applicato all'arte e alla

scienza, non si sfinisce, senza risultato?»

«È vero,» disse lui.

«Inventare una macchina che renda gli uomini più felici, moralmente o

fisicamente, non è forse meglio che far cadere un ministero? Non è

meglio fare una statua, dipingere un quadro, scrivere un libro?»

«È vero,» rispose lui.

«E il coraggio, crede Ella che conservi lo stesso impeto d'azione, lo

stesso slancio di audacia, qui, dove tutto si riassume in un discorso,

dove ogni nobile iniziativa si spreca in venticinque sedute pomeridiane

e in quattordici discussioni negli uffici? Tante parole, tante parole!»

«Noi abbiamo combattuto, quando si doveva.»

«Sì,» disse lei, pensierosa a un tratto, «quelli eran tempi! Noi donne,

vede, comprendiamo l'eroismo dei campi di battaglia e quello delle

cospirazioni, — questo parlamentare ci sfugge.»

Tacquero un momento. Una fiammolina ardeva le guance di donn'Angelica: e

le calde parole sue ondeggiavano nell'anima di Sangiorgio, vi

s'imprimevano come sulla cera molle.

«Resta poi la coscienza,» riprese lei, che voleva dire tutto. «Ahimè,

come restar saldi fra tanti istinti personali che scoppiano, fra tante

necessarie transazioni, fra tanti equivoci? Come restar immobili,

inflessibili, quando la maggior virtù per riuscire è proprio la

elasticità?»

«È vero, è vero,» ripeteva lui.

«Una grande passione, la politica: lo so bene,» continuò ella, chinando

gli occhi sull'aula, battendo con le dita sul velluto del parapetto, «lo

sappiamo tutte noi altre, mogli di uomini politici. In questi cuori di

uomini, questa passione scaccia tutte le altre. Se stiamo in provincia,

l'uomo ci abbandona per nove mesi dell'anno, senza badare alla gioventù,

alla bellezza, alla solitudine della moglie. Se veniamo in Roma, peggio:

la casa diventa un piccolo Parlamento, dove si congiura, se non siamo al

potere: dove si preparano i mezzi di difesa, se siamo ministri. Non più

amici: alleati, clienti, servi, invidiosi, interessati, niente altro.

Non si chiede loro l'affetto: si chiede il voto. Ha detto _sì_? è un

amico. Ha detto _no_? è un traditore. In casa sparisce la intimità: la

invade un fiume di gente estranea che la deturpa, che la rende simile a

un porticato, a un cortile, a una via pubblica, a una piazza. La

cordialità sparisce: il marito è inquieto, è annoiato, cercate di

saperne la cagione, — non ve la dice, crede che non possiate capirla,

gli uomini politici disprezzano il consiglio delle donne. A tavola? Il

marito legge i giornali o risponde ai telegrammi. Al ballo? È difficile

che vi possa accompagnare, eppure bisogna andarci, per rappresentare il

governo, parlare coi deputati influenti, far la riverenza alle mogli dei

capi-parte, dare la mano a creature insignificanti che non

esisterebbero, se la grande passione politica non esistesse. La

solitudine malinconica in provincia, come una povera creatura

abbandonata: o la folla affogante in città, senza un soffio di poesia,

senza un sorriso d'ideale. Grande passione, certo: ma così furiosa e

invadente e sequestrante che fa spavento o fa nausea.»

Di nuovo, silenzio grande. Nell'aula, don Silvio Vargas parlava, con la

sua voce stridula, con le mani in tasca, piegando un poco l'alta persona

scarna, guardando dietro la sua lente lucida colui che lo aveva

interrogato, quasi burlandosi di lui, con quella forza d'ironia che

irritava l'avversario.

«Una grande passione, una grande passione...» mormorava donn'Angelica,

«la donna ne capisce una sola...»

«E quale?»

«L'amore.»

«È vero,» rispose Sangiorgio.

«Si pranza soli, oggi,» aveva detto don Silvio a Sangiorgio, sedendosi a

tavola, «donn'Angelica è dietro a vestirsi pel ballo del Quirinale.»

Alla piccola tavola dei pranzi familiari sedeva anche il segretario: un

quarto posto, quello della padrona di casa, restava vuoto. In mezzo alla

tavola, in un vasello di cristallo dal collo sottile, stava in fresco un

ramo di gigli rossi: e gli occhi di Sangiorgio andavano continuamente da

quel posto vuoto e a quel grande fiore rosso. I due deputati, il

ministro e l'importante uomo politico discorrevano vivacemente di

politica, mangiando senza badarci, don Silvio tagliuzzando nervosamente

la carne, mentre si infiammava sulla legge comunale e provinciale,

Sangiorgio ascoltandolo, rispondendogli, facendogli obbiezioni,

dimenticando di pranzare: ma il suo pensiero si staccava da quella

piccola stanza, tutta in legno biondo, resa tiepida dalla fiamma allegra

del caminetto, per andare dietro quella porta chiusa, per indovinare

dove fosse donn'Angelica.

Solo il segretario, dunque, pensava a pranzare e ci si dedicava con

tutto lo stomaco: ma serbava un contegno serio; ogni tanto, a una frase

del ministro, approvava col capo, con un'aria di ammirazione contenuta;

a ogni osservazione di Sangiorgio, inarcava le ciglia, come se si

preoccupasse anche lui della difficoltà.

Così il pranzo continuava, fra l'andirivieni dei due servi che ora

portavano un telegramma, ora una lettera, ora un giornale, ora una

pietanza: don Silvio stracciava subito la busta del dispaccio, apriva e

leggeva la lettera, rompeva la fascetta del giornale, ne scorreva con

l'occhio le colonne, non assaggiava la pietanza, la guardava con

l'occhio distratto dello spirito assente.

Accanto a lui un calamaio, una penna, della carta da telegrammi, dei

foglietti da lettere: e subito rispondeva dopo aver respinto il piatto

dinanzi a sè, passava il giornale al segretario, dopo averci fatto un

segno col lapis rosso in qualche posto: il segretario leggeva il

passaggio segnato, con l'aria imperturbabile di un vecchio diplomatico.

E Sangiorgio invano tendeva l'orecchio per cogliere qualche rumore

femminile, invano stava attento al minimo incidente: non una cameriera

passava, non un campanello risonava, niente di femminile trapelava la

ricerca di un fiore, il passaggio di un candelabro, l'affaccendamento

dei servi, nulla, proprio nulla.

Donn'Angelica aveva radunato nel silenzio delle sue stanze tutta la

poesia nervosa e febbrile di una donna che si veste pel ballo: e il gran

mistero della bellezza che si adorna, fatto di acque lustrali e di

profumi, di capelli disciolti e di fiori sparsi, di veli volanti e di

gioielli luccicanti, di stoffe spiegate e di molli pellicce, il gran

mistero d'Iside della donna moderna, si compiva come in un tabernacolo.

Un desiderio sempre più cocente di sapere, di udire, assaliva Sangiorgio

in quel tepore della stanza da pranzo, fra tanti discorsi di politica,

tanto odore di inchiostro: un desiderio che nasceva da quel posto bianco

e vuoto dove il seggiolone di legno era accostato, come se allora allora

ne fosse partita colei che l'occupava: che nasceva da quel ramo di gigli

rossi, i focosi gigli di san Luigi, che pare uniscano alla purezza il

calore della passione. Almeno fosse venuta fuori un momento, a salutare

suo marito, a salutare il suo ospite: si fosse fatta vedere, fiorente di

gioventù e di bellezza! A ogni schiuder di porta, come l'ora si

avanzava, Sangiorgio trasaliva, chiudendo gli occhi, credendo di vederla

comparire nello splendore della venustà e della acconciatura. Ma di

nuovo capitava un dispaccio, un plico, una lettera: a un certo momento,

don Silvio cavò di tasca la _cifra_ per interpretare un telegramma

politico. Dov'era dunque donn'Angelica? In quali onde di profumo si

annegava la sua persona?

Passava l'ora e niente nella casa si moveva, che fosse appartenuto alla

lietezza di un ballo: essa serbava il suo aspetto confuso, il suo batter

di porte, il suo discorrere ora concitato, ora sommesso, il suo

andirivieni di carte scritte e stampate, il suo aspetto di piazza, di

Borsa, di casa politica dove viene ad approdare ogni intrigo, ogni

falsità, ogni imbroglio. Forse, di là, nel santuario, la bellezza

giovanile di donn'Angelica si manifestava nella piccola febbre femminile

che precede il ballo, mettendo nella sua camera il disordine inebbriante

delle biancherie sparse, delle calze di seta che sgorgano dai cassetti

aperti, delle boccette sturate, dei busti che trascinano sul tappeto: ma

questa confusione muliebre, questo scombussolamento inebbriante che

innamora un marito o un amante più profondamente che mai, si ignorava.

Francesco Sangiorgio sentiva, sì, attraverso le tre o quattro porte che

lo dividevano dalla donna che amava, sentiva questo fascino novello,

tutto umano, che lo dominava in modo diverso, che s'indirizzava

all'uomo; sentiva il contrasto fra la secchezza, l'aridità di quella

esistenza tumultuosa di don Silvio, e la morbidezza poetica di quella

acconciatura di donna, laggiù, nel grande turbamento tenero e sensuale

che dànno tutte le cose che hanno toccato il corpo femminile.

Finalmente, alle dieci, si udì aprire e chiudere qualche porta, qualche

voce parlò sommessa: e Sangiorgio, preso alla gola dalla soffocazione di

un desiderio, chiuse gli occhi per salvarsi dallo spettacolo abbagliante

della bellezza di donn'Angelica. Ma niuno comparve, un rotolìo sordo si

udì nel cortile e sulla Piazza dell'Apollinare.

«Donn'Angelica è partita pel Quirinale,» disse quietamente don Silvio,

aprendo la _Riforma_ che gli avevano portato allora. «Non andate anche

voi, Sangiorgio?»

«Più tardi,» rispose fievolmente Sangiorgio che era diventato

pallidissimo.

Nella bianchissima luce elettrica che illuminava lo scalone d'onore, le

donne ascendevano lentissimamente, posando appena il piede calzato di

raso sul tappeto: e con lo strascico abbandonato, il ricco mantello di

lana bianca molle e caldo sulle spalle nude, la testa ingemmata o

piumata o infiorata, davano, salendo, certe occhiate lente e distratte

alle due grandi siepi di piante verdi, alle muse dalle foglie larghe

venate di rosso, alle palme che parevan cupissime sullo stucco bianco

delle pareti.

Le donne guardavano, inerti, come se non vedessero nulla, per conservare

la serenità — e salivano piano, per non scalmanarsi, perchè sul viso non

fosse turbato il pallore eguale o il fiorente roseo. Dopo tanta

nervosità febbrile, la calma egoistica della donna che vuol restar bella

era scesa in loro: e bastava vedere la tranquillità con cui nel

grandissimo salone degli arazzi, trasformato in guardaroba, un po'

freddo, esse discioglievano i nastri, snodavano i cappi dei mantelli,

lasciandoseli togliere delicatamente dalle spalle, conservando la loro

apparenza di bellissime statue insensibili e semoventi; bastava vedere

il gesto flemmatico, con cui distendevano su per le braccia la pelle

cedevole dei guanti di Svezia, mentre il marito, o il fratello, o il

padre, aspettava, impaziente, col braccio pronto, per accompagnare la

bella indifferente e serena che si rialzava pacificamente le spalline

del corpetto un po' spostate.

E anche l'attraversare i due saloni e il corridoio delle statue era una

passeggiata molle e silenziosa: ma già nel fiato caldo che i caloriferi

mettevano dappertutto e in quell'approssimamento quieto e pieno di

dolcezza, le donne schiudevano le labbra al sorriso florido dei balli,

il sorriso che si diffonde per tutta la faccia, per tutta la persona. E

alla porta del grande salone da ballo, il cerimoniere, che offriva loro

il taccuino da ballo, un mazzetto di fiori e il braccio per introdurle

nel salone, aveva la primizia incantevole di quel sorriso: il padre, il

marito, il fratello erano abbandonati senza un saluto, senza una parola.

Scintillìo profondo di gemme. Su tre file di panchette rosse, trecento

donne erano sedute, ingemmate nei capelli, alle orecchie, al collo nudo

e sul seno, sulle braccia. Da certe testine, più modeste, partiva un

raggio sottile, vivissimo, a ogni movenza: ma alla ondulazione di certe

spalle altiere che s'inchinavano, al moto di un braccio che agitava un

ventaglio piumato, era tutto un vivido fluire di scintille, un balenìo

chiarissimo e fulgido. Strette le donne l'una all'altra, l'un vestito

femminile assorbiva e confondeva quello dell'altra, per essere a sua

volta assorbito e confuso: e nulla si discerneva di colori e di stoffe,

si vedeva solo un po' di corpetto, un lembo breve di spallina che

talvolta un fiore o un nastro o un gioiello copriva. E quello che

vinceva tutto, sul molle soffio del velo, sulla lucentezza del raso,

sulla delicatezza del merletto, sulla pesantezza nera dei capelli, sulla

leggerezza delle chiome bionde, sulla pelle quasi viva dei guanti, sulla

carnagione del collo, delle spalle, del braccio, era il gioiello, più di

tutti lucido, vivido, colorito, iridescente, era il gioiello trionfante.

E su quella triplice profondità scintillante, quella che sgorgava, che

si allargava, che dominava tutto, era la plasticità varia, infinita,

delle braccia e delle spalle denudate. Qui il biancore anemico e freddo

che più si assomiglia alla glacialità del marmo e che gela lo sguardo

che vi si ferma; e qui il perlaceo, la carnagione dalla trasparenza

levigata che nessun'ombra verrà mai a colorire; subito dopo la

carnagione bianca e forte, sotto cui scorre, come un flutto, il sangue

ricco, una stoffa rossa dietro un tessuto leggiero bianco; altrove il

carnicino mite e eguale, temperamento medio, temperatura media che nulla

vale a rialzare mai; altrove il bianco opaco che il calore o l'emozione

marmorizza qua e là, a placche di roseo; altrove ancora la carnagione nè

bruna nè bianca, ma scura, come se il sangue fluttuante portasse seco un

letto di sabbia nera; altrove ancora, il carnicino vivo, bello,

attraente, simile alla densità grassa di un petalo di magnolia, simile

alla polpa nutrita di un frutto maturo.

Questa plasticità germogliava dai corpetti, come se si sprigionasse

delicatamente da un legame; fioriva dalla strettezza delle spalline,

dall'arricciatura del velo, come dal calice; aveva qualche cosa di

rigoglioso, di spontaneo, come le bellissime generazioni del mondo

vegetale. Questa plasticità ripetuta su tutti i toni, trecento volte,

finiva per acquistare un generale carattere di bellezza, d'insieme, come

è la bellezza di una grande foresta: l'individuo vi scompariva, la

personalità era assorbita.

Nulla più che parlasse febbrilmente all'occhio, nulla più che turbasse

la fantasia, più nulla che inducesse alla particolar seduzione: ma

invece la grande nota della bellezza femminile, presa in complesso, che

i sensi non sentono, ma che lo spirito sente; il coro unico dove tutte

quelle voci bianche, rosee, rosse, diventavano una sola voce.

Invano, invano, sotto l'orchestra, dietro le panchette, nei vani delle

porte, la siepe nera e bianca degli uomini, fittissima, cercava

discernere un viso, una fisonomia, una persona, la persona, quella

donna. Essi, gli uomini, non percepivano più che un grande splendore di

gioielli, dove ogni altra cosa moriva: non percepivano più che una donna

sola, la donna, dalle braccia nude, dalle spalle nude, dove trecento

donne scollate erano assorbite.

Ma un improvviso silenzio cadde sulla sala: una immobilità colpì quelle

trecento donne che rimasero con gli occhi fissi sulla porta del fondo,

senza batter palpebra. Dall'orchestra risonarono le prime note della

fanfara: chiarissime, squillanti, militari, di un effetto strano in quel

silenzio, in quella pompa tutta femminile. Come di scatto, le trecento

signore si alzarono, con un fruscìo di stoffe: e stettero aspettando,

strette l'una all'altra: tutte sorridenti, con le spalle un po'

sollevate che parea dovessero sfuggire dal vestito, con le braccia molli

e abbandonate, con una serenità inflessibile di bellezza sulla figura.

Dietro di loro, sotto l'orchestra, nei vani delle porte, la massa bianca

e nera degli uomini fluttuava, ma silenziosamente: e l'attesa di un

minuto parve lunghissima. Poi, sotto la porta del fondo, qualche cosa di

fulgido apparve, un fulgore moltiplicato e concentrato che parve la

visione di una cometa: e mentre lo splendore augusto femminile

s'inchinava, scintillando, con un moto di grazia suprema, quella siepe

scintillante di gioielli, quella gran fittezza di gemme, quello

splendore di stelle, s'inchinò profondamente. Al femminile eterno, nella

sua unicità, riveriva il femminile eterno nella sua molteplicità. Gli

uomini — turbati — guardavano.

Ergendosi sulla punta dei piedi, Francesco Sangiorgio cercava di

scorgere dove fosse la dolcissima donna. Egli era fra un gruppo di

deputati, l'onorevole Galvagna, il colonnello delle province irridente,

l'onorevole di Sangarzìa che aspettava pazientemente di raggiungere le

signore, l'onorevole di San Demetrio che applicava la galanteria alla

diplomazia: ma Sangiorgio cercava donn'Angelica.

Tutte quelle donne ritte, in fila, che sollevavano i loro mazzi di fiori

e che guardavano, sorridendo, la quadriglia reale, lo confondevano, egli

non distingueva i loro lineamenti, non ne riconosceva nessuna. Giammai

aveva visto tante donne riunite, compatte, intensamente raccolte, in

tutto lo splendore della bellezza e del lusso, in tutta la potenza della

loro femminilità.

Chiudeva gli occhi, ogni tanto, abbarbagliato: li riapriva, cercando di

distinguerne la più bella, la sola che a lui paresse donna.

A un tratto, mentre l'augusta donna girava mollemente intorno al canuto

e bonario ambasciatore di Germania, e il lungo strascico regale, color

fiamma, serpeggiava come la coda di una cometa, e il diadema reale aveva

qualche cosa di siderale, Sangiorgio vide donn'Angelica Vargas al

braccio di un signore bruno e vecchio, dai mustacchi tinti, dai capelli

radi di un nero che tirava al rossastro: donn'Angelica figurava nella

quadriglia reale, di fronte alla biondissima, pallida signora amletiana

che era l'ambasciatrice di Germania.

Donn'Angelica passeggiava attraverso il salone con quell'incesso

armonioso, quasi musicale, che rendeva la sua andatura una delle sue più

grandi seduzioni: dietro lei, lo strascico di broccato bianco ondulava

dolcemente, come a flutti: qualche filo d'argento, che passava nella

trama del broccato, vi brillava.

Ogni tanto, come la nobile e lenta passeggiata, che era poi la

quadriglia reale, lo consentiva, si vedeva il busto giovanile e snello

di donn'Angelica e il corpetto di broccato bianco, pudicamente scollato,

terminato da una nebulosa arricciatura di velo bianco: sulla nitidezza

del collo bianco un monile di perle si confondeva col perlaceo della

carnagione, e una grande croce di brillanti scendeva sul petto,

luminosa.

Donn'Angelica, dai capelli castagni strettamente raccolti intorno al

capo, era coronata di stelle: le lucenti stelle di brillanti le

ingioiellavano tutta la scurezza della chioma bruna, quattro innanzi,

quattro indietro, diffuse, senz'ordine, come realmente compaiono le

stelle sulla nerezza notturna, sull'azzurro cupo e profondo del

firmamento.

E l'occhio acuto dell'uomo che amava distinse bene, per sè solo, sulla

scollatura di velo un fiocchettino di mughetti quasi indistinguibile,

messo là per aver il profumo e la poesia di un fiore, messo là perchè

soltanto lo sguardo di colui che sapeva amare, lo distinguesse.

E invero fra tanto rigoglio di bellezza, talvolta mite e semplice,

talvolta provocante, talvolta gracile e delicato, fra tanto espandersi

di bellezza e di seduzione, donn'Angelica era la bellezza pura e

pensosa, la bellezza nella sua espressione di candore malinconico, nella

sua serenità di cuore che ha vissuto.

Tutto in lei era casto: il vestito bianco ricchissimo, ma di un colore

appannato, senza sfarzo, con lieve scorrere di fili d'argento, fra la

trama, qua e là, come pensieri, come idee dolci che allietavano la

monotonia di quel candore; le pieghe nobili dello strascico che avevano

qualche cosa di classico, come il panneggiamento di una casta statua

antica; la scollatura giusta, in modo che nulla vi perdeva di attrazione

la donna, tutto vi guadagnava come castità la signora, la ricchezza

della spallina che nascondeva il punto provocante, quasi sensuale, dove

la spalla della donna diventa braccio; il guanto chiarissimo, di un

bianco rosato, di una pelle finissima, che oltrepassava castamente di

cinque dita il gomito e si distendeva, senza far pieghe, modellando il

braccio; non un braccialetto; due semplici e fulgenti stelle di

brillanti alle orecchie. Tutto l'insieme casto, che nulla aveva della

stupidaggine odiosa della fanciulla ritrosa, ma aveva tutta la castità

di pensieri e di sensi della donna pura.

A Francesco Sangiorgio parve vedere la medesima purezza. Una lucentezza

blanda negli occhi: lento e buono il moto delle palpebre: non un'ombra

di veglia o di pena sotto lo sguardo, che si posava quietamente sugli

oggetti e sulle persone che la circondavano: freschissime, di fanciulla,

le tempie, dove la pelle aveva la tenuità del velo che circonda l'uovo;

da cammeo la linea del profilo, dalle nari foderate delicatamente di

roseo: sinuosamente colorita di rosso, come un fiore chiuso, la bocca. E

in tutta la fisonomia la espressione pacata di chi è senza speranza,

come senza desiderii: un'aureola più che umana, tutta spirituale, la

quale trasfigurava quella bellezza.

Francesco Sangiorgio, a quell'aspetto, aveva sentito dileguarsi

quell'acre desiderio che lo aveva signoreggiato in quella stanza da

pranzo, nell'attesa spasimante di donn'Angelica che era fuggita, senza

farsi vedere; i suoi nervi si erano placati a poco a poco: i sensi

eccitati cadevano in un languore di contemplazione.

Quella castità, quella purezza scendevano su lui, come un soffio fresco

a mitigare il calore della passione: penetravano in lui come la

benedizione di una carezza tutta innocente, bacio di bimba, mano di

sorella, abbraccio affettuoso di amica: s'impossessavano di lui, come un

placido fiume di dolcezza dilaga senza rumore e senza disastri e copre

le rive.

La febbre dei suoi polsi si era calmata: le vene delle tempie non

battevano più precipitosamente, come prima; quel malvagio desiderio

brutale era sfinito in una blandizie. E mentre donn'Angelica, ferma al

suo posto, si riposava, egli sentì che ella lo guardava: sguardo chiaro

e schietto, tutto umido di dolcezza, tutta luce quieta. Invero, per lui,

ella era, in quell'ora e per sempre, la celeste Beatrice.

Dalla grande poltrona reale, la sovrana piegava un po' il capo per

discorrere con donna Clara Tasca, che sedeva accanto a lei sullo

sgabello, come moglie di un cavaliere dell'Annunziata: l'ardente

siciliana dagli occhi vivi spirituali sotto i capelli un po' brizzolati,

dalla fisonomia mobile dove tutta l'espressione di un'anima irrequieta

si dipingeva, rispondeva presto presto alla regina, piegandosi anche

lei, dimostrando un interesse rispettoso. Le altre signore del mondo

aristocratico, del politico, del diplomatico, riunite in gruppi,

discorrevano fra loro, fingendo d'interessarsi al discorso, ma tenendo

d'occhio, attentamente, ogni moto della sovrana: e non ballavano ancora,

non accettavano inviti a ballare, distratte, assorbite nel pensiero di

quello che avrebbe detto loro la regina. Tutte quante, malgrado il

censo, il nome, la bellezza, tutte le fortune dell'anima e del corpo,

non ambivano che questo minuto di colloquio pubblico, innanzi a duemila

persone, con la regina; tutte quante dimenticavano ogni speranza, ogni

desiderio, ogni interesse, ogni altro affetto, nell'ambizione muliebre

di questo breve colloquio, al cospetto del pubblico. Le ragazze,

soltanto, a cui non sarebbe mai toccato quest'onore, venute al ballo per

mostrare la loro giovanile bellezza, per essere allegre, per ballare,

per annodare uno di quegli innocenti e poetici legami d'amore, le

ragazze, invece, già ballavano il _waltzer_, nel largo giro del salone,

fra un grande volteggiare di veli bianchi, rosei, azzurri, scostandosi

solo, con una certa timidezza, innanzi alla poltrona reale. Gli uomini

andavano, venivano, si fermavano in gruppi, ballavano, chiacchieravano:

niuno badava a loro. Francesco Sangiorgio, dopo la quadriglia reale, era

scivolato fra le gonne seriche, lentamente, era distante da

donn'Angelica soltanto venti passi e la vedeva discorrere col deputato

di Carimate, il gran signore lombardo, dalla barba nera e dai principii

vaghi di socialismo: ma ella stessa, donn'Angelica, era un po'

distratta, con gli occhi bassi, che ogni tanto si rivolgevano verso la

persona regale.

E come quell'astro si volgeva a destra e a sinistra, come faceva cenno

di alzarsi, certi lunghi fremiti correvano per quei gruppi di donne:

tutte volgevano il capo da quella parte, molte tacevano, aspettando,

molte continuavano a chiacchierare o ad ascoltare, ma balbettavano: il

loro spirito era altrove. La regina era passata al gruppo delle sue

dame, mostrando il profilo regale alla sala: e lo squadrone delle dame,

in piedi, la circondava: le due principesse americane maritate a due

principi romani, una biondissima, più inglese che americana, l'altra

magra, simpatica, elegante; donna Vittoria Colonna, dagli occhi di

diamante nero: donna Lavinia di Sora, dal volto perlaceo, dai grandi

occhi lionati, pensierosi: la contessa di Genzano, la bellezza fatata,

dai fulvi capelli; la principessa Seraphita, dal volto ideale, vestita

semplicemente di bianco, con un mazzolino di violette sul seno; la

principessa Lalla, dal volto che serbava le giovanili, pure linee di

cammeo, dalle spalle bianche e lunate; e infine la marchesa Paola, la

gran dama di onore, la madre felice dai capelli ancora biondi e

ondulati, le cui figliuole allegre e brune ballavano, nel salone.

Pazientemente, le signore del mondo diplomatico si stiravano i lunghi

guanti di camoscio sulle braccia, chiudevano e schiudevano il largo,

molle ventaglio di piume, lo agitavano, odoravano il mazzetto di fiori,

guardavano curiosamente, per la centesima volta, il taccuino da ballo,

come se non lo avessero mai visto. Ora, poco a poco, Francesco

Sangiorgio era arrivato alle spalle di donn'Angelica, e pian piano, come

un soffio, le aveva detto:

«Buona sera.»

«Buona sera,» mormorò lei, con quella profondità di accento, che era la

sua particolare espressione.

E si rivolse un po' verso lui, chiedendogli se fosse arrivato suo

marito, parlando a fior di labbro, mentre egli la fissava con certi

occhi innamorati e così rispettosi, che una lieve fiamma salì a colorire

le guance di donn'Angelica. La regina parlava, in francese, con

l'ambasciatrice di Francia, una magra e ascetica signora, dal viso

lungo. Laggiù, il re discorreva con donna Luigia Catalani, vestita di

color bronzo, con un piumino azzurro e strano nei capelli biondi: e la

viva, spiritosa siciliana sorrideva argutamente. Una quadriglia era

cominciata, fittissima, con un grande fluttuare di strascichi: le

signore che erano sul lato dove Sua Maestà discorreva, per non volgerle

le spalle, ballavano di profilo, con gli occhi bassi, misurando i loro

passi.

«Non ballate?» chiese Sangiorgio.

«Non ballo: il governo non può ballare,» rispose ella, placidamente.

«Dopo, se volete, faremo un giro.»

«Dopo?»

«Dopo.»

Egli non capì subito, non aveva guardato attorno, concentrato solo in

colei che era l'amor suo, non aveva sentito intorno a sè la febbre di

quella grande ambizione femminile. Ma intese che qualche cosa di

importante, di supremo in quella festa tutta muliebre andava accadendo:

intese la profonda preoccupazione di quelle donne che avevano scordato

tutto, financo di essere belle. Nel centro della sala era grande il

movimento pel ballo: e la folla degli uomini era diminuita, dirigendosi

verso i salotti, verso le stanze da fumo, verso il _buffet_.

Qui, sulla destra, era sempre grosso, sempre fitto fitto il gruppo delle

donne che aspettavano, desiose, a cui altre si venivano ad aggiungere,

credendo che il loro turno fosse venuto, incapaci di girare, avendo il

cuore e la mente e l'attenzione là, in quel lato del salone.

La regina seduta quasi nel vano di un balcone, lasciando vedere solo lo

strascico e il fermaglio del monile sulla nuca, s'intratteneva con donna

Lidia, la moglie del presidente del consiglio, la piccola, buona e

amabile signora che usciva dalla modestia della famiglia, solo in

qualche festa ufficiale.

— Quella è donna Lidia, donna Lidia, la regina parla con donna Lidia, —

si susurrava nella folla delle signore e fra i giovanotti bene

informati. Il colloquio durava da cinque minuti, e, per una invincibile

attrazione, tutti gli occhi delle signore che aspettavano, erano fissati

su donna Lidia e sulla sovrana, di cui si misuravano i movimenti:

sarebbe andata a destra o a sinistra, alzandosi, uscendo da quel vano di

balcone? Nel salone era una passeggiata di tutte le coppie che avevano

ballata la quadriglia; gli impegni per la _polka_ si prendevano, dei

giovanotti scrivevano, con la matita, nei taccuini delle ragazze; le

signore straniere, anziane, mature o vecchie, rimanevano sulle ultime

panchette di velluto rosso, con la loro aria corretta di persone che si

annoiano volontariamente, coperte di gioielli e di merletti ricchissimi,

col capo piumato.

Quelle che già avevano avuto l'onore della parola reale, circolavano,

tutte rosee, sorridenti, soddisfatte, con una lucentezza di felicità

negli occhi, ripetendo l'una all'altra il motto amabile ricevuto; e non

si curavano più di altro, non badavano più alle altre, che aspettavano

ancora, celando l'impazienza. Il re discorreva con la forte e bella

signora del primo patriotta italiano, la buona e bruna signora, dal

volto colorito, dal viso schietto, tutta vestita di azzurro.

«Speravo di vedervi prima, questa sera,» disse Sangiorgio, come un

collegiale.

«Infatti...» rispose vagamente lei.

E subito gli voltò le spalle. Un improvviso solco si era aperto fra la

folla: innanzi a loro, nello spazio libero, fra due siepi di persone, si

avanzava, maestosamente e graziosamente bella, la sovrana, in una luce

tremolante di stella. Ella veniva verso donn'Angelica: e Sangiorgio

dette addietro, intimidito, sentendo in quella coppia muliebre, la donna

semplice e serena, la donna regale e sorridente, tutta la potenza

femminile.

_Dopo_, Francesco Sangiorgio e donn'Angelica passeggiavano per le sale,

lentamente, attraverso gl'ingombri degli strascichi, formando delle

piccole file, arrestandosi ogni tanto, come la circolazione femminile si

ammucchiava, si accalcava. Nel grande salone da ballo, le ragazze, le

mogli dei segretari, le signore innamorate del ballo, le spose borghesi,

le dame che non avevano alcun posto ufficiale, si davano intieramente al

piacere della danza, l'orchestra strideva nelle note eccitanti di Metra

e di Fahrbach, l'animazione giovanile e femminile era al suo colmo.

Invece le _altre_ passeggiavano, sedevano sui divani dei salotti,

tenevano circolo, si allargavano dappertutto.

L'ambasciatrice d'Inghilterra, tenendosi accanto la bella e poetica

figliuola che pareva una madonnina del Botticelli, nel salone azzurro,

teneva intorno a sè un circolo di giovani diplomatici: per due minuti

parlarono in inglese, dolcemente, con donn'Angelica: Sangiorgio

ascoltava, senza intendere, ma gli sembrava una musica deliziosa.

La contessa di Malgrà, la simpatica bionda, dal pallore provocante e

dagli occhi incantatori, diceva dei paradossi sociali a tre o quattro

giovani deputati del centro che la seguivano nelle sue passeggiate; la

signorina Maria Gaston, dalla bellezza dolcissima, figliuola del

ministro della marina, in un vano di finestra, vestita di bianco,

angeletta mondanamente soave, chiacchierava con due o tre vecchi

ammiragli, rinunziando al ballo; la signora Giulia Greuze, la belga

dallo spirito scintillante e dal bel corpo giovanile simile a una rosa

che si sviluppi dall'involucro, ridacchiava sotto l'edera di una grande

giardiniera, mostrando i dentini candidi.

Donn'Angelica, al braccio di Sangiorgio, passava, fermandosi ora qua ora

là, scambiando saluti e sorrisi con le mogli dei deputati che

incontrava: la marchesina di Santo Marta, bionda e ricciuta come un

uccellino; la marchesa di Corvisea, fedele ai suoi vestiti di

rosso-cupo, mostrando i più bei piedini della politica italiana; la

baronessa de Romito, la bellissima e tranquilla Giunone; la contessa di

Trecastagne, una francese pallidina e gentile che aveva sposato un

siciliano; la baronessa di Sparanise, la spirituale signora dai

nerissimi occhi egiziani; la mite e piacente marchesa Costanza, dalla

voce affettuosa e dall'incesso molle; le due bionde signore figliuole

del ministro di grazia e giustizia, una bionda ed esile, l'altra bionda

e pensosa: esse andavano in su e in giù, senza rientrare nella sala da

ballo, formandosi ogni tanto in gruppi, ridendo fra loro, narrandosi gli

aneddoti della serata, guardandosi da capo a piedi, con un sorriso

benevolo ma profondo, misurandosi giustamente in tutta la loro

manifestazione di lusso e di bellezza.

Donna Clara Tasca era rimasta mezz'ora, aveva chiacchierato con

ministri, uomini politici e deputati, ed era subito partita,

trascinandosi dietro don Mario, di cui certo avrebbe completata la

fortuna politica, se egli fosse stato meno nebuloso, meno fantastico,

meno _virtuoso_ di politica.

Donna Angelica, al braccio di Sangiorgio, parlava poco: ma egli non

chiedeva altro, felice di avere, sulla manica della sua marsina, quel

braccio nascosto pudicamente dal guanto, felice di poter contare, ogni

tanto, macchinalmente, le perle di quel monile, felice di sentirsi

sfiorare il piede, ogni tanto, dall'orlo di quel vestito di broccato.

Ella cercava suo marito, ma quietamente, senza troppo insistere, senza

chiederne a nessuno: e col suo cavaliere scambiava solo qualche rara

parola. Finalmente don Silvio, al braccio di un deputato d'opposizione,

comparve sotto una porta, si avanzò verso lei e senza quasi guardarla,

senza accorgersi di chi l'accompagnava, le chiese subito, sottovoce:

«Sua Maestà?»

«Amabilissima,» fece lei, chinando gli occhi.

«Più del solito?»

«Non so... mi pare...»

«Ti pare o sei certa?» ribattè egli, duramente.

«Sono certa, sono certa,» si affrettò ella a soggiungere.

Egli le voltò le spalle: ella era pallida e turbata.

«Volete sedere, forse?» le chiese Sangiorgio, pietosamente.

«No, no,» disse donn'Angelica, «passeggiamo, passeggiamo.»

Andarono in una sala del _buffet_, sala da dolci, da caffè, da thè, da

gelati, piena di gente che rosicchiava e beveva, con una quantità di

cartine ricce da confetti sparse sul tappeto. Anche qui era pieno di

donne, la principessa di Valmy sorbiva del thè, discorrendo col

piccolino-grande traduttore di Platone, atleta della Camera, il

meridionale profondo, dalla voce un po' stridula e dalla frase incisiva,

talvolta terribile; la contessa di Roccamorice mangiava delle castagne

giulebbate, parlando col Gran Maestro dell'Ordine Mauriziano, dalla

barba bianca e dal fine sorriso lombardo; la principessa di Tocco, la

più bella donna di Roma, seduta in una poltrona, avendo intorno l'on.

Melillo, l'on. Marchetti, l'on. di Sangarzìa, sorbiva un gelato, col suo

contegno buono e placido di Dea; la baronessa Noir, piccolina, sottile,

dall'abito di azzurro giapponese, dai magnifici giojelli, turchesi

grosse circondate di brillanti, si batteva il ventaglio sulle dita,

nervosamente, ascoltando una discussione fra il ministro d'Italia a

Bruxelles e il ministro d'Italia a Bucarest.

«Non voglio nulla, non voglio nulla,» mormorò ella a Sangiorgio che la

portava verso la tavola imbandita.

Cercava di dominare, a poco a poco, il suo turbamento. Parlò un minuto

con la signora Gasperini, la moglie del segretario, cercando di

riprendere la sua serenità; ma non vi riesciva che a metà. Un'agitazione

restava ancora al fondo di quell'anima.

«Vorreste andar via?» le domandò Sangiorgio.

«Oh sì!» esclamò lei con uno slancio.

Si rimisero a cercare don Silvio di nuovo, attraversarono di nuovo la

sala rossa, il salone azzurro, il salone da ballo, il corridoio delle

statue dove ella rabbrividì dal freddo, con un tremito delle spalle

nude; attraversarono altri tre o quattro saloni vuoti, si trovarono nel

salone delle cene, dove era un allegro rumorìo di forchette, un

tintinnìo di bicchieri. Ritornarono indietro: infine nel salottino degli

arazzi di don Chisciotte, trovarono don Silvio in uno strettissimo

colloquio con l'ambasciatore d'Inghilterra. Donn'Angelica fece per

accostarsi, ma con un cenno delle palpebre don Silvio glielo proibì, le

fece intendere di allontanarsi: ella chinò il capo, arrossendo, trascinò

via Sangiorgio rapidamente.

«Non ballate voi, Sangiorgio?» gli domandò, ridendo. «Siete troppo

serio, voi: a che pensate sempre così? Non alla politica, spero?»

«Oh no!»

«Non ci pensate, non ci pensate, ve ne prego,» fece lei, appoggiandosi

maggiormente sul suo braccio. «Non sareste innamorato per caso?»

«Sì,» disse lui, schiettamente.

Ella si arrestò, un po' interdetta, pentita di aver detto troppo. E

subito parlò di altro, del ballo, degli arazzi, di don Chisciotte, del

caldo, di tutto, con una voce un po' velata. Il ballo, alle due dopo

mezzanotte, era nel suo più vivo splendore: nel salone da ballo una

quarantina di coppie ballavano il _waltzer_, e in tutte le sale, sotto

gli arazzi, fra le giardiniere, fra le portiere di broccato, fra il

bianco dello stucco e l'oro degli ornamenti, era un sorgere, un

pullulare, un espandersi di donne, una lucentezza di chiome stellate, un

anelare di petti femminili luminosi. Il segretario di don Silvio si

accostò a donn'Angelica, con la sua aria affaccendata.

«Sua Eccellenza deve andare immediatamente al ministero, per un

telegramma di urgenza. Non può accompagnare la signora.»

«Bene,» fece lei, licenziandolo con lo sguardo.

Tacitamente egli l'aveva accompagnata in anticamera, dove, nello scialbo

luccicore della luce elettrica, sotto gli occhi dei camerieri muti,

quasi automatici, l'aveva aiutata a infilare il grande mantello di

broccato bianco, foderato di ermellino. E, senza avere spiegazioni,

senza dirsi nulla, ella aveva ripreso il suo braccio ed era discesa

placidamente per lo scalone: il cameriere di casa Vargas li aveva

preceduti, per chiamare la carrozza. E con un moto gentile e rapido,

innanzi allo sportello aperto del _coupé_, ella raccolse lo strascico,

inarcò il piedino calzato di raso bianco e saltò in carrozza: non

salutò, non tese la mano, — naturalmente, egli salì in carrozza con lei.

Nulla si dissero: ma lo strascico bianco copriva i piedi e le gambe di

Francesco Sangiorgio, empiendo la piccola vettura delle sue onde seriche

e candide, e si distingueva, nel breve ambiente, un lievissimo odore di

mughetti.

Ella non aveva nulla sul capo, nè una sciarpa, nè un cappuccio, nè un

merletto: la testa libera si ergeva dal candore morbido dell'ermellino e

nei capelli neri le stelle di diamanti scintillavano. Dalle ampie

maniche del mantello le mani uscivano, si abbandonavano sulle ginocchia:

una calzata ancora dal guanto di camoscio chiarissimo: l'altra, senza

guanto, nuda, con un brillante all'anulare, che scintillava. E nella

penombra della carrozza che a mezzo trotto scendeva dal colle del

Quirinale alla vecchia Roma, Francesco Sangiorgio guardava ora quel viso

soavissimo che un pallore vivo rendeva più affascinante che mai, ora

quella piccola mano lasciata con tanto abbandono in grembo, come se una

mortale stanchezza l'avesse vinta. Nella dolcezza desiderata e aspettata

di quel momento, nella solitudine bizzarra di quel piccolo nido azzurro

cupo che riconduceva a casa la soavissima donna, l'amatore non era preso

da alcun desiderio, niuna ansia del minuto che fuggiva, niuno spavento

del tempo che passava e che avrebbe portato la loro divisione: egli

godeva delicatamente quel vivissimo piacere spirituale, quella felicità

era per lui senza mescolanza di amarezza. Immobile, muto, con gli occhi

quasi incantati, i quali null'altro sapevano vedere che quel viso bianco

e quella mano piccoletta e molle che parea dormisse, egli non si moveva

e non parlava, buddista dell'amore, perchè in nulla l'altissima

sensazione venisse scemata.

Giammai aveva inteso la sua vita svolgersi ed allargarsi con tanta

dolcezza, come un fiume largo e felice che se ne va innamorato al mare,

nella bellezza della pianura verde, sotto il sole, appena appena

mormorando sotto i giuncheti: giammai si era sentito così inondato di

una letizia pura, dove egualmente si fondeva l'appagamento dello spirito

e dei sensi, la delizia del cuore e dei nervi. Delibava, intensamente,

completamente, quella letizia, nella immobilità, nella passività

dell'uomo felice.

Donn'Angelica, ogni tanto, lo guardava con un lento moto di occhi.

Buttata in quell'angolo, ma non rannicchiata, non raggomitolata, con

quella bella compostezza di forme e di pose che era la sua grazia, ella

pareva si riposasse, senza troppo abbandono e senza troppa rigidità. Non

dormiva, no, tenendo gli occhioni scuri spalancati e rivolgendoli,

tratto tratto, quietamente, su colui che l'amava, — ma tutte le linee

del volto si erano quasi ammollite, arrotondate nel riposo.

Come i fanciulli, come certe donne che riprendono la infantilità,

dormendo, il cui volto si ringiovanisce, si addolcisce, ridiventa

ingenuo e bonario, ella aveva, in quel momento di calma, l'aria di una

fanciulletta, di un'adolescente creatura ingenua. Era scomparsa

l'apparenza di donna vestita con la pompa di un ballo: il mantello

pareva il vestito di una educanda, un vestito morbido e candido, senza

forma, castissimo, un manto verginale: e lo scintillio dei brillanti nei

capelli neri, sulla mano piccola, pareva raggio di luce, non ricchezza

fulgida di gioielli. Ella era ridiventata giovanetta, in una pura

essenza spirituale di bellezza e di grazia, in un riposo che era anche

un rinascimento.

Niuna fiamma si accendeva nei begli occhi pieni di ombra e pieni di

pace; nessun sorriso veniva a dissuggellare le labbra chiuse e arcuate

come quelle delle statue, non una parola usciva da quelle labbra. Anche

ella era immobile, la piccola mano pareva di cera sul bianco della

stoffa, il volto si delineava sul fondo cupo della carrozza, come un

ovale chiaro: e che pensasse, che sentisse, non si sapeva, non

s'intendeva. Dietro quell'apparenza di pace, dietro quel riposo delle

linee, forse era alacre il pensiero, forse il cuore fortemente

palpitava, forse la grande vita interiore dell'intelletto del sentimento

passava per tutti i fenomeni dell'attività. E forse in lei erano

penetrati sin nello spirito quella calma e quel riposo: forse ella era

simile, dentro, al grande lago profondo d'acciaio che niuna tempesta mai

può turbare. Ma non si sapeva nulla: ella, come sempre, era avvolta nel

grande mistero della serenità.

Fra loro due, fra l'essere felice che si lasciava annegare dall'onda

soverchiante di delizia spirituale che lo assaliva senza strepito, e fra

la creatura giovane, casta, quieta, serena, sedeva terzo l'amore.

La conquista di Roma · 第 23 / 31 题