I.

Un soffio molle di pianto; una luce mesta che le funebri tede pagane,

lambenti con la fiamma azzurrognola le pareti di masso granitico, non

diradavano; una luce velata che le gialle candele funebri cristiane,

anime consumantisi nell'amore, non aumentavano; una fredda aura di

sepolcro; un singhiozzìo frequente musicale; e una gran massa di gente

nera, quasi perduta nell'ombra di quei funerali: e nell'aria, nella

luce, nelle fiammelle, nell'ombra, nella musica, erano lacrime versate e

desiderio di lacrime nuove, era la nota del dolore irrimediabile.

A lui, fermo al suo posto, e lasciantesi penetrare da quel languore

melanconico che al dolore per infinite e continue gradazioni declina, un

improvviso, intimissimo tremore scosse i nervi e fece battere violenti i

polsi: e per naturale moto, sentendosi tremare e impallidire, egli si

volse intorno, cercando scorgere qualcosa in quel fioco lume che

scendeva dal velario.

Ora, egli vide, accanto a sè, questa dolcissima donna, questa

donn'Angelica, dalla parvenza realmente angelicata. Era vestita di nero,

di cordoglio profondo, come quei funebri reali, in quel Pantheon sacro

alla gloria e alla morte dell'Eroe, lo comportavano: e tenea gli occhi

languenti fissi in un cero che si struggeva. Nulla ella vedeva, nulla

parea sentisse, assorta nei suoi pensieri sicuramente di mestizia,

perduta nei suoi sogni di dolore. Seduta accanto a una colonna, aveva

voluto leggere, nel suo libro di orazioni, le preghiere che chiedono

pace, che invocano requie ai defunti; ma presto il libro le era caduto

in grembo, semi-aperto e le mani inerti non avevano avuto forza di

riprenderlo.

E a lui, quella gentilissima abbrunata, dal pallore di perla sotto il

velo nero, dalle labbra soavi ancora schiuse pel passaggio della

preghiera, dagli occhi perduti in mistiche e dolorose contemplazioni,

parve una figura divina. E tutto, lume fievole azzurro di lampade, lume

sottile di fiammelle che si allungavano, aria di dolore, musica di

desolazione, profondo impregnamento doloroso che pareva avesse ammollito

persino le antichissime, saldissime muraglie del Pantheon, incurabile

male dello spirito, tutto per lui si concentrò in quella figura di

donna, seduta presso a lui: ella personificò tutta quella tepida e umida

giornata invernale, in cui il sole era morto; ella fu la sede morale di

tutte quelle lagrime che sgorgavano dalle cose; ella fu l'abisso

attraente del dolore, che tutto il dolore delle cose non arrivava a

riempire; e sull'urto profondo dei nervi di lui, sulla vibrazione di

tutto il suo essere, carne, sangue, nervi, muscoli, in tutta quella

forte compagine di uomo forte, che sussultava, salì, crebbe, vinse un

sentimento di pietà amorosa. Ella, inconscia, si abbandonava, fidente

dell'ombra: si abbandonava alle sue fantasie di donna, vaganti fra i

cerei, fra gli abiti neri lucenti d'oro dei preti, fra le grandi, quasi

colossali cariatidi umane dei corazzieri, fra tante facce pallide,

tristi, annoiate, sofferenti, o indifferenti. Malgrado quella immensa

folla di gente che circondava il catafalco, malgrado l'indefinibile

mormorio che se ne distaccava, ella si lasciava andare in quell'ora di

libertà spirituale, l'ora breve, l'ora indisturbata, l'ora di

liberazione, in cui il proprio dolore rinasce e si fonde e si trasforma

nel dolore universale. Ogni tanto, a uno strappo più lugubre della

musica, a una voce di cantore che pareva quasi bagnata di pianto, a una

parola monotonamente cantata in _minore_ dal prete officiante, ella

trasaliva e il suo sogno desolato ricominciava, percorrendo altre fasi,

altri gradi, altri cerchi di malinconia: e in diverso e più profondo

modo, ella procedeva per le vie amare, che le anime dolcissime sono

condannate a percorrere. Non piangeva, no, perchè troppo vasta, troppo

ampia era la visione funebre di quel giorno: ma egli vedeva bene, egli

vedeva che le delicate palpebre, dalla fibra tenue, come petalo di

fiore, erano ombrate di violetto: ivi erano state le lagrime e ivi

dovevano correre.

E guardandola ardentemente nella faccia soavissima, a cui quell'ombra di

dolore dava una espressione altamente spirituale, non considerando più

altro che quel volto bianco quasi impregnato, quasi saturo di lagrime,

avendo tutto dimenticato nella contemplazione amorosa di quella donna,

egli sentiva in sè tutta una mirabile trasformazione. La infinita

amaritudine ond'ella appariva compresa, a poco a poco, per naturale

assorbimento dello spirito passò in lui: fu come una penetrazione di

sentimento, lenta, ma sicura, infallibile. Egli non domandava che fosse,

ma sentiva tutta la sua personalità scomparire, annegarsi, morire in

quella donna: egli era preso, non da lei, forse, ma da quello che ella

provava. Tutto il vago, l'arcano, il mistico di un dolore femminile,

senza lamenti e senza lacrime, senza cause e senza limite, gli saliva

dal cuore al cervello, allargandosi, prendendo possesso, scacciando

quanto altro mai trovasse sul suo cammino. No, non era più la pietà, la

grande natural pietà dell'uomo verso la donna che soffre: la pietà è

ancora un sentimento personale, la pietà è ancora un egoismo, la pietà è

ancora il grido dell'individuo. Era lui, lui che soffriva, ora, come se

la tortura di quel cuore femminile fosse la propria tortura; era lui che

sentiva la puntura acuta delle lagrime che ella non versava,

abbruciargli le palpebre; era lui che spasimava nell'altruismo,

parendogli di esser perduto nell'angoscia, in un grande vuoto

angoscioso, come quella donna appariva perduta, nuotante nel vacuo della

sofferenza.

Poi, come l'ora funebre procedeva, pel tempio pagano dove degnamente

posava l'Eroe, si diffuse un sottile odore cristiano, d'incenso: e le

spire eleganti salirono dall'altare alla vòlta, sempre più sfumate,

sempre più lievi, perdentisi come preghiere per salire sino al trono

della divinità. E l'incenso aveva anche sapore aromatico di pianto: e il

profumo, salendo dalle nari al cervello, agiva profondamente sui nervi,

carezzandoli con una amarezza voluttuosa. Nella penombra tutto parve

ondeggiasse a quel bacio triste e aromale, i volti femminili parve si

piegassero tutti, per nascondere il tremolìo delle labbra: e la testa

della donna che egli guardava, reclinò, come se le mancasse la forza.

Egli trasalì, fece quasi per accostarsi a lei e sostenerla: ma una

singolare paralisi teneva legati i suoi movimenti. L'incenso bruciava,

bruciava, nei vaselli d'argento, senza fiamma incandescente, vincendo le

ultime forze sue.

Un campanello risonò, con uno squillo che parve sonoro in tanto silenzio

ed era debole: donn'Angelica scivolò dalla sedia sul marmo freddo del

pavimento, chinò la testa fra le mani, non era che un mucchio di roba

nera, abbattuta per terra, ignorata, ignorante, smarrita. E lui, senza

inginocchiarsi, senza chinare il capo, senza pregare, sentiva di essere

annientato nell'annientamento di quella donna, tutto gli sembrava

finito, come tutto era finito per lei. A ogni nuovo squillo del

campanello, come ella sussultava, quasi chiamata da una voce lontana, lo

stesso movimento si ripercoteva in lui: nulla che nascesse in lei,

spiritualmente, che non si svolgesse in lui, subito, per ripercussione.

Attorno al catafalco, una fila di preti si schierò, tenendo nelle mani i

cerei accesi: la croce d'argento, dove era confitto il Cristo Redentore

morente, stette immobile, di fronte alla bara. E dalla musica, una voce

partì, stridula, straziante, una voce che non cantava, ma gridava, una

voce che non pregava, ma chiedeva: _libera, libera, libera me, Domine_.

L'invocazione cristiana, il grido di dolore che chiede la liberazione,

fece levar gli occhi alla dolcissima donna. E nei suoi tratti, che il

pallore di fiore languente facea sembrare quasi consunti, nei suoi

tratti sfigurati, un potente verissimo desiderio nasceva.

Ora, mentre la voce aspra e quasi straziata del cantore domandava al

cielo, con la emozione mistica, la liberazione, donn'Angelica, dopo aver

percorso tutti gli stadi imprecisi, roteanti del dolore, sentiva in sè

precisarsi la necessità del suo cuore. Ella parlava al Signore, ora; le

sue labbra si agitavano, chiedendogli la liberazione. Quanto era stato

d'indefinito sin allora, si definiva: la liberazione. La liberazione di

tutto quello che era stato, bene o male, felicità o infelicità. — Tutto,

fuorchè questo, Signore: tutto, fuorchè quello che è stato, Signore

misericordioso: tutto, fuorchè il tremendo passato, Signore pietoso. —

La liberazione: e per Colui che giaceva nel sepolcro e di cui si

celebravano i funebri, la liberazione era giunta, in cima al vertice

glorioso dove egli era salito, — era giunta, chissà, forse gradita. E

peso reale della corona, pondo di regno, responsabilità grave di leggi e

di volontà regali, cumulo di pensieri, di cure, tutto, la liberazione

era venuta a cancellare da quell'anima, quietandola nella pace suprema.

— Come dorme il re, fatemi dormire. Signore di bontà, come avete

liberato la forte anima del re, o Signore, liberate la debole anima mia.

Sia pure la morte, la liberazione; fatemi morire e liberatemi, Signore!

In un momento supremo, la bella donna straziata tese le braccia al

cielo, nella penombra; e in quella preghiera, le calde lacrime ribelli,

tanto tempo frenate, le scesero giù per le guance.

Egli aveva inteso, misticamente, quanto ella domandava al Signore: e

quella preghiera funebre, quell'ultimo affanno doloroso, riassunto in

una parola, quella richiesta del cristiano agonizzante, erano sgorgate

anche da lui, nella musica, nella voluttà triste dell'incenso, nel

crepitìo sepolcrale delle fiammelle, nell'ondeggiare vago della luce, in

quel cerchio azzurrognolo del velario che parea si muovesse. Nacquero,

sgorgarono dal suo cuore virile le frasi di desolazione, che ella aveva

proferite: egli volle quello che ella voleva. Un piacere dell'anima,

altissimo, si svolgeva da questo desiderio comune: lo spasimo era così

acuto, la volontà era così intensamente concentrata in una sola cosa,

che la vita parve a lui si moltiplicasse. E quando si volse e la vide

piangere, spossata, cedendo all'intenerimento successivo ai grandi

piaceri, ai grandi dolori, egli abbassò il capo superbo. In verità, egli

piangeva, per amore.

Col viso quasi nascosto da un fascio di rose bianche, con cui ella

giocherellava e il cui fresco, invernale profumo, le coloriva le guance,

donn'Angelica ascoltava la conversazione fra suo marito e Francesco

Sangiorgio.

Essi parlavano di politica, da un'ora: in verità, era piuttosto don

Silvio Vargas che ne parlava, un po' arrovesciato nella sua poltroncina,

fumando un pestilenziale sigaro toscano, guardando i delicati fiori

dipinti sul soffitto grigio chiaro del salottino. Ne parlava con la sua

secca voce fischiante, a sussulti, a frasi spezzate, sbuffando fumo,

tirandosi ogni tanto il mustacchio rimasto rado malgrado la vecchiaia,

rimasto castagnino come i capelli, malgrado gli anni. L'età non si

vedeva in quel vecchio magro che nelle rughe finissime all'angolo

dell'occhio, un ventaglio che si allargava verso le tempie; in due rughe

profonde, agli angoli delle labbra, che il sorriso vi scavava: nella

durezza di tutta la fisonomia diventata quasi lignea; nel collo scarno,

dove i tendini si movevano come corda di strumento. Ma del resto era

forte e robusto nella sua magrezza, come quei legni di quercia che

s'induriscono per tanti anni nell'acqua prima di poter essere adoperati:

e quando conficcava sotto l'arco sopracciliare destro la lente rotonda,

senza cornice, sospesa a un cordoncino nero, la fisonomia acquistava una

vivacità, quasi una giovanilità.

E quella lente, in don Silvio Vargas, era un barometro infallibile:

nelle ore di riposo quasi quasi l'arco del sopracciglio non la reggeva:

nelle ore d'indifferenza pareva smorta, appannata, l'occhio dietro di

essa era chiuso o socchiuso, immobile; nelle ore di stanchezza profonda,

di delusione, la lente si staccava dalla sua orbita, ricadeva sul petto,

si perdeva fra le pieghe del soprabito e della sottoveste; nelle ore di

battaglia, di scaramuccia, di combattimento, la lente stava ritta, al

suo posto, lucida, nitida, l'occhio era aperto e scintillante. Gli

avversari e gli amici, troppo passionati per essere osservatori, non

avvertivano questi mutamenti che più tardi, dopo: il barometro politico

essi lo trascuravano: sentivano la gagliardia o la debolezza, non

vedevano dove si manifestavano.

Donn'Angelica Vargas, quando aveva inteso annunziare, dopo colezione, il

deputato Sangiorgio, si era levata per andarsene. Ma il marito, mentre

chiudeva un giornale e ne apriva un altro, le aveva detto di restare,

brevemente, come quando voleva essere ubbidito. Ella era rimasta ritta,

presso una giardiniera fiorita di cinerarie, malgrado il rigore

invernale: e salutato colui che entrava, non era intervenuta nella

conversazione. La svelta e giovanile persona, smesso l'abito di

cordoglio, era mollemente avvolta in una vestaglia a grandi pieghe, di

colore, di stoffa, di foggia monacale: un grosso cordone di seta girava

intorno alla cintura: le belle mani fini erano perdute nell'ampiezza

delle maniche. Ella, ogni tanto, si voltava: e a un motto arguto o

vivace di suo marito, sorrideva per dimostrare che prendeva parte alla

conversazione, che intendeva, che approvava: a una risposta di

Sangiorgio, a una osservazione, a una riflessione, ella si voltava a

guardarlo, una breve occhiata, ma intelligente, ma apprezzatrice. Pure,

si occupava delle piante, amorosamente, osservandole con una grande

attenzione, togliendone via la polvere dalle foglioline che ne erano

coperte, staccando i piccoli rami secchi e i fiorellini già fracidi, che

deturpavano la bellezza di quelli freschi. Si vedevano andare e venire,

intorno alle molte piante verdi, onde il salottino pareva un boschetto

primaverile, le mani bianche, piccoline, uscenti dalla larghezza

claustrale delle maniche: e le dita avevano una gentilezza infantile.

Chinandosi sulle pianticelle, la testa abbassata lasciava vedere il

biancore attraente della nuca, dove i capelli neri segnavano una linea

sinuosa e fitta. Quando si rivolgeva verso don Silvio o verso

Sangiorgio, nel volto soave era scomparsa, dalle palpebre, l'ombra

violetta delle lagrime versate o delle lagrime soffocate: una pacatezza

amabile vi regnava. Poi, a un certo punto, ella aveva di nuovo

interrogata la faccia legnosa di suo marito: l'occhio vivido dietro la

unica lente le aveva detto di rimanere. E poichè ella aveva finita la

visita quotidiana alle sue piante, da un vasello aveva preso il fascio

delle rose, era andata a sedersi in una poltroncina presso un balcone e

odorava i fiori, mentre un po' di sangue le saliva alle guance pallide.

In verità, sulle sedie, sui tavolinetti, sulle mensole era un grande

trascinar di giornali, aperti, buttati via, non aperti ancora, con

quell'acuto odor d'inchiostro di stamperia: sul tappeto le fascette,

sparse, multicolori, a brani, strappate con violenza e con noncuranza.

Ma donn'Angelica non li prendeva, i giornali, non li toccava, non li

guardava neppure: il suo piede aveva scartate due o tre fascette, come

per istinto di pulizia intorno a sè. Odorava i fiori.

Francesco Sangiorgio era venuto in quella casa, in Piazza

dell'Apollinare, chiamato da don Silvio Vargas: il ministro dell'interno

si era fermato con lui, sulla soglia del Pantheon, gli aveva passato il

braccio sotto il braccio ed aveva parlato con lui, sottovoce, per

qualche minuto. Poi, aveva insistito perchè andasse da lui, non al

ministero, non a quel dannato palazzo di Braschi che sembra un mercato,

che è ancora Piazza Navona, nella notte della Befana: venisse a casa

sua, all'Apollinare, dopo colezione, doveva parlargli, che diamine, non

si lasciava veder mai.

«Domani, allora?» chiedeva Sangiorgio, esitando. «Ma che domani, oggi

stesso;» aveva bisogno di parlargli. E passando dal braccio di

Sangiorgio a quello di sua moglie, se ne era andato. Sangiorgio era

capitato, all'una, all'Apollinare; temendo fosse ancora troppo presto,

fu preso da una esitazione innanzi al campanello. Ma dentro, si era

inteso subito bene, tranquillo, innanzi alla cordialità di don Silvio;

soltanto, mentre il ministro parlava, giudicando uomini e cose, egli

ascoltava, sì, ma seguiva tutti i movimenti molli ed eleganti di donna

Angelica.

«Fumate, fumate,» gli aveva detto don Silvio, offrendogli dei sigari e

continuando a masticare il suo toscano.

Egli aveva guardato dalla parte della signora:

«Mia moglie è abituata, non le fa nulla,» aveva soggiunto brevemente il

ministro.

Pure, Sangiorgio non aveva fumato, malgrado il bel sorriso di

donn'Angelica. Seduto presso un tavolino, più che parlare, ascoltava:

poichè a don Silvio piaceva di essere ascoltato. Il ministro che adorava

la politica, ardentemente, come un appassionato ventenne, era quel

giorno in collera con lei: e negli stessi rimproveri che le dirigeva,

nel disprezzo che mostrava di averne, nella nervosità, ora sarcastica,

ora collerica, con cui ne parlava, si sentiva la passione, la vecchia

passione, tutta fiammeggiante ancora, che gli abbruciava le vene di

antico parlamentare. A Sangiorgio, in don Silvio, come in un sogno, gli

pareva di udire una parte dei propri pensieri, uno sfogo del suo spirito

vaneggiante, i cui deliri mai a nessuno aveva confidati.

Riconosceva quella febbre interiore che lo travagliava da anni, senza

sfogo, mentre in don Silvio quel morbo spirituale trovava il suo

sviluppo nell'idea e nella parola: era troppo vecchio e troppo

appassionato, il ministro dell'interno, per celare più il suo

sentimento: non era più tempo d'infingersi. Questo fuoco intimo aveva

dovuto conservare ancora vivo lo spirito di don Silvio: Sangiorgio si

spiegava ora la ragione di tanto lunga e ostinata vigoria.

Ogni tanto, don Silvio, guardando Sangiorgio, smetteva quel ghigno che

rendeva più profonde le rughe degli angoli labiali e sorrideva come

intenerito. Oh, egli non dimenticava, no, che il suo predecessore era

caduto dietro un discorso e dietro una mozione di Sangiorgio: nè si

scordava del reciso rifiuto di Sangiorgio a voler entrare nel rimpasto.

Non gli aveva mai potuto dire la sua riconoscenza, ma da quando la

Camera si era riaperta, egli lo guardava affettuosamente, lo chiamava a

sè, lo consultava, con un'aria fra la deferenza e la cordialità.

«In fondo, il potere vi secca», disse, in una pausa di silenzio,

Sangiorgio.

«No,» rispose francamente Vargas, «non mi secca, mi piace, era quello

che desideravo. Ma la opposizione mi fa nausea: talvolta sciocca,

talvolta ipocrita, talvolta bestiale, sempre in mala fede. Dov'è quella

bella opposizione leale, audace, crudele, implacabile? Invece

dell'accusa aperta, il pettegolezzo da serve al pozzo; invece della

battaglia, l'agguato; invece dell'attacco, il tranello.»

«L'uomo è una meschina cosa,» disse Sangiorgio.

«Non dev'essere: o non deve parer tale, quando è. Perdio! sono stato

anch'io all'opposizione. Te ne rammenti, Angelica, quando ero

all'opposizione?»

«Me ne rammento,» rispose costei con una dolcissima voce minore, alzando

il capo.

«Ero un diavolo: non avevo e non davo pace ai miei avversari. Senza

tregua! Ora, impoltronisco. Io non posso fare guerra: debbo aspettarla,

e questa sequela di avventure brigantesche m'inacidisce il sangue. Come

attaccaste il ministro, quel giorno, Sangiorgio: ed eravate

ministeriale! Ci eri tu, Angelica, quel giorno?»

«Sì, vi ero.»

«È a voi che dobbiamo di esser ministri, qui all'interno, Sangiorgio,»

fece Vargas preso dalla tenerezza.

«Ma no,» mormorò Sangiorgio, sorridendo.

«Sì, sì, il presidente non avrebbe mai avuto il coraggio di disfarsi

apertamente del suo collega. Mi meraviglia persino che ne abbia parlato

a voi: nessuno lo sapeva, neppure io.»

«Il presidente non mi aveva detto nulla,» rispose lentamente Sangiorgio.

«Come? Non sapevate nulla?»

«Nulla.»

«Non eravate di accordo?»

«No.»

«Perdio!» esclamò Vargas, «siete fortissimo!»

E squadrò Sangiorgio con ammirazione. Costui rideva, macchinalmente: ma

vedeva bene che il viso di donn'Angelica perdeva la serenità, — una

stanchezza l'invadeva.

«Venite alla Camera, meco, Sangiorgio: sono le due,» e si alzò per

andare di là.

«Rientri presto?» domandò donn'Angelica, scotendo quell'espressione di

lassezza.

«No. Ho la Camera, prima: poi il Senato; dopo debbo andare al Ministero

per concordare un movimento di prefetti.»

«Verrai alle sette?»

«Alle otto o alle nove, non so.»

«Debbo venirti a prendere alla Camera?»

«No. Va' pure a passeggiare, a villa Borghese, fuori Porta Pia, dove

vuoi: è inutile venire al Parlamento. Io pranzerò, quando avrò finito.

Questo affare dei prefetti è molto serio, Sangiorgio: vi dirò, strada

facendo. Qualunque lettera o plico o dispaccio arrivi, mi vengano a

cercare dove sono, alla Camera, al Senato, al Ministero: subito. Aspetto

notizie importanti: ora vengo, Sangiorgio.»

E gli ordini partivano brevi, concisi, alla moglie, al segretario che

era comparso sulla soglia, erano dati con un tono militare di comando:

don Silvio stava ritto e robustamente piantato, come un giovanotto; la

sua febbre era la sua salute, il suo morbo era la sua salvazione.

Andò di là, nello studio, portandosi il segretario, parlandogli a voce

bassa, ma seccamente. Rimasero soli, Francesco e donn'Angelica: egli

ritto, ella col capo chino come nel Pantheon, nel minuto della

preghiera, giocando con le dita attorno al cordone serico della sua

vestaglia. E non parlavano e il minuto presente aveva vibrazioni

prolungate come di suono musicale, come di palpito.

A un tratto, ella lo guardò coi bellissimi occhi rattristati, congiunse

le mani e gli disse:

«Ma perchè avete voi voluto che noi fossimo ministro dell'interno?» e la

voce tremava di emozione contenuta.

Don Silvio rientrava, con soprabito e cappello, stringendo fra le labbra

il mozzicone spento e nero del suo sigaro toscano: il segretario lo

seguiva con una cartella imbottita di fogli.

«Vuoi una rosa?» disse improvvisamente donn'Angelica a suo marito,

facendo per mettergliela all'occhiello.

«Ma che ti pare?» esclamò lui, staccando con una certa durezza la mano

bianca, «vuoi farmi burlare dall'opposizione? Un ministro con la rosa:

mi farebbero subito la caricatura nei giornali.»

Donn'Angelica si ritrasse: guardò fuggevolmente Sangiorgio, ma non gli

offrì la rosa.

Un cielo basso di nuvole bianche, grige, plumbee, scuricce, che si

facevano nere all'orizzonte, sopra i colli tuscolani, sul Soratte che

pareva anche esso un grosso nuvolone sceso sulla terra: una campagna

brulla, bigia, qua e là ondulata, come se dovesse sbuzzar fuori; due

siepi nere, due siepi ispide e scarnate, senza un'ombra di verde, senza

un fiore: qualche _osteria di cocina_, dai rozzi dipinti sulla parete

umidiccia — tre bocce nere che formavano triangolo, un pulcinella che

beve una _foglietta_ — ma le porte e le finestre sbarrate, un

cancelletto di legno che cadeva in frantumi: il grande fabbricato bigio

dove la vedova Mangani dà da mangiare ai romani buontemponi dell'estate

e dell'autunno la trippa in brodetto e l'_abbacchio alla cacciatora_,

sopra un terrazzo, sotto un pergolato, in un cortile, dovunque si può

mettere una tavola o un litro di vino bianco; quel rudere strano,

perduto in un campo, che sembra una colossale poltrona dalla spalliera

sbocconcellata e che infatti si chiama la _sedia del diavolo_; un

carrettiere buttato giù, bocconi, sonnecchiante sopra un carro di

pozzolana che rientrava verso Roma; ogni tanto, qualche grossa goccia di

pioggia che cadeva sul terreno.

Prima di Sant'Agnese qualche carrozza di cardinale che tornava

lentamente dalle catacombe, qualche prete pedone sui due marciapiedi;

subito dopo Sant'Agnese due carabinieri a cavallo, avvolti dei mantelli

neri, immobili; un soffio molle e sciroccale che radeva la terra; un

odore acuto, quell'odore particolare della campagna romana, che va al

cervello e dal cervello va nel sangue, come miasma sottile: un cane

sperduto, tutto infangato, che andava annusando per le siepi e guardava

il viandante, con certi tristi occhi di animale infelice: ecco le cose,

le persone, gli animali, le parvenze che vide Francesco Sangiorgio, in

quel cader del giorno invernale, sulla Via Nomentana. E in tutte le

cose, gli animali, le case, le chiese, la grande malinconia della

pioggia imminente, la immensa malinconia del tramonto romano, in

campagna.

«Ecco il Ponte Nomentano,» gli disse il cocchiere, indicandoglielo con

la bacchetta.

«Ferma; voglio scendere. E aspettami qua,» rispose Sangiorgio.

E a piedi fece la piccola erta che conduceva al ponte, lo strano ponte

murato, dall'arco largo e molle che si piegava sull'acqua gorgogliante

dell'Aniene, con le due larghe finestre che affacciano a monte e a valle

del fiume. Sangiorgio si fermò sul ponte, si appoggiò allo sporto e

guardò lontano, donde il fiume veniva. E veniva, stretto, ma profondo e

sinuoso, con una rapidità di corrente singolare, aumentato dalle pioggie

invernali: veniva, tutto bianco, con un colore di argento smorto, ma

freddissimo; senza lucentezza, ma glaciale. Una quantità di piccoli

gorghi vi si formavano, cerchiolini con un buco intorno a cui l'acqua si

arrotondava, a piccole onde circolari.

Sulla riva un po' di terriccio più chiaro, non una pianta, non sabbia,

non pozzolana e attorno il grande deserto della campagna romana.

Non pioveva ancora: ma le nebbie del fiume e lo scirocco morbido avevano

dato una tinta di bagnato alla vecchia costruzione nomentana: e toccando

la parete del finestrone donde si affacciava, Sangiorgio sentì

un'umidità gocciolante; i gomiti stessi del suo soprabito erano già

bagnati e sporchi.

Aguzzò gli occhi su tutta la campagna, ma non si vedeva nè il gramo

profilo di un albero, nè il meschino profilo di un uomo: attraverso di

essa, il fiume che a Tivoli è così bello, così allegro, così sonante,

metteva la larga nota mestissima delle acque correnti.

Allora egli si affacciò dal finestrone a sinistra, sul fiume, guardando

l'acqua che correva a valle, rapidamente, per ricongiungersi al Tevere.

Qui, si vedeva la Via Nomentana prolungarsi fra la pianura, fare un

gomito e scomparire: in mezzo a un campo, una casetta, un tugurio di due

stanze, senza soffitto, diruto dalle mura simili a denti spezzati; al

gomito della strada, una casetta bianca e pulita, piccolina, l'_Osteria

dei cacciatori_, e di lì un larghissimo prato discendente al fiume.

Qui a valle, di mezzo l'acqua sorgevano dei boschetti di salici, rami

nerastri e scarni; una chiatta tenuta per mezzo di una fune a un piuolo

di legno conflitto, sulla riva: contro la chiatta, contro i salici,

contro la fune, l'acqua si rompeva, gorgogliando.

Nell'ora oscura che discendeva, parea che discendesse anche il cielo.

Guardando, con l'ardore concentrato di chi cerca, Sangiorgio vide una

carrozza chiusa, ferma presso l'_Osteria dei cacciatori_, ma era rivolta

in modo che non si vedevano nè i cavalli, nè il cocchiere. E poi, di

lontano lontano, sulla riva destra del fiume, vide lentissimamente un

punto bruno ingrandirsi ingrandirsi, e riconobbe la dolcissima donna che

aveva visto piangere nella chiesa.

Solitaria, vestita di nero, ella camminava lungo il fiume, arrestandosi

ogni tanto a veder fuggire la corrente, contro cui andava: camminava

piano, molto rasente l'acqua, affondando nel terreno bagnato, movendo i

passi con lentezza.

Come fu più vicina, egli potè scorgere, sul bruno del vestito, il fascio

di rose bianche che ella aveva in casa, nel salotto tutto pieno di

piante verdi: con le mani ella lo teneva stretto alla cintura. Due o tre

volte, ella si rivolse verso l'orizzonte, mirando la tristezza del cielo

che pareva volesse soffocare la terra, cercando invano i lieti colli di

Tuscolo che il temporale già aveva nascosti; poi riprese la sua

passeggiata solinga, con tale lentezza di movenze che sembrava appena

appena radesse la terra.

Giammai ella alzò gli occhi sulle mura del ponte, dal cui largo

finestrone, colui che aveva pianto per lei, la contemplava. Certo, ella

si credeva profondata nella solitudine, in quella vasta campagna nuda,

in quella minaccia crescente di bufera, in quell'ora ultima della

giornata, in quel paesaggio triste da cui rifugge la gente volgare: si

credeva sola, come nel tempio, pregando Dio, parlando a Dio.

A cinquanta passi dal ponte, presso il piuolo mezzo marcito dove la fune

della chiatta era attaccata, donn'Angelica si fermò. Pareva che una

stanchezza l'avesse presa, a un tratto, malgrado la lentezza della

passeggiata: o forse aveva agito su lei il grande fascino delle acque

correnti che si prendono lo spirito di coloro che le contemplano e ne

assorbono la volontà. Difatti, appoggiata al piuolo, come confitta sulla

riva, a un passo dall'acqua che correva, inclinando i rami neri dei

salici, donn'Angelica si smarriva nella contemplazione del fiume.

Un larghissimo coperchio nero di nuvole, una cappa che affrettava il

sopraggiungere della sera, chiudeva oramai tutto l'orizzonte, intorno: e

pareva che la luce a poco a poco morisse, schiacciata fra il cielo e la

terra. Sangiorgio non vedeva più nulla, salvo quella figura di donna,

immobile come una statua, sulla riva del fiume. Pure, uno strepito sordo

venne dalla Via Nomentana, un rumore di ruote, di cavalli trottanti: e

in tanto bigio qualche cosa di rosso, di acceso balenò. Sotto il mantice

abbassato di una _daumont_, qualche cosa di bianco, un viso fulgido il

viso regale, passò: passò l'equipaggio reale sul ponte, al trotto,

mentre la regale donna salutava al saluto di Sangiorgio; e tutta la

visione, brevissima, accesa, fulgida, scomparve verso Roma. Sangiorgio

si rivolse di nuovo al fiume.

Nulla sapeva la donna: perduta nelle sue visioni, il rumore, il

passaggio purpureo dell'equipaggio regale, quella specie di cometa

bionda e luminosa che aveva per un istante animato quello scurore di

tramonto nuvoloso, le era sfuggita. Pareva non sapesse più distaccarsi

dalla vista del severo Aniene dalle acque gelate. Egli la vide

inchinarsi due o tre volte, quasi volesse contemplarsi nell'acqua o

vedere il fondo del fiume. Poi le mani di lei sfogliarono una rosa e ne

gittarono i petali bianchi nell'acqua fuggente che li portò via: e una

dopo l'altra, tutte le rose furono sfogliate e, a manate, i petali

lasciati andare alla corrente. Non ella strappava rabbiosamente quelle

foglioline bianche dallo stelo, ma le distaccava con un moto di

abbandono, come se realmente tutto partisse, tutto morisse nel suo

spirito, insieme a quei petali che partivano, che morivano. Vi era nelle

mani che lasciavano andare via quelle vite di fiori, la desolazione di

altre vite morte. E l'ultima foglia, invero, le svanì fra le dita. Non

egli vedeva tutto questo, per la distanza, ma lo indovinava: e come

l'ultima foglia se ne andò, perduta, travolta, sentì uno struggimento

come di morte. La donna, dato un ultimo sguardo all'Aniene, risalì senza

voltarsi; pel prato della strada, rientrò in carrozza. Sul ponte, la

carrozza passò con una velocità grandissima: donn'Angelica non vide

Sangiorgio, ma egli vide bene che la pallida donna stringeva ancora alla

cintura gli steli nudi delle rose morte.

La conquista di Roma · 第 22 / 31 题