IV.

Quando l'onorevole Sangiorgio entrò nel Caffè del Parlamento, alle

sette, per pranzare, in quella cripta egiziana, affogante, rossa, quasi

affumicata, varie teste si voltarono e il suo nome fischiò nel susurrìo

educato di coloro che mangiavano. Restavano solo due o tre tavole

disoccupate: Sangiorgio, dopo esser rimasto un momento indeciso, sedette

a una, dove tre posti erano pronti. Subito, dal tavolino accanto a lui,

l'onorevole Correr, il giovane deputato di destra, dalla barba nera e

dalla molle pronuncia veneta, lo salutò amichevolmente, l'onorevole

Scalatelli, il colonnello dei carabinieri, dal pizzo brizzolato e dagli

occhi bonari, lo guardò con un certo interesse: gli altri due

ex-onorevoli, il grande Paulo, il grosso Paulo, il forte Paulo continuò

a litigare col piccolo Mefistofele padovano, Berna, lo spirito bizzarro.

«Dunque è vero, Sangiorgio, del duello?» domandò sottovoce Correr.

«È vero,» rispose l'altro, guardando la lista delle vivande.

«Primo duello?»

«Primo.»

«Avete mai fatto sala d'armi?»

«Un poco.»

«È un'imprudenza, Oldofredi è fortissimo.»

«Un duello, un duello!... chi si batte?» esclamò il grosso Paulo,

finendo di dar dell'asino al suo amico Berna, che gli dava

dell'imbecille.

«Qui, l'onorevole Sangiorgio, con Oldofredi,» spiegò Correr.

«Bell'avversario, perdio! È mancino, Oldofredi: bisogna che Ella ci

pensi, onorevole Sangiorgio.»

«Non lo sapevo: ci penserò.»

«E i padrini, chi sono i padrini?» domandò l'enorme Paulo, il colosso,

il molosso, che qualunque duello inebbriava.

«Il conte di Castelforte e Rosolino Scalìa: li aspetto a pranzo,» disse

cortesemente Sangiorgio.

«Benissimo, buona scelta, sono padrini poco arrendevoli, non vi

riconcilieranno sul terreno.»

«Era inevitabile il duello, Sangiorgio?» chiese Scalatelli.

«Inevitabile.»

«Oldofredi è fortunato, Sangiorgio; mi sono battuto con lui, anni sono:

m'ha ferito al polso,» spiegò placidamente Scalatelli.

In questa, il conte di Castelforte e Rosolino Scalìa entrarono, cercando

con gli occhi Sangiorgio. Il conte conservava la sua freddezza

aristocratica che emanava da tutto, dalla magra e alta persona, dalla

lunga barba nera che si brizzolava, dalla compostezza un po' naturale,

un po' letteraria di scrittore e di signore; Rosolino Scalìa aveva la

sua aria di militare elegante in borghese, il fiore all'occhiello e il

mustacchio profumato; ma era anche lui freddo e grave. Castelforte si

fermò a parlare con Correr e Scalatelli, mentre Scalìa si cavava il

soprabito.

«Ebbene,» domandò Sangiorgio, «che si fa?»

«Nulla ancora,» rispose con riserva Scalìa, «o molto poco.»

Sangiorgio non chiese altro. Il pranzo fra quei tre cominciò in

silenzio: Castelforte era sempre contegnoso, Scalìa grave e Francesco

Sangiorgio indifferente.

«I padrini sono Lapucci e Bomba,» disse Scalìa, versandosi del vino.

«Abbiamo convegno alle nove e mezzo. Avete provveduto alle sciabole,

Sangiorgio?»

«Sì.»

«Bene,» disse Castelforte. «Spero che le abbiate fatte arrotare: niente

più odioso, in un duello, che le sciabole mal affilate. Il duello si

prolunga, e le ferite sono sempre ridicole, larghe, una indecenza.»

«Le ho fatte arrotare dallo stesso Spadini.»

«Bravo,» fece Scalìa. «Un duello lungo ha tutti gli inconvenienti; si

presta alla burletta. Una cosa sola vi raccomando, Sangiorgio; non

pensate a nulla e di nulla vi preoccupate, ma al primo assalto, andate

giù, non aspettate l'avversario, non calcolate nulla, buttatevi: quelli

che cominciano, non possono riescire che così.»

«D'altra parte,» aggiunse Castelforte, «come ho potuto intendere dalle

parole di Lapucci, le condizioni saranno piuttosto gravi. Ma voi non ci

badate, Sangiorgio: è naturale che fra due persone serie, queste cose

siano prese sul serio.»

«Io non ho intenzione di scherzare,» soggiunse Sangiorgio, prendendo

dell'insalata.

«Tanto meglio. Il medico ce l'avete?»

«No.»

«Prenderemo il solito Alberti,» disse Scalìa, «ci penserò io, questa

sera.»

Un fanciullo in piccola livrea, che portava scritto sul berretto _Caffè

di Roma_, entrò nella trattoria, cercando qualcuno. Era un biglietto per

l'onorevole Sangiorgio.

«Il presidente della Camera mi manda a chiamare, al Caffè di Roma, dove

resta fino alle nove e mezzo.»

«E voi andateci,» rispose Castelforte, «ma siate fermo, non vi lasciate

convincere.»

«Scalìa, Scalìa,» chiamò dall'altro tavolino il molosso Paulo, che non

poteva resistere, «badate al posto del duello. Che sia vicino a una

casa, a una osteria, a una capanna, a un ricovero qualunque. Da che ho

dovuto ricondurre per tre miglia di strada maestra, piena di sassi e di

solchi, il povero Goffredi, con una ferita nel polmone, che boccheggiava

e sputava sangue a ogni sbalzo della carrozza, ho fatto voto che, se non

vi è un letto pronto a cinquanta passi, non faccio il padrino.»

«Sarebbe meglio, allora, in una casa....» osservò Correr.

«No, no, che casa!» esclamò Scalìa, «è malaugurio, in una casa. Tutti i

duelli in casa finiscono male.»

I due padrini si levarono, parlarono altri cinque minuti sottovoce col

loro primo, in piedi, stretti a gruppo. Dalle tavole si guardava con

curiosità, ma le tre facce erano impassibili: fu fatto un grande scambio

di strette di mano vigorose e di saluti. Sangiorgio, rimasto solo,

pagava il conto. Quelli dell'altro tavolino andavano via anche essi, si

licenziavano da Sangiorgio.

«Buona fortuna, collega: in bocca al lupo,» disse Correr.

«Buona mano, onorevole Sangiorgio,» soggiunse Scalatelli.

«Si metta un corno addosso, se crede alla _iettatura_,» suggerì Berna.

Ma dal mezzo della sala, l'immenso Paulo subitamente familiarizzato,

urlò, ridendo:

«Addio, neh, Sangiorgio: tira alla faccia!»

Egli capì che tutti e quattro se ne andavano poco convinti dell'esito.

Uscì due minuti dopo di loro. Sulla porta incontrò un _reporter_ di un

giornale del mattino che gli chiese notizie.

«Nulla ancora,» rispose Sangiorgio.

«Nel caso.... nel caso, domani, posso venire a casa Sua per prendere

notizie?» insistette il giovanotto imberbe, dall'aria ingenua.

«Angelo Custode, 50,» fece l'altro, allontanandosi.

Al Caffè di Roma, il presidente finiva di pranzare col suo amico, il

colonnello Freitag, il grosso uomo dall'aria infantile, dalla voce

stridula e sottile: il presidente aveva l'aria stracca di persona che si

riposa finalmente da una fatica improba. E subito, vedendo Sangiorgio,

andò allo scopo:

«Si può conciliare questo brutto affare, onorevole collega?»

«Non lo credo, signor presidente.»

Il presidente frenò un piccolo moto nervoso e si morsicò un po' le

labbra.

«Vediamo, onorevole collega, non vi è stato un po' di malinteso? Un

duello fra due deputati è una cosa grave, non bisogna farlo per nulla.»

«Non vi è stato malinteso, glielo assicuro, presidente.»

«Capisco queste cose: Oldofredi è un po' vivace, Ella è giovane, avrà

preso a male qualche scherzo. Bisogna badarci a queste cose, collega:

domani i giornali parleranno, ne nascerà uno scandalo.»

«Spero di no: a ogni modo, non vi è rimedio.»

«Nessuno tratterrà Oldofredi dal dire che Ella, Sangiorgio, ha cercato

questo duello per far del chiasso.»

E il presidente gittò uno sguardo scrutatore sulla faccia del deputato

meridionale, ma vi lesse la indifferenza, l'impassibilità, e parve che

rinunziasse al suo progetto di riconciliazione.

«E i padrini fissarono le condizioni?» domandò.

«Non ancora: ho convegno con loro alle undici,» e si levò per andarsene.

«Mi raccomando, non parli con giornalisti: un duello parlamentare è per

loro un grande pascolo. Buona fortuna, onorevole collega.»

Sangiorgio se ne andò, sentendo che la freddezza della voce del

presidente e la tranquillità taciturna dell'onorevole Freitag si

equivalevano.

Nella via, sul Corso, si fermò, indeciso. Aveva dato convegno ai suoi

padrini al caffè Aragno; ma una invincibile ripugnanza gli vietava

oramai questo vagabondaggio notturno di caffè in caffè, in

quell'artifiziale attendamento di deputati, di giornalisti e di curiosi

che non hanno famiglia e passano la loro serata in quelle sale calde,

piene di fumo; gli veniva, gli cresceva un fastidio immenso della gente

che domanda, che chiede, che vuol sapere, che commenta, sempre

indifferente. Sapeva che Castelforte e Scalìa si sarebbero trovati con

Lapucci e Bomba agli Uffici: preferì risalire, verso Montecitorio,

lentamente, comprando i giornali al chiosco di Piazza Colonna, leggendo

sotto un lampione, sotto il portico di Velo.

I due o tre giornali della sera annunziavano il duello con una certa

solennità, uno metteva solo le iniziali, ma aggiungeva che i tentativi

di riconciliazione erano riusciti infruttuosi. Egli li conservò in

tasca, e, preso da un po' d'impazienza, andò a passeggiare su e giù

innanzi al Parlamento. Le grandi finestre degli Uffici erano tutte

illuminate, i commissarii lavoravano ancora: ma la piazza era deserta,

la grande piazza senza botteghe. Egli andava su e giù, girando attorno

all'obelisco, dagli Uffici del Vicario agli Orfanelli, dagli Orfanelli

alla Missione, con le mani in tasca, la testa abbassata, camminando

presto per combattere l'umidità che gli entrava nelle ossa.

Il portone dell'_Albergo Milano_ che dà sulla piazza si chiuse, dopo

l'arrivo dell'ultimo _omnibus_ della stazione: i padrini non

discendevano ancora. E lui si seccava di lasciarsi vedere dai deputati

che avevano passato la serata alla Camera, e quando qualcuno ne

compariva sulla porta, si fermava, o si allontanava colto

dall'impazienza. Finalmente Scalìa e Castelforte comparvero sugli

scalini: la lunga figura del conte lombardo si delineò accanto a quella

più piccola, ma membruta del deputato siciliano. Parlavano fra loro,

vivamente, poi scesero e si avviarono verso giù. Sangiorgio li raggiunse

correndo:

«Non ho voluto aspettarvi al caffè: è pieno di gente e tutti vogliono

sapere e io non voglio aver l'aria di _posare_,» spiegò lui, ai padrini.

«Avete fatto bene,» disse Scalìa. «Quand'uno deve battersi, è meglio non

lasciarsi vedere, per delicatezza. Quel _posatore_ di Oldofredi ha

declamato tutta la serata alle _Colonne_: ora è al teatro, all'Apollo,

per farsi ammirare. Basta, tutto sembra combinato.»

«L'acqua Acetosa, fuori Porta del Popolo, è un buon posto,» soggiunse

Castelforte, «poichè ci si va presto. Abbiamo fissato per le dieci,

verremo a prendervi alle otto e mezza.»

Camminavano tutti e tre verso la casa di Sangiorgio. Egli taceva,

fumando.

«Siete nervoso, voi?» domandò Scalìa.

«Io? per nulla.»

«Allora cercate di dormire. _Cognac_, in casa ce ne avete?»

«No.»

«Il _cognac_ è buono, in caso di duello. Domattina ne porterò io, sul

terreno. Ma voi, cercate di dormire.»

«Diamine! dormirò.»

«Non abbiamo escluso nessun colpo,» riprese Castelforte. «Era quello che

volevate, mi pare?»

«Proprio questo.»

«Ho avvisato il dottor Alberti,» soggiunse Scalìa, «egli verrà; molto

dipende dalla sua esperienza. Non pensate alla carrozza: verremo noi col

_landau_. Solo fatevi trovare pronto; bisogna arrivare in tempo.»

«Come è, Sangiorgio, che non vi siete mai battuto?»

«Oh, noi di Basilicata abbiamo la collera molto lenta.»

«Non parrebbe,» disse ridendo Castelforte.

Poi, come salivano per l'Angelo Custode, tacquero. Nella via deserta le

tre ombre salienti si proiettavano: quella di Castelforte scarnata,

quasi fantomatica; quella di Scalìa, nella sua rigidezza militare;

quella di Sangiorgio, piccola ma solida.

Finalmente, solo. La candela stearica illuminava a mala pena il salotto

freddo e nudo dove il tanfo di chiuso si mescolava, sempre, a quelli

odori cattivi di cucina che venivano dalla corte interna. Finalmente,

solo: e ne era contento, con quella selvaggia necessità d'isolamento che

rinasceva ogni tanto nel suo temperamento.

In quel pomeriggio e in quella serata erano cresciuti in lui tutti gli

istinti di disprezzo per l'uomo, che covavano, latenti, nel suo spirito:

egli passava, da sette ore, per una di quelle grandi prove umane, donde

l'anima esce amareggiata, delusa, nauseata. Nella solitudine del suo

piccolo quartiere, nella lucidità notturna del suo cervello che niuna

cosa, niuna persona, niun avvenimento era sinora venuto a turbare, tutte

le vigliaccherie, le transazioni, le freddezze, le indifferenze, le

premure misurate della gente che aveva incontrata, si affollavano, si

aggruppavano, si precisavano: prima la difficoltà di trovar padrini

contro Oldofredi che aveva fama di sciabolatore, poi l'entusiasmo molto

limitato di Scalìa e di Castelforte, e tutti i consigli, tutti i

suggerimenti, tutti gli avvertimenti poco caritatevoli, tutti i discorsi

lugubri, tutte le domande a base di compassione, tutti i complimenti a

fior di labbro, poco convinti, questo ammasso di parole, di frasi,

d'intonazioni dispiacevoli, lo disgustavano, sfilandogli di nuovo

innanzi, per dimostrargli ancora un'altra volta la miseria e l'ipocrisia

serena dell'uomo.

Egli sentiva che tutti quanti, conoscenze o estranei, amici o nemici,

ammiratori o biasimatori, lontani o vicini, lo giudicavano malamente pel

suo duello con Oldofredi; sentiva degli uni la pietà offensiva, degli

altri il dispetto ironico, degli altri l'invidia rabbiosa, dei molti un

disprezzo grande. Sentiva, che quell'impresa audace, di volersi misurare

lui, nuovo, giovane, inesperto, contro uno spadaccino che niuno osava

più d'insultare, contro un antico deputato, gli valeva le beffe, la

compassione, il dispregio degli altri. In quell'ora egli aveva contro di

sè tutta la pubblica opinione, sentiva la ingiustizia umana colpirlo.

Per cui era felice di essere finalmente solo, di potersi chiudere nella

sua amarezza e nella sua delusione. Non solo, no; qualche cosa scintillò

sul divano. E come egli mosse la candela per veder meglio, una striscia

lucente brillò. Nella sua veglia le sciabole dal taglio affilato

vegliavano con lui.

Quelle almeno non mentivano. Ottusa la loro virtù offensiva e difensiva,

era bastato farle strisciare per cinque minuti sulla cote, per ridar

loro la potenza del male e del bene. Esse non s'infingevano, erano

pronte, lealmente pronte a parare i colpi mortali, a ferire, a tagliare,

a uccidere; una nelle sue mani, l'altra in quella dell'avversario, lama

contro lama, taglio contro taglio: le sciabole erano fedeli. La parola

dell'uomo agghiaccia il sangue per la indifferenza o avvelena il cuore

per la sua acredine: la buona lama va diritta al suo scopo, recide,

nettamente, profondamente. La parola umana strazia: la lama quasi non fa

dolore per la rapida precisione del suo colpo.

Sangiorgio, attratto invincibilmente dallo scintillìo del metallo, andò

a sedersi sul divano e passò il dito sul taglio sottilissimo di una

sciabola.

Che importavano più i padrini, i deputati, gli amici, i nemici, i

giornalisti? Tutto il nodo dell'azione era concentrato adesso in quelle

due armi: la catastrofe spettava ora a quel pezzo di acciaio bene

temprato e bene affilato. La catastrofe? Che catastrofe? Egli si guardò

attorno, come per cercare chi avesse pronunziato quella parola; ma era

solo, le sciabole giacevano accanto a lui; il suo sguardo era

concentrato su loro. Per altri la notte che procede un duello è notte di

agitazione, di nervi, di andirivieni: gli altri hanno tutti una donna, a

cui infondere del coraggio con la disinvoltura: un parente a cui

scrivere una lettera, un amico a cui mandare un biglietto, un servo a

cui raccomandare un servizio importante; gli altri hanno tutti non la

paura, forse, ma tutti una piccola pena, un pensiero molesto, una

puntura di rimpianto; tutti gli altri al pensiero della catastrofe si

esaltano o cercano distrarsi, i grandi interessi del cuore soffrono,

l'anima è eccitata o accasciata, nervosa o sonnolenta. Sangiorgio, nulla

di tutto questo: nè donna, nè parenti, nè amici, nè servi; non una linea

da scrivere, non una parola da pronunziare, non un ordine da dare;

Sangiorgio cercava invano, nel cuore, il grande interesse, per cui

l'idea della catastrofe fosse dolorosa.

A chi poteva dolere se l'indomani Oldofredi lo avesse rimandato a casa

gravemente ferito o morto? A quale donna, a quale uomo? Nessuno,

nessuno: egli era solo, accanto alle sciabole, accanto alla catastrofe.

E in quel freddo processo di eliminazione, in quella selezione

misantropa di persone, di sentimenti, egli arrivò a sè stesso, arrivò al

suo grande, unico, egoistico sentimento: l'ambizione politica.

L'indomani, se egli era ferito, gravemente o lievemente, non importa, —

il valore era sempre il medesimo, la disfatta era sempre eguale, —

l'indomani, la catastrofe lo avrebbe colpito in pieno, nel suo profondo,

fervido, ardente desiderio di fama e di potere. Non sarebbero discese su

lui, ferito o morente, lagrime di donna, tenerezza d'amico, rimpianto di

persone affettuose: ma lui solo, Sangiorgio, avrebbe pianto su sè

stesso, sui propri desiderii di gloria dispersi, sui propri sogni

d'ambizione svaniti nella vergogna fisica e morale del disastro. Il

colpo di sciabola che l'indomani avrebbe tagliata la carne, recisi i

muscoli, divisa una vena, avrebbe trovato la via del cuore, di quel

cuore chiuso e duro dove un solo sentimento viveva, per ferire a morte

questo sentimento. L'opera lenta e solida a cui egli lavorava da tanto

tempo, con una pazienza da formica, con una ostinazione immutabile,

domani, sarebbe crollata: a che valevano più tanti sforzi, tanto studio,

tante privazioni, tante astinenze, tanti dolori sopportati in silenzio?

Un colpo di sciabola: tutto diventava inutile. Così, al lume fumicante

di quella candela stearica, nella notte, nella solitudine, quelle armi

sguainate e fredde, per un minuto fugacissimo gli fecero paura.

Alle otto e mezzo preciso, vennero i padrini. Sangiorgio, vestito di

tutto punto, la _redingote_ abbottonata, il cappello a cilindro ben

lucido posato sopra un mobile, aveva la faccia un po' pallida, ma era

tranquillo; solamente a un lato della bocca, che tremolava lievemente,

aveva una piccola animazione.

«Dove sono le sciabole?» domandò Castelforte.

«Eccole.»

Castelforte le trasse dal fodero, l'una dopo l'altra, toccò le punte,

poi passò il dito sul taglio, le ripiegò, puntandole a terra, le provò

più volte, tirando dei fendenti nell'aria.

«Avete una sciarpa, un fazzoletto di seta, per legare la sciabola?»

Sangiorgio aveva apparecchiato una sciarpa. Scalìa chiuse le sciabole

nel sacco, che legò con la sciarpa: prese il guantone gittato sul

canapè, guardò Castelforte:

«Andiamo?»

«Andiamo.»

Scesero la scala buia. Il cocchiere aperse lo sportello del _landau_,

Scalìa gettò sopra uno dei sedili le sciabole e il guanto: poi in fretta

entrarono tutti tre in carrozza. Passarono per Via Due Macelli, ove già

il fioraio aveva esposto molta ricchezza di rose, ed entrarono in Piazza

di Spagna. Dalle nuvole mollicce che s'amassavano nel cielo, caddero

poche gocce d'acqua che si attaccarono ai cristalli.

«Piove,» disse Sangiorgio.

«Non è nulla,» disse Castelforte, «il duello con la pioggia è più

drammatico.»

In Via del Babuino si demoliva. Mucchi di rovine ingombravano gli

sbocchi delle vie laterali: il principio di Via Vittoria era tutto

sconquassato, perchè riparavano la fognatura. In Piazza del Popolo la

pioggia ingrossò, e cominciò a cadere con uno strepito allegro, quasi

fosse grandine.

«Cesserà,» disse Scalìa «c'è contrasto di venti, in alto.»

Fuori la porta, la carrozza si fermò, per prender su il dottore, che

aspettava davanti al Caffè dei Tre Re. Aveva sotto il braccio un

involtino coi ferri e le fasciature. Sedette dirimpetto a Sangiorgio,

accanto a Castelforte. Aveva un'allegrezza briosa, parlava d'altri

duelli a cui aveva assistito.

E mentre il _landau_ si slanciava al galoppo, sui ciottoli fangosi di

Via Flaminia, il primo _tram_ di Ponte Molle si staccava dalla stazione

e si avanzava, quasi vuoto, sbalzellando e tentennando sui binari.

La carrozza passò davanti al gazometro, e piegò rapidamente nella svolta

che conduce a villa Glori. Sotto l'Arco Oscuro, si cominciò a veder la

campagna: i primi alberi si affacciarono al disopra delle mura.

Allora Sangiorgio, che sino a quel punto era rimasto in una specie di

stordimento del pensiero e dell'anima, in una stanchezza spirituale e

morale, si svegliò, ed ebbe un brivido. Castelforte aveva abbassato un

cristallo, e l'aria frizzante entrava fischiando. E, come la via era

tutta in salita, la carrozza camminava piano. Sangiorgio cominciò a

rivivere e a pensare. Mano mano che si andava innanzi, tutta la sua

forza nervosa si concentrava nei denti che di minuto in minuto più si

serravano. Anche, aveva preso fra le dita un fiocco dello sportello e lo

stringeva con crescente energia. Sotto gli occhi, gli era nato un tratto

di rossore caldo che cominciava a spandersi in giù, irregolarmente. Ma

come l'animazione aumentava, ogni potenza d'espansione scemava in lui:

si andava lentamente rinchiudendo in sè stesso, in una specie di

prosopopea, romantica e orgogliosa di sè medesimo, e alle parole del

medico o dei padrini non poteva più rispondere che con qualche movimento

del capo più vibrato del solito. I cavalli, per la salita, rifiatavano

forte; in fine, a villa Glori, cominciò la discesa. Allora, di nuovo, la

carrozza si slanciò di gran trotto. Erano cessate le mura: oramai a

destra e a sinistra le siepi fiorite passavano rapidamente davanti agli

sportelli. A Sangiorgio parve un momento che delle ragazze corressero,

offrendo fasci di biancospino. Poi cessarono le siepi, e la carrozza

entrò fra due file di olmi che fremevano cupamente, agitati dal vento.

Poi si fermò. Allora, un gran brivido corse i nervi di Sangiorgio, e

quel piccolo rossore sotto gli occhi subito sparve. Erano arrivati. Egli

si volle slanciare; Castelforte lo trattenne.

«Restate in carrozza col dottore. Il luogo non è fissato precisamente.

Aspettate un poco.»

Scesero i padrini. Sangiorgio affacciò il capo allo sportello. Erano

giunti primi. La casina dell'Acqua Acetosa era abbandonata: le porte

chiuse, le persiane chiuse: non vestigio d'anima viva. La grande

spianata si stendeva lungo il fiume, verde, senza alberi, senza uomini:

solamente lontano, lungo la staccionata di villa Ada, una lunga fila di

pecore bianche spiccava dalla comune intonazione di cinereo e di verde,

e un pastore incappato stava ritto, immobile.

Castelforte e Scalìa si allontanarono nella pianura, gesticolando. Il

tempo s'era un po' calmato, ma brontolava e minacciava ancora: e quella

enorme piattaforma, brulicante di erbe inutili, aveva una tristezza così

straziante e così selvaggia, che quelle due sagome di gentiluomini

eleganti, avanzanti tra la cicoria fiorita, stonavano bizzarramente. Il

Tevere, gonfio e livido, tumultuava con impeto collerico. Castelforte e

Scalìa tornarono indietro lentamente, discutendo. Sangiorgio cominciava

a vibrare per l'impazienza. Pel fondo dello stomaco gli si era messo un

tremolio breve e vivace, che gli si propagava sino ai nervi del palato e

gli promoveva una salivazione incessante. La carrozza gli era diventata

angustissima. Si sentiva soffocare.

I due padrini si accostarono a lui. Castelforte appoggiò le braccia allo

sportello:

«Abbiamo trovato un buon terreno; si affonda un poco: ma non si scivola.

Aspettiamo gli altri per vedere se sono contenti.»

«Eccoli,» disse Sangiorgio, i cui nervi erano stranamente aguzzati

dall'eccitazione.

Infatti, il rumore d'una carrozza si udì, e ingrossò subito: la

carrozza, di gran galoppo, voltò nella pianura, e andò a fermarsi in

distanza, nel mezzo del prato. Si spalancò lo sportello. Oldofredi,

Lapucci, Bomba saltarono giù.

Questi ultimi si avanzarono verso Castelforte e Scalìa che venivano

incontro; il dottore di Sangiorgio e quello di Oldofredi si fermarono in

disparte, e s'inginocchiarono svolgendo i fagottini, sull'erba, per aver

tutto pronto. Oldofredi restò presso alla carrozza, col _paletot_

indosso, fumando, battendo gaiamente con una sua bacchettina di bambù la

groppa d'uno dei cavalli. Sangiorgio, con mezzo il corpo fuori dallo

sportello, guardava incertamente. Ciò che lo smaniava, era l'imperizia,

la novità del fatto, e l'ignoranza delle formalità. Doveva restare in

carrozza, o scendere come aveva fatto il suo avversario? Guardò i

padrini. S'erano raccolti tutti e quattro, con amichevoli saluti e forti

strette di mano, sul terreno arso, e discutevano. Ogni tanto, in quella

strana e molle calma del tempo piovoso, veniva distintamente l'accento

lombardo di Castelforte: le altre voci si udivano smorzate e senza

senso, come suoni che uscissero da un involucro di bambagia. Poi Scalìa

tornò indietro verso Sangiorgio, e Bomba andò a Oldofredi: Castelforte e

Lapucci, chini a terra, sbarazzavano il terreno coi piedi, e segnavano

delle linee coi bastoni. Scalìa giunse allo sportello:

«Spogliatevi. Lasciate la _redingote_ e il cappello nella carrozza.»

Prese le sciabole e il guanto, e tornò verso il luogo dello scontro:

anche Bomba tornava, con le sciabole e con un altro guanto. Sangiorgio,

che cominciava ad avere un brivido nel petto e alle scapole, brivido di

impazienza e di desiderio, buttò via il cappello, si trasse furiosamente

il _paletot_, la _redingote_, la sottoveste, la cravatta, e s'avviò in

furia verso i padrini. Il crollo acuto e secco delle sciabole buttate

sull'erba da Scalìa lo fece trabalzare. Castelforte gli gridò da

lontano:

«Tenetevi il _paletot_: fa freddo.»

Sangiorgio tornò indietro, prese il _paletot_, se lo buttò sulle spalle,

raggiunse i padrini. Nel mezzo del terreno, Castelforte e Lapucci

traevano a sorte il comando del combattimento e la scelta delle

sciabole. Scalìa e il dottore si posero in mezzo Sangiorgio, gli

parlavano piano:

«Avete bevuto un sorso di _cognac_?»

«No.»

«Male; bisogna sempre fortificarsi.»

«Non ce n'è bisogno,» rispose Sangiorgio mentalmente.

«Io comanderò l'azione. Voi scegliete le sciabole,» disse Castelforte.

«Volete esaminare le nostre?»

«Scelgo le nostre,» disse Lapucci. «Eccole.»

Oldofredi, dall'altra parte del terreno, con un anemone ai denti,

guardava il paesaggio, voltandosi intorno. Castelforte venne incontro a

Sangiorgio, gli fece impugnare la sciabola, gli legò l'elsa al polso, lo

accompagnò al suo posto. I due dottori si scostarono di venti passi,

Scalìa si fermò alla sinistra di Sangiorgio, Bomba alla sinistra di

Oldofredi. Lapucci e Castelforte si posero a mezzo il terreno, uno di

qua, l'altro di là, ciascuno con una sciabola in mano.

Oldofredi aveva l'aria più sciocca e insignificante del solito:

certamente, non ancora il suo spirito s'era fermato al fatto di cui egli

era tanta parte.

Castelforte, con quella sua aria di capitano di cavalleria, guardò

Sangiorgio, poi guardò Oldofredi, imperiosamente.

«Signori.....» disse con intonazione di cantilena.

La faccia di Sangiorgio, a cui era corso un violento impeto di sangue,

si affissò in lui: Oldofredi sputò via l'anemone, e con un movimento

elegante si scosse il _paletot_ dalle spalle.

«Signori: a due gentiluomini come voi sarebbe ingiuria raccomandare di

comportarsi con perfetta cavalleria. Vi rammento soltanto che dovete

fermarvi immediatamente appena udrete la parola _Alt!_ che non dovrete

attaccare se non al comando: _A voi!_ Andiamo.»

Diede un'occhiata a Lapucci, che gli rispose con un'altra occhiata; e

comandò:

«In guardia.»

Oldofredi, con un movimento quasi insensibile avanzò la gamba destra,

piegò ad un angolo il braccio e la sciabola, si appoggiò sulle gambe.

Sangiorgio andò in guardia con un salto, stendendo il braccio destro e

la sciabola in una linea così retta e così dura, che pareva un pezzo di

ferro.

«A voi!» comandò Castelforte.

E si slanciarono. La sciabola d'Oldofredi battè quella di Sangiorgio che

s'era buttata di punta, e la scartò, poi cadde sul guantone imbottito;

ma Sangiorgio rialzando con impeto brutale il braccio e il ferro,

sollevò la lama del nemico, e per poco non gli ruppe il muso con

l'impugnatura.

«Alt!» gridò Castelforte, interponendo la sua sciabola. I due

combattenti si staccarono e tornarono al loro posto. Oldofredi, un po'

pallido, sorrideva: aveva capito l'avversario; ma Sangiorgio, a cui era

entrata nel petto una furia di toro che abbia visto del rosso, teneva la

bocca chiusa e respirava con violenza dal naso.

«In guardia!» disse di nuovo Castelforte. Sangiorgio, col braccio teso e

la punta della sciabola alla faccia dell'avversario, lo guardava fisso

con occhio così torbido e così minaccioso, che Oldofredi se ne avvide.

«A voi!» disse Castelforte.

Questa volta si slanciò Oldofredi, minacciando al ventre

dell'avversario. Sangiorgio, immobile, col braccio teso e la punta agli

occhi del nemico, non parò; e come vide la lama, che aveva finto una

botta al ventre, passar luccicando davanti a' suoi occhi per ferire alla

faccia, la respinse con una battuta strisciante così franca e così

pronta che la sciabola escì di mano ad Oldofredi, e restò sospesa per la

fasciatura.

«_Alt!_» gridò Castelforte.

Lapucci e Bomba corsero a rilegar l'arma al polso d'Oldofredi.

«Animo. Un'altra botta!» disse piano Castelforte all'orecchio del suo

primo. Sangiorgio s'era rasserenato. Un riso interiore di superbia

contenta gli spianava la faccia. I suoi denti si schiusero. Oldofredi

era di nuovo a posto, con la sciabola in pugno, ma questa volta bianco

d'un pallore iroso: aveva lui, ora, i denti sbarrati, e le sopracciglia

tese come se dovessero scoccar saette.

E al comando si buttò addosso al nemico, d'uno sbalzo, senza finte,

senza artifizi di scherma, per spaccargli la testa. Ma prima che la sua

sciabola arrivasse allo scopo, la punta di quella di Sangiorgio gli

entrò nel labbro inferiore e squarciò tutta la guancia, sino, alla

tempia. I quattro padrini si buttarono in mezzo, i due medici accorsero.

Oldofredi fu tratto in disparte, posto a sedere sopra un _pliant_,

circondato dai sei uomini. Sangiorgio restò solo, con la sciabola in

mano, mezzo nudo, stupefatto, sotto il cielo di piombo che da capo

schizzava una pioggerella fangosa.

Confusamente, intorno a sè, mentre la carrozza passava sotto Porta del

Popolo, egli sentiva chiedere da Castelforte al medico:

«Quanti punti ci son voluti?»

«Dieci.»

«Per quanti giorni ne avrà?»

«Venti: ammeno che non si dichiari una febbre forte.»

«Perdio! che bel colpo!» interveniva a dire Scalìa, fumando

voluttuosamente un sigaro.

«E resta la cicatrice,» aggiungeva Castelforte, ridendo. «Oldofredi non

se lo scorderà, il colpo.»

Il medico discese all'ospedale di San Giacomo, dopo essersi dato

l'appuntamento per firmare il processo verbale. A quella fermata

Sangiorgio si scosse dal suo silenzio.

«Avrai fame?» gli chiese Scalìa.

«Lo credo io: se l'è meritata bene,» soggiunse Castelforte.

E ambedue sorrisero di compiacenza.

Sul terreno, per non far vedere, i due padrini non avevano abbracciato

il loro primo, ma come ritornavano, in carrozza, si lasciavano andare a

poco a poco a un esaltamento affettuoso. Avevano perduta la freddezza,

la rigidità: guardavano Sangiorgio amorosamente, con certi occhi lucidi,

parlavano di lui con orgoglio, con dolcezza, come di un figlio valoroso

che ha subìto un esame, riportando il massimo dei punti: Castelforte

arrivò sino a battergli due o tre colpettini sulla spalla, con una

familiarità insolita in quel gran signore. Quasi quasi lo accarezzavano

con gli occhi, col tono della voce, con certe frasi lusinghiere, fieri

di lui, lasciando travedere come diversamente lo apprezzassero e gli

volessero bene dopo il duello. Egli riceveva quietamente questa onda

novella di amicizia, coi nervi che si ammollivano sempre più,

lasciandosi andare a un gran bisogno di vita fisica, non pensando più,

avendo voglia soltanto di mangiare, di digerire in una stanza calda, di

dormire due, tre ore, profondamente. Sorrideva ai suoi padrini, come il

giovanetto che ha fatto magnificamente gli esami, come la fanciulletta

che ha preso la prima comunione: tutta la visione dell'Acqua Acetosa, e

quella gran cicatrice sanguinante a fiotti sul viso pallido

dell'avversario, erano scomparse, egli non sentiva che la soavità

letificatrice del riposo nel trionfo. Le linee del volto si erano

spianate, gli occhi avevano perduto la loro lucentezza quasi febbrile,

la chiostra dei denti si riposava, addolorata: Francesco Sangiorgio

aveva l'aria di un ebete.

La colezione fu rumorosa e allegra, al Caffè di Roma. Ogni momento

Castelforte e Scalìa versavano del vino a Sangiorgio; egli mangiava e

beveva molto, tutto felice di mangiare, ringraziando col capo ai

discorsi amabili dei due padrini, ridendo quando costoro parlavano del

dispetto di Oldofredi, tanto più doloroso della sua ferita.

Alle frutta le espansioni divennero maggiori:

«... Perchè» continuava a dire Scalìa, «perchè, io ho lunga esperienza

di duello, ho temuto per te, caro Sangiorgio. L'avversario era forte e

coraggioso e si era battuto venti volte: tu, novello, inesperto... è

naturale, ho temuto...»

«Oldofredi non se lo aspettava...» aggiunse Castelforte.

«Pareva che scherzasse, sul terreno,» osservò Sangiorgio.

«Oldofredi non scherza mai,» disse sentenziosamente Scalìa. «Non bisogna

credere alle sue _pose_. Al terzo assalto, ve lo assicuro io, cari

colleghi, egli era furioso: è andato addosso a te, Sangiorgio, che

pareva ti volesse spaccar la testa. Che colpo, santo diavolo!»

«Che colpo, perdio!» fece coro Castelforte.

E gli stessi discorsi di compiacenza ricominciavano sempre, un po'

monotoni, un po' da trasognati, come proferiti da coloro che stanno

sotto una grande impressione recente e ne rifanno la storia cento volte,

cullandosi in quella stessa musica, incapaci di pensare ad altro. E tre

o quattro volte fu rifatta la storia; l'onorevole Melillo, che aveva

fatto colezione con l'onorevole Cermignani alle _Colonne_, un po'

preoccupato della sorte del collega basilisco, era venuto in su pel

Corso, per vedere se incontrava la carrozza, e chiacchierando di

politica, gridando, riscaldandosi, strillando, enumerando cifre e

demolendo bilanci, avevano scorto nella trattoria il gruppo dei tre che

mangiavano: l'onorevole Melillo, il biondone dal viso rosso e dalla

sottoveste bianca, era giunto sino ad abbracciare Sangiorgio, mentre

Cermignani, il deputato abruzzese, restava in piedi, ascoltando la

storia dai padrini, tirandosi la barba nera macchinalmente, esclamando,

preso da un furore bellicoso, postato quasi in una posizione di attacco.

Il Bencini, il vecchio deputato di destra, il vecchio cattolicone

arguto, in sospetto di burlarsi di Dio come del diavolo, che era in

fondo alla sala chiacchierando vivamente e ridendo, con quel buon

vecchione placido, dalla barba argentea, il Gambara, il decano

dell'antico partito conservatore, il Bencini curioso e arzillo come una

femminetta, venne anche lui a congratularsi quantunque non conoscesse

punto il Sangiorgio: ma il Toscano spiritoso e paradossatico aveva

un'antipatia profonda per la stupidità vanagloriosa e spadaccina

dell'Oldofredi. Egli sghignazzava pensando alla collera del deputato

marchigiano.

— Non se la lega al dito questa cosa, Oldofredi: gliel'ha già ricucita

sulla faccia! Per fortuna che non siamo in canicola, non siamo: lui avrà

una voglia di mordere! —

E tutti, intorno a Sangiorgio, ridevano: Scalìa comperava dei fiori da

Nerina, Castelforte narrava ancora il fatto a Gambara che si era

accostato anche lui, e sorrideva placidamente guardando Sangiorgio con

l'occhio del vecchio parlamentare che ama i giovani deputati laboriosi e

coraggiosi; Cermignani e Melillo ascoltavano il chiacchiericcio

sfavillante del Bencini dalla voce chioccia e dal riso secco. Fu quasi

un corteo che accompagnò il deputato Sangiorgio sino al _landau_. Era

uscito il sole, la carrozza fu aperta, Melillo volle salire anche lui. E

come pel Corso passava la carrozza, vi era un allargarsi, un propagarsi

di saluti, di cenni, di congratulazioni, di gesti, di sorrisi: pel Corso

dove andavano su e giù deputati e giornalisti, uomini d'affari e

_reporters_, dopo colezione, aspettando l'apertura della seduta, facendo

il chilo, godendo quel piccolo raggio di sole prima di andarsi a

chiudere nel caldaione del signor Comotto.

L'onorevole Chialamberto, il breve deputato ligure, discorreva col

colonnello Dicenzo, un abruzzese magro dall'aria ascetica; ambedue

salutarono profondamente i quattro deputati che passavano, accennando

fra loro. In quanto al deputato Carusio, in Piazza Colonna, egli si

buttò allo sportello, volle si fermasse, abbracciò e baciò Sangiorgio,

gridando, tutto affannato, che correva dal presidente del consiglio a

portargli il felice esito del duello.

Ma, nella Camera, la dimostrazione crebbe, crebbe sempre, intorno a

Sangiorgio.

In verità, il presidente della Camera serbò, come sempre, il suo

contegno corretto: ma vi fu nel sorriso con cui accolse Sangiorgio

qualche cosa di cordiale, di amichevole, una specie di luce affettuosa.

L'onorevole Freitag, grande, grosso, dalla testa incassata nelle spalle,

dondolandosi mastodonticamente nel nero corridoio, domandò al deputato

meridionale, con la sua vocetta sottile:

«Alla faccia, nevvero?»

«Alla faccia.»

Gli altri non facevano che fermarsi, congratularsi vivamente, stringere

la mano: tutti quanti chiedevano i particolari del duello; Scalìa,

Castelforte, finanche Melillo, erano circondati; i tre assalti con la

botta finale circolavano; i deputati bellicosi li ascoltavano con gli

occhi lustri, puntandoli, commentandoli con qualche esclamazione; i

deputati pacifici ascoltavano in silenzio, sorridendo, figurandosi un

combattimento da torneo. Alcuni, i più crudeli, si facevano ancora

narrare e descrivere la lunghezza e la profondità della ferita di

Oldofredi, chiedevano se vi era stata molta emorragia, se la cicatrice

si sarebbe subito rimarginata, se lo sfregio sarebbe rimasto molto

visibile. Ma dappertutto, in tutti, anche nei più cauti, anche in quelli

che arrischiavano solo una parola e un saluto, trapelava l'antipatia

profonda che i molti colleghi avevano per Oldofredi; in molti traspirava

il rancore segreto per una parola, per uno sguardo, per qualche piccolo

sgarbo ricevuto e sopportato solo per pazienza, per non far chiasso, per

non fare scandali; in molti traspariva la noia naturale cagionata

dall'individuo che vuol imporsi senza aver meriti, che fa il prepotente

a ogni costo e a cui l'improntitudine tien luogo di coraggio e la

insolenza tien luogo di spirito.

Qualche raro amico di Oldofredi si teneva in disparte, si contentava di

non congratularsi con Sangiorgio. Quando Lapucci e Bomba entrarono,

verso le quattro, nell'aula, come se niente fosse stato, le domande

furono poche, dettate da una fredda curiosità: i due padrini sentivano,

alla loro volta, l'isolamento del loro primo che giaceva in letto, con

la faccia e la testa fasciata, in preda a una febbre violenta. Pochi

domandarono di lui: pochi, i quali come gli altri, pensavano che quella

ferita fosse meritata in castigo della soverchia insolenza, ma che

convenisse essere pietosi anche coi vinti.

E l'entusiasmo per Sangiorgio durò nel pomeriggio, crescendo; aumentò

durante il pranzo. Stordito, confuso, ma conservando sempre la sua

freddezza esterna che solo uno stupido sorriso veniva a diradare, egli

lasciava dire, lasciava fare, accogliendo tutto e tutti, abbandonandosi

a quella popolarità novella.

Andò al Costanzi, dove si rappresentavano gli _Ugonotti_, prese una

poltrona di orchestra, ascoltò la musica che non conosceva, come

incretinito: dietro di lui, due giovanotti parlavano del duello,

accennando a lui, come quello che aveva data la sciabolata a Oldofredi;

essi parlavano sottovoce, ma egli udì benissimo, egli che non udiva la

musica. Nell'intervallo sentì sul viso il calore di uno sguardo

magnetico: donna Elena Fiammanti lo guardava da un palco. Salì lassù

macchinalmente: schiudendo la porticina, entrando in quel camerottino

che è separato dal palco e dal pubblico da una tenda rossa, egli sentì

due braccia al collo e la voce quasi commossa dirgli:

«O Franz, o Franz, perchè battersi per me? Non ne valeva la pena.»

Quando scesero, finita l'opera, dopo aver ricevuto almeno dieci visite

nel palco, mentre la Fiammanti si appoggiava al suo braccio, con gli

occhi umidi di piacere orgoglioso, egli vide nell'atrio il grande Paulo

che s'infilava un soprabito enorme. Subito tutta la nebbia superba gli

si dileguò e gli venne voglia di buttarsi sul largo torace di quel

galantuomo. Era lui, il molosso, che gli aveva consigliato di tirare

alla faccia. Sul terreno, egli non aveva ricordato che quel consiglio.

La conquista di Roma · 第 19 / 31 题