III.

Un applauso debole ma gentile, formato da piccole mani femminili bene

inguantate e un po' indolenti, salutò il finale fragoroso del pianista,

un piccolino magro, bruno, meschinello, che scompariva dietro il

pianoforte.

«Che sentimento!» esclamò la moglie di un deputato pugliese, una

grassona con una pioggia di riccioli neri sulla fronte rossa e lucida.

«Bene, bene, è deliziosa,» disse la signora di Bertrand, la moglie di un

alto funzionario, piemontese, ma delicatina, dal viso di madonnina, con

un mantello di broccato, dove scintillava dell'oro.

E di signora in signora, di gruppo in gruppo, lungo i divani, sulle

poltrone, sugli sgabelli, sotto le foglie di palma delle giardiniere,

accanto alle mensole cariche di statuine, dal pianoforte alla porta,

l'approvazione femminile si andò man mano affievolendo: quelle che

stavano ancora sulla soglia del salone ministeriale, crollarono il capo,

due o tre volte, come se annuissero tacitamente. Solo Sua Altezza, il

principe orientale in esilio, accasciato grassamente in una poltrona,

rimase immobile; nel viso gonfio, scialbo, macchiato qua e là dalla

barbetta incolore e brizzolata, con quella flemma contemplativa di

orientale enorme, rimase immobile, pensando forse alle drammatiche

canzoni di _Aida_ che erano state uno degli splendori del suo trono,

socchiudendo gli occhi rossi e rotondi sotto la striscia rossa e sottile

del _fez_.

E il chiacchiericcio femminile ricominciò, e donna Luisa Catalani, la

moglie del ministro, la padrona di casa, che si era riposata un poco

durante la musica, riattaccò i suoi giri di saluti, di riverenze, di

sorrisi: e il vestito di casimiro bianco, le rosette di brillanti, la

piccola testa, il viso piccante, la pettinatura un po' strana, si

scorgevano in ogni posto, quasi nello stesso momento, come se ve ne

fossero dieci, di donne Luise, e non una.

«Che fatica questi ricevimenti!» disse languidamente la contessa

Schwarz, una donna magrissima, dal volto livido, dai capelli arruffati,

che imitava, per forza, Sarah Bernhardt. Sprofondata in una poltroncina

soffice, rannicchiata nelle pellicce come un uccello ammalato e

freddoloso, ella muoveva solo le labbra per sorbire la sua tazza di thè.

«Donna Luisa non si stanca: è di ferro,» mormorò la Gallenga,

segretariessa generale delle finanze, tossichiando un poco, spianando le

sopracciglia arcuatissime, cinesi. «Io, non ci reggerei, sono felice che

i miei ricevimenti sieno familiari. È stata alla Camera, oggi,

contessa?»

«Io non ci vado mai.»

E la svelta piemontese intese l'errore della sua domanda. Il conte

Schwarz era riuscito a diventare consigliere provinciale, ma deputato

mai.

«Ci sono stata io,» intervenne la signora Mattei, la moglie di un altro

segretario generale, una toscana bruna come un acino di pepe, dagli

occhi di fuoco, dalla chiacchiera rapida, dal cappello nero, ricco di

papaveri. «Una seduta interessante.»

«E non esserci stata!» esclamò la signora Gallenga, «che sfortuna! Ha

poi parlato Sangiorgio?»

«Sì, sì.....

Ma un zittìo corse per la sala. Una robustissima signora, dal seno

prepotente, stretto in una corazza di raso rosso, dalla faccia larga e

bonaria, cantava una straziante romanza di Tosti: ella aveva sbottonata

la sua pelliccia, arrovesciandola sugli omeri e con le mani nel

manicotto, la veletta del cappello abbassata sugli occhi, serena, senza

che una linea del suo volto si movesse, ella seguitava a lamentarsi

nella musica del maestro abruzzese. Donna Luisa, ritta in mezzo al

salone, fra le cinquanta signore sedute, ascoltava con l'attenzione

cortese della padrona di casa: ma una leggiera inquietudine l'assaliva,

ella sentiva che nei due salotti attigui vi era gente, delle signore che

aspettavano per entrare. Era il ricevimento più importante della

stagione, nel salone vi era una calma di serra e il lieve odore

zuccherino, dolcissimo, dei posti dove sono molte donne. Veramente,

lungo il muro, in piedi, chiusi nelle _redingotes_ severe, vi era una

fila di commendatori, calvi, taciturni, usciti alle quattro e mezzo

dalla Corte dei Conti, dagli uffici di finanza, dagli altri ministeri:

ma conservavano la glacialità statuaria dei temperamenti burocratici, la

lunga pazienza, l'aspettazione incalcolabile, strabocchevole, con cui

passano da un grado all'altro, e arrivano a fare quarant'anni di

servizio: quel ricevimento era per loro una frazione infinitesimale dei

quarant'anni di servizio. Un respiro di sollievo corse per la sala: la

dolorosa romanza era finita, e la cantante riceveva i complimenti di

donna Luisa Catalani, sorridendo nella faccia di luna piena. La padrona

di casa scappò subito fuori: vi erano sette od otto signore nel

salottino.

«Che vi è stato alla Camera?» chiese ella alla bionda e pallida figlia

di un ministro, che era arrivata allora.

«Molto caldo: non so come i nostri uomini non vi si ammalino,» e tirò

fuori il ventaglio, per originalità.

«Sangiorgio ha parlato bene», mormorò la signora Giroux, una piccola

dama dai capelli bianchi, dal sorriso soavissimo, la signora del

ministro dell'agricoltura.

«Un meridionale,» fece donna Luisa Catalani. «Vi era gente alla tribuna

diplomatica?»

«La contessa di Santaninfa e la contessa di Malgrà».

«Bei capelli?»

«Così,» rispose la biondina, pallida e distratta.

Qui, in un angolo, un circolo di ragazze cinguettavano allegramente, con

le giacchettine sbottonate per aver meno caldo, mostrando le vitine

sottili negli abiti di lana oscura. Enrichetta Serafini, la figliuola

del ministro dei lavori pubblici, una brunetta in lutto, vivacissima,

chiacchierava per quattro: e attorno la stavano a sentire la ragazza

Camilly, un'italiana nata in Egitto, la ragazza Borai, una zitella

anticuccia, afflitta dalla ostinata gioventù di sua madre, la ragazza

Ida Fasulo, una creatura linfatica, dagli occhi larghi e pensierosi,

nipote di un ragioniere, la ragazza Allievo, una gentilina taciturna; e

unico fiore aristocratico, biondo sotto la piuma bianca del cappello,

donna Sofia di Maccarese.

«Io preferisco Tosti a tutti quanti,» sosteneva Enrichetta Serafini. «Mi

fa venir da piangere.»

«Anche Denza, alle volte, fa piangere,» osservò la ragazza Borla, che

non sapea cantare, e che era condannata a udire la voce cinquantenne di

sua madre.

«E voi, donna Sofia, chi preferite?»

«Schumann,» mormorò essa semplicemente.

Le altre ragazze tacquero: non conoscevano quella musica. Ma la ragazza

Serafini, nervosa e vivace, rispose:

«Ma tutta questa musica bisogna cantarla bene. Scusate», e abbassò la

voce, «forse che vi piace la signora di poco fa?»

E il gruppo delle ragazze ridacchiò sottovoce.

«Quella che canta meglio, in Roma, è la Fiammante,» soggiunse la

fanciulla Camilly, dal volto grasso e bianco, dagli occhi socchiusi di

orientale trapiantata in Italia.

Le altre ragazze tacquero: la Boria strinse le labbra in segno di

riprovazione, la Fasulo chinò gli occhi, l'Allievo arrossì; solo donna

Sofia di Maccarese non mutò viso: non conosceva, o non si curava della

Fiammante.

«È vero che sposa il deputato Sangiorgio?» chiese la Serafini.

«No, no,» rispose la Camilly, con uno strano sorriso.

Questa volta le ragazze si guardavano fra loro, con quelle occhiate mute

ed espressive in cui il mondo le obbliga a condensare la loro

intelligenza. Nel salone era cresciuta una folla di signore, e vi si

addensava un calore di stoffe, un odore di thè e di _opoponax_, di

lontra e di martora. Ora quasi tutte chiacchieravano, a coppie, a gruppi

di tre o quattro, con certe leggiadre inclinazioni di testa, con certe

modulazioni squisite di voci, frivoleggiando sulla Camera dei deputati,

discutendo gravemente la voce dell'onorevole Bomba, dicendo quale era la

tribuna che preferivano, parlando del colore dei tappeti, discutendo le

sottovesti carnicine dell'onorevole conte Lapucci, e la fisonomia

romantica, da Cristo pensoso, dell'onorevole Joanna. E la Gallenga, che

s'intendeva di letteratura, pronunziò questa frase:

«Quest'anno è di moda l'Abruzzo nella letteratura e la Basilicata nella

politica.»

Così esse credevano di fare della politica, sul serio, esaltate dal

cicaleccio, con le loro testoline leggiere. Ma senza che nessun pianista

si fosse presentato al pianoforte, mentre che la signora pacifica e

veneranda che aveva singhiozzato con Tosti, sorbiva la sua terza tazza

di thè, un zittio sottilissimo circolò nel salone: e donna Angelica

Vargas, alta e bella, col suo passo ritmico, attraversò il salone,

cercando con gli occhi donna Luisa Catalani.

Era vestita di nero, come al solito, con qualche cosa di scintillante

nella persona e nel cappello: e donna Luisa le corse incontro, col suo

più bel sorriso. Le due riverenze furono profonde; un piccolo colloquio,

a voce bassa, cominciò tra loro, una tutta bianca, coi capelli di un

biondo dolce, l'altra tutta nera, coi dolci capelli bruni ondulati sulla

fronte.

Il salone fingeva di non ascoltare, per rispetto: ma vi era quel

silenzio imbarazzante di molte persone adunate insieme, quando nessuna

di loro osa principiare a discorrere. Sua Altezza Mehemet pascià aveva

spalancato gli occhi, e guardava la bella italiana, così casta nella

figura, ma i cui occhi larghi gli rammentavano le sue donne d'Oriente,

di cui forse pativa la nostalgia. Poi quei begli occhi larghi,

scintillanti come le perle nere del vestito, guardarono la sala, intorno

intorno, un'occhiata intelligente, e come donna Luisa Catalani si

voltava, a una, a due, a tre, le signore vennero a circondare donna

Angelica Vargas, a chiederne il saluto, e sebbene suo marito non fosse

il presidente del consiglio, sebbene ella fosse la moglie di un ministro

di affari, non politico, sebbene in quel salone vi fossero tre o quattro

mogli di ministri politici, importanti, le colonne del gabinetto, ella

era il centro di tutti quei complimenti, ella conservava nella sua

semplicità qualche cosa di regale.

Per aver meno freddo, mentre scriveva, in quel salottino lungo e

stretto, senza fuoco, di via Angelo Custode, Francesco Sangiorgio s'era

messo sulle gambe un vecchio soprabito. Alle otto la serva gli aveva

portato una tazza di caffè, in letto: e mentre ella rassettava quel

glaciale salotto, egli si era vestito, per mettersi al lavoro. La serva

aveva rifatta, in un momento, anche l'altra stanza, e se n'era andata

senza parlare, con la faccia imbronciata e stizzosa delle creature

povere che non sanno rassegnarsi alla miseria e al lavoro.

Ma lo spazzamento, fatto in fretta, aveva lasciato sudici gli angoli del

pavimento: le cortine delle finestre erano giallastre di polvere, e il

nauseante odore di spazzatura stantia restava in quelle due stanze.

Sangiorgio, appena scomparsa la serva che strascicava i suoi scarponi da

uomo, senza dare uno sguardo a quella triste corte interna, dai balconi

pieni di casse vecchie e di cocci, dalle loggette di legno tarlato e

sudicio, si era messo a scrivere, sopra un piccolo tavolino da studente;

si era posto a scrivere, fra gli stampati della Camera e un mucchio di

lettere della Basilicata, sopra certi larghi fogli di carta bianca

commerciale, intingendo la penna in un miserabile calamaio di creta.

Verso le dieci aveva sentito un insopportabile freddo ai piedi e alle

gambe: aveva ancora tre ore di lavoro; andò in camera a prendere un

vecchio soprabito, e se ne ravvolse le gambe: tutto questo come un

automa, senza distogliere il suo pensiero da quella relazione

parlamentare a cui si occupava da otto giorni. Il fuoco interno che lo

divorava si manifestava in quella scrittura grande, svelta, chiarissima,

di cui ricopriva quei grandi fogli di carta: si manifestava in

quell'assorbimento di tutto il volto, in quello sguardo quasi rientrato

in sè stesso, estraneo a tutte le cose esterne. I fogli si ammucchiavano

alla sua sinistra, egli non si fermava che per isfogliare i resoconti

parlamentari, per consultare un grosso volume sull'inchiesta agraria, o

un piccolo taccuino vecchio e sdrucito. Alle undici, nel fervore del

lavoro, si udì un piccolo scricchiolìo di chiave, e una donna entrò,

richiudendo la porta senza far rumore.

«Sono io,» diss'ella chetamente, stringendo al petto un fascio di rose.

Egli alzò la testa, e la guardò con gli occhi stralunati di chi non si

toglie ancora alla sua preoccupazione, tanto da non riconoscere la

persona che entra.

«Ti disturbo?» chiese Elena, con la sua voce cantante. «Sì, sì, ti

disturbo. Resta a scrivere, fa il tuo lavoro. Mi annoiavo tanto stamane,

in casa, con questo tempo plumbeo, che mi son fatta trascinare in

carrozza per due ore, il povero cavallo scalpitava nel fango, ho visto

scivolare della gente, le donne che andavano a piedi avevano gli

stivaletti inzaccherati, una pietà. Dovendo aspettare sino all'una,

perchè tu venissi a colezione, ho preferito venir qua. Ma tu scrivi...

Leggerò un libro.»

«Cara, non ve ne sono, di libri per te,» rispose lui, senza pensare a

ringraziarla di esser venuta.

Ella cercava fra le carte, con le mani sottili inguantate di nero,

imbarazzata dal suo gran fascio di rose. Sangiorgio la guardava

sorridendo di compiacenza. Era sempre così attraente con quelle grosse

labbra umide e rosse, con gli occhi strani dal colore incerto, con

quella eleganza opulenta della persona, che il contemplarla, l'averla

presente, là, nella sua stanza, era per lui un diletto sempre nuovo.

Ogni volta che la sua signoria maschile si affermava in qualunque modo,

egli provava un delicato e intenso piacere di orgoglio.

«Non vi è nulla,» diss'ella, ridendo, «non posso mica leggere quanta

polenta mangino i contadini lombardi, e quante patate i meridionali. Ciò

mi affliggerebbe troppo; scrivi, scrivi, Franz: non occuparti di me.»

Egli si alzò e venne a baciarla sugli occhi, attraverso il lieve velo,

come a lei piaceva: ella fece un risolino di bimba golosa a cui si dà un

pasticcino, egli ritornò a scrivere. Elena camminò su e giù nel salotto,

come per riscaldarsi: in quella stanza, in quel giorno brutto di marzo,

si gelava.

«Non hai freddo, Franz?» chiese Elena, dal divano, dove contemplava

curiosamente il lusso dei quadrati all'uncinetto.

«Un poco,» mormorò lui, senza lasciar di scrivere.

Ella contemplò di nuovo la stanza tutta nella sua meschinità, sentì quel

fiato di miseria decente che vi alitava, e contemplò lui che scriveva

alacremente, su quel piccolo tavolino, dove gli toccava stringere i

gomiti per non far cadere le carte. E negli occhi della donna guardante

quella testa indomita di lavoratore, si dipinse una tenerezza nuova che

egli non vide. Due volte ella fu per dirgli qualche cosa: ma pensando,

tacque. Appoggiata alla _console_, ora, ella ridacchiava fra sè,

guardando le tre fotografie, di un caporale, di un grasso signore, di un

ragazzotto collegiale del Nazzareno, guardando le tre sacrileghe

oleografie che rappresentavano la famiglia reale.

«Franz? ti sei mai fatto la fotografia?» domandò, mirandosi nello

specchio, e aggiustandosi il fiocco del cappello.

«Una volta, a Napoli, quand'ero studente,» disse lui, sfogliando gli

atti parlamentari.

«E ce l'hai?»

«No, naturalmente.»

«Se ce l'avessi, io la vorrei,» soggiunse ella con voce infantile.

«Non ne hai abbastanza dell'originale?»

«No,» rispose Elena, tutta pensosa.

Egli si alzò di nuovo, venne a prenderle le mani, e le chiese:

«Dunque mi vuoi bene?»

«Sì, sì, sì,» cantò ella, su tre note musicali.

Francesco se ne ritornò di nuovo al tavolino, dove si rimise al lavoro.

Ella si azzardò sulla soglia della stanza da letto, e vi gettò

un'occhiata.

«Franz,» disse di là, «iersera non sei venuto al Valle?»

«Vi era la commissione del bilancio, sino alle undici. Dopo, ero

stanco.»

«Sono venute molte persone a trovarmi in palco. Giustini... perchè sei

tanto legato con lui?»

«Mi serve,» diss'egli semplicemente, senza alzare il capo.

«Dice male di te.»

«Lo spero bene.»

«Infatti, egli non dice mai bene delle persone mediocri. Tu diventerai

un grand'uomo politico, Franz.»

«Oh, ci vuol molto tempo,» rispose lui tranquillamente, annotando certe

cifre sopra un pezzo di carta.

«Sono venuti Gallenga e Oldofredi, che mi fa molto la corte.»

«Ha ragione, Oldofredi,» mormorò lui, con galanteria.

Ella sorrise e scomparve nella camera. Era così fredda e brutta, che per

un momento ristette, come disgustata. Guardava gli arabeschi di lana del

piumino, che la serva aveva gonfiato a furia di manate; ma la grande

macchia d'olio della poltrona di lana azzurra le fece voltare il capo;

il suo istinto femminile la faceva soffrire di quella macchia. E girò

per la stanza, cercando un oggetto introvabile: sul canterale non vi

erano che due candelieri senza candele, una spazzola pei vestiti, nulla

di quello che ella desiderava: sulla toletta, solo i pettini e una

bottiglina di acqua di Felsina, dimezzata. Una nudità, una miseria da

anacoreta. Finalmente, giunta presso il letto, sul comodino, ella trovò

la bottiglia dell'acqua e il bicchiere, e, tutta felice, sciolse il suo

fascio di rose, ne ficcò tre o quattro nel collo della bottiglia

dell'acqua, un piccolo gruppo nel bicchiere, ne buttò due o tre sul

tappetino a piedi del letto, poi non sapendo dove altro metterne, ne

ficcò due sotto il cuscino. Camminando piano, andò al canterale, e ne

aprì il primo cassetto, dove ci erano delle cravatte e dei guanti: anche

lì lasciò le sue rose. Un ritratto era buttato lì dentro, ancora in una

busta: il suo. Una lieve ombra di malinconia le passò sul viso, ma

disparve. Ora su quella miseria della stanza, in quella luce bigiognola

che veniva dal cortile interno, in quel tanfo di acqua di cucina, le

rose mettevano una freschezza primaverile, un po' di giardino, un

ricordo di sole, un piccolissimo profumo.

«Ho finito,» disse Sangiorgio, comparendo sull'uscio.

«Andiamo a far colazione.»

«Credi tu che avremo finito per l'una e mezzo?»

«Perchè?»

«Ho un convegno... con un elettore.»

«Avremo finito, spero. Tanto più che ho anche io un convegno... alle

due.»

«Con un elettore?»

«Con Oldofredi.»

«Ah!» fece lui, infilandosi il soprabito.

«Mi deve raccontare come fu che non volle sposare donna Angelica

Vargas.»

«Doveva sposarla?»

«Sì, e non la volle. Forse, è lei che non ha voluto. Oldofredi è

antipatico a mezzo mondo: alla Camera, poi! Lo conosci tu?»

«No: e mi è indifferente.»

«Sei molto pallido; che hai?»

«Non so: sarà il freddo.»

«Andiamo, andiamo a casa, vi è il fuoco, ti riscalderai.»

Egli la seguì senza accorgersi delle rose.

L'onorevole Oldofredi non era un frequentatore troppo assiduo della

biblioteca della Camera: ci andava qualche volta per cercarvi un amico;

ma non leggeva, nè chiedeva mai libri e giornali. Dicevano anzi, le

maligne lingue parlamentari, ch'egli non sapeva leggere. Ora, come quel

giorno entrò in biblioteca, e trovò Sangiorgio seduto davanti a un vero

monte di volumi, che scartabellava opere di statistica, e sfogliava

libri di economia politica, di storia, di scienze sociali, con

quell'intemperanza di ricerche e di preparazione che è propria dei

provinciali meridionali, quel fatuo anconetano ebbe un lieve sorriso di

scherno. Affacciò prima il capo all'uscio, per vedere se ci fosse il

collega di cui andava in cerca; poi, spinto chi sa da qual nuovo

pensiero, entrò, sebbene non avesse trovato il collega. Entrò, e

cominciò a passeggiare in su e in giù, oziosamente, soffiando via dal

piccolo bocchino d'ambra i rimasugli della sigaretta.

L'onorevole Oldofredi, malgrado la riputazione dongiovanesca e

spadaccinesca che s'era acquistata, non era nè un bello nè un forte

uomo: macchina d'ossa e di nervi mal connessa, aveva in tutta la

lunghissima persona uno sconquasso sgradevole, nella faccia un color

terreo antipatico, negli occhi una crudezza sciocca, e un dislocamento

di tutte le membra che lo faceva parere un automa ambulante a caso.

Sangiorgio, dal primo momento che lo vide, gli pose gli occhi addosso, e

non potè più lasciarlo. Una specie di attrazione dispettosa distraeva il

Basilisco dalle statistiche e dai libri di economia politica, e lo

spingeva verso il deputato marchigiano, ch'egli disprezzava e odiava,

per un istinto misto di regionalismo, d'amante e d'ambizioso. Lo guardò

fissamente, intanto che Oldofredi passeggiava, pensando con la penna

sospesa sulla carta. Quel Donchisciotte antipatico a tutte le donne,

ignorante, sciocco, inabile, che pure con tutte queste qualità negative

era sempre riuscito a farsi rieleggere, a far parlare di sè, ad avere

nella vita politica e nella vita mondana una posizione spiccata, gli

pesava sullo stomaco, come uno di quei cibi indigeribili contro di cui

si ha una ripugnanza istintiva.

Oldofredi era lo sciabolatore politico: dei suoi duelli non si parlava

più, se non vagamente, come di qualche cosa confusa e lontana, poichè da

parecchi anni nessuno aveva più osato provocarlo; ma non c'era questione

personale ove egli non fosse chiamato come padrino, o come arbitro, o

come consigliere; ma non c'era, fuori o dentro la Camera, una più sicura

e più salda autorità cavalleresca. Ciò dava a quel brutto e volgare uomo

un'aureola romantica, e diceva la cronaca pettegola che le donne

volentieri posavano i desiderii indecisi ai piedi di quel Rolando

marchigiano, che appariva ad esse come un campione formidabile contro i

pericoli del peccato.

«Avete visto, per caso, l'amico Bomba, onorevole Sangiorgio?» chiese

Oldofredi, fermandosi innanzi allo scrivente.

«Io? No,» rispose l'altro, seccamente alzando il capo.

«Dove si sarà ficcato? Nell'aula non ci è: parla quell'asino di

Borgonero, sopra non so quali sciocchezze. Ho cercato l'amico Bomba

dappertutto: non può essere che qui, in compagnia di quell'imbecille di

Giordano Bruno. Ci credete voi, Sangiorgio, all'esistenza di Giordano

Bruno?»

«Io? Sì,» fece l'altro seccamente.

Sangiorgio guardava Oldofredi, fisso, con una freddezza di sguardo che

avrebbe fatto tacere un chiacchierone meno vanitosamente distratto, ma

quell'altro passeggiava, guardava in aria, aveva accesa un'altra

sigaretta, dimenava quel suo lungo e antipatico corpo dinoccolato,

empiendo di rumore quella cheta stanza da studio. Di già, dalla

stanzetta accanto, a destra, l'onorevole Gasperini, il toscano dalla

barba bianca, dal sorriso arguto e dagli occhi fini dietro gli occhiali,

si era affacciato due volte, lasciando a mezzo certe teorie di finanza:

e si era stretto nelle spalle, infastidito, al chiasso dell'onorevole

Oldofredi. Costui, arrivato innanzi all'altra porta che dava sulla

stanzetta a sinistra, sogghignò, ritto sulla soglia, appoggiato allo

stipite, con le mani in tasca: nella stanza a sinistra, l'onorevole

Giroux, un vecchio lento e grave, con le palpebre socchiuse, l'aria di

addormentato, leggeva in un librone legato in pergamena. Oldofredi

sogghignava. Poi, accostandosi di nuovo al tavolino di Sangiorgio,

disse, sghignazzando ancora:

«È di là, sapete, con Copernico.»

«Chi?» chiese l'altro, con la medesima solita durezza.

«Giroux. Non bastandogli di seccare la gente con le sue fandonie

filosofiche, ha inventato quelle di Copernico. Chi sarà questo

Copernico? Ma... Giroux giura di averlo conosciuto, a Torino: anzi era

_carbonaro_.»

E scoppiò a ridere. Egli non vedeva, Oldofredi, la prepotente e ostinata

espressione di disprezzo sulla faccia di Sangiorgio: non vedeva quel

lieve tremito nervoso che faceva ballare la penna nelle dita del

deputato meridionale.

«E dall'altra parte ci è Gasperini, l'ex-segretario, che certo sta

rileggendo gli atti del Parlamento inglese, per poter domani parlare

contro Giroux. Che ne dite?»

«Io? Niente.»

«Ora prendo con due ditini Gasperini, e lo porto nelle braccia di

Giroux: così la riconciliazione sarà fatta, Copernico e Bentham la

benediranno, e la finanza, nonchè l'agricoltura italiana andranno sempre

allo stesso modo, cioè malissimo.»

Diceva questo ad alta voce, noncurante che quei due lo ascoltassero.

Sangiorgio guardò le due porte, come per esprimere questo timore;

Oldofredi intese.

«Non odono, no. Quando Giroux è con Copernico, non sente nulla, e

Gasperini è smarrito nella finanza inglese.... E anche se sentissero!»

Fece la sua stretta di spalle da bravaccio, uno dei suoi gesti che gli

avevano procurato la riputazione di un uomo coraggioso.

«Potrebbero rispondervi,» osservò con un tono equivoco Sangiorgio.

«Ma che! Non risponderebbero affatto. Piuttosto se la legherebbero al

dito, per rinfacciarmela più tardi, nell'aula, in un corridoio, in un

giornale: così si usa, in politica. O piuttosto, cercherebbero

dimenticare anche questa, come tante altre hanno dimenticate. Voi siete

novello, mi pare: vi restano molte cose da imparare. Una, vedete, ve la

insegno io: in politica non si risponde mai subito, mai in faccia, mai

direttamente. O si dimentica o si aspetta.»

«E se vi rispondessero subito?» replicò Sangiorgio, sempre più freddo.

«Ma che! Figuratevi, mio caro deputato novello, che da cinque anni a

questa parte vado dicendo tutta la verità, a tutti quanti, su fatti,

uomini e avvenimenti, gridando, strillando, per sollievo del mio fegato.

Avesse qualcuno il coraggio di difendersi, di rispondermi sulla faccia!

Nessuno, nessuno, caro il mio deputato nuovo.»

«E perchè?» domandò Sangiorgio, tenendo gli occhi fissi sulla carta dove

aveva scritto come se meditasse.

«O bella! perchè i vecchi hanno esaurito la quantità di coraggio che

avevano, se ne hanno mai avuto: e i giovani non hanno ancora cominciato

a usare la propria, se ne avranno mai una.»

«Voi credete, Oldofredi?»

«Perdio! se lo credo. La Camera è vigliacca.»

«No, onorevole Oldofredi.»

«Vigliaccheria e compagni! ecco la ditta.»

«Vi assicuro di no, Oldofredi.»

«Mi smentite, mi pare.»

«Sicuramente.»

«Voi mi smentite?»

«Io, proprio io.»

«Voi volete provarmi che la Camera non è vigliacca?»

«Sissignore.»

«Io abito in Via Frattina, 46, pranzo alle _Colonne_ e vado all'Apollo,

questa sera.»

«Va bene.»

«Buon giorno.»

«Buon giorno.»

Oldofredi si strinse nelle spalle, scosse la cenere della sigaretta e

uscì, dimenando la sconquassata persona. Sangiorgio intinse la penna nel

calamaio e ricominciò a scrivere. Quelli della stanza accanto non

avevano udito nulla: tanto più che il dialoghetto era avvenuto sul tono

ordinario di voci. Gasperini sfogliava i bilanci della finanza inglese,

Giroux s'immergeva in Copernico, e Sangiorgio ricavava delle note dalla

_Storia dell'Internazionale_ di Tullio Martello.

La conquista di Roma · 第 18 / 31 题