Il principio della questione si era manifestato due giorni dopo la festa
dello Statuto, inopinatamente. In un paese d'Italia, in quella domenica
di festa patriottica, la giunta municipale e il consiglio comunale, in
parte, avevano dato la prova più manifesta di un repubblicanismo
avanzato: i consiglieri monarchici si eran subito dimessi, telegrammi
erano giunti ai deputati, ai giornali, agli uomini influenti, il caso
era diventato grave, in un momento.
Era già l'estate e le sedute si trascinavano lente e fiacche: la
politica estera si era già addormentata del suo sonno estivo: leggi
importanti non ve ne erano; lo scoppio, dunque, fu improvviso,
inaspettato, bene accolto, tutti vi s'interessavano. Gli amori fra la
Camera e il Ministero si erano illanguiditi, come tutte le passioni
corrisposte e soddisfatte; la gran sazietà empiva di nausea costoro che
si erano troppo amati; e il principio della lite che sempre più si
complicava, fu il colpo di frusta che risvegliò gli amanti disgustati e
sonnolenti. Non avevano più voglia, nè più forza di amarsi con furore:
la ritrovarono per litigare, per insultarsi, par darsi a una guerra di
sospetti, di maldicenze politiche, di calunnie private. Il maggior
accusato era il ministro dell'interno, che, obbedendo a un suo ideale
amore della libertà, non aveva voluto sciogliere il municipio di quel
paese.
Uomo profondo, d'idee larghe, di un grande carattere, abituato a
considerare le questioni politiche con un'ampiezza che la meschinità
degli altri uomini politici non perdonava, elevandosi sempre a un ordine
di concetti molto superiore, egli aveva detto che bisognava rispettare
la libertà della coscienza politica: in privato, ridendo un poco della
gravità inusata che si dava a questo caso, aveva detto, come i monatti
di Milano a Renzo Tramaglino: andate là, andate là, non saranno questi
piccoli assessori camuffati da Erostrati, che abbruceranno il tempio
delle istituzioni. Rispondeva a tutti che l'affare era di poca
importanza, e alle facce serie, preoccupate, di coloro che lo venivano a
interpellare, opponeva la sua serenità di uomo superiore, che pareva una
_posa_ ed era l'intima sicurezza di una coscienza quieta.
Ma intorno a lui, sottomano, trapelante, ferveva il desiderio della
crisi: tutti i malcontenti, tutti gli ambiziosi a cuore aperto, tutti i
mediocri, tutti gli sciocchi invidiosi, tutti i cretini presuntuosi si
agitavano, si radunavano, si davano convegno, discutevano, mettendo
insieme la mediocrità e l'invidia, l'ambizione e la presunzione, il
malcontento e la cretineria. Si strillava al caffè, si perorava nelle
trattorie, si ordivano piccoli complotti parziali nei salottini delle
case mobiliate dove i deputati alloggiavano, si aveva l'aria di
congiurati davanti ai piccoli tavolini che il liquorista Ronzi e Singer
mette innanzi alle sue botteghe, nell'estate, a Piazza Colonna.
Ogni giorno, alla stazione, da tutte le parti d'Italia, arrivavano
deputati, con una piccola valigia: la valigia della settimana di crisi,
dove la moglie mette quattro camicie, sei fazzoletti, le pianelle, una
spolverina, giacchè il deputato verrà via subito, in qualunque modo.
Erano già in Roma trecentocinquanta deputati, numero eccezionale che le
più palpitanti sedute invernali non arrivano mai a formare. E forse,
ognuno dei trecentocinquanta aspettava, credeva, voleva, desiderava, era
sicuro di diventar ministro, per la crisi.
Il ministro, l'uomo forte e buono e sapiente, o non sentiva, o sentendo,
non dava molta importanza a questo crescente tumulto di crisi.
«Non vi sarà crisi,» rispondeva, sorridendo, a coloro che lo
interrogavano amichevolmente. «Non vi sarà crisi,» soggiungeva a chi
glielo affermava con una certa aria di protezione preoccupata.
In fondo, egli conosceva il mondo politico e gli uomini che lo
compongono: sapeva bene che il presidente del consiglio era con lui, che
eran con lui gli altri sette ministri, che questo corpo vigoroso di nove
individui non si sarebbe fatto scalzare, così, senza una ragione al
mondo, perchè un municipio non ha voluto firmare un indirizzo al re e ha
levato la croce dalla bandiera tricolore. Egli conosceva bene la
passione furibonda dei suoi otto colleghi pel potere, la tenacia di
quelle ostriche attaccate allo scoglio; per arrivarci avevan dovuto
soffrire e agonizzare politicamente, sarebbero morti prima di andar via.
Egli sorrideva, pensando quanta forza può dare la debolezza: sorrideva,
ed era sicuro.
E passava a un giro d'idee più morale: lo scetticismo non aveva
intaccato certe sue nobili credenze, la sua fede nella coscienza umana
non era ancora scossa. Egli sentiva che questo culto supremo della
libertà era l'amore di tutte le intelligenze, di tutti i cuori italiani:
egli sapeva che gli stessi meschini possono per un istante traviare
questi cuori e queste intelligenze, ma che di fronte alla grandezza di
un'idea, tutto sarebbe scomparso.
Invano, ogni tanto, arrivavano sino a lui i soffi maligni, le voci
calunniose, le notizie false o falsificate; invano, qualche vero amico
gli suggeriva di diffidare, di considerare la situazione da pessimista:
il ministro dell'interno conservava quella sua spiritualità appena
appena velata di amarezza, egli non poteva esser vinto; moralmente e
materialmente, si sentiva saldo, stretto coi colleghi, fatto forte da
una causa generosa. Non voleva sentire lo sviluppo della crisi
parlamentare, il ministro: eppure in quella grande caldaia politica
bollivano tutti i temperamenti, e tutti i caratteri delle regioni
italiche si manifestavano. I Siciliani si davano a quella loro foga
simpatica, mescolata d'ironia e di buon senso; i Napoletani gridavano e
gesticolavano; i Romani aspettavano, attenti, temporeggiando, sapendo il
momento in cui dovevano intervenire; i Toscani ridevano dietro gli
occhiali, sogghignavano sotto i baffi, ambiziosi, mefistofelici, burloni
di sè stessi e degli altri; i Lombardi si aggruppavano, un po' solitari,
un po' aristocratici; i Piemontesi e i Liguri andavano e venivano, si
agitavano, senza parlare, intendendosi a occhiate. Ma i più ardenti, i
più ribelli, i feroci, erano i rappresentanti delle piccole province,
gli Abruzzi, le Marche, le Romagne, la Campania, le Calabrie, i rurali,
i rappresentanti le province che danno la vita e le ricchezze alle
grandi città, i deputati che veramente si appassionano alla politica,
che ci credono, che la stimano come la più grande potenza umana, che si
inebbriano come di un vino generoso.
Solamente, fra tanto tumulto represso, gli uomini della Basilicata non
si riunivano, non formavano gruppi, non parlavano, non si chiedevano
nulla e non rispondevano nulla, freddi e corretti. Il ministro, l'uomo
integro e nobile, era sicuro: non avrebbe mai temuto, in nessun caso; e
sorrideva.
Il giorno dell'interpellanza, quando il ministro dell'interno entrò
nell'aula, vi fu un lungo mormorio sui banchi. Egli se ne accorse, ma,
forte lottatore nelle piccole come nelle grandi cose, ebbe lo spirito di
non volgere gli occhi intorno, di non alzarli su alle tribune: pensò
subito, però, che la cosa era più grave di quello che gli era sembrata
sino al giorno prima. Anche il giorno prima, egli aveva detto, così, con
una certa noncuranza, al presidente del consiglio:
«Vi è molto rumore per quest'affare del municipio.»
«Calori estivi,» aveva risposto, sorridendo, il presidente.
«Ella è d'accordo con me?»
«D'accordo, naturalmente,» soggiunse l'altro, senza però stabilire su
che cosa.
«Crede che il discorso di don Mario Tasca sarà importante?»
«Uno dei soliti discorsi.»
E si parlò d'altro. Gli altri colleghi si erano mantenuti in un grande
riserbo: solo Vargas, il ministro delle belle arti, il vecchio asciutto
e segaligno, disseccato da una divorante ambizione, aveva fatta qualche
opposizione vaga, a cui aveva risposto vagamente il ministro
dell'interno. Le cose erano restate lì. Ora, nella Camera, egli si
accorgeva che la giornata sarebbe stata bollente. Sfogliando certe sue
carte, con gli occhi bassi, egli sentiva, dal ronzìo parlamentare, che
vi dovevano essere almeno quattrocento deputati: alzò gli occhi alla
tribuna diplomatica, la contessa di Santaninfa, la bella pensierosa,
vestita di nero, chinava gli occhi malinconici sull'aula; la contessa di
Malgrà, la pallida bionda seducente, aveva quel giorno un cappellino di
paglia di oro e non lasciava mai di considerare l'aula attentamente. La
tribuna degli impiegati era piena: in quella dei giornalisti una
triplice fila di teste si piegava curiosamente.
— Fiutano l'odore della polvere, — pensò lui.
E guardò i suoi due o tre colleghi ministri, come se volesse dir loro
qualche cosa: ma costoro avevano l'aria così indifferente, che egli non
disse più nulla. Solo guardò la Camera: essa si era chetata, ma aveva
un'aria dura e solida, una massa profonda di quattrocento persone che
tacciono, aspettando. E dopo una quindicina di minuti, alle tre,
l'oratore della destra, don Mario Tasca, cominciò a parlare dal più alto
banco del penultimo settore, in mezzo a un silenzio di grande chiesa
vuota: pianamente, il presidente del consiglio era entrato nell'aula e
si era seduto alla punta del banco dei ministri. Don Mario Tasca, il
vecchio bianco, dal collare di barba candido, dalla pelle rosea, parlava
con una eleganza di forma, con una rotondità di periodo che talvolta il
gesto della mano, circolare, accompagnava e compiva, come il movimento
di una piccola ruota. Il discorso filava, filava, dolcissimamente, senza
mai un abbassamento di voce, senza un'esitazione, come un canto
d'usignuolo: l'oratore non guardava il ministro, guardava in aria, come
un _virtuoso_; non si chinava mai a guardare le sue note, come uno che
conosca la sua parte a memoria. Ma in tutta quella dolcezza esteriore,
il discorso suonava di rampogna: l'oratore non parlava nè di persone, nè
di fatti, ma pur restando in una certa vaghezza di termini, diceva che
erano state offese certe istituzioni e certe idee, a cui sin allora
niuno aveva toccato. Era un discorso senza ingiuria, un po' nebuloso,
forse, ma accusava: taceva i nomi, ma feriva le coscienze.
Il ministro ascoltava attentamente e ogni tanto sogguardava il
presidente, che non si voltava mai dalla sua parte: gli altri ministri
ascoltavano con attenzione profonda don Mario Tasca, che continuava
nella bella fluidità della sua prosa: i deputati tutti rivolti verso la
destra ascoltavano: lassù tutto il pubblico delle tribune si piegava ai
parapetti: le due contesse, la bruna e la bionda, pareva che sorbissero
le parole di don Mario Tasca.
Costui parlò per un'ora, appena appena pigliando fiato, senza bever mai,
senza che mai il timbro della sua voce si alterasse di colorito. Egli
incalzò il ministro, negli ultimi periodi, più brevi, sempre rotondi, a
ruote sempre più concentriche, a rispondere se voleva continuare in
questo dannoso sistema di noncuranza, di lasciar fare, di lasciar
passare. Un lunghissimo, lunghissimo mormorìo di approvazioni salutò don
Mario Tasca.
Il ministro, prima di rispondere, interrogò con l'occhio il suo
presidente: ma costui scriveva; era inutile. Allora egli si alzò e
rispose con molta pacatezza, con molta giustezza, riducendo la questione
ai suoi termini minimi, dichiarandola di poca importanza, attenuando e
sfrondando tutti i fatti, ricorrendo a una quantità di ragioni piene di
buon senso, rinunziando al gonfiamento delle grandi frasi, che egli
credeva inopportune. E discorrendo placidamente, si guardava attorno,
interrogava i volti dei deputati, quasi volendone ricavare in loro
approvazione. Ma i volti non si rischiaravano, chiusi, molto
malcontenti: i deputati non erano soddisfatti, no, erano venuti
nell'aula esaltati da otto giorni di discussione e di aspettazione, la
questione era molto grave, il ministro voleva cambiar loro le carte in
mano, riducendola a un piccolissimo affare.
Invano egli prodigava certe sue finezze di talento ingegnoso, certe sue
risorse stringenti e lucide di logica: egli continuava a sbagliare la
nota, non avendo intesa l'intonazione di quel giorno, non comprendendo
che il vento era alla grande rettorica delle giornate di crisi. Sentiva
lo scontento, ma non ne capiva il perchè: gli pareva sempre di poter
vincere questa battaglia con le semplici armi della ragione, — ma un
silenzio glaciale regnò nell'aula, alla fine della sua risposta. Poi
Niccolò Ferro, il deputato radicale, chiese la parola. Il ministro
aggrottò lievemente le sopracciglia: in quel minuto si accorgeva del
pericolo.
Niccolò Ferro, l'oratore migliore della estrema sinistra, il parlatore
lucido, freddo, imperturbabile, forte nella logica, come forte nella
rettorica, chiarì così limpidamente la situazione, che non vi fu più
dubbio. La dimostrazione di quel municipio era rialzata al suo vero e
grande valore, era un segno del tempo, niuno avrebbe osato mai violare
la libertà delle coscienze, sino a voler proibire o punire queste
manifestazioni. Egli parlò della tradizione storica dei Comuni, di tutto
il lungo sforzo italico per giungere a questo stato di libertà, ancora
incipiente, ma che presto avrebbe avuto un largo sviluppo. Un
consigliere è un uomo, è un cittadino: egli pensa come crede e agisce
come pensa. Le istituzioni non decadono per mano degli uomini, ma
decadono per la loro naturale corruzione: non sono gli uomini che le
uccidono, ma le nuove idee che le distruggono. Fatalmente esse si
imputridiscono pel germe morboso che contengono: nulla le salverà mai,
quando il corrompimento è così avanzato. In fondo Niccolò Ferro era
scontento e contento del ministro: lo dichiarava apertamente. Scontento
perchè lui, uomo di libertà, aveva voluto quasi mettere in ridicolo la
coraggiosa e audace manifestazione di quel municipio che agiva a viso
aperto: contento, perchè sapeva bene che la fede antica non vacilla mai
nel cuore degli uomini integri, malgrado le allucinazioni tiranniche del
potere — ed era sicuro che giammai un atto di repressione sarebbe
partito dalla volontà dell'illustre uomo.
L'illustre uomo aveva inteso tutto, torcigliandosi un po' nervosamente
il mustaccio bigio: guardava Niccolò Ferro, il suo amico, con molta
dolcezza, senza un rimprovero. Si sentiva affogare: sentiva lo sgomento
della Camera innanzi all'audacia novella del partito radicale; sentiva
l'equivoco in cui tutti lo volevano trascinare, amici e nemici, e contro
il quale non poteva difendersi. Nè poteva dichiararsi solidale con
Niccolò Ferro, nè combatterlo: e solidale, pel suo silenzio, lui, il
ministro della Corona, tutti lo avrebbero creduto. Sentiva, in quel
momento, il lungo errore di una politica troppo leale, solamente fondata
sulla verità, solamente inspirata agli alti principii, astratta dalle
persone e dai fatti, quindi poetica e fallace: una politica così poco
pratica, che, ecco, prestava il fianco indifeso alla destra e alla
sinistra. Tutto questo capiva l'illustre uomo; ma non poteva dire nulla.
Forse, in quel frangente, il vecchio presidente del consiglio, parlando
lui, con quella sua temperante bonomia poteva salvar la posizione: egli
poteva metter a suo posto le paure mistiche e canore di don Mario Tasca,
come le spavalderie intempestive di Niccolò Ferro. Ma il vecchio
presidente leggeva una lettera, placidamente, come se si trovasse nella
pace del suo gabinetto e non nel tumulto dell'aula.
La parola fu data all'onorevole Sangiorgio e subito l'assemblea si
chetò; il presidente del consiglio alzò la testa canuta, e guardò
fisamente il deputato di Basilicata, come se volesse leggergli
nell'anima: il ministro dell'interno respirò, sollevato, immaginando che
quanto nè lui, nè il presidente avevano detto, lo avrebbe detto
Sangiorgio. Era intelligente, amico sicuro del ministero, non poteva che
rimettere le cose al loro posto.
Invece, dalla prima frase crudele, l'onorevole Sangiorgio cadde addosso
brutalmente alla politica interna, con un furore concentrato. Avevano
detto troppo poco don Mario Tasca e Niccolò Ferro, come attacco e come
difesa: le cose erano diversamente gravi, da un anno a questa parte; il
più profondo disordine regnava nella politica interna, non vi era più
nessuna guida, non vi era più freno, i pubblici funzionari agivano a
casaccio, o non agivano punto, non avendo ordini. La politica interna
era fondata sull'equivoco e sulla noncuranza colpevole: le teorie
elastiche di libertà vi portavano la rovina. E questo tono acuto, quasi
tragico, di attacco, doveva essere indovinato, era quello della
giornata, perchè ad ogni frase la Camera mormorava per approvazione.
Sangiorgio citò fatti: non era soltanto quello che dava da pensare, nè
il primo; disse il numero delle associazioni repubblicane che in un anno
era cresciuto a dismisura; citò i comizi che si moltiplicavano
dappertutto; e gli atti di ribellione, non di quel solo municipio, non
di quella sola Giunta, ma di altri pubblici funzionari; parlò di un
prefetto che aveva consentito ad assistere ad un banchetto, dove era
stato proibito di brindare al re, — e il ministro dell'interno, malgrado
lo sapesse, malgrado gli articoli dei giornali monarchici, non aveva
punito quel prefetto. I prefetti, i questori, i delegati, lasciati in
balìa delle loro opinioni, della propria volontà, si abbandonavano ad
atti di autoritarismo o di debolezza inqualificabile: ma la nota
principale era la indolenza, una trascuraggine colpevole. Da Roma non
partiva una circolare energica, mai: i rapporti dei più zelanti
funzionari restavano senza risposta, o avevano una risposta ambigua: a
Roma si facevano una quantità di deduzioni filosofiche e sociali, ma
nessun atto di volontà. La Camera approvava tanto forte, che il suo
presidente dovette due volte richiamarla all'ordine. Sangiorgio parlava
con una speciale durezza di voce, con una brevità di accento e di frasi,
con una tale aridezza di forma, che le più piccole cose facevano
effetto: e parevano, quei fatti, tanti scatti di un'arma infallibile,
tutti colpivano al segno, implacabili.
Era un atto di accusa, una requisitoria compilata con la crudeltà fredda
di un magistrato, dalla collera legale e morale. Sangiorgio aveva la
faccia rude e concentrata, i lineamenti immobili, non sorrideva, non
gesticolava, non ricorreva a nessuna delle solite astuzie dell'oratore:
pareva così profondamente sicuro e compenetrato della sua causa, che
solo l'enunciazione precisa e glaciale bastava. Non faceva commenti, o
quasi mai: era una enumerazione di fatti, passava dall'uno all'altro,
dicendo, ogni tanto: _ma non basta, vi è dell'altro_. Questa frase,
ripetuta ogni tre o quattro minuti, monotona come un ritornello tragico,
faceva una grande impressione: dei brividi nervosi parea corressero
lungo la spina dorsale di quel grande corpo che era la Camera.
L'aria parlamentare era carica di elettricità: nessuno scriveva, nessuno
leggeva, tutti erano rivolti verso l'oratore, dei gruppi di ascoltatori
si erano fermati sotto il suo settore; della gente era financo
scaglionata sulla scaletta, quasi volesse bere le parole di Sangiorgio,
in una esagerazione di attenzione. Lassù, nella tribuna diplomatica, la
già bella, e ancora bella contessa Lalla D'Ariccia, il più sicuro
barometro della crisi, era comparsa: ella non veniva che nei giorni di
elettricità. Donna Luisa Catalani chinava la piccola testa fasciata da
una veletta bianca, e, accanto a lei, donna Angelica Vargas piegava la
bella faccia senza velo, tutta rossa ai pomelli, quasi esaltata dalla
curiosità.
L'oratore riassumeva, con una forza di sintesi martellante
sull'uditorio, tutto quello che aveva detto: e senza aggiungere
osservazioni, senza chiedere risposta, senz'aspettarne, con un disprezzo
di qualunque argomento, detto da qualunque avversario, propose,
leggendolo, il seguente ordine del giorno:
«La Camera, disapprovando la politica interna del ministero, passa
all'ordine del giorno, — Francesco Sangiorgio.»
Nel rapidissimo minuto di silenzio, si udì, chiaro, nitido, pronunziato
dall'on. Schuffer:
— Perdio!
Poi sorse un tale vocìo, così alto, così irrefrenabile, che per cinque
minuti il presidente scampanellò invano. Si discuteva nell'aula, sulle
scale, nell'emiciclo, nei banchi, nelle tribune, dapertutto: le signore,
da quella diplomatica, guardavano, guardavano, prese forse anche esse da
un tremito nervoso.
E il forte e onesto uomo, che era ministro dell'interno, aveva ricevuti
nel petto, senza muoversi, i colpi dell'onorevole Sangiorgio, quasi
ammirando la forza del suo avversario: solo, verso la fine, come lo
scioglimento di quella posizione si approssimava, un dubbio crescente lo
assaliva. Dopo quell'attacco così vigoroso, fatto dal centro, da un
ministeriale, da un uomo che aveva mostrato aver tendenze democratiche,
la situazione era così grave, che solo la parola del presidente del
consiglio poteva chiarirla. La difesa spettava al più vecchio, al capo,
all'antico parlamentare. E un sospetto, sì, un nuovo sospetto,
amarissimo, saliva dal cuore al cervello del ministro dell'interno: in
quei cinque minuti di tumulto parlamentare, come quelle piante velenose
del tropico che crescono in una notte, il sospetto gli si allargò
nell'anima, immenso. Egli guardava il vecchio presidente, fiso fiso,
come se volesse strappargli la verità, e temendo che una qualche
emozione gli velasse la voce, non gli parlò, non gli chiese nulla: lo
guardava, soltanto, aspettando che uscisse da quel silenzio, che
scotesse quell'inerzia, che rivivesse, poichè dalla mattina pareva
morto. Ma il presidente taceva e scriveva, carezzandosi con l'altra mano
la barba. Allora il ministro, cedendo a un impeto del suo temperamento
sanguigno, si piegò sul banco, per leggere che cosa scriveva il
presidente. Niente scriveva: disegnava un pupazzetto, con molta
attenzione di disegnatore, e si carezzava la barba con l'altra mano. E
il ministro dell'interno si rifece indietro, calmo a un tratto, un po'
pallido, senza sospetto. La certezza era venuta, innegabile. Egli sentì
l'abbandono, sentì il tradimento. I colleghi, il presidente lo
lasciavano cader solo. Erano già staccati da lui, come si fugge il
morto, per nausea del puzzo.
Certo, il tradimento era completo, erano essi che avevano voluto
liberarsi di lui, come di un braccio ammalato o di una gamba cancerosa.
E la Camera non voleva più saperne di lui: lo sentiva. Quando il
presidente della Camera gli dette la parola, per replicare, si udì la
onesta e tranquilla voce dell'illustre uomo dire:
«Non ho nulla da aggiungere; accetto l'ordine del giorno Sangiorgio.»
Alla votazione egli ebbe trenta voti contro. Il ministro dell'interno
era caduto.
Dopo otto giorni, il giornale officioso del ministero e tutti gli altri
in seguito scrivevano:
«È quindi assicurato che nel rimpasto ministeriale, don Silvio Vargas
passa dal ministero delle belle arti a quello dell'interno. L'onorevole
Sangiorgio, invano pregato di prender parte alla nuova combinazione, ha
sempre rifiutato ed è partito per la Basilicata.»