L'ultimo veglione, l'ultimo martedì di carnevale, al Costanzi. La gente
minuta che di carnevale ha solo il veglione pel divertimento serale,
tutti gli studenti che hanno ancora dieci lire in saccoccia, tutti
gl'impiegati che si abbandonano a una piccola orgia onesta, tutt'i
commessi di negozio la cui bottega restava chiusa il domani, piccoli
avvocati e piccoli dottori, tutti costoro e altri ancora, sfilavano,
dalle dieci, attraverso le quattro porte rosse, che non si richiudevano
mai. Nel corridoio terreno, i guardarobieri perdevano un po' la testa,
numerando soprabiti e pellicce, unendo sciarpe, veli, bastoni e scialli
in pacchetti. La vastissima platea ingoiava gente, sempre, e non pareva
mai piena, malgrado quel brulichìo di persone, di colori vivi a fondo
nero. La gente si dava a quell'eterno passeggio circolare che è la nota
caratteristica del veglione romano. Ventiquattro pulcinella, una
chiassosa compagnia di giovanotti, tenendosi per la camicia bianca, l'un
dopo l'altro, correvano attraverso la sala, ridendo e gridando, come una
valanga di neve che precipiti, roteando. In mezzo alla sala, in un largo
circolo, erano riunite una quantità di mascherette femminili, per lo più
con una vesticciuola bianca e corta, una vera blusa infantile, stretta
un po' alle ginocchia da un largo nastro azzurro o rosso, con la
cuffietta bambinesca sul capo e un giocattolo tintinnante in mano:
l'economico, carino e provocante costume di _donna Juanita_, nell'atto
della Giamaica. Venute in buona compagnia, queste mascherette non
lasciavano mai il loro cavaliere; appena l'orchestra, dalla tribuna
elevata sul palcoscenico, dietro la grande fontana zampillante,
preludiava per una _polka_, le coppie si mettevano a girare, con una
gravità singolare, misurando il passo, strisciando per non urtarsi,
ballando con coscienza; quando la musica cessava, si fermavano di botto,
come sorprese: il cavaliere offriva il braccio alla dama, e senza
scambiare una parola, si davano alla passeggiata circolare; alle nuove
prime battute penetravano nuovamente nel circolo e ballavano ancora, con
una ostinazione quasi doverosa, mentre intorno a loro tre file di
spettatori ammiravano.
Tre ragazze, vestite di lana nera, con certi grembiuli bianchi e certi
immensi cuffioni di mussola bianca, si tenevano a braccetto e con un
filo di voci sottili, agitando le manine calzate di guanti neri,
andavano intrigando mezzo mondo. In un palco di seconda fila, un domino
femminile, scarlatto, di raso, con un cappuccio a cresta di gallo, se ne
stava solo, quieto, tenendo lungo il parapetto un braccio tutto rosso,
financo nel guanto. Qualche altro domino femminile elegante e misterioso
appariva qua e là: uno svelto, tutto azzurro, con un grande cappello a
forma di conchiglia schiusa; un altro di raso nero, col capo avvolto in
una blonda nera veneziana; una opulenta persona che lasciava vedere, dal
domino aperto, di broccato fiamma e oro, un vestito di broccato crema: e
altri ancora, seguiti da giovanotti che cercavano d'indovinarne la
figura. Ma la massa era formata dalle oneste famiglie borghesi, padre e
madre, figliuoli e figliuole, che venivano al veglione come a uno
spettacolo notturno di passeggiata, col vestitino di lanetta scura, il
colletto bianco, il cappellino nero piumato, e incontrandosi fra loro,
si fermavano, si salutavano, chiacchieravano, spassandosi con quella
serenità della borghesia romana che non si esalta mai.
La calca si faceva fittissima innanzi alle due _barcacce_ (palchettoni
di proscenio), dove i soci del _Club delle Cacce_, in marsina, cravatta
nera, gardenia all'occhiello, da una parte, gli ufficiali di cavalleria,
dall'altra, si piegavano a parlare, a ridere con gli amici che passavano
in platea.
Quando Francesco Sangiorgio entrò nell'atrio e comprò un biglietto di
ingresso, erano le undici e mezzo. Una figura femminile avvolta in una
stoffa ricamata, con la testa coperta e il volto nascosto sotto una
trina bianca, gli disse, con una voce finissima:
«Oh caro Sangiorgio, buona sera, perchè sei malinconico?»
«Perchè non ti ho riconosciuto ancora, carina».
«Tu non mi conosci, tu non devi conoscermi, tu non mi conoscerai mai. Io
lo so, perchè sei malinconico, Sangiorgio. Te lo dico in un orecchio:
sei innamorato».
«Di te, cara».
«Mi fai ridere: sei troppo galante: non si usa, al veglione. Sii
brutale, te ne prego; ne va del tuo decoro. Senti ancora: il Ferrante
non è più candidato a membro della commissione del bilancio. Si parla di
te: te lo avverto; sii cauto».
Egli restò colpito. Il domino sfilò tra la folla e scomparve. La notizia
lo aveva meravigliato molto: non se l'aspettava. Che ne aveva ricavato
dal suo grande discorso? Una discussione lusinghiera col capo della
destra, don Mario Tasca, l'oratore freddo, mite ed elegante, il moderato
socialista, l'uomo politico che aveva perduto il proprio partito per la
nebulosità delle proprie tendenze. E poi saluti, presentazioni, strette
di mano. Il ministro, rispondendo, aveva reso omaggio all'avversario, ma
aveva insistito sulla proposta, e la Camera aveva votato il bilancio con
una forte maggioranza. Chi si occupava più del suo discorso? L'onorevole
Dalma glielo aveva detto, con quel suo poetico cinismo parlamentare:
— In politica tutto si dimentica. —
Nel vestibolo, dove le coppie passeggiavano, tenendosi a braccetto,
discorrendo, dove gruppi di giovinotti si consultavano finanziariamente,
per metter su una cena, dove i domino solitari andavano su e giù
aspettando qualcuno che non veniva, Sangiorgio incontrò l'onorevole
Gullì-Pausania. Il deputato siciliano era addossato al muro, aspettando
anche lui, elegante e corretto nella marsina di meridionale galante, con
la barbetta castagna tagliata a punta, con gli occhi verdini che
cercavano nella folla e il _gibus_ che nascondeva la calvizie precoce,
per cui molte donne lo amavano.
«Oh caro Sangiorgio,» disse Gullì, con un forte accento siciliano:
«solo, solo, al veglione!».
«Solo: non aspetto nessuno, nessuno mi aspetta e l'onorevole mio collega
Gullì-Pausania non mi imita, certo....»
«Che ci volete fare?» rispose, ridendo, Gullì, «passiamo la vita ad
aspettare.....»
«Non la stessa persona, sempre, per fortuna».
«Oh no, sarebbe troppo grave... Nessuna notizia politica?»
«Nessuna, caro collega. Buon divertimento!»
«Grazie,» fece Gullì-Pausania, sorridendo con la sua fine aria
voluttuosa.
Sangiorgio entrò. Le palpebre gli battevano sugli occhi abbarbagliati.
Il teatro, nelle sue tre file di palchi, sulle gallerie, sul
palcoscenico, era strabbocchevolmente illuminato, e il fondo bianco
della sua decorazione ne raddoppiava il fulgore: sul palcoscenico, lo
zampillo della fontana, altissimo, era colorato di rosso da un raggio di
luce elettrica. La sala era piena: arrivava ancora gente dagli altri
veglioni, dai caffè, dai ricevimenti, dai balli. Non era più permesso nè
di fermarsi, nè di camminare presto: Sangiorgio principiò col non veder
altro che le spalle di un alto signore robusto che camminava innanzi a
lui, a diritta l'orecchio rosso di una _ciociaretta_, a cui certo era
troppo stretto il lacciuolo della mascherina, a sinistra il profilo
sperso di una giovanetta alta e magra, con gli occhi malinconici. L'alto
signore guardava a destra e a manca nei palchi, movendo una testa dalla
zazzera bionda, ripartita da una diritta scriminatura. Una volta che
costui si fermò per poco a guardare in un palchetto di prima fila, pieno
di domino neri che se ne stavano immobili e zitti zitti, Sangiorgio gli
si trovò accanto. Era l'onorevole principe di Sirmio che portava il
titolo di Altezza Serenissima ed era il più ricco signore di Roma.
«Buona sera, onorevole signor collega,» disse il principe, con quella
sua voce liquida e lenta, con quel tono di stanchezza fredda che era una
delle sue originalità. «Credo sia la prima volta che capita in uno di
questi luoghi di corruzione dove tutti si danno a una virtù scrupolosa.
Una virtù scrupolosa, non Le pare? Le avran detto che noialtri della
capitale si fa una vita sfrenata: invece, come vede, noi si gira in
tondo, con molta lentezza, _pour le bon motif_, poichè noi si cerca la
moglie, che dev'essere in un palco con sua sorella. Intanto si va tra la
folla, come vede, per sentire e sapere. Sento dirmi da tutti che son
democratico... e ubbidisco. Lei fa della politica, onorevole collega?
_Ce n'est pas le bonheur_, ma infine... io non ne fo più, da tempo
immemorabile. Il capo del mio partito è don Emilio Castelar: io sono
repubblicano spagnuolo. Se ne maraviglia?»
Francesco Sangiorgio sorrise e non rispose, il che fece piacere al
principe, poichè egli non amava troppo i parlatori e gli interruttori:
con quel suo discorrere molle molle, una interruzione lo seccava.
«Ah! ecco la moglie,» riprese Sirmio. «Chi sta nell'altro palco, accanto
a lei? Ah! è il ministro degli affari esteri con le sue figliuole, la
Grazia e l'altra che dovrebbe chiamarsi Giustizia, ma si chiama
Eleonora. La freddura non è mia, è di un giornale. Buona notte,
onorevole collega».
«Buona notte, principe».
Sangiorgio, invece di fare il giro minore intorno alla sala, faceva il
giro maggiore, ascendeva verso il palcoscenico, dove, dall'una parte e
dall'altra, lungo le quinte, stavano dei tavolini e delle sedie, e
tutt'intorno famiglie intiere borghesi che bevevano delle gassose, o
delle coppie inseparabili e annoiate che, non osando dividersi, bevevano
una tazza di birra. Egli rasentava la fontana che adesso la luce
elettrica tingeva di violetto, un colore delicatissimo, e passava fra la
vasca e il grande specchio del fondo, sotto la tribuna dell'orchestra.
Questa, a un tratto, scoppiò sul suo capo, con le prime note della
mazurka dei postiglioni del ballo _Excelsior_, che era popolare in
quell'inverno. Vi fu un momento di fluttuazione dal palcoscenico alla
platea, come se tutte le teste ondeggiassero a quel ritmo vivace: la
gente rifluì verso la platea a veder ballare. In un angolo di quinta, a
sinistra, solo a un tavolino, l'onorevole Schuffer beveva della birra
guardando la gente coi suoi occhietti chiari dietro gli occhiali,
rizzando ogni tanto il nasetto sottile e il mento arguto.
«Oh caro collega,» disse Schuffer con la dolcezza dell'accento
veneziano; «prende una tazza di birra con me? Ma già Lei è napoletano, e
non gusterà la birra».
«Grazie, grazie, onorevole, non prendo nulla: sono entrato adesso.»
«Io, da un'ora, ma in un'ora quante gomitate nelle costole, quanti
spintoni, quanti piedi passati sui miei! Mi sono rifugiato qua per
evitare le occasioni: Lei già saprà che io sono sfortunato, in certe
cose.»
Sangiorgio sorrise: l'onorevole Schuffer, con la sua aria di giovanetto
biondino e furbettino dalla zazzeretta ricciuta, aveva già avuto tre
querele per ingiurie. Questo deputato, fatalmente, capitava ogni tanto a
dover litigare con una guardia, con un facchino, con un capo-stazione,
con un cameriere di caffè: e mentre a cento altri deputati accadeva lo
stesso senza veruna conseguenza, a farlo apposta, la guardia, il
facchino, il capo-stazione, il cameriere gli davano querela; onde, di
tanto in tanto, la Camera era chiamata ad accordare l'autorizzazione a
procedere.
«Io ho imparato a bere la birra, viaggiando, andando al Giappone,»
proseguì Schuffer. «Gran paese quello, onorevole collega! Là non ho mai
litigato con alcuno, glielo assicuro.... Onorevole, Ella è ministeriale:
voterà Ella i milioni al ministro della guerra?» soggiunse, come colpito
improvvisamente da un'idea.
«E Lei, onorevole Schuffer?» rispose, pronto pronto, Sangiorgio.
«Io?... Io?...» fece quello, sconcertato, «ci debbo pensare. Ne dovremmo
parlare, non Le pare? metterci un po' d'accordo: è una cosa grave: la
guerra mangia tutt'i quattrini della nazione».
«Non chieggo di meglio, ne riparleremo, sicuramente. Buona notte,
onorevole Schuffer.»
La mazurka dei postiglioni riscaldava il veglione: ora si ballava in tre
circoli, presso la porta della platea, in mezzo alla sala, sul
palcoscenico. Una mascherina vestita da ufficiale dei bersaglieri, col
cappello piumato sull'orecchio, le braccia nude che uscivano di sotto le
frange dorate delle spalline, i calzoncini stretti al ginocchio, ballava
con una ragazza vestita da diavolo, serie serie, respingendo quelli che
volevano dividerle. Ora anche i palchi erano stati occupati dalle
signore che venivano dai ricevimenti, dai balli: tutta la prima e la
seconda fila eran piene. In quello subito dopo la _barcaccia_, in prima
fila, vi era la bellezza delicata e gentilmente fiorentina di Elsa
Bellini, maritata a Novelli, e quella opulenta e biondissima di Lalla
Terziani: le due signore venivano dal Valle. Con loro stavano Rosolino
Scalìa, il deputato siciliano dall'aria militare, il piccolo principe di
Nerola, nuovo deputato per gli Abruzzi, un giovanottino dall'aria fine e
dal mustacchietto nero, il cavalier Novelli e Terziani, i due mariti.
«Onorevole Sangiorgio?» fece il piccolo principe, piegandosi sul
parapetto del palco.
«Onorevole collega?» fece quello, alzando il capo.
«Se vedete Sangarzia, non vi dispiaccia di dirgli che sono qui.....
Sapete chi porteranno, dopodomani, alla commissione del bilancio?»
«L'onorevole Ferrante, com'è naturale.»
«Non credo, non credo,» disse il principino, sorridendo maliziosamente.
Nell'andarsene, Sangiorgio sentì dire nel palco: giovane intelligente...
meridionale di talento..... Egli cercava Sangarzia nei palchi. Sempre in
prima fila, le due sorelle napoletane, le Acquaviva, maritate una al
deputato marchese di Santa Maria, l'altra al deputato conte Lapucci. La
contessa, bruna, vivacissima, con una bocca carnosa e colorita, con due
occhi folgoranti, era come il contrapposto di suo marito, un giovane
bruno ed esile, molto taciturno, molto pensoso, tenuto in conto di
orgoglioso, malgrado che fosse un deputato socialista. La coppia Santa
Maria era diversa: la moglie, biondina, ricciuta, con un visetto
giovanile e un vestito semplicissimo, l'aria candida: il marito, biondo,
con gli occhi socchiusi, molto indolente. La contessa Lapucci rideva
forte, la marchesa di Santa Maria sorrideva: il conte Lapucci guardava
la folla, silenzioso, coi due pollici ficcati nei taschini della
sottoveste, il marchese di Santa Maria chiacchierava sbadatamente con
l'onorevole Melillo, la testa forte finanziaria della Basilicata, il
cuore troppo debole con le donne, un celibato ostinato che lo rendeva
interessante a tutte le ragazze, di cui egli non si curava. L'onorevole
Melillo rispose con un gran saluto e un cenno protettore della mano al
saluto di Francesco Sangiorgio, e costui s'accorse che, per un momento,
nel palco si parlava di lui: l'onorevole Melillo diceva forse delle
belle speranze che dava il suo compatriota.
Nel palco presso la porta, la segretariessa generale delle finanze era
arrivata, venendo da un circolo serale del Quirinale: la piemontese
magra e svelta, con un viso pallido e interessante d'inferma, era
scollata e carica di gemme, tossiva spesso, portava la pezzuola alle
labbra un po' vive, si rialzava i lunghi guanti di camoscio fino ai
gomiti, con un moto nervoso. L'onorevole Pasta, l'avvocato subalpino,
dalla faccia rasa e dalle fedine biondo-brizzolate, le diceva qualche
cosa di molto spiritoso che la faceva ridere; l'onorevole Cimbro, il
deputato giornalista piemontese, assorbito dietro le lenti, con la
cravatta che gli era risalita sotto l'orecchio, aveva l'aria di un uomo
che è imbarazzato della propria persona: invece il segretario generale,
piccolo, un po' calvo, con un mustacchietto grosso e corto, serbava un
silenzio solenne guardando la platea come se non la vedesse. Quando
Sangiorgio passò, gli fece un saluto profondo, pieno di espressione,
quasi affettuoso, il saluto riconoscente del segretario generale che
dimostra la sua gratitudine a colui che gli ha fatto il piacere di
attaccare il ministro.
— Dove sarà Sangarzia? — pensava tra sè Sangiorgio, camminando a stento
in quella folla che cresceva sempre.
Nel suo palco, la baronessa Noir, un corpicciuolo serpentino, una
simpatica testina viperea, avvolta in uno strano abito di seta
cangiante, dove erano ricamati dei tulipani e dei pavoni, aveva raccolto
un secondo piccolo ministero degli affari esteri: per vero, ella era
stata segretariessa generale. Suo marito si teneva in ombra, con la
gravità del diplomatico che aspetta una destinazione; ma l'onorevole di
San Demetrio, un abruzzese tranquillo, dalla barba nera già brizzolata,
un forte aspirante al ministero, si teneva dritto, sul davanti, in luce;
poi l'onorevole di Campofranco, un siciliano freddo e nordico, il
figliuolo della più forte donna politica che abbia l'Italia, la
principessa di Campofranco. L'onorevole di San Demetrio parlava,
spiegando forse qualche paragrafo della sua relazione del bilancio, e la
piccola baronessa ascoltava, interessata, dandosi dei colpettini di
ventaglio sulle dita. Pressato dalla folla, Sangiorgio si fermò un
momento sotto quel palco: una stanchezza gli saliva dai piedi alla
testa, i lumi gli davano fastidio, quell'aria già impregnata di odori
acri, l'opprimeva.
«Sangiorgio,» chiamò San Demetrio.
Quello trasalì, come in un sogno.
«Sapete se l'onorevole Mascari si è iscritto per parlare contro, nella
discussione del bilancio degli esteri?».
«No, non si è iscritto.»
«Positivamente?»
«Positivamente.»
«Grazie... Scusate tanto.»
E si ricollocò al suo posto, sollevato al pensiero di questo avversario
di meno. Sangiorgio si teneva ritto contro la parete, senza muoversi,
sentendosi riconfortato da quella immobilità, socchiudendo gli occhi per
non vedere i lumi.
Seymour e Marchetti, dandosi il braccio, si fermarono accanto a lui;
facevano un vivo contrasto le due figure degli apostoli della scienza
sociale: Seymour, bruno e asciutto, con un mento rialzato di uomo
energico e una spazzola di capelli neri, in cui già spiccavano i
bianchi; Marchetti, col viso ingenuo e roseo, la lunga barba castagna e
gli occhi azzurri, brillanti, di un entusiasta. Ambedue erravano per
quel veglione, senza osare di andare a trovar le signore, poichè erano
in soprabito.
«Vi annoiate, Sangiorgio?» chiese Seymour.
«Un poco: sono anche stanco.»
«Siete stato agli uffici, stasera?» domandò Marchetti.
«No: che si è fatto?»
«Nulla di concreto ancora: si lavora poco,» fece Seymour, raddrizzandosi
le lenti sul naso, con un moto familiare. «Perchè non fate stampare il
vostro discorso, Sangiorgio?»
«A che serve?» rispose questi, con un accento sincero di sfiducia;
«ritornerò alla carica diversamente, al bilancio di agricoltura,»
riprese poi, come rianimato.
Ma come l'orchestra aveva intonato lo stridulo ed eccitante _waltzer_ di
Strauss, _Saluto di gioia_, un grande movimento vi fu nella folla, il
circolo del ballo si allargò, la gente fu respinta sotto i palchi, il
gruppo dei deputati fu diviso. Sangiorgio restò solo. Le signore dei
palchi guardavano giù, ardentemente, invidiando quelle pedine che
ballavano con tanto entusiasmo: ed esse, lassù, dover starsene sedute,
mentre quella musica e il veder gli altri ballare, le eccitavano alla
danza. Tre o quattro, scollacciate, venivano dal ballo di casa Huffer e
lasciavano ammirare tutta la magnificenza dei loro vestiti. Il piccolo
principe di Nerola, adesso, era nel palco di sua cugina, la contessa di
Genzano, la grande bionda affascinante e tizianesca: nell'ombra si
vedeva il viso un po' scialbo, ma ancora corretto, quasi bello, di
lineamenti, del ministro di grazia e giustizia, il magistrato
inflessibile e galante, ostinato nella inflessibilità e nella
galanteria. Sangiorgio si riscosse da quel torpore che lo invadeva:
doveva trovare Sangarzia. Guardando bene, palco per palco, alla fine
giunse a scoprirlo in seconda fila, presso il palco reale. Un domino
nero, femminile, di raso, elegantissimo, con un fitto velo nero che gli
copriva la testa e la faccia, fermato da un grosso ciuffo di garofani,
sedeva al primo posto; dirimpetto a lui l'onorevole Valitutti, un
calabrese ricco, metteva la sua faccia olivastra, la sua barba nera, la
figura di un arabo taciturno; nell'ombra vi era l'onorevole Fraccacreta,
uno dei più forti negozianti di cereali del paese di Puglia; in mezzo,
l'onorevole Sangarzia, il siciliano simpatico, lo schermidore
eccezionale, il gentiluomo perfetto, che tutti amavano.
«Chi sarà quella signora?» si domandava Sangiorgio, avviandosi per
salire al secondo ordine. Qualche signora, impazientita di non poter
ballare, andava via di malumore, lasciando trascinare lo strascico, con
la bocca stretta delle donne a cui si è proibito qualche cosa: e il
marito e l'amante venivano dietro, con l'aria felice di chi si seccava,
e che finalmente potrà andare a letto. I cinque domino neri femminili
che erano stati tutta la sera in un palco senza muoversi e senza
parlare, come tanti congiurati, ora scendevano al braccio di cinque
giovanotti, coppie silenziose, quasi lugubri, che parea si avviassero a
una cena funeraria. Giusto dietro loro scendeva l'onorevole Carusio, un
deputatino dalla testa calva come una palla di bigliardo, con un lungo,
stravagante pizzo nero napoleonico che gli arrivava sulla pancia e con
un'aria di uomo timido e impacciato, pieno di faccende e pieno di
preoccupazioni.
«Caro collega,» disse Carusio, fermando improvvisamente Sangiorgio sul
primo scalino, «scusate se vi fermo così, perdonatemi, ve ne prego: sono
in molta pena. Un parente di provincia, capitato qui, mi ha costretto ad
accompagnarlo al veglione che non aveva mai visto: figuratevi se mi ci
annoio. Sono inquietissimo. Il presidente del consiglio è dunque molto
ammalato?»
«Non molto, non molto,» rispose sorridendo Sangiorgio: «è la solita
gotta che lo tormenta.»
«Lo sapete di certo, caro collega? È almeno sicura la notizia?»
«Sono stato a informarmene personalmente.»
«Oh! quanto vi ringrazio, caro collega. È stato proprio un incontro
fortunato: mi togliete da una viva inquietudine. Se ammalasse gravemente
il presidente, pensate che disordine!? Se morisse, quante
complicazioni!...»
«Dio sperda l'augurio,» fece Sangiorgio, sorridendo sempre.
«Ai vostri ordini, caro collega: sono rinfrancato, vi ringrazio molto,
contate su me, ve ne prego, non mi risparmiate; non potevate capitare
più a proposito; buona notte, buona notte, onorevole collega.»
«Buona notte: dormite tranquillo: il presidente starà bene domani.»
«E di nuovo, grazie, grazie.»
Sangiorgio picchiò pian piano al numero 15. Un _avanti_ fu pronunziato
dalla voce di Fraccacreta. Sangiorgio schiuse appena la porta e disse:
«Scusino, onorevoli colleghi, cerco l'onorevole Sangarzia.»
«Eccomi, eccomi.»
E uscirono fuori ambedue: il domino nero dai garofani aveva appena
voltato il capo.
«Nerola, il principe, vi cerca, onorevole Sangarzia.»
«Oh! caro Sangiorgio, Nerola e voi non potevate rendermi miglior
servigio: non sapeva come andar via di qui. E dov'è il principe?»
«In prima fila, dalla contessa di Genzano.»
«Andiamoci, andiamoci subito.»
Egli rientrò nel palco, s'infilò la pelliccia sulla marsina, salutò la
signora e i due colleghi, discese con Sangiorgio.
«Che gran servigio mi avete reso! La signora si seccava, forse voleva
ballare! Venite dalla contessa?»
«Non la conosco.»
In questo, da un palco di prima fila, una figura femminile, stranamente
avvolta in stoffa turca, col capo e la faccia nascosti da un fitto velo
bianco, uscì.
«Vieni con me,» disse con la sua sottile voce a Sangiorgio.
«È inutile augurarvi buona fortuna, collega,» mormorò Sangarzia,
licenziandosi.
«Vieni con me,» ripetette ancora la donna, stringendogli un po' il
braccio per trascinarlo via.
Erano le due e mezzo. La gente si accalcava al guardaroba per andar via,
infilando i soprabiti con aria svogliata, avvolgendo la testa negli
scialli, a guisa dei funamboli che, dopo aver eseguito dei giuochi in
piazza, mettono una giacchetta vecchia e stinta sugli stracci di raso,
dalle pagliette d'oro.
«Vieni, vieni,» disse, presa d'impazienza, la donna, mentre Sangiorgio
s'infilava il _paletot_.
Fuori, ella distinse subito la propria carrozza e vi si cacciò
premurosamente, attirandosi dietro Sangiorgio.
«A casa,» ella aveva detto al cocchiere.
Ma quando fu dentro, dietro gli sportelli chiusi, ella si tolse
rapidamente il velo dal capo e lo buttò sul sedile di rimpetto: si
disciolse, con un po' di nervosità, strappando le spille, stracciando la
frangia, da quel mantello orientale: una pelliccia col cappuccio era nel
fondo della carrozza, ella la indossò. Sangiorgio l'aiutava, in
silenzio. Ella guardò un momento nella strada.
«Ah! vi è la luna!» mormorò con una grande dolcezza.
E picchiò sui cristalli per dire qualche cosa al cocchiere. Subito la
carrozza si fermò, in Piazza Barberini. Ella discese presto e si rialzò
sul capo il cappuccio del mantello.
«Va' a casa,» disse al cocchiere: «dì' a Carolina che vada a letto: ho
la chiave.»
Restarono soli, in Piazza Barberini. Lo zampillo della fontana, alto,
mormorante, scintillava sotto la luna.
«Volete che passeggiamo un poco? Nel teatro si soffocava.»
Egli le offrì il braccio, deciso a non meravigliarsi di nulla. Andarono
per Via Sistina, la grande via che ha un'aria così aristocratica di
giorno e così paurosa la notte. Ella si stringeva a lui come se avesse
freddo e paura, come se volesse farsi piccola, per mettersi sotto la sua
protezione: ma restava forte e alta nel suo mantello nero: sotto il
cappuccio gli occhi brillavano. E quella persona, quegli occhi avevano
la qualità singolare, che è la simpatia: un fascino violento che turba i
sensi. Di nuovo Francesco Sangiorgio si sentiva preso, come nel salotto,
quando ella disprezzava così brutalmente l'amore. E l'impressione era
profonda e acuta, senza niuna dolcezza, uno sconvolgimento, un tumulto,
un principio di ebbrezza.
«Che silenzio!» diss'ella, con una voce che fece vibrare tutt'i nervi di
Sangiorgio.
«Dite ancora qualche cosa,» mormorò lui.
«Che cosa?» domandò ella, piegandoglisi sulla spalla.
«Quel che volete, quel che volete: la vostra voce mi piace tanto.»
Invece donna Elena non rispose. Erano arrivati sulla piazzetta di
Trinità dei Monti, illuminata dalla luna. L'obelisco si allungava nella
blandizie lunare e la sua ombra, alta e sottile, si disegnava sulla
facciata della chiesa; il viale alberato che conduce a villa Medici e al
Pincio era tutto chiaro. Essi si accostarono all'alto parapetto della
piazzetta, da cui tanti malinconici contemplatori hanno guardato Roma,
nelle ore del tramonto. Ma Roma si vedeva molto confusamente, annegata
in una chiara nebbia plenilunare che pareva quasi la continuazione del
cielo bianchissimo, una discesa di orizzonte che aveva avvolto le case,
i campanili e le cupole.
«Non si distingue nulla, peccato!» disse donna Elena.
E forzando un po' il braccio di Sangiorgio, lo condusse verso una
scalettina che si allunga sulla facciata della Trinità: non la
scalettina a due rampe della chiesa, ma la scaletta che porta al
convento, dove le monache e le bimbe in educazione vivono in comunione.
Quella scaletta ha un piccolo pianerottolo di fronte alla porticina e un
parapetto. Lassù donna Elena fece salire Francesco Sangiorgio.
«Bussiamo al convento?» domandò ella quasi tentando la catenina di
ferro. «Noi siamo due pellegrini freddolosi che chieggono ospitalità.»
E rise, mostrando quei bianchi denti raggianti che rendevano
irresistibile la sua risata. Già, ella non sorrideva mai: rideva. Ma
anche dal poggiuolo nulla si vedeva: soltanto il mare di nebbia,
trasparente, biancastro, latteo, sembrava più vasto. In linea retta si
scorgevano i pochi lumi che restavano ancora accesi, alle tre dopo
mezzanotte, in Via Condotti. Sotto, Piazza di Spagna si dilungava, nella
sua calma e grandiosa bellezza architettonica, da Propaganda Fide a Via
Babuino.
«Andiamo via,» diss'ella.
Egli si lasciava condurre: quella prima avventura romantica gli dava un
piacere intenso. Quella signora, poichè era una dama, malgrado la
leggerezza e l'audacia della sua condotta, parlava a tutt'i suoi
desiderii di uomo forte, provinciale, fantastico e naturalmente casto.
Era proprio un romanzo, un piccolo romanzo d'amore quello che gli
accadeva: e quella bella donna avvolta nelle pellicce, profumata, dai
grandi orecchini di brillanti che scintillavano alla luna, che aveva
rimandata la sua carrozza per girare con lui, di notte, a piedi, per le
strade di Roma, quella creatura lo seduceva per tutto quello che
rappresentava. Egli ne subiva il fàscino personale, complicato dalla
stranezza del caso: e in fondo, nel crescente smarrimento della volontà,
in quella specie d'ubbriachezza che lo vinceva, gli restava la coscienza
che non commetteva nulla di grave. Così i suoi scrupoli di solitudine e
di ordine erano vinti e si lasciava prendere, in questo nuovo trionfo
del suo amor proprio, carezzato, lusingato, sentendo la delizia di
questa vittoria.
Scendevano gli scalini, al chiarore lunare che pareva bagnasse di
mollezza le pietre della vecchia Roma. Sull'antipenultimo, donna Elena
ritrasse il suo braccio da quello di Sangiorgio e sedette per terra. Ora
sembrava piccola, tutta nera, accovacciata sullo scalino, con la testa
appoggiata sulle ginocchia, guardando la bella fontana del Bernini, la
barca sommersa nell'acqua. Sangiorgio non si era seduto: ritto accanto a
lei, la guardava con un senso di orgoglio maschile, che filtrava
attraverso quella sua dedizione. La bella signora sembrava abbattuta,
seduta per terra come una misera, un mucchio di vesti nere dove forse
palpitava un'anima ansiosa in un cuore tumultuante: e lui pareva quasi
che la dominasse.
«Vi piace la fontana?» chiese ella con la sua voce armoniosa, alzando la
testa.
«È bella assai.»
«Sì,» disse lei, chinando il capo. «Perchè non sedete?»
E pareva che non si dirigesse a lui, che parlasse alle acque mormoranti,
che ricadevano continuamente nella barchetta naufragata. Egli sedette
sullo scalino, accanto a lei.
«Non avete sigari? Fumate dunque un poco.»
«Mi duole di non aver sigarette per voi.»
«Non importa. Fumate, fumate voi.»
Egli accese il suo sigaro: ella aspirò l'aria.
«Che sigaro è?»
«Un _Minghetti_.»
«Questi _Minghetti_ odorano talvolta,» osservò lei.
E attese che lui fumasse, guardando la sottile striscia di fumo che se
ne andava nell'aria chiara. Una carrozza sbucò dai Due Macelli, chiusa,
rapidissima, passò innanzi a loro, scomparve verso il Babuino.
«Vengono dal veglione,» disse lui.
«Che brutta cosa è il veglione!» susurrò donna Elena con un filo di voce
armoniosissima.
«Sì,» rispose Sangiorgio a quel suono melodioso che gli carezzava così
acutamente i nervi che quasi quasi ne soffriva.
D'un tratto ella si rizzò in piedi, scattando come una molla.
«Ho freddo, ho freddo, andiamo via,» disse rudemente.
E si strinse sempre più nella pelliccia, calò il cappuccio più avanti
sulla fronte, si attaccò al braccio di lui e lo strascinò via, verso
Propaganda. Egli aveva gettato via il sigaro: e sentiva a un tratto
mutato lo spirito di quella donna, sentiva che quel momento gli
sfuggiva, che non poteva più contare su nulla. Ma, superbo, taceva.
Forse la sua era stata una fantasticheria di orgoglio. Contare sopra il
capriccio di una donna? E si stringeva nelle spalle, ridendo di sè
stesso, che per un istante aveva creduto di poter dominare una di queste
creature frivole e vili.
Ella non parlava, affrettando il passo per Via Due Macelli, come presa
da un gran freddo che volesse vincere, camminando: guardava a terra, non
si volgeva al suo compagno. Sangiorgio non chiedeva dove andassero così;
era risoluto di secondarla sino all'ultimo, malgrado la defezione di
amor proprio che ella gli procurava. Quando furono all'angolo dei Due
Macelli, ella voltò risolutamente in giù, per l'Angelo Custode.
«Qui abito io,» disse lui, per dire qualche cosa.
«Qui?» — esclamò lei, fermandosi un istante. «Dove?»
«Al numero 50..... là.»
«Solo?»
«Solo.»
«Andiamo su,» fece ella, avviandosi per traversare la strada. «Mi
riscalderò al caminetto.»
«Non vi è caminetto.»
«Non importa. Mi riscalderò, suonando il pianoforte.»
«Non vi è pianoforte,» disse lui, deciso a volere udir tutto.
«Non importa,» disse lei, senz'altro.
Due giorni dopo, Francesco Sangiorgio era eletto membro della
commissione del bilancio.