Il ministro parlava da un'ora. Non era un oratore: gli mancavano la foga
e l'eleganza. Era piuttosto un parlatore modesto, colui che non ricerca
verun effetto di eloquenza politica e dice le cose precisamente,
nell'ordine logico, matematico, con cui si presentano in un cervello
quadrato e solido. Il discorso era, com'è naturale, irto di numeri, una
sfilata interminabile di cifre: egli le pronunziava con una certa
lentezza, quasi volesse farle apprezzare ad amici e nemici. La voce era
un po' molle, troppo familiare forse, ma nel silenzio si effondeva con
chiarezza: pareva di assistere a una seduta di consiglio amministrativo:
l'intonazione parlamentare mancava affatto. Il ministro, ogni tanto,
s'interrompeva, per soffiarsi il naso, con un grande fazzoletto di seta,
a scacchi rossi e neri. In realtà, in quella breve personcina
grassoccia, onestamente vestita di nero, in quel volto placido, raso
sulle labbra e sul mento, ma incorniciato inglesemente da due fedine
brizzolate, in quelle mani bianche e grassocce, in tutto quel senso di
calma e di meditazione che da lui traspirava, s'indovinava il grande
lavoratore di gabinetto, l'uomo che passa dodici ore al giorno al
ministero, innanzi a una scrivania ingombra di carte, scrivendo,
leggendo, compulsando registri, discutendo coi capi di servizio, coi
direttori generali. Così il ministro, l'uomo raccolto, concentrato in un
lavoro immane ma segreto, pareva spostato a dover discorrere innanzi ai
deputati; e dicendo delle cose importanti, facendo una relazione minuta
e profonda, egli conservava una bonarietà di scienziato che spiega
popolarmente l'altitudine della sua scienza.
La Camera taceva per rispetto, ma in verità era distratta. Erano così
sicuri di lui, i suoi amici! Egli era forte, anzi era tutta una forza,
metallica, massiccia, lucida, che gli ossidi della maldicenza politica o
della discussione non potevano corrodere. Gli stessi avversari suoi
ammettevano la sua potenza e contribuivano a rendere più grande il suo
trionfo. A studiarlo acutamente, si finiva per intendere com'egli fosse
fuori della passione politica, tutto preso dall'amore della finanza.
Poi l'atmosfera dell'aula conciliava un certo raccoglimento vago, senza
pensiero. Mentre fuori, a metà gennaio, spirava una tramontana secca,
fischiante e tagliente, uno dei tre giorni di freddo dell'inverno
romano, dentro l'aula le bocche dei caloriferi mandavano un continuo
alito di calore. Tutta chiusa, senza finestre, con qualche rara apertura
di porte nelle tribune, porte che si richiudevano subito, senza rumore,
come se strisciassero sul velluto, con quelle stuoie su cui si smorzava
ogni passo, l'aula aveva un aspetto fisicamente confortante. Con tutto
questo, il presidente, il bell'uomo cinquantenne, dal viso bruno e dai
capelli ancora tutti neri, aveva le gambe avvolte in una coperta di
velluto azzurro, foderata di pelliccia; e ascoltando il ministro, ogni
tanto dava uno sguardo circolare alle tribune, cercandovi forse una
persona. I segretari stavano immobili, seduti alla sua destra e alla sua
sinistra: Falucci, l'abruzzese, alto e nerboruto, con una zazzera
riccia, un po' brizzolata, diceva tratto tratto, sottovoce, una parolina
al bel Sangarzia che approvava col capo, senza rispondere, avvezzo alle
lunghe pazienze silenziose; Varrini, il calabrese gentile e
intelligente, dalla testa di sorcetto astuto, con una finezza di damina
sopra una gagliardia di tribuno, scriveva delle lettere; e Bulgaro, il
napoletano, faceva scricchiolare la sedia sotto il suo grosso corpo,
portando sul viso imbronciato le tracce di una noia quasi infantile. Non
più, come negli altri giorni, durante le piccole discussioni, al banco
della presidenza, un viavai di deputati che facevano un discorsetto col
presidente, scambiavano una barzelletta con qualcuno dei segretari e
ridiscendevano dall'altra parte: poi, una passeggiatina fuori, a brevi
intervalli, due chiacchiere fatte nella sala dei _passi perduti:_ la
seduta passava via. Ma il ministro faceva, oggi, una esposizione molto
seria; bisognava ascoltarlo, ministeriali e oppositori.
La destra, una sessantina, quasi tutti vecchi deputati di otto
legislature, ascoltavano senza attenzione, sapendo che quello era un
avversario invincibile, e avevano l'aria di veterani, consegnati al loro
posto, che non soffrono e non godono. La estrema Sinistra non ascoltava
punto, ma non turbava la discussione; essa disdegnava le quistioni di
ordine economico-amministrativo, non aveva studiato la finanza e
aspettava qualche discussione politica per fare un po' di chiasso: uno
della piccola falange, Degli Uberti, dormiva, nascondendosi
decorosamente la faccia tra le mani, un altro, Gagliardi, dormiva senza
celarsi. Solo sopra un banco del centro l'attenzione era sincera, quasi
di scolari ardenti innanzi alla parola rivelatrice del maestro. Dei
quattro deputati, giovani, intelligenti e ambiziosi: Seymour, anglico,
bruno, miope e corretto, prendeva delle note sopra una carta; accanto a
lui, la barba da nazzareno di Marchetti; Gerino, fiorentino, taciturno,
con una lunga barba bionda e fluente, un po' duro nel volto, passava
degli appunti a Joanna, il meridionale, bella testa contemplativa e
studiosa. Ma tutta la Camera, presidente, segretari, commissari,
deputati, subiva la molle influenza di quell'aria calda, di quel posto
chiuso, di quel silenzio che solo la voce tranquilla del ministro
interrompeva.
Le tribune erano affollate, caso strano in un giorno di discussione
finanziaria. Ma il freddo aveva, certo, sorpreso per le vie quelle
signore che se ne stavano nella loro tribuna, con le pellicce
sbottonate, le mani ficcate nel manicotto, la faccia rosea pel buon
caldo dell'aula: esse erano tutte felici di restar là, quantunque non
capissero nulla, sentendo la voce del parlatore come un ronzio,
rabbrividendo al pensiero di rimettersi per le strade, con quella
tramontana che faceva lacrimar gli occhi e arrossire il naso. Così la
tribuna pubblica era piena di gente: facce smorte e stanche di
sfaccendati, figure miserabili di sollecitatori che passano la giornata
a cercare il cugino di un amico di un deputato e che a una certa ora,
demoralizzati, tremanti di freddo, vengono a finire alla Camera, alla
tribuna pubblica, ascoltando senza batter palpebre. Anche la lunga
tribuna dei giornalisti era più popolata del solito e quelli della prima
fila fingevano di scrivere il sunto della relazione: ma chi scriveva una
lettera, chi un articoletto teatrale, chi disegnava un profilo
fantastico di Depretis, chi si esercitava alla calligrafia, scrivendo a
svolazzi il proprio nome; i giornalisti di opposizione avevano già in
macchina un semplice attacco tutto platonico, quelli ministeriali
decantavano già da dieci giorni la esposizione finanziaria del ministro,
tutti avevano un'aria tranquilla. Solo Gennaro Casale, impiegato
governativo, giornalista napoletano ed enfatico, nemico del governo
qualunque esso fosse, ci si riscaldava, e in fondo alla tribuna
esclamava:
«Signori, il pareggio è una slealtà ministeriale!»
Financo nella tribuna diplomatica, appoggiata alla balaustra di velluto
azzurro, si vedeva la snella persona e i grandi miti occhi profondi
della contessa Beatrice di Santaninfa, che non ascoltava, pensava.
Quando, alle quattro e mezzo, il ministro ebbe finito il suo discorso,
un grande movimento di soddisfazione, di ammirazione, piegò quelle teste
di vecchi e giovani parlamentari. Egli rassettava le sue carte nel
grande portafoglio, senza un tremito nelle mani, senza un mutamento di
colore nel volto. Poi, intorno gli si aggrupparono amici cadenti e amici
tiepidi, per stringergli la mano, per congratularsi con lui: financo
qualche ex-ministro delle finanze discese dai banchi di destra a
salutare il piccolo ministro grassoccio, dal cervello di acciaio. Vi fu
un po' di disordine, un po' di tumulto. E la voce del presidente, sonora
e chiara:
«Onorevoli colleghi, prego far silenzio. La parola è all'onorevole
Sangiorgio».
«Chi? chi? chi?» fu una domanda generale.
E di nuovo, il presidente disse:
«Prego far silenzio. L'onorevole Sangiorgio ha facoltà di parlare».
Allora gli occhi curiosi dei deputati cercarono questo collega che quasi
nessuno conosceva: era lassù, all'ultimo banco di un settore del centro
destro. Stava ritto e calmo, aspettando di poter parlare: anzi si trasse
quasi sulla scaletta, fuori del banco, perchè lo vedessero meglio. Non
era alto, ma lassù pareva alto, poichè si teneva dritto ed era molto
robusto: non era neppur bello, ma la testa aveva tutt'i caratteri della
forza, i capelli piantati rudemente sulla fronte bassa, il naso
aquilino, i mustacchi bruni e folti, un mento duro, pieno di volontà: a
nessuno egli parve insignificante. Poi, una curiosità diversa nasceva
ora nella Camera. Questo deputato nuovo parlava in favore o contro? Era
uno dei piaggiatori che appena arrivati, si affrettano a far
dichiarazione di fedeltà?
O qualche piccolo insolente che avrebbe balbettato, innanzi alla Camera,
un debole attacco, affogato tra i mormorii ironici dei colleghi? Un
meridionale, avvocato: ecco quello che si sapeva. Dunque avrebbe
declamato: la solita rettorica che i Piemontesi odiano, i Milanesi
deridono, e i Toscani disprezzano.
Invece l'onorevole Sangiorgio cominciò a parlare lento, ma con voce così
sonora e virile, che si allargava in tutta l'aula e per cui tutti gli
ascoltanti respirarono di soddisfazione. Persino le signore, che quasi
dormivano pel calduccio, si riscossero: e nella tribuna della stampa,
rimasta vuota dopo il discorso del ministro, i giornalisti cominciarono
a ricomparire, riprendendo i loro posti. L'onorevole Sangiorgio
preludiava con un esordio pieno di riverenza per l'illustre uomo che
dirigeva la finanza italiana, e l'elogio non aveva nulla dell'adulazione
brutale: era dato con una forma sobria e delicata. Fuggevolmente, il
parlatore accennò alla propria giovinezza, alla oscurità di colui che,
costretto alla vita provinciale, volse gli occhi sempre verso Roma, dove
ferve una continua e nobile lotta politica. Egli esaltò la politica,
dicendola più grande dell'arte, più grande della scienza: in essa si
compendiava tutta la storia dell'attività umana, e a lui l'uomo politico
pareva il tipo supremo dell'uomo, apostolo e operaio, braccio e testa.
Un _bene_ squillante partì dalla destra. L'onorevole Sangiorgio si fermò
per un minuto secondo: ma solo un minuto secondo. Però quel richiamo
alla sublimità dell'idea politica, quella specie di idealità larga, a
cui era portata una cosa che nelle mani degli uomini diventa volgare,
era piaciuto generalmente, e aveva fatto ringalluzzire una quantità di
teste piccole. Il ministro, che sul principio aveva rizzato il capo,
fissando bene l'oratore coi suoi occhi di un azzurro pallidissimo, ora
lo aveva di nuovo abbassato, sentendosi venire addosso un discorso di
parole, di quelli che lo imbarazzavano e lo stizzivano.
Sangiorgio però diceva che quegli anni di giovinezza in provincia non
sono inutili, a chi vuol sorprendere il mondo moderno in tutt'i suoi
bisogni. Le grandi città sono invaditrici, divoratrici, e hanno
necessità di vivere dell'esistenza altrui, e sfruttano forze, e affogano
lamenti, e danno all'uomo che ci vive una tal febbre, che lo fa
dimentico di qualunque altro interesse umano. Chi le sa le miserie delle
provincie? Chi si fa l'eco di quegli sfoghi dolorosi e sommessi che non
possono arrivare sino a Roma? Certo, alcuni valenti e buoni e
coraggiosi, ogni tanto, narrano alla Camera le pene di tanta parte
degl'Italiani; ma sono voci isolate, si affiochiscono, poi tacciono.
Eppure non bisogna tacere: bisogna che la verità si sappia.
Ora la Camera ascoltava attentamente, con un certo interesse meno
ironico, più benevolo. Era una neutralizzazione allo stento, alla
difficoltà di comprensione che presentava il discorso antecedente del
ministro: dopo una tensione dolorosa di due ore e mezzo a seguire il
ballo fantastico delle cifre, quella eloquenza abbastanza semplice
sollevava gli spiriti oppressi. Eppoi, in quella calata di giorno,
freddissima e oscura fuori, beneficamente calda e chiara dentro l'aula,
la Camera era presa da una sentimentalità, da un gran bisogno di affetto
e di generosità. Di che si lagnavano le province, dunque?
Sangiorgio proseguiva, dicendo che tutta la triste esperienza della sua
gioventù, a contatto coi contadini, si era ribellata a una proposta del
ministro, che pareva molto innocente. Il ministro aveva detto che,
dovendo dare dei milioni al collega della guerra, era mestieri fare
ancora delle economie. Benissimo; l'economia era una forza nelle nazioni
giovani. Ma il ministro chiedeva inoltre un piccolo aumento sulla tassa
del sale. Sangiorgio intendeva la necessità di Stato che obbligava il
ministro a chiedere quell'aumento di tassa, ma quei pochi centesimi
rappresentavano una sequela di guai, un aggravamento a condizioni di
vita già insopportabili. E allora egli rifece con vivezza il quadro
della miseria contadinesca, così maggiormente e diversamente terribile
della miseria cittadina, narrando coi particolari più veristi, con
aneddoti brevi e lugubri, dove abitavano i contadini, quello che
mangiavano, cioè come digiunavano, e come l'esattore delle tasse fosse
per loro lo spettro pauroso della fame e della morte. Egli descrisse
tutta la nudità rossastra del grande paese di Basilicata, le frane che
ruinano dai monti dispogliati, andando a coprire i pochi pascoli, e la
lontananza dei villaggi poveri dalla linea ferroviaria, onde la nessuna
possibilità d'industrie, e la malaria della pianura dove gli ingegneri,
i cantonieri e i capistazione prendono le febbri.
Parlando del proprio paese, così misero, tanto infelice, la voce gli si
era abbassata, come se una emozione la velasse: ma si rinfrancò subito,
andando alla questione. La tassa sul sale colpiva le classi povere, più
nelle province che nelle città: già mangiavano la minestra con poco
sale, ora l'avrebbero mangiata senza sale affatto. E le ultime verità
igieniche, crudeli ma precise, stabilivano nella scarsezza del sale la
origine delle fiere malattie dei contadini nella Lombardia e nel
Piemonte.
Un mormorìo di approvazione corse per certi banchi: quello dove stavano
le quattro teste giovani e vive del centro, Seymour, Gerini, Joanna e
Marchetti, prestava la maggiore attenzione, ma senz'approvare, con
quella rigidità inglese dei giovani deputati economisti.
«Nelle piccole città, nelle borgate, nei villaggi meridionali»,
proseguiva Sangiorgio, «i fornai hanno sempre due qualità di pane:
quello insipido che costa poco, pei poveri, e quello salato pei signori.
E a quello salato, spesso i fornai dànno il sapore, non col sale, perchè
costa troppo caro, ma passando sulla pasta fresca un panno bagnato
nell'acqua di mare; e nelle case povere si usa un sale grosso, nero,
grezzo, che si dovrebbe vendere solo per le bestie, ma che sono
costretti a comperare gli esseri umani. Coll'aumento della tassa, il
governo condannerebbe tutta una classe di contribuenti a privazioni
intollerabili, cui terrebbero dietro gravi malattie e sempre più
profonda miseria.
«I milioni spesi per la difesa nazionale, per l'esercito, sono
santamente prodigati; ma è egli necessario essere forti, quando si è
così poveri? Quando il ministro della guerra chiamerà sotto le armi i
giovani di Basilicata e crederà di trovare una schiera di montanari
robusti e animosi, sarà deluso vedendosi davanti un branco di esseri
pallidi e rosi dalle febbri, cachettici, malinconici. O piuttosto,
questo non accadrà; le province aride e infruttifere si vanno sempre più
spopolando; il contadino, desolato dalla durezza della terra, angariato
dal fisco, abbandonato dalla natura, perseguitato dagli uomini,
preferisce voltare le spalle al proprio paese e andarsene nei lidi
lontani di America. Il contadino preferisce una gente straniera, un
paese straniero, donde non si ritorna più. Quando si chiameranno
all'appello della guerra i figliuoli italiani di Basilicata, essi non
risponderanno: spinti dalla fame e dalla disperazione, essi saranno
andati a perire lontano.»
L'onorevole Francesco Sangiorgio rientrò nel suo banco e sedette al suo
posto. Dei _bene_, dei _bravo_ gli giungevano agli orecchi, ma
confusamente: sentiva quel ronzio di discussione che tien dietro a ogni
discorso importante. Giusto innanzi al suo settore, un gruppo di
deputati si era formato e fra loro discutevano un po' forte, nominando
ogni tanto l'onorevole collega Sangiorgio, volgendosi a lui, quasi a
chiamarlo in appoggio. E stando fermo al suo posto, con le palpebre
abbassate, senza che nessuno venisse a stringergli la mano, poichè
nessuno lo conosceva, Francesco Sangiorgio sentiva però salire fino
all'ultimo banco dov'egli sedeva la soddisfazione di tutta la Camera:
della vecchia destra, carezzata nel suo orgoglio politico; della estrema
sinistra, che credeva di avere scoperto un socialista in un deputato del
centro; di tutti i deputati egoisti e sentimentali, pronti a
impietosirsi a tutte le disgrazie, senza cercare di porvi rimedio; di
tutti i deputati economisti, con vaghi ideali di socialismo agrario.
Questo discorso, che in altra occasione sarebbe passato come uno
squarcio qualunque di letteratura, assumeva oggi una grande importanza:
trionfavano con Sangiorgio i modesti e intelligenti deputati di
Basilicata, che una strana fatalità teneva sempre lontani dal potere;
trionfavano tutti gli avvocati, a cui par solo debba spettare il regno
parlamentare; trionfavano tutti i meridionali, in genere, a cui è sempre
un po' lesinato il successo. La Camera, infine, in certe ore di bontà,
presa da un abbandono amoroso quasi femminile, si compiace a questi
battesimi pieni di superbia e pieni di dolcezza.
Ogni minuto, la porta a cristalli della sala terrena, N. 9, in Via della
Missione, si schiudeva per lasciar passare una nuova persona. Quelli che
erano già nella sala, seduti sui divanetti, o in piedi, rivolgevano al
nuovo venuto una occhiata astiosa: colui che entrava, frettoloso e
freddoloso, andava diviato al grande banco che divide in due la sala
terrena, prendeva una piccola scheda, vi scriveva il proprio nome e
quello del deputato che desiderava vedere: e come costui, ve ne erano
sempre cinque o sei che scrivevano sulle piccole schede. Dall'altra
parte del banco, gli uscieri, in uniforme, col petto coperto di
medaglie, con una fascia tricolore al braccio, teste calve, teste
canute, andavano e venivano, portando via, a cinque a cinque, quelle
schede, comparendo dietro una porta, che per certi corridoi dava accesso
all'aula. Soddisfatto, colui che aveva mandata di là la sua richiesta si
metteva a passeggiare, o, se vi era posto, a sedere, senza impazienza,
anzi con una certa sicurezza presuntuosa. La porta sacra si schiudeva, e
un usciere ricompariva, con varie schede tra le mani: tutti alzavano il
capo e tendevano l'orecchio.
«Chi ha cercato l'onorevole Parodi?» gridava l'usciere.
«Io,» rispondeva una voce tra la folla degli aspettanti.
«Non vi è.»
«Avete cercato bene?» insisteva la voce, un vecchio col naso rosso e
fiorito, con certe labbra grosse e pavonazze.
«L'onorevole Parodi non vi è,» replicava lo usciere con pazienza.
«Eppure ci dovrebbe essere,» mormorava l'altro.
«Chi ha chiesto l'onorevole Sambuchetto?»
«Io,» rispondeva un giovanotto, dal viso smorto e dal soprabito gramo,
col bavero alzato.
«Vi è, ma non può venire.»
«Perchè non può venire?» chiedeva, con tono insolente, il giovanotto,
quasi facendosi livido.
«Non ha scritto altro: non può venire.»
Il giovanotto si mescolava alla gente che riempiva la stanza, ma non se
ne andava: restava rabbioso, borbottando, col cappelletto abbassato
sugli occhi, con una cera di malcontento poco promettente. Del resto,
tutt'i visi della gente che andava e veniva impaziente, in quella sala,
o se ne stava accasciata sui divanetti appoggiati al muro, tutti quei
visi avevano un'impronta di tristezza, di fastidio, di sofferenza
repressa. Pareva l'anticamera d'un medico celebre, dove vengono a
riunirsi, l'un dopo l'altro, gl'infermi, aspettando il loro turno,
guardandosi intorno, con l'occhio vago di chi non s'interessa più a
nulla, col pensiero sempre rivolto alla propria infermità. E come in
quell'anticamera lugubre, che chi l'ha vista una volta, per sè o per una
persona cara, non può dimenticare; come in quella stanza si riuniscono
insieme tutt'i malori che tormentano il povero corpo umano: il tisico
con le spalle strette e curve, il collo sottile e gli occhi nuotanti in
un fluido morboso; il cardiaco dal viso pallido, dall'arteria grossa,
dalle mani giallastre e gonfie; l'anemico dalle labbra violacee e dalle
gengive bianche; il nevrotico dalle mascelle rimontanti, dai pomelli
sporgenti, dal corpo scarnato, — e tutte le altre malattie ignobili o
pietose, che torcono le linee del viso, che serrano nervosamente le
bocche e danno quel calore insolito alle mani, quel calore che fa
spavento alle persone sane; — così in quella stanza fredda, venivano a
raccogliersi tutte le miserie morali umane, di tutto dimentiche,
concentrate nella propria pena.
Vi era il giovanotto che ha fatto il maestro elementare senza patente, è
venuto a Roma per avere un impieguccio qualunque, e poichè gira da un
mese invano, timido, ha finito per chiedere un posto di servitore che
non vogliono dargli, perchè ha l'aria poco servile; l'ex-impiegato del
Banco di Napoli o di Sicilia che fu destituito per malversazione dodici
anni fa sotto il partito di destra e ora vuol essere reintegrato dal
partito progressista che ha sempre servito fedelmente; l'industriale
dalle speculazioni vacillanti, che deve pagare una fortissima multa al
fisco, perchè non ha fatto registrare un contratto, e che spera nella
grazia del signor ministro per essere assoluto dall'ammenda inflittagli;
la vedova del pensionato accompagnata da un bambino tutto piagnoloso pel
freddo, che chiede da dieci mesi una prenditoria del lotto, rinunziando
alla pensione; il fannullone che sa far di tutto e non è buono a niente,
che vuole assolutamente un posto, qualunque sia, col pretesto che,
mentre alla Camera e ai ministeri ci sono tante bestie, anche lui deve
prender parte alla cuccagna.
E le variazioni dei bisogni, delle necessità, sono infinite: ognuna di
quelle persone ha dentro l'anima un cruccio, un desiderio insoddisfatto,
una illusione vivace e tormentosa, una cura segreta, un'asprezza di
aspirazione, un malcontento: e sulle facce corrisponde una contrazione
spasmodica, uno stringimento di labbra colleriche, una dilatazione di
nari che tremano all'urto nervoso, un aggrottamento di sopracciglia che
contrista tutto il viso, una convulsione di mani che si serrano nelle
tasche del _paletot_, una curva malinconica nel sorriso femminile che va
discendendo di delusione in delusione: e insieme un concentramento
profondo, una dimenticanza di tutti gli interessi altrui, un pensiero
unico, una idea fissa, per cui si guardano, s'incontrano, si urtano, ma
par quasi che non si sentano e non si vedano. La sala è sudicia sul
pavimento, sporcata dai piedi che hanno attraversato le pozzanghere dei
vicoli, tutta macchiata di grossi sputi di persone raffreddate.
«Chi ha chiesto l'onorevole Moraldi?» grida la voce dell'usciere.
«Io», risponde un vocione imponente, un uomo grasso e grosso, con la
pappagorgia rossa.
«Prega di aspettare un poco: parla il signor ministro.»
E il grosso uomo si pavoneggia nel suo soprabitone caldo, che descrive
una curva sensibilissima sulla pancia. Qualcuno lo guarda con invidia,
poichè il _suo_ deputato lo ha almeno pregato di aspettare, mentre altri
si dànno per assenti, o mandano secco secco a dire che non possono
venire. Forse lo invidiano per quel soprabitone caldo, poichè quanti
abiti troppo leggieri coperti da un meschino _paletot_ ragnato, quante
giacche di autunno portate ancora nell'inverno, con una disinvoltura
rassegnata, quanti calzoni _sale e pepe_ sotto un soprabito verde,
quanti calzoni di un giallore offuscante sotto la stoffa color cannella
di un vecchio e logoro soprabitone!
Il movimento continuava; quelli che avevano avuto un rifiuto definitivo
restavano un po' indecisi, con la faccia smorta, guardando verso
l'uscio, quasi non avessero il coraggio di uscire, pel freddo; poi si
decidevano ad andarsene, le spalle curve, lentamente, senza voltarsi.
Per uno che ne usciva, due o tre ne entravano: la sala non si vuotava
mai: gli uscieri andavano e venivano da quella porta, che pareva quella
di un tabernacolo: le risposte negative piovevano.
«Chi ha cercato l'onorevole Nicotera?»
«Io,» rispondeva un uomo alto e magro, con un collo scarnato, una faccia
scheletrita, con pochi peli incolori.
«Vi è: si scusa, non può venire.»
L'uomo dalla magrezza fantastica si piegava in due, come un bruco, sul
banco, scriveva un'altra scheda, la consegnava a un altro usciere, che
tornava, gridando:
«Chi ha chiesto l'onorevole Zanardelli?»
«Io,» rispondeva quella vocetta sibilante.
«Vi è: parla il ministro, non può venire.»
Lo spettro scriveva ancora, senza perdere la pazienza.
Ma un deputato, più arrendevole, era uscito all'appello di colui che lo
desiderava, accogliendolo con una certa premura frettolosa,
conducendoselo nell'altro salone dove avvengono le conversazioni fra
clienti e deputati. In quel salone vi erano tre o quattro signore,
sedute nell'ombra, aspettando, con le mani nel manicotto. Il deputato e
il cliente andavano su e giù: il cliente discorreva con vivacità,
gesticolando, e l'onorevole lo ascoltava, con gli occhi bassi,
attentamente, chinando il capo ogni tanto per approvare.
Nella sala d'aspetto l'attesa aveva stancato tutta quella gente: una
lassezza fisica e morale piombava su loro: la nuova delusione, in quella
caduta di giornata, spezzava le loro gambe; qualcuno si appoggiava al
muro; sulle ginocchia della vedova il bimbo si era addormentato, un
silenzio regnava. E miserie vere o false miserie, desiderii di cervelli
oziosi, o pii ferventi desiderii di anime laboriose, necessità in cui il
vizio ha fatto precipitare o infortuni immeritati, ambizioni modeste,
fantasticherie di nervi esaltati, sete di giustizia di mattoidi
ostinati: tutta questa intima pena umana, sopportata in silenzio, si
confondeva in un senso di oppressione, di mestizia, in un sentimento di
abbandono, in un rammarico sconsolato di essere venuti là, un'altra
volta, a picchiare a quella porta che non voleva aprirsi. Già ardevano
le fiammelle del gas, vivamente, ma battevano sopra facce scomposte, in
una prostrazione, in una immobilità di gente morta. Tre uscieri vennero
fuori dalla porta, uno dietro l'altro:
«Chi ha chiesto l'onorevole Sella?»
«Chi ha chiesto l'onorevole Bomba?»
«Chi ha chiesto l'onorevole Crispi?»
«Io, io, io,» rispose la vocina piccola dell'uomo scheletro.
«L'onorevole Sella non può lasciar l'aula».
«L'onorevole Bomba è occupato nell'aula».
«L'onorevole Crispi è nella commissione del bilancio».
Tranquillamente l'essere scheletrito scrisse una altra scheda e la porse
a un usciere.
«Scusi,» osservò quello, «non possiamo chiamare i signori ministri e
specialmente il presidente del consiglio».
«E perchè?» fece lo spettro, meravigliato.
«È il regolamento».
Ma quello, sempre paziente, scrisse un altro nome e si mise a
passeggiare su e giù, sorpassando la statura di tutti. Qualcuno
cominciava ad andar via, trascinando il passo, portando seco la
umiliazione di quella lunga attesa inutile; altri, prendendo una
risoluzione disperata, uscivano di là per andare a piantarsi, nel freddo
serale, innanzi alla porta di Montecitorio, aspettando i deputati
all'uscita; altri, più timidi, restavano ancora: il gas dava un po' di
calore, alla fine della seduta qualche deputato sarebbe comparso. Un
_coupé_ si fermò davanti alla porta, restò chiuso, un servitore scese di
cassetta, entrò, consegnò un biglietto ad un usciere e stette
aspettando, con l'aria indifferente della gente comandata. Un usciere
gridò:
«Chi ha chiesto l'onorevole Barbarulo?»
«Io», fece la fantasima.
«Non vi è.»
«È in congedo?»
«E morto da quattro mesi.»
Questa notizia colpì l'uomo-cadavere: egli pensò un momento, ma forse
non trovò altro nome da chiamare e se ne andò, lentamente, anche lui.
Dopo un minuto, Francesco Sangiorgio attraversò la sala, parlò col
servitore — due parole — e accompagnato da lui fin sulla piazzetta,
entrò nel _coupé_, vibrando ancora pel successo.
«Mi congratulo sinceramente,» disse donna Elena Fiammanti, stringendogli
la mano.
Il _coupé_ filò via. Nella sala il viavai cessava, il bimbo gridava,
svegliato dalla mamma, gli uscieri si sedevano un momento, stanchi: due
deputati, uno con tre interlocutori, un altro con due signore,
chiacchieravano nel salone attiguo.
La vampa ardeva, piccolina, nel caminetto: tre ceppi in triangolo
bruciavano, alle punte. Donna Elena stuzzicò un poco la cenere calda e i
carboncini accesi, ne schizzò fuori qualche scintilla, i tre ceppi
s'infiammarono. Ella si rialzò subito: si stirò, con un moto macchinale,
la maglia di seta nera sui fianchi.
«Vi piace la vampa, Sangiorgio? Vi dev'esser freddo laggiù, in
Basilicata».
«Molto freddo», diss'egli, sedendosi in una poltroncina. «I caminetti
eleganti non ci sono: ci sono certi larghi e alti camini, sotto la cui
cappa, a destra, si pone un banco di legno. Ivi siede il capo della
casa, nell'inverno, e attorno i figliuoli e i parenti».
«Io amo molto il fuoco, nel caminetto,» diss'ella, con gli occhi
socchiusi, come gravi di languore; ma quando vi è qualcuno. Da sola, mi
contrista».
Parlava, con le due braccia abbandonate lungo i bracciuoli del suo
seggiolone, appoggiando la testa alla spalliera. La luce della lampada
faceva scintillare l'oro con cui era ricamato l'alto goletto della sua
maglia e traeva una scintilla da una fibbia d'oro, sopra la scarpetta
nera: il piedino si avanzava, un po' grasso, ma inarcato.
«Non sarete mai sola, credo».
«No, mai,» rispose ella francamente; «la solitudine è odiosa».
«Infatti.....» assentì lui, vagamente.
«No, no, non mi date ragione per cortesia. Lo so che voialtri uomini,
massime quando avete una grande ambizione o un grande amore, desiderate
la solitudine. Ma noi donne, no. Noi abbiamo bisogno della gente. Se una
donna vi dice che preferisce la solitudine, non ci credete, Sangiorgio;
vi inganna per bontà o per non discutere. Esse sono tutte come me, o,
piuttosto, io sono donna come le altre. La gente mi diverte. Anche uno
sciocco m'interessa. Oggi, alla Camera, per esempio.....»
«Per esempio?...» fece lui, con un mezzo sorriso.
«Vi era uno sciocco dietro a me, nella tribuna della presidenza: mi ha
parlato di scempiaggini, per un'ora».
«E non vi ha seccato?»
«No, mi ha impedito di udire il discorso del ministro. Fumate?»
«Grazie».
Ella gli porse la scatola degli avana. La mano era grassoccina, con
certe unghie rosee, lucidissime.
«Avete fatto un bellissimo discorso, oggi, Sangiorgio», riprese ella,
accendendo una sigaretta gialla.
Sangiorgio alzò gli occhi su lei, senza rispondere.
«Se ci tenete, comperate i giornali domani: saranno pieni di voi».
«Non mi pare: il ministro è molto amato».
«Bah!... egli è come Aristide: i suoi concittadini si sono annoiati di
udirlo chiamare giusto. Non v'illudete per questa citazione, Sangiorgio:
io non so nè il greco, nè il latino. Sono ricordi di giovinezza, quando
leggevo».
«Ora non leggete?»
«No, i libri mi annoiano».
«Sono inutili».
Il cameriere entrò con un piccolo vassoio di bambù e col caffè: anche le
tazze erano giapponesi, di una porcellana delicatissima, azzurrina.
«Quanti pezzi?» domandò ella, tenendo sospesa la morsetta d'argento.
«Due».
Mentre prendevano il caffè, Sangiorgio guardava il salotto. Vi era stato
un momento, prima del pranzo, mentre la contessa era di là a cambiarsi
di vestito. Era un salotto piccolo, senza tavolini, senza mobili di
legno, tutto pieno di poltrone, poltroncine, divanetti, sgabelli, una
stanzetta senz'angoli: anche il pianoforte era dissimulato sotto una
quantità di stoffe turche e persiane: sul muro, un pezzo di piviale
roseo, ricamato in oro, brillava.
«Vedrete, vedrete, Sangiorgio: domani molti deputati vi si faranno
presentare. Voi godrete tutte le dolcezze del successo».
«Bisogna crederci all'ammirazione dei colleghi?»
«No, caro amico, ma goderne. Una quantità di cose umane, belle e buone,
sono false nella loro essenza. La saggezza è di approfittarne, di
prenderle come sono, senza chiedere di più».
E gli diede un'occhiata, alla sfuggita, rapidissima. Egli capì subito:
lo assisteva in quella piccola stanza la stessa lucidità che, nella
giornata, innanzi alla Camera, lo aveva soccorso nella sua audacia.
«Anche l'amore è così,» mormorò lui.
«Specialmente l'amore,» rispose donna Elena, spalancando i suoi occhioni
bigi che avevano delle tinte turchine, quella sera. «Vi siete mai
innamorato, Sangiorgio?»
«Mai molto,» disse subito lui, «... ancora,» soggiunse.
«Grazie. Quando v'innamorate, ricordatevene. L'amore è una cosa bella,
non bellissima: non bisogna chiedergli più di quello che può dare. Ma
l'uomo è esigente, l'uomo è egoista, l'uomo vuole la passione... e
allora... la donna dice la bugia. In realtà il sentimento è mediocre, ce
ne sono dei più forti, l'amore è una forma passeggiera, spesso
inefficace.»
E mentre ella spifferava questi paradossi romantici con un'aria un po'
pedantesca, le labbra incarnate si delineavano nella loro tumidezza, la
mano arruffava un poco i riccioli naturali della fronte, ella agitava in
su e giù il piedino grassoccio, la cui pelle traspariva dalla calza di
seta nera traforata. Sangiorgio, già familiarizzato, la guardava con un
sorriso un po' fatuo che ella forse non vedeva, infervorata nei suoi
paradossi.
«Anche la donna vuole essere ingannata,» continuò donna Elena, buttando
la sua sigaretta nel caminetto. « — Questi traditori d'uomini non sanno
amare! — le sentite gridare, e piangono e si disperano. Esse esigono la
fedeltà! la bella frottolina da raccontare ai bimbi. Come se si potesse
esser fedeli! come se non si avessero nervi, sangue, fantasia, tutte
cose contrarie alla fedeltà! Centomila lire di mancia a chi mi porti in
casa un uomo e una donna veramente fedeli, assolutamente fedeli!»
Francesco Sangiorgio aveva preso quella mano alzata: egli scherzava con
le dita, leggermente, intorno agli anelli di brillanti, intorno a
un'opale allungata, dalla tinta lattea. Sangiorgio abbassava ogni tanto
la testa sulla mano come per ischerzo, e finì per baciarla, sulla linea
del polso. Donna Elena non gl'inspirava più alcuna soggezione: gli
sembrava di essere in intimità, con lei, da un pezzo; gli venivano una
quantità di idee volgari; una leggera ebbrezza rimastagli dal giorno,
rinforzata ora da quell'ambiente femminile tutto profumato di
_corylopsis_, da quella donna provocante, da quelle parole che a forza
di paradossi diventavano brutali, gli faceva crollare il capo. Per
affermare questa sua intimità con donna Elena, avrebbe voluto
distendersi sopra un divano, o buttarsi sul tappeto, o gittare i
fiammiferi nel caminetto, fare delle impertinenze da bambino ineducato.
Resisteva a queste tentazioni con uno sforzo di volontà, ma il sorriso
ironico che piegava sdegnosamente il labbro inferiore di donna Elena, ma
il lieve fremito delle nari che animava quel grande naso aquilino
femminile — l'aristocrazia e la bruttezza di quel volto — lo eccitavano.
Piano piano le cavò gli anelli dalla mano sinistra, facendoli
ballonzolare nella propria mano; e in quella specie di ubbriachezza che
lo vinceva, il suo più forte desiderio era di cavarle una scarpetta, per
vedere il piedino che si sarebbe ripiegato, nudo nella calza, quasi
pudico.
«Certamente vi sono delle donne virtuose,» seguitò donna Elena: «chi lo
nega? È tutta un'altra quistione. Vi sono delle donne fredde, vi sono
delle donne che non amano. Io ne conosco varie: non molte, ma varie.
Allora non ci vuole una gran forza a restar fedeli. Donna Angelica, la
moglie di Sua Eccellenza, ecco una donna virtuosa! La conoscete, donna
Angelica, Sangiorgio?»
«... Sì... di vista,» mormorò lui.
E restò tutto imbarazzato, con quegli anelli in mano, non sapendo cosa
farne: finì per posarli sopra uno sgabello, senza osare di rimetterli
alla mano, donde li aveva tolti. D'improvviso, quella nebbia bassa che
gli offuscava il cervello si era dileguata, ed egli si vergognava di
tutte le ignobili cose da fanciullo, che aveva pensato di fare. Quasi
quasi avrebbe chiesto perdono a donna Elena: ma costei, forse, di nulla
si era accorta. Tutta nervosa ancora, si passava le mani sulle pieghe
della veste di lana nera, a stirarle, come se volesse far loro prendere
una tensione immutabile.
«Che ve ne pare della mia predica?»
«Sono un neofita ardente: non intendo tutto, ma ammiro,» rispose il
deputato, avendo ripreso elasticità di spirito, da poter esser frivolo.
«Vi farò della musica: questa la capirete,» disse ella, alzandosi a un
tratto: «Fumate, leggete o dormite: se non mi ascoltate, non importa:
io, la musica, la fo tanto per me che per voi.»
Dopo un momento, una voce delicata e toccante cantò le prime note
dell'_Avemaria_ di Tosti. Francesco Sangiorgio trasalì, come a un suono
inaspettato, impensato. Invero, la voce di donna Elena non rassomigliava
a donna Elena, o, piuttosto, le rassomigliava per un lato solo, e, per
gli altri lati, la completava.
Invero, donna Elena ritrovava, ogni tanto, nel canto, la nota _sua_, il
_suo_ carattere; ritrovava quella nota grave di contralto, un po' rauca,
calda, che scuote le fibre, quel tono basso e amoroso, che è una
confidenza passionata e una gelosia improvvisa: e per codesto lato la
voce le rassomigliava. Ma ella trovava anche la dolcezza molle di
intonazione, la purezza di una nota filata senza un tremolìo, la
delicatezza di un canto quasi infantile, la tenerezza fluida di una voce
innocente di giovanetta: ella ritrovava, nota eccezionale nel canto, una
voluttà quasi ideale, una trasfigurazione armoniosa della sensualità, un
poetizzamento supremo: per questo, la sua voce la completava.
Dimentica di colui che l'ascoltava, ella cantava, la testa un po'
arrovesciata, gli occhi tanto illanguiditi che le ciglia ombreggiavano
le guance, la bocca appena schiusa, senza fare una contorsione, la gola
che si gonfiava, bianca nel colletto nero e oro della maglia, con le
mani che scorrevano lievi lievi sui tasti, staccandosene delicatamente
come se li carezzassero. Una nuova dolcezza, una nuova serenità pareva
che si fossero diffuse per quella stanzetta, sin allora dominata da un
ambiente acre e provocante: una blandizie si allargava sulle cose
inanimate, temperandone la vivacità. Donna Elena cantava la malinconica
romanza di Schumann, il cui ritornello sembra più un novo contristamento
che un conforto, tanto la musica ne è acutamente triste:
_Va, prends courage, cœur souffrant..._
e Sangiorgio l'ascoltava, pensoso, alla fine di quella giornata
trionfale, preso da una emozione ignota di dolore.