Quel giorno bisognava resistere e non andare a Montecitorio. Non pioveva
più, come per stanchezza di quella settimana di pioggia: un fiato molle
di acqua fluttuava ancora nell'aria, le strade erano fangose, il cielo
tutto bianco di nuvole: una gente smorta, chiusa nei soprabiti, coi
calzoni arrovesciati sul collo del piede e col viso incerto di chi non
si fida, girava per le vie. Da una finestra dell'_Albergo Milano_,
l'onorevole Sangiorgio guardava il palazzo del Parlamento, dipinto in
color legno chiaro, su cui la pioggia autunnale aveva impresso certe
larghe macchie più oscure, e cercava di raffermarsi nel suo proponimento
di non entrarvi in quel giorno.
Per sei giorni di pioggia, egli era stato lì dentro, la mattina, nel
pomeriggio, di sera. Come schiudeva la finestra, al mattino, scorgeva,
attraverso il velo fitto della pioggia, il grande palazzone panciuto,
che pareva volesse sbuzzar fuori per l'umidità. E si vestiva
macchinalmente, tenendovi gli occhi addosso, facendo conto di andarsene
per Roma, a vedere la città, a cercare un quartierino mobiliato, non
potendo durare alla vita di albergo; ma sulla porta dell'albergo,
aprendo il paracqua, una subita indolenza lo vinceva; la strada che
inclinava a Piazza Colonna, gli pareva sdrucciolevole e pericolosa: egli
dava una scrollata di spalle, ed entrava direttamente, sotto la pioggia
che incalzava, nel palazzone di Montecitorio. Ne riusciva solo per far
colazione, all'albergo, nel salone a terreno che fa angolo, dietro una
delle porte-finestre, dai grandi cristalli di un sol pezzo; e mangiando
lo stufatino di vitella alla romana, egli si voltava, ogni tanto, a
vedere chi entrasse in Parlamento.
Mangiava rapidamente, con la distrazione di un cervello che non è
sensibile al piacere dello stomaco. Sempre qualcuno che entrava lo
interessava. Ora gli sembrava che fosse il Sella, con la sua forte
persona, un po' quadrata, come se fosse tagliata con l'ascia, e la barba
ispida, di un nero opaco, che si brizzolava presto: e Sangiorgio si
levava su, come per corrergli dietro, a raggiungerlo. Ora gli sembrava
che fosse il Crispi dal grosso mustacchio bianco, dal viso colorito,
simile più a un vecchio generale brontolone, che a un focoso avvocato.
L'onorevole Sangiorgio finiva presto di mangiare, ròso dalla impazienza
di vedere davvicino questi uomini politici, questi capi-parte, e
scappava di nuovo a Montecitorio. Ma lì una crescente delusione lo
attendeva.
Egli girava dapertutto, cercando il Sella o il Crispi: ma l'aula era
vuota e fredda, sotto il lucernario, co' suoi banchi ancora coperti
delle fodere di tela estive, coi suoi tappeti di un color polvere,
orlati di azzurro, avendo l'aria di un pozzo profondo e umido, con una
luce altissima che vi pioveva, quasi filtrando attraverso un velo
d'acqua. Distrattamente egli saliva i cinque scalini che portano al
seggio presidenziale, e si fermava un momento, dietro il seggiolone, a
guardare i banchi, che stretti, giù, ascendevano verso le tribune,
allargandosi; gli veniva una voglia infantile di mettersi a baloccarsi
coi bottoni bianchi della soneria elettrica: per non cedervi,
ridiscendeva subito dall'altra parte e usciva dall'aula, portando seco
un po' della malinconia di quel grande cono rovesciato giallastro, così
tetro nella solitudine. Non trovava il Sella o il Crispi in nessun
posto, nè nel buio corridoio lungo e stretto, dove i deputati hanno i
loro cassetti per i progetti di legge e per le relazioni. Egli non
trovava il suo uomo politico nè alla _buvette_, nè al grande salone dei
_passi perduti_, nè alle stanze degli Uffici che dànno sulla piazza: un
silenzio, una solitudine, dappertutto, con qualche usciere che
gironzava, in uniforme, ma senza medaglia e con l'aria stanca delle
persone disoccupate. Or qua, or là, l'onorevole Sangiorgio incontrava il
questore della Camera che, era venuto a dare il cambio all'altro
questore, un patrizio che si godeva l'ottobre nel fasto della sua villa
magnatizia sul Lago Maggiore: e quest'altro, un barone abruzzese, dalla
serena aria signorile, dalla fluente barba bionda, dalla compostezza
mite, senza severità, del gentiluomo fedele alla consegna, se ne andava
invigilando, senza far mostra di nulla. Ogni volta che il barone
questore incontrava l'onorevole Sangiorgio, gli faceva un piccolo saluto
col capo: e mormorava:
«Onorevole».
E non diceva altro, passando. Da questa cortesia continua e da questa
continua riserva, l'onorevole Sangiorgio era come imbarazzato e
intimidito: avrebbe preferito o non esser salutato, come un estraneo, o
discorrere come un collega. Quella correttezza, amabile ma fredda, lo
sconcertava, cosicchè, in capo a una settimana, di questi saluti
compiti, senza lo scambio di una parola, l'onorevole Sangiorgio aveva
finito per arrossire, lievemente quando incontrava il questore, come se
costui lo sorprendesse in fallo. Poi, preso da una sfiducia di trovare
chi cercava, egli si rifugiava nella sala di lettura, intorno alla
grande tavola ovale, dove erano sparsi i giornali quotidiani. Lì,
trovava sempre un paio di deputati: un socialista, di Romagna, dalla
barbetta biondacastana e dall'occhio mobilissimo dietro gli occhiali,
che scriveva continuamente sopra un tavolinetto, lettere sopra lettere,
proclami focosi, forse; un deputato vecchio, col pizzo bianco e la
faccia rossa, che dormiva sempre, quietamente, in una poltrona, coi
piedi sopra una sedia, le mani in grembo e un giornale spiegato sul
petto.
Francesco Sangiorgio, vinto da quella quiete, da quell'aria calda, dalla
mollezza della grande poltrona di velluto azzurro cupo, appoggiava la
testa a una mano, tenendo sempre sollevato il numero del _Diritto_ o
dell'_Opinione_ che stava leggendo. Un sopore gli scendeva su tutti i
nervi, come rilassati in quell'ambiente caldo e silenzioso; ma nel
sopore, dietro la mano che gli copriva gli occhi, egli ascoltava. Se il
deputato socialista voltava il foglio, se il vecchio faceva gemere una
molla del suo seggiolone, Sangiorgio trasaliva: il timore di essere
sorpreso dormendo, lo scuoteva, come quell'antico deputato che non aveva
vergogna di distendere la sua senilità sfiaccolata e inattiva nella
sala, dormendo della grossa, con un respiro roco di vecchio catarroso.
Allora egli si alzava e in punta di piedi traversava la sala.
Il deputato socialista levava il capo, guardandolo fissamente coi suoi
occhi maliziosi di apostolo troppo furbo: forse cercava di indovinare la
stoffa di un discepolo, in quel deputato novellino e giovane; ma lo
sguardo freddo, la fronte bassa dove i capelli erano piantati duramente,
come una spazzola, tutta la fisonomia energica di Francesco Sangiorgio,
indicavano un carattere già formato, incapace di subire influenze, su
cui non avrebbe avuto presa il misticismo sociale. Sicchè Lamarca, il
deputato socialista, riabbassava il capo a scrivere.
L'onorevole Sangiorgio saliva al terzo piano, alla biblioteca. Nel
corridoio chiarissimo che ha le sue finestre proprio sul lucernario
dell'aula, due o tre impiegati, innanzi agli alti leggii di legno,
scrivevano in certi libroni, un catalogo generale delle opere che si
conservavano in biblioteca, e il loro lavoro era continuo, incessante:
essi scrivevano senza far rumore, senza parlare. Un deputatino, già
calvo, col naso rosso, era sempre innanzi a un leggio e sfogliava,
sfogliava, in uno di quei libroni, come se cercasse una opera
introvabile: piccolino, ritto sopra uno sgabello per arrivare
all'altezza del leggio, con un par d'occhi miopi che gli facevano
mettere il naso sulla carta per leggere, pareva sempre che dovesse
scomparire dentro il librone e restarvi schiacciato, come un segnacarte.
Nella fuga delle stanze, tutte piene di libri, l'onorevole Sangiorgio
non trovava alcuno: i tavolini coperti di carta, di penne, di calamai,
di matite, per gli studiosi, erano deserti.
In qualche angolo di stanza, innanzi a uno scaffale semivuoto,
arrampicato sopra una scala, l'erudito deputato bibliotecario, il
dantofilo paziente dalle sopracciglia nere, che sembravano tracciate da
un colpo di carbone troppo forte, rovistava fra i libri, furiosamente,
con la passione per quella biblioteca, che egli aveva tratta dal
disordine in cui giaceva. Nemmeno si voltava, l'onorevole deputato
bibliotecario, al passo cauto dell'onorevole Sangiorgio: o,
accorgendosene, si voltava e lo guardava con un paio d'occhi nerissimi e
vivi, ancora sbalorditi e pregni della ricerca letteraria che stava
facendo.
Francesco Sangiorgio, di nuovo imbarazzato, come un disturbatore, messo
in soggezione da quel silenzio e da quello sguardo stralunato del
bibliotecario, camminava anche più adagio, e nell'ultima stanza si
metteva a leggere i titoli delle nuove opere, a uno a uno, sbalordendosi
di tutta quella scienza amministrativa, economica, politica, che era
accumulata in quelle scansie. Poi, per non parere, prendeva un volume
del Buckle, _Storia della civilizzazione in Inghilterra_, il secondo e
leggeva.
Come gli amanti che non possono staccarsi dalla donna che amano,
subendone il fascino dolcissimo, cercano dei piccoli pretesti, per poter
restare accanto a lei, così egli si tratteneva nei corridoi a guardare
le carte geografiche in rilievo, nell'aula a studiare la distribuzione
dei posti, in sala di lettura a leggere i giornali, in biblioteca a
leggere un libro qualunque, di cui poco o nulla gli importava.
Con la naturale salvatichezza del suo spirito e la timidità del
provinciale, egli temeva, in cor suo, che quel questore che lo salutava
così compostamente, ma senza mai dirgli niente, che quegli uscieri così
indifferenti che lo vedevano passare, che quel bibliotecario così
amoroso della sua biblioteca, non lo giudicassero quello che realmente
era; un provinciale, un novellino, stordito dalla sua prima fortuna
politica, che fremeva di piacere a distendersi nei seggioloni
parlamentari e che non sapeva staccarsi da quel posto. Gli pareva che,
come agli amanti, gli si dovesse leggere, sulla faccia, la passione
unica.
Quel giorno non voleva metterci piede, a Montecitorio, non voleva per
nulla occuparsi del mondo parlamentare: aveva bisogno di veder Roma, di
trovar casa. Egli s'indugiava alla finestra, volendo mettersi in giro,
dopo colazione. Si era svegliato di buon'ora, desto da un frastuono di
voci e di risate, nella camera accanto. Una voce sonante, virile, tutta
scoppii, che pronunziava con un fortissimo accento napoletano, che
parlava un dialetto napoletano schiettissimo, frammezzato da grosse
risa, dalla mattina strepitava, esclamando, con due persone in visita
che erano poi sostituite da altre due, una sfilata di amici, di
sollecitatori che chiedevano, si raccomandavano, ripetevano
infinitamente la loro domanda, in dialetto napoletano, con quella
ostinazione verbosa partenopea, a cui l'on. Bulgaro, deputato per
Chiaia, secondo quartiere di Napoli, rispondeva con forti dinieghi. Si
udiva tutto attraverso la porta divisoria: l'onor. Sangiorgio,
involontariamente, ascoltava — Non poteva, no, proprio non poteva, l'on.
Bulgaro: che era forse il Padre Eterno da far grazia a tutti? Lo
lasciassero in pace, una buona volta! — E passeggiava per la stanza, col
suo pesante passo di biondone grasso che la vita borghese ha
intorpidito, togliendogli l'elasticità del bell'ufficialone vigoroso che
aveva sedotto tante belle creature, nel tempo buono. Ma quelli che
volevano qualche cosa, insistevano, supplicavano, esponevano i loro
fatti di famiglia, narravano i loro guai, ricominciando sempre, tanto
che l'onorevole Bulgaro, con la facile bonarietà napoletana, cedeva,
stanco, e diceva:
«Va bene, va bene: mo' vediamo, se si puol fare qualche cosa».
Quelli se ne andavano, soddisfatti, come se già avessero quello che
desideravano, e l'on. Bulgaro, rimasto solo, un minuto, sbuffava e
mormorava:
— Gesù, Gesù, che _schiattamento_! —
L'onorevole Sangiorgio si vergognò di aver tanto ascoltato, e scese a
colazione, tutto pensieroso. Si armava di forza per resistere alla
seduzione di Montecitorio: pensava che forse erano giunti molti
deputati, mancando solo venti giorni all'apertura della decimaquarta
legislatura; e già cedeva alla curiosità, un pretesto della sua
debolezza. Ma, per caso, una carrozza che passava, lentamente, sul
selciato bagnato, gli sbarrò la vista del portone: egli salì in quella
carrozza con un atto decisivo.
«Dove comanda?» chiese il cocchiere a quel passeggiero distratto, che
non gli dava l'indirizzo.
«A... san Pietro... sì, portami a San Pietro,» rispose Francesco
Sangiorgio.
Il tragitto fu lungo: le tre vie consecutive, Fontanella di Borghese,
Monte Brianzo, Tordinona, erano ingombre di veicoli e di pedoni,
strettissime, contorte, con quelle nere botteghe di ferravecchi, di
cartoleria, tutte sporche e polverose, con quei portoncini angusti, con
quegli angiporti paurosi. A Castel Sant'Angelo si respirava; ma sul
torbido e quasi immobile fiume giallastro, era una fittezza di casupole
brune, di casamenti bigi, dalle mille piccole finestre, dalle chiazze di
verde umido, sulle facciate, come se una schifosa lebbra li deturpasse,
dalle fondamenta nerastre di ruggine, che l'acqua bassa lasciava
scoperte: quel gomito di fiume, verso Trastevere, era ignobile. In Via
Borgo la quiete profonda clericale cominciava, coi palazzi bigiognoli
silenziosi, con le botteghe di oggetti sacri, statuette, immagini,
oleografie, rosari, crocifissi, su cui era pomposamente messa la
leggenda: _Oggetti di arte_.
Nella vastità della piazza, solitaria, deserta, che ascende verso la
chiesa, le due fontane zampillanti, sembravano due pennacchi bianchi, e
l'obelisco di mezzo un bastoncello; e intorno intorno era tutta una
bagnatura lieve, un umidiccio di acque quasi trapelanti a fior di suolo,
un silenzio di luogo disabitato. La carrozza girò intorno all'obelisco e
si fermò innanzi alla grande scalea. L'onorevole Sangiorgio guardava la
facciata di San Pietro, sembrandogli molto piccola e molto schiacciata.
«Non vole andare in chiesa?» domandò il cocchiere.
«.... Sì,» disse il deputato, scotendosi dalla sua distrazione.
Quando fu sulla soglia, si voltò a guardare la piazza, macchinalmente.
Aveva letto che un uomo sembrava una formica, a quella distanza; ma
nessun uomo comparve, e la piazza vuota, grandissima, cosparsa di acqua,
sotto il cielo biancastro, gli parve simile alla campagna romana, una
vastità di campagna brulla. Nella chiesa non provò nessuna impressione
mistica: egli era un indifferente in fatto di religione, non parlandone
mai, discutendo il Papato come una grande questione politica, lasciando
la fede e le pratiche religiose alle femmine. L'architettura di San
Pietro lo lasciò freddo. Avanzandosi, vedeva che la chiesa, s'ingrandiva
sempre più, ma questo inganno dell'armonia gli sembrava senza scopo,
dannoso. Alcuni tedeschi giravano, guardandosi attorno con una certa
severità, come se il loro rigido luteranesimo disdegnasse quella pompa
cristiana. Non una sedia, non un banco, non un prete, non un sagrestano,
spirito familiare, che spegnesse le candele o rifornisse d'acqua
benedetta le grosse pile vuote; i confessionali bruni, su cui leggevasi
a caratteri dorati: _Pro hispanica lingua, Pro gallica lingua, Pro
germanica lingua_, erano vuoti; per inginocchiarsi, solo lo scalino
della Confessione o quello dell'altare maggiore; se no, il freddo
pavimento.
Francesco Sangiorgio non capiva nulla ai monumenti dei pontefici: li
guardava senza intenderne la bellezza o la bruttezza. Aveva idee vaghe e
meschine in fatto di arte. Quello del Canova, coi leoni dormienti, gli
parve mediocre: quello di papa della Rovere, a terra, tutto di bronzo,
gli parve superbo e bello: quello del Bernini, la Morte di oro, il
tappeto di marmo rosso venato, il papa di marmo bianco, non gli urtò i
nervi, gli sembrò semplicemente bizzarro. Non sapeva se i quadri dipinti
sulle pale degli altari fossero di buoni autori o no, se fossero copie
od originali. Andava attorno, trattenendosi, quasi per obbligo,
distraendosi, pensando ad altro, non interessandosi a quella massa
enorme di pietra, glaciale, abbandonata, dove altre tre o quattro ombre
vagolavano. Infine, uscendo, il monumento ai due ultimi Stuart gli
sembrò una miseria.
«Andiamo al Colosseo,» disse risolutamente al cocchiere, buttandosi a
sedere sui cuscini.
Il cocchiere, ad allungare la corsa, poichè era preso a ora, e per
evitare la via per cui erano venuti, abbastanza disastrosa, lo portò per
le vecchie strade scure di Borgo Santo Spirito e del Governo Vecchio,
dove sta la popolazione vera romanesca, incapace di abbandonare i suoi
quartieri antichi e le sue case anguste e piene di scarafaggi. Il
cocchiere faceva andare il cavallo al piccolo passo di animale stanco,
avendo capito di portare un forestiero senza volontà. Anzi, al Foro
Traiano, egli allentò sempre più l'andatura del cavallo, e Sangiorgio
finse di ammirare quella larghezza di campo più basso del suolo, dove
fanno da tronchi d'albero le colonnette mozzate, grande camposanto di
gatti morti, grande vivaio di gatte selvagge, a cui le serve pietose di
via Magnanapoli e di Macel de' Corvi vengono a dare gli avanzi del loro
pranzo. Egli non potette vedere nè la rude facciata del Campidoglio, nè
l'arco di Settimio Severo, nè la Grecostasi, nè il tempio della Pace; nè
tutto il grande Foro Romano: si scavava continuamente da quelle parti:
non si poteva passare, nè andare sul Colle Palatino. Così spiegava il
cocchiere, passando per la via di Tor de' Conti. A un tratto la carrozza
si trovò sotto il Colosseo, senza che egli, il visitatore, l'avesse
visto da lontano, per la via che aveva dovuto prendere.
L'onorevole Sangiorgio _sentì_ che doveva scendere e penetrò sotto
l'arco di entrata, affondando nel terreno fangoso. Una pozza di acqua
piovana, larga, con gli orli verdicci di vegetazione, era sulla soglia
dell'Anfiteatro Flavio: nelle cavità delle pietre bianche sparse qua e
là, nelle scanalature degli scalini, perfino nella mano di un tronco di
statua, vi era dell'acqua piovana.
Francesco Sangiorgio, maravigliato di quella immensità di mura, cercava
di orientarsi: dov'era, dunque, il podio imperiale, dove erano la
tribuna delle vestali e quella dei sacerdoti? Arrivò nel centro, ma non
capì che fossero quelle costruzioni del sottosuolo. Sì, era maestoso il
Colosseo, ma la luce sporca di una giornata piovosa gli toglieva una
parte della maestà, mostrandone il lato sudicio e tutto lo sgretolamento
del tempo. La campagna attorno, fuori, era vastissima: una vegetazione
ricca di campagna umida: ma non un canto d'uccello, non una voce di
animale, non la voce di un uomo.
Sotto l'arco di una porta, una guardia municipale comparve, lenta,
indifferente, senza nemmanco accorgersi del visitatore. L'onorevole
Sangiorgio girò coscienziosamente pel corridoio circolare, un po' scuro.
Pensava che forse era più bello di notte, il Colosseo, con la luna che
dà un aspetto magico alle rovine e le fa sembrare più grandi, più meste.
Aveva fatto male a venirci di giorno, adesso la prima impressione era
irrimediabile: il Colosseo gli pareva una gran cosa immensa e inutile;
una costruzione di gente orgogliosa e folle. Un signore e una signora,
giovane e delicata lei, alto e robusto lui, giravano anch'essi pel
corridoio circolare dove si respira l'aria molle e fresca, come in un
sotterraneo: andavano lentamente, senza guardarsi, discorrendo
sottovoce, con le dita intrecciate. Ella chinò gli occhi, incontrando
quelli di Francesco Sangiorgio, e l'uomo si guardò come meravigliato e
importunato.
— Figuriamoci che sarà di sera, con la luna! — pensò l'onorevole
Sangiorgio. — I romani antichi hanno fatto il Colosseo, perchè gli
amanti moderni ci vengano a tubare.
E si strinse nelle spalle, nel suo segreto disprezzo dell'amore; il
disdegno del provinciale cui mancò il tempo, l'occasione, la voglia di
amare, il disdegno dell'uomo profondamente assorto in un altro
desiderio, che non era l'amore.
«Andiamo a Sangiovanni in Laterano?» chiese il cocchiere, pigliando lui
l'iniziativa.
«Andiamo pure».
E lo condusse prima a San Giovanni Laterano poi a Santamaria Maggiore,
deponendolo fedelmente alla porta. Ma quelle chiese erano più piccole di
San Pietro: non lo maravigliarono neppure per la loro grandezza: erano
più mistiche, forse, ma la sua anima era chiusa ai dolci misteri della
pietà religiosa: egli andava su e giù, come un sonnambulo. All'uscire,
il cocchiere, senza neppure più chiedergli nulla, lo portò, al piccolo
passo del suo ronzino, rifacendo la via già percorsa, e passando sotto
l'arco di Tito, alle colossali terme di Caracalla. Il deputato
Sangiorgio non si fermò a vedere le fotografie sulla porta: entrò
subito, come preso da un'impazienza.
Le mura salivano, altissime, coperte di cespugli d'erba e di spini, con
la solidità che sfida i secoli. Nel mezzo degli stanzoni vastissimi, il
suolo aveva ceduto, era diventato concavo, come quello di una vasca, e
vi si accoglieva un pantanello di acqua nerastra. Nel fondo della sala
dei giuochi e della ricreazione, era una statua seduta, decapitata, una
statua di donna pudicamente velata: Igea, forse. Sul lamentevole cielo
di novembre si disegnava un altissimo pezzo di muro sgretolato, uno
scoglio irto, a picco, che pareva salisse su, su, nella regione delle
nubi. Laggiù, nella campagna, restava ancora ritto, elegante, piccolino,
un tempio rotondo: a Venere, forse.
L'onorevole Sangiorgio, in quell'ampiezza di ambiente, provava un
malessere, aveva un freddo per le ossa, si sentiva piccolo, meschino, e
tutto questo lo mortificava, lo umiliava, lo faceva soffrire.
«No,» disse risolutamente al cocchiere, che gli offriva di condurlo
sulla Via Appia antica. «Andiamo in città».
Rientrando in Roma, s'abbrividiva. S'imbruniva quella molle giornata di
autunno, e a lui pareva di averne addosso tutto l'umidore filtrante,
tutto il colore biancastro e sporco, tutto il sottile strato di fango: e
parevagli anche di portare in sè tutta la mestizia, tutta la solitudine,
tutta la tetraggine di quelle rovine, piccole o grandi, meschine o
immani, tutta la vuotaggine, l'indifferentismo di quelle chiese inutili,
di quei grandi santi di pietra, che sembravano figure ieratiche senza
viscere, di quegli altari, glaciali, di marmi preziosi.
Che gli facevano a lui tutte le memorie del passato, tutti quei ricordi
ingombranti? Chi se ne curava del passato? Egli apparteneva al presente,
molto moderno, innamorato del suo tempo innamorato della vita, che deve
giungere, non di quella che è fuggita, capace di lotta quotidiana,
capace dei più forti sforzi per conquistare l'avvenire. Egli non
s'indeboliva coi rimpianti, non trovava che le cose andassero meglio
prima: egli amava la sua epoca, e la vedeva grande, ecco tutto, più
pensierosa, più attiva, più individuale. In quel crepuscolo che saliva
al cielo torbido di nuvole, egli si sentiva rimpicciolito, perduto dalla
pericolosa, snervante contemplazione del passato; un'oppressione
profonda gli scendeva sul petto, sull'anima; certo aveva preso le febbri
nell'acquitrino del Colosseo e delle Terme, nell'alito tepido e umido
delle chiese.
Ma a Piazza Sciarra i primi lumi a gas lo rianimarono. Un venditore di
giornali strillava il _Fanfulla_ e il _Bersagliere_.
Gruppi di gente erano fermi sui marciapiedi. Una vivezza di vita
cominciò a riscaldargli il sangue. Un signore, in un crocchio, davanti a
Ronzi e Singer, diceva forte che l'apertura del Parlamento era stabilita
pel venti novembre. Le trattorie del _Fagiano_ e delle _Colonne_, sotto
il portico di Veio, erano riboccanti di luce. Attraverso i vetri, parve
all'onorevole Sangiorgio di discernere, nella trattoria delle _Colonne_,
l'onorevole Zanardelli, di cui conosceva un ritratto. Invece di scendere
all'_Albergo Milano_, entrò nella trattoria delle _Colonne_, e si mise a
sedere, solo, a un tavolino, rimpetto all'onorevole intransigente di
Brescia. E mentre mangiava, l'onorevole Sangiorgio contemplava quel
lungo corpo dinoccolato e slogato, quella piccola testa nervosa e piena
di un'indomita volontà, quegli scatti convulsi, quell'armeggìo tutto
meridionale: l'onorevole di Brescia pranzava con tre altri commensali.
In un altro angolo pranzavano tre altri deputati, e i camerieri si
affaccendavano intorno a quei due tavolini di avventori conosciuti,
dimenticando l'onorevole Sangiorgio, tutto solo, ignoto. E in
quell'ambiente fittizio si sentiva rinascere, rinfrancare, riprendeva
forza pel combattimento: quando, nella sera che si avanzava, risalì a
piazza Montecitorio, nel vedere il palazzo del Parlamento, grande
nell'ombra, egli trasalì in tutto il suo essere sconvolto. Era là il suo
cuore.