III.

Nella bottega della guantaia, in via di Pietra, vi era ressa: la bella

padrona bionda e alta, una milanese allegra, le due commesse, le due

giovanettine magre, dagli occhi stanchi, non facevano che rivoltarsi

indietro, ogni minuto, con le braccia tese, a prendere un cassetto di

guanti dagli scaffali: esse curvavano il capo a scegliere con le dita

lunghe e agili, fra le paia, quel paio che cercavano. Tutti quelli che

entravano, chiusi nel _paletot_, sotto cui s'indovinava la marsina, col

bavero alzato e il cappello a staio, lucidissimo, chiedevano dei guanti

chiari o bianchi; un signore elegante, dalla tuba di raso, dal nastro

rosso e bianco sotto il goletto, un commendatore, infine, precisò quello

che voleva, li chiese color grigio tortorella. Una signora provinciale,

vestita di raso granato, con un cappellino bianco che l'affogava,

sceglieva lungamente un paio di guanti, discutendo, facendo impazientire

i tre o quattro che aspettavano, in un cantuccio: cercava il guanto

stretto, non le piaceva che facesse pieghe; poi blaterò contro la

debolezza dei bottoni, attaccati con un punto solo, che saltavano via

dopo un minuto. Quando le dissero il prezzo, sei lire, si scandalizzò,

assunse un contegno serio, disse che era cattiva la pelle per quel

prezzo così caro e uscì, senza guanti, con le labbra strette, portando

in mano il suo biglietto d'invito per una tribuna.

Un onorevole, forte, giovane, bruno, dai grossi mustacchi neri, un

meridionale, raccontava a un suo cliente che si trascinava dietro, come

all'ultimo momento si era trovato senza guanti, che queste padrone di

casa mandano tutto alla malora: e il cliente povero ascoltava, col vago

sorriso paziente dei confidenti, senza guanti, lui, non avendo forse il

denaro da comperarli.

Intanto era entrata una signora, scendendo da una carrozza: era alta,

con un bel viso tutto dipinto di carminio, di antimonio e di bianco, le

labbra sanguinanti, le sopracciglia azzurre a furia di esser nere, i

capelli di un biondo giallissimo. Tutta vestita di bianco, di raso, con

un cappello coperto di piume bianche, con un ombrellino di merletto

bianco, ella cercava un paio di guanti bianchi, a diciotto bottoni, e i

suoi braccialettini tintinnavano, salendo e scendendo sul braccio nudo:

ella esalava un acuto profumo di _white-rose_.

Un deputatino, piccolo e grasso, quasi rotondo, con una corona di barba

nera e un par d'occhietti vividi, piccini, rotondi, la guardava di sotto

in su, e si lagnava, con un collega, un bel signore alto, dal mustacchio

biondastro brizzolato, dall'aria grande di sciocco decoroso, che la

Corte glielo faceva per dispetto: deputato democratico, dell'estrema

sinistra, veniva sempre fuori nel sorteggio dei deputati che dovevano

ricevere il Re e la Regina alla porta del Parlamento. Capite, lui,

deputato democratico, dover fare il saluto, la riverenza, offrire il

braccio ad una dama di Corte che non si conosce, che non vi parla, a cui

non si sa che cosa dire.

«Le donne eleganti mi piacciono», mormorò il deputato, col suo contegno

di stupido soddisfatto.

«Sarà; ma quando si pensa che quel vestito è fatto coi denari dei

contribuenti...» ribattè l'onorevole grassotto repubblicano.

E uscirono, guardando salire in carrozza la bella femmina dipinta: fra

le sfioccature di trina della sua cravatta, ella portava un bigliettino

roseo: andava a un'altra tribuna, ella, a una tribuna distinta.

«La vendetta del proletariato», disse il deputato democratico, tutto

compiaciuto.

Ora, nella bottega di guanti, la gente si accalcava. Erano facce

d'impiegati, dalla barba rasa di fresco, dalle cravatte bianche stirate

in casa, dai soprabiti pepe e sale, fumo di cannone, carbonella, sotto

cui i calzoni neri avevano un luccicore di panno conservato: erano facce

scialbe di alti funzionari, a cui il nastro verde dei SS. Maurizio e

Lazzaro dava un colorito anche più cadaverico: erano ogni sorta di tube

antiquate, a cui un colpo di ferro aveva dato un aspetto giovanile.

La guantaia bionda e ridente non si stancava, non perdeva mai la testa,

si chinava sempre amabilmente, rispondeva con una cortesia di venditrice

signorile settentrionale. Aveva consumata la sua provvisione di cravatte

bianche, e quando arrivò l'onorevole di Santamarta, un siciliano biondo,

dall'aria mefistofelica, a chiederne una, ella si desolò: il marchese di

Santamarta era un cliente di tutto l'anno. Proprio in quel momento aveva

finite le cravatte bianche: ma il Salvi, qui, in Piazza di Sciarra, ne

doveva avere. Il marchesino biondo ascoltava, un po' indolente, con gli

occhi azzurri femminili un po' smorti fra le palpebre, e il sorrisetto

scettico.

«E la signora marchesa era in Roma, si recava naturalmente al

Parlamento?».

«Si..., credo», rispondeva l'onorevole marchese, «credo che vi andrà con

sua sorella. Sono uscito presto di casa, per questa cravatta. Che

fastidio, sempre, queste rappresentazioni...».

E stracco, come se avesse compiuta una gran fatica, e un'altra

insopportabile gliene restasse da fare, se ne andò.

«Da questo Salvi, dite?» domandò dalla porta, con una voce seccata.

«Salvi, in Piazza Sciarra».

Per un momento, la bottega restò vuota. Le giovanette si riposavano, in

piedi, con un pallore sul volto, fra le scatole aperte dei guanti e i

fasci ammucchiati sul marmo; la stessa padrona era presa da un minuto di

lassezza, immobile, appoggiata con le mani al banco. Le pareva di essere

in una di quelle ardenti sere di carnevale, delle ultime, in cui Roma ha

tre balli aristocratici, quattro veglioni pubblici e otto o dieci

ricevimenti; e nella bottega è un affollarsi di giovanotti, di modiste,

di servitori, di cameriere, di mariti disperati, di amanti frettolosi.

Ma una famiglia di salernitani, padre, madre e figliuola, il padre

impiegato all'Interno, entrarono, e chiesero un paio di guanti per la

ragazza. Essi spiegarono subito che andavano alla Camera, che i

biglietti li avevano avuti, uno dal loro deputato barone Nicotera, il

barone, diceva semplicemente la madre; un altro lo avevano avuto da don

Filippo Leale, l'onorevole Leale, quello con la barba nera, che era

stato segretario generale, e il terzo biglietto lo aveva procurato un

usciere della Camera, del loro paese, un brav'uomo, con cinque medaglie:

oh! i biglietti non si avevano facilmente, ve n'era una caccia! una

signora, zia di un deputato, che essi conoscevano, non aveva potuto

averlo. Erano un po' preoccupati, visto il colore diverso dei tre

biglietti, tre tribune diverse: ma via, non si sarebbero perduti nel

Parlamento.

«Credo che bisognerà che vadano per tre vie diverse,» osservò

placidamente la guantaia, a quel profluvio di parole, calzando a stento

la mano rossa e paffuta della ragazza. Il papà guardò sua moglie, con

una cera turbata.

Adesso, la bottega si empiva di nuovo, di gente frettolosa, nervosa, che

non poteva aspettare, che batteva i piedi dall'impazienza, che lacerava

i guanti per metterli presto. Davanti al banco era una doppia fila di

avventori, che si accalcavano gli uni sugli altri: sul banco una grande

confusione di scatole aperte, uno sfasciamento di mucchi di guanti: un

odore forte di pelle, quell'acuto odore tutto femminile che ubbriaca.

Il gaio sole autunnale, in quella mattinata tutta gioconda, saliva sulle

case di via della Colonna, sulle case di via degli Orfanelli, e

illuminava di traverso Piazza Colonna: la colonna Antonina pareva nera e

vecchia in quello spolverio di luce bionda che la circondava, e si

delineava, tutta raggricchiata, come gobba, sulla facciata rossa del

palazzo di Piombino.

Nell'aria limpida era come uno scintillio di atomi dorati. Non spirava

un'aura di vento: una dolcezza immobile avvolgeva le strade e le case,

un ambiente letificato di sole. Dal liquorista Ronzi e Singer, al _Club

delle Cacce_, al grande balcone di donna Teresa Boncompagni, principessa

di Venosa e dama della Regina, al _Circolo Nazionale_, le bandiere

tricolori pendevano spiegate: all'angolo del palazzo Chigi, sul balcone

dell'ambasciata austriaca, le due bandiere si univano, fraternamente.

Nella nitidezza della luce, in cui tutto pareva vibrasse, a contorni

precisi e taglienti, i tre colori, vividi, gittavano una nota acuta,

allegrissima: e il tono giallo del sabbione sparso per il Corso e per la

salita di Piazza Colonna sino al Palazzo Montecitorio, si rinforzava.

Sulla terrazza del _Circolo Nazionale_, era una fittezza di ombrellini

rossi, bianchi, azzurri, come imbionditi dal sole. Dai due lati del

Corso, da Via Cacciabove, da Via della Missione, da Via Bergamaschi, era

un accorrere continuo di gente, a frotte, a gruppi un luccicare di tube

nere, uno scintillio di spalline dorate, un movimento ondeggiante di

piume bianche e rosee, sui cappelli femminili.

Alle nove e mezzo il cordone militare era già a tutti gli sbocchi, e

salendo verso Montecitorio, si arrotondava attorno all'obelisco sino

agli Uffici del Vicario. A ogni sbocco era un continuo parlamentare fra

gli ufficiali e coloro che volevano passare senza biglietto: ognuno di

loro cercava un deputato: eccolo, lo vedeva sotto l'atrio del

Parlamento, gli faceva dei cenni, ma che! Quello non si voltava! Dietro

il cordone, da tutte le parti, la folla aspettatrice si assiepava,

profonda, iridescente nella chiarezza mattinale; qua e là un abito rosso

femminile, un abito bianco facevano macchia. Di qua dal cordone era un

grande spazio libero, innanzi al portone, tutto cosparso di sabbia: ogni

tanto qualche signore dal soprabito aperto, qualche signora in elegante

abito di mattina, lo attraversavano, a piedi, lentamente per farsi

meglio vedere, discorrendo fra loro, sentendo il piacere di sapersi

invidiati dalla folla senza biglietto. Per un momento, vicino ai quattro

scalini del portone, vi fu un gruppo di tre signore: una, vestita di

nero, brillava tutta, al sole, di perline nere, una corazza lucidissima

le imprigionava il busto: l'altra vestita di un bigio delicato, aveva un

velo bianco sul viso: la terza era vestita di quell'azzurro ferrigno,

allora in moda, _elettrico_, tutte tre si erano incontrate sulla soglia,

si salutavano, si prodigavano le cortesie, ridevano, s'inchinavano,

inarcate sui loro stivaletti dorati, sentendosi guardate dalla gente,

ammirate, invidiate, prolungando quel minuto di piacere; poi, l'una dopo

l'altra, scomparvero dentro Montecitorio. Come l'ora si approssimava, la

folla si pigiava da tutte le parti, e aveva come un moto di marea, un

flusso e riflusso che andava a battere contro il muro del cordone

militare. Tutte le finestre dell'_Albergo Milano_ erano gremite di

teste; alle soffitte comparivano le teste arricciate dei camerieri e le

cuffie bianche delle cameriere; i grandi finestroni della _Pensione

dell'Unione_, le piccole finestre basse del _Fanfulla_, le finestre del

palazzo Wedekind, avevano tre, quattro file di persone, le une buttate

sulle altre: e in tutte le vie adiacenti, la piazzetta degli Orfanelli,

la viottola della Guglia, gli Uffici del Vicario, i due capi della Via

della Missione, era ancora un brulichìo di persone ai balconi, alle

terrazze, alle finestre. Sulle sedie, sui tavolini del liquorista

Aragno, delle donne erano salite.

Intanto, come l'ora della solenne apertura si approssimava, una fila di

persone, d'invitati, attraversa lo spazio libero, nel sole, facendo

scricchiolare il sabbione: ogni tanto, a un occhiello, luccicava una

filza di decorazioni. Le carrozze salivano al trotto dal Corso, senza

nessun rumore di ruote, giravano attorno all'obelisco, con una curva

molle, e si fermavano innanzi al portone: erano le carrozze dei

ministri, dei senatori, del corpo diplomatico, qualche vecchione ne

scendeva, sorretto da un servitore e da un segretario, qualche uniforme

bianca o rossa compariva, per un istante, poi spariva nel portone.

Sulla piccola piattaforma, due giornalisti, in marsina e col cappellino

floscio, prendevano delle note, i nomi di coloro che passavano: l'uno

piccolo, con la barbetta appuntita, bionda e brizzolata di bianco, le

lenti d'oro, l'aria imperturbabile: l'altro, anche piccolo, tarchiato,

pallidissimo, con un mustacchietto da collegiale e il sorriso di chi

disegna qualche cosa di ridicolo, i direttori dei due maggiori giornali

romani, che compivano personalmente il lavoro di quella importante

giornata, e se la ridevano fra loro, amichevolmente, di quelle teste

strane che si vedevan passare.

Il sole saliva sull'angolo della _Pensione dell'Unione_, cominciando a

conquistare la piazza di Montecitorio e a quella conquista lenta,

corrispondeva un moto della gente, come una espansione di contentezza, e

ogni tanto la cappa tesa e rotonda di un ombrellino si levava. La

processione degli invitati continuava, attraverso il grande circuito

libero: ora essi si affrettavano con un principio d'impazienza,

spingendosi un poco, sapendo di arrivar troppo tardi, per aver un buon

posto. La folla delle strade, dei vicoli, dei balconi, delle finestre,

sembrava talvolta come colpita da un'improvvisa immobilità, quasi un

incantesimo l'avesse pietrificata, come se una immensa invisibile

macchina fotografica stesse fotografandola; e si potevano discernere le

facce immote, gli occhi sbarrati, le file ammassate, i bimbi tenuti in

collo dalle mamme, una carrozza da nolo, ferma, fra la gente, su cui

erano salite venti persone, in piedi. Poi questo incantesimo si

infrangeva, la folla aveva quell'agitazione di colori che si muovono,

stando sempre allo stesso posto: un movimento circolare, come lo

snodamento degli anelli di un lombrico. Un ragazzetto era salito sul

piedistallo, alto, dell'obelisco, e di là, attaccato al grosso tronco di

pietra, si divertiva a far dei giuochi di equilibrio.

Infine il sole arrivò alla linea dei soldati, pigliandoli di sbieco:

prima ne illuminò le ghette bianche, poi il cappotto turchiniccio, poi

il _kepì_ di pelle nera e finalmente battè, linea smagliante, sulle

canne dei fucili. E di lontano, un rombo lieve, breve, arrivò: l'eco di

una cannonata. E dall'uno all'altro di tutti gli astanti, dai balconi

alle finestre, dalle strade ai vicoli, fu un fluttuamento, un sospiro

enorme di soddisfazione:

— Il corteo, il corteo, il corteo, — diceva, sottovoce, con un clamore

crescente, la folla.

Nell'aula fu anche udito il rombo del cannone: per un istante vi regnò

un silenzio perfetto. Poi un mormorio crebbe, si elevò, i ventagli

ricominciarono ad agitarsi, il chiacchierio sottile e penetrante

femminile, il passo di coloro che giravano pel corridoio, cercando

invano un posto, il fruscio degli abiti serici, si confusero, si fusero.

L'aula era trasformata. Circolarmente, mediante una impalcatura,

l'altezza dei settori era stata elevata sin quasi a livello delle

tribune, formando così una grande tribuna provvisoria, dove quattro file

profonde di pubblico, sedevano proprio dietro le spalle dei deputati

dell'ultimo banco; sulle due scale laterali, quelle che gli uscieri

conoscono per doverle salire e scendere cento volte al giorno, nelle ore

della seduta, erano due falde fittissime di pubblico, due strisce larghe

e nutrite che andavano, dall'alto delle tribune, fino giù, nell'aula, le

signore sedute sugli scalini, gli uomini che avevano ceduto galantemente

il loro posto, addossati al muro.

Attorno attorno, tutte le tribune erano zeppe, sino alle ultime file;

quella della stampa, la migliore per udire i discorsi, anch'essa era

stata ceduta al pubblico, i giornalisti erano dispersi, giù ai posti

migliori; quella destinata alle signore era pienissima, ma sembrava una

ironia, tutti ridevano che ci fosse una piccola tribuna speciale per le

signore, quando esse avevano invaso tutto, erano dappertutto, alle

spalle dei deputati, fin quasi nell'emiciclo, arse dalla indomabile

curiosità muliebre; la tribuna dei militari era tutta un brillare di

spalline e di galloni; in quella della presidenza era un gran tender di

colli, un arretrarsi di gente desolata, delusa nelle sue speranze; le

due tribune erano poste sopra il baldacchino reale, vedevano l'aula, non

vedevano il Re, nascosto dalla cupola. E le due tribune grandissime

degli angoli, quella del corpo diplomatico e quella dei senatori,

rimanevano vuote, nella loro ombra profonda che dava il velluto azzurro

cupo, sul fondo a legno delle pareti.

Nell'emiciclo era scomparso il banco delle commissioni, l'arco di

cerchio parallello ai settori; era scomparso il lungo banco dei

ministri, quello che gli oppositori a oltranza chiamano il banco degli

imputati: il piccolo scrittoio di mezzo, dove i tre stenografi scrivono,

dandosi il cambio ogni cinque minuti, non vi era più. Tutto il palco

della presidenza era scomparso. Al suo posto, una piattaforma larga a

cui si ascendeva per quattro scalini, coperta da un tappeto rosso, si

elevava: e su questa un enorme baldacchino di velluto rosso, frangiato

d'oro, diviso in tre scompartimenti. Tutto questo rosso prendeva una

grande cupezza dalla cupola che si avanzava molto e in quella penombra

sacra di cappella, l'oro della poltrona reale luccicava come un

reliquiario. A un livello più basso, fuori del baldacchino, a destra e a

sinistra, vi erano due altre poltrone per i membri della famiglia reale.

I deputati stavano aggruppati nell'emiciclo, ritti su per le scalettine

dei settori, riuniti presso le due scalee, a discorrere con le signore:

alcuni erano saliti all'ultima fila e voltavano le spalle all'aula,

discorrendo allegramente con le donne di una grande tribuna di legno,

salutando un conoscente, sorridendo a un amico, ammiccando familiarmente

a un cliente, a un elettore cui avevano procurato un biglietto. I

dialoghi s'incrociavano, leggieri, frivoli, fra quelle donnine piene di

frasi puerili, che si meravigliavano di tutto, che rideano di tutto, e

quei deputati che cercavano di secondarle. Una signora brunettina,

elegantissima, con un cappellino tutto intrecciato d'oro, si faceva

indicare i deputati dall'onorevole Rosario Scalìa un deputato siciliano,

tutto serio, corretto nel taglio del vestito, con l'aria di ufficiale in

borghese, e una piccolissima margherita all'occhiello; e alle

spiegazioni tranquille dell'onorevole Scalìa, la brunettina si chinava,

guardava con l'occhialetto, appuntando il musetto roseo e ridacchiando.

— Oh! era quello l'onorevole Cavalieri, il calabrese, così ingenuamente

goffo? — Un patriota? — Sì, capiva bene, ammetteva i suoi meriti, ma

aveva troppe decorazioni! — E l'omettino magro, dalla spazzola di

capelli biondi tetro e dagli occhi grigi, era quello Guido Dalma, il

deputato letterato che parlava alla Camera di Ofelia e alle signore

della fondiaria? Perchè non lo facevano Ministro quel Guido Dalma? Ci

vuol molto a essere ministro. Ma era veramente una cosa seria, la

passione della politica? — E l'onorevole Scalìa, un po' infastidito da

quel rapido vaniloquio, cercava di provare alla signora che la politica

poteva sembrare un scherzo a chi non la prendeva sul serio, ma che era

una nobile passione: ella scoteva il capo, non convinta, ridendo del suo

bel riso frivolo, e l'onorevole Scalìa mostrava sul viso una

disattenzione crescente, si stancava di quel cicaleccio, guardando

l'aula, trattenendosi ancora, per cortesia.

Il pubblico non s'impazientiva per l'attesa. Le donne erano felici di

star sedute, di poter vedere, di poter essere vedute, sarebbero rimaste

là fino alla sera, agitando i ventagli crollando il capo per far

brillare le perline dei capelli, agitando gli occhialetti da teatro; gli

uomini si consolavano, mutuamente, di quella _toilette_ mattinale che

avevano dovuto fare e che dava loro un carattere di pura eleganza,

qualcuno fingeva l'annoiato, ma gli inviti a colazione circolavano, i

convegni al caffè fioccavano, per poter commentare la cerimonia.

La folla che popolava l'aula e le tribune e i corridoietti e tutto lo

spazio dove un uomo può stare, era allegra, con una piccola cima di

esaltazione nervosa, un principio di ubbriachezza. Molte di quelle

persone non avevano mai visto il Parlamento e fingevano di non guardare

intorno, ma in realtà quell'ambiente le esaltava. Pure nulla di gaio

aveva l'aula: e conservava il suo aspetto solito. Avevano certo lavato i

cristalli del lucernario, ma la luce di quella mattinata bionda vi

filtrava malinconica, vi si attenuava, come la luce fredda, biancastra e

umida che passa attraverso un acquario; e le pareti color legno, coi

fregi di un azzurro cupo, erano fatte apposta per non riflettere nulla,

per estinguere ogni allegrezza luminosa: quella tinta volgare assorbiva

e smorzava tutte le altre, avvolgeva tutti i colori in una gradazione

scialba e monotona.

Così avveniva, affacciandosi da una tribuna, quel tale fenomeno ottico,

che è la prima delusione di chi visita il Parlamento italiano: tutte le

facce avevano un uguale colorito, si assomigliavano, non si potevano

riconoscere le persone: era un insieme monotono, senza disegno, senza

rilievo, che stancava la vista, per cui uno si tirava indietro,

ristucco.

Ma questo ambiente che unificava tanti visi, tante età, tante condizioni

e tante acconciature diverse, questa specie di livello che le più

ribelli teste subivano, questa impronta comune cui niuno, entrato

nell'aula, poteva sfuggire, produceva una impressione immensa: l'aula

sembrava un grande luogo sacro che annientava l'individuo, un recinto

che domava l'intelligenza, le volontà e i caratteri, in cui per

rialzarsi, per essere _uno_, bisognava avere il profondo e fervido

ardore mistico o l'audacia del sacrilega che rovescia l'altare. E il

grande baldacchino reale, tutto rosso scuro, con le pieghe diritte e

rigide che tendevano il velluto, con la pesante frangia d'oro e l'aquila

d'oro che ne riuniva le pieghe sotto gli artigli, con l'ampia poltrona

in una penombra mistica, aveva un aspetto ieratico, come il tabernacolo,

come il sacrario, dove una potenza sconfinata si nascondeva.

A un tratto solo, tutti i deputati furono al loro posto, in piedi, le

tribune caddero in un grande silenzio, mentre fuori le trombe squillanti

dei bersaglieri sonavano la fanfara reale. Poi un lunghissimo applauso

scoppiò, applauso sordo e prolungato di mani inguantate: le signore, in

piedi, applaudivano anche esse, piegandosi sulle spalle dei deputati,

per meglio vedere. Ritta nella tribuna diplomatica, circondata dalle sue

dame, la Regina salutava in giro: e la bianchezza perlacea del volto

vinceva la intonazione legnosa del fondo. Ella appariva fresca e

giovane, tutta serena, sotto la falda di paglia dorata del suo cappello,

che un piumetto color fragola adornava; e mentre sembrava finita

l'acclamazione, e la Regina sedeva, più innanzi del suo squadrone di

dame, tutto il pubblico fu ripreso da un riflusso di ammirazione per

quella poetica figura, un nuovo applauso strepitoso, assordante, salutò

ancora la Regina. E un'agitazione regnava dovunque: sulla scalea a

destra, le signore si desolavano, erano sotto la tribuna del corpo

diplomatico, non vedevano la Regina; quelle della presidenza, erano

felici, non vedevano il Re, è vero, pur troppo, ma vedevano la Regina, a

due metri di distanza; quelle della scalea a sinistra perdevano una metà

dello spettacolo, tutto il corpo diplomatico, in grande uniforme nella

tribuna dei senatori, con le mogli degli ambasciatori e dei ministri

italiani — e le tribune del centro, della stampa, del pubblico, dei

militari, degli impiegati, vedevano tutto, ma erano lontane; l'armeggio

degli occhialini era continuo. La folla, presa da una nervosità, si

agitava, si piegava, a destra, a sinistra; dei dialoghi di giornalisti

si udivano sopra le teste: — Vi era l'ambasciatore di Germania? — Sì,

eccolo là, con la sua faccia bonaria, dal mustacchio bianco e dagli

occhi dolci — Quella dama vestita di violetto, con grandi occhi neri,

chi era dunque, dietro donna Vittoria Colonna? — Donna Lavinia Taverna,

una Piombino. E tutte le signore erano vinte da un esaltamento, dei nomi

femminili erano susurrati, dei brani di descrizione di _toilette_ erano

forniti: quelle più in vista cercavano di essere salutate dalle mogli

dei ministri, dalle ambasciatrici, dalle dame: e un mormorìo crescente,

un chiedere, un rispondere, un discutere sottovoce, facevano come il

ronzio di mille mosconi nell'aria dell'aula.

Il Re entrò, improvvisamente: non era giunto il suono della marcia

reale. Egli comparve dalla porta di destra, in mezzo alla sua Casa, ai

ministri, ai dieci deputati che lo avevano ricevuto, e in tre passi fu

sotto al baldacchino, avanti alla poltrona: due o tre volte si voltò a

destra, a sinistra, con quei suoi scatti nervosi, di temperamento

irrequieto e mal represso. L'assemblea e il pubblico lo salutarono, ed

egli rispose, agitando l'elmo dorato dall'alto pennacchio fluente e

bianco, tenendo nella mano destra un rotoletto di carta. Sulla giubba di

generale aveva solo gli ordini militari stranieri e la medaglia al valor

militare. E con l'uniforme stretta e il goletto bianco, i calzoni

strettissimi, nell'ombra della cupola rossa, con l'elmo appoggiato sul

polso e l'attitudine di un soldato alla posizione, egli sembrava una

figura eccezionalmente militare, magra, bruna, robusta, sempre pronta a

salire a cavallo, sempre disposta a dormire sotto la tenda: sembrava una

di quelle figure degli antichi ritratti di principi soldati, dai fieri

occhi aquilini, dal viso pallido che stringono nel pugno una pergamena

arrotolata, dove è disegnato il piano di una fortificazione. Il vecchio

principe di Savoia-Carignano, zio del re, grasso e calvo, si mise presso

la poltrona a destra: appoggiava la persona stracca e floscia al

bracciuolo della poltrona, ma non sedeva, per rispetto; il giovane duca

di Genova, fratello della Regina e cugino del Re, prese posto, a

sinistra: e nell'emiciclo, a destra il gruppo dei ministri; a sinistra

la Casa reale.

Nel silenzio universale, si elevò la voce un po' rauca del re: e certo,

molti, fra quegli uomini politici dovettero trasalire, ricordando, in

quella assemblea stessa, un'altra voce, un po' velata, un po' stridula,

la voce fatta per comandare nelle battaglie e che pronunziava le leali

parole, con cui egli suggellava il patto nazionale. E tutte le facce dei

deputati si erano subitaneamente impensierite, rimanevano immote, con

gli occhi fissi in quello del Re: tutto il pubblico femminile taceva,

come colpito da un improvviso senso di rispetto. Nel silenzio profondo,

in quella immobilità di tutta una folla, si udiva perfino il respiro del

Re, fra una frase e un'altra di quel messaggio reale; e la voce in cui

pareva vibrasse quella paterna, aveva certi scoppi improvvisi, certi

rilievi bizzarri d'intonazione. La Regina, dalla tribuna diplomatica,

ascoltava, intensamente, senza sorridere, col bel viso piegato e

concentrato nella attenzione: le dame ascoltavano, senza batter

palpebra; la tribuna degli ambasciatori, tutta, avea l'aria sorridente

di chi già sa; le tribune del pubblico, attorno attorno, ascoltavano e

ogni tanto, nell'assemblea, correva come un fremito di soddisfazione: il

discorso fu interrotto due volte dagli applausi. A tratti, qualche

parola più acuta pareva s'involasse, alata, sotto il lucernario: _la

pace... l'amministrazione della giustizia... il riscatto finanziario..._

ma subito la voce si abbassava, come se il Re disdegnasse l'applauso

finale che corona le frasi; e in fondo egli si affrettò, come se fosse

stanco, le ultime parole furono mormorate, più che lette: egli riprese

subito il suo elmo dalla poltrona, ove lo aveva deposto, mentre

l'assemblea gridava: _Viva il re!_ Ma quella attenzione aveva teso gli

animi e un senso di turbamento li invadeva: l'avvenimento di quella

giornata, che prima era sembrato uno spettacolo curioso, ora si

ingrandiva di proporzioni: la parola reale, in quella unica volta che il

re costituzionale parla in pubblico, dice la sua volontà e le sue

intenzioni, diventava una promessa solenne. Qualche signora più

sensibile aveva un piccolo sudor freddo alle tempie: altre si davano dei

colpettini di ventaglio sulla mano, gli occhi distratti, mormorando: _è

bello, è bello_: e le più romantiche guardavano con gli occhi assorti la

Regina, a discernerne la emozione.

Poi il giuramento cominciò. Il vecchio Depretis si era avanzato un poco

e aveva letta la formola per i senatori e i deputati, scandendo le

parole come se avesse voluto farle imprimere nella mente di coloro che

ascoltavano. La massa dei deputati e dei senatori si profilava nera e

bianca, dall'alto in basso dei settori: massa di teste energiche e di

teste miserabili, di occhi scintillanti e di sguardi di pesce morto, di

crani calvi e lucidi e di criniere forti, leonine, massa raggruppata al

primo banco, in un semicerchio amplissimo: e sembrava che fosse financo

troppo angusto quello spazio per la forza erompente di quelle volontà e

di quei cervelli.

Il Re squadrava la rappresentanza nazionale; frattanto, il primo

senatore, il duca di Genova, giurò, marinarescamente, con una voce

vibrata, con un gesto energico: lo applaudirono. Poi giurarono otto

nuovi senatori e un movimento vi fu solo al giuramento di fedeltà del

grande latinista piemontese, un clericale. Quello che interessava era il

giuramento dei deputati. Depretis ne diceva il nome e il cognome, e

aspettava un momentino; e da un banco una voce fioca o una voce sonora

rispondeva: _giuro_. In quel minuto di attesa, gli animi restavano

sospesi; il Re cercava con gli occhi colui che doveva giurare.

I vecchi patrioti giuravano militarmente, mettendo la mano nuda sul

petto; la loro fede era provata: gli avvocati giuravano con una voce

sottile e un tono acuto. Quando arrivò al proprio nome, Depretis cavò la

mano destra di sotto l'uniforme ministeriale, la stese e giurò:

l'assemblea rise del vecchio astuto che la dominava. Il ministro

continuò a dire i nomi, e nell'attenzione generale, le voci commosse e

le voci tranquille si facevano udire: ora come sorgenti dalle viscere

della terra, ora come discendenti dal lucernario. I vecchi parlamentari

giuravano, stendendo semplicemente la mano e pronunziando sottovoce la

parola: i deputati radicali, che si erano lungamente preparati a quel

passo difficile, giuravano presto presto, come per sbarazzarsi di un

peso. E le signore ascoltavano, tutte commosse, tutte prese da

un'invincibile tenerezza, esse che hanno inventato ogni sorta di

giuramenti falsi, vinte da una emozione innanzi a quelle promesse così

solenni che cinquecento uomini facevano a un solo uomo, e a tutto il

paese.

Ma i deputati nuovi erano i più turbati: quell'apparato reale e

parlamentare, quel pubblico femminile e maschile, quel messaggio del re,

il giuramento degli altri deputati, tutto questo ne scoteva i nervi. E

coloro che si erano preparati a farla da persone spiritose, a giurar

come se nulla fosse, tremavano d'impazienza, mentre il loro nome si

approssimava, e poi cavavano un fil di voce che faceva, sorridere il

vicino e che la folla non arrivava a udire. Qualcuno giocava

stizzosamente con la catenella dell'orologio, e quando lo chiamavano, si

svegliava come da un torpore, gittava un _giuro_ affogato, frettoloso e

ricadeva a sedere. Fra l'onorevole Salviati, un duca fiorentino, e il

deputato Santini, giurò, con voce strozzata, che niuno intese,

l'onorevole Francesco Sangiorgio.

Sulla porta i deputati si assiepavano a veder montare in carrozza la

Regina e il Re. Più fitta, più densa, la gente ondeggiava nella Piazza

di Montecitorio tutta soleggiata, e quando la carrozza si mosse e la

Regina salutò in giro e il Re agitò l'elmo piumato, dalle strade, dalle

case, dai balconi, dai terrazzi, dalle soffitte, un'acclamazione

frenetica sorse, si confuse, salì nell'aria bionda, nel sole, sino al

cielo.

La conquista di Roma · 第 12 / 31 题