FRANCESCO SANGIORGIO

Con le mani calde, rabbrividiva di freddo.

Si levò e andò verso lo sportello. Ora il treno sfilava in aperta

campagna, ma il suo rumore era più sordo: pareva che le ruote fossero

state unte di olio, e scivolassero chetamente sulle rotaie, per

accompagnare, senza turbarlo, il sonno dei viaggiatori. Dirimpetto,

sopra un'alta proda nera, si stampavano, fuggendo, gli sportelli

luminosi: non un'ombra dietro i cristalli. La grande casa dormiente

correva nella notte, come mossa da una volontà ferrea, ardente, che

trasportasse seco tutte quelle volontà inerti nel sonno.

— Dormiamo, — pensò l'onorevole Sangiorgio.

Sdraiatosi di nuovo, cercò di assopirsi. Ma il nome di Sparanise, detto

sottovoce, due o tre volte, alla fermata, gli rammentò il piccolo e

povero paese di Basilicata, onde veniva, che insieme con venti altri

poverissimi villaggi, gli aveva dato tutti i suoi voti per crearlo

deputato. Il piccolo paese, distante tre ore da una stazione ignota

della linea ferroviaria Eboli Reggio, dove il capo-stazione aveva le

febbri, parea molto lontano all'onorevole Sangiorgio; lontano e

abbandonato in una valle paludosa, tra le nebbie malsane che salgono,

nell'autunno, dai torrenti, il cui letto scoperto, resta, nell'estate,

pietroso, arido e giallo. Venendo dal paesello alla stazione, nella

solitudine di quella deserta campagna di Basilicata, era passato accanto

al cimitero, un grande orto quadrato, con le croci nere, dove sorgevano

due pini alti, eleganti. Ivi giaceva, sotto la terra, sotto l'unica

lapide di marmo, il suo antico avversario, il vecchio deputato che

veniva sempre rieletto per tradizione patriottica, e che egli aveva

combattuto con la improntitudine del giovane ambizioso, che non conosce

ostacoli. Nè avrebbe mai vinto, il giovane presuntuoso, nato troppo

tardi, com'egli diceva, per poter fare la patria; ma la morte,

compiacente alleata, gli aveva procurata facile e piena la vittoria:

egli avea trionfato, rendendo omaggio al vecchio patriota defunto. E

passando presso al camposanto, non provò nel cuore nè pietà, nè invidia

pel vecchio milite stanco, che era disceso nella grande serenità della

morte. Tutto questo scompariva alle sue spalle, insieme col lungo

decennio volgare di avvocatura provinciale, col lavoro meschino e

quotidiano nelle preture, nei tribunali, raramente in Corte d'Assise,

per liti di terreni, per qualche eredità di trecento lire, per un colpo

di roncola: tutto un mondo piccolo, gretto, di vili interessi, di

furfanterie contadinesche, di raggiri finissimi per uno scopo volgare,

in cui il cliente diffidava dell'avvocato, e costui guardava il cliente,

come un nemico disarmato. Dieci anni: il contatto con una gente di

tribunale, misera, ignorante, o tranquillamente triviale, o severamente

fredda — un mondo glaciale, repulsivo, in continuo movimento da un capo

all'altro d'Italia, una fantasmagoria di facce sempre nuove, incapaci di

cordialità, o timide da non poterla tentare — e davanti a questo mondo,

il giovane avvocato si sentiva morire nell'anima ogni ardore di

passione; anche la parola gli moriva nella gola. E poichè la causa che

doveva difendere era di una trivialità aridissima, e la gente a cui

doveva parlare lo guardava, indifferente, con la faccia pacata di chi

non pensa più, egli finiva con sbrigarsi in poche parole, seccamente,

del suo dovere di difensore: non aveva perciò grande riputazione di

avvocato. Non egli poteva intenerirsi più, lasciando la casa paterna e i

vecchi parenti che, vedendolo partire, piangevano come tutta la gente

antica d'anni, quando qualcuno parte, per quel gran senso di egoismo che

è nella vecchiaia: molte tempeste segrete e caldissime, eruzioni interne

senza sfogo, avevano disseccate le sorgenti di tenerezza del suo cuore.

Nel viaggio, ora, egli ricordava tutto, lucidamente, ma senza provarne

emozione, come uno spettatore disinteressato. Chiudeva gli occhi per

dormire: non poteva.

Nel treno, invece, pareva dormissero tutti, in sonno profondo.

Attraverso il rumore del treno, sempre più cullante, l'onorevole

Sangiorgio credeva quasi di udire un lungo respirare calmo, gli pareva

quasi di vedere un grande petto sollevarsi e abbassarsi lentamente, nel

felice alternarsi meccanico della respirazione. Alla stazione di

Cassino, dove il treno si ferma per cinque minuti, all'una dopo

mezzanotte, non discese alcuno; e il garzone del caffè che dormiva sotto

la lampada a petrolio, con le braccia sul marmo del tavolino e la testa

sulle braccia, non si mosse. I guardafreni, avvolti nel cappotto nero,

col cappuccio calato sugli occhi e una lanternetta in mano, andavano

tentando i freni, che mandavano uno squillo metallico, di un'intonazione

purissima, come cristallo. Anche il fischio della vaporiera, partendo,

era dolcemente rauco, voce grossa e acuta, che si smorzava, per

delicatezza. Riprendendo il cammino, il movimento del treno era come un

dondolìo molle, senza stridori, senza urti, senza scatti, un andare

rapido come sul velluto, con un rombo sordissimo che pareva il russare

di un forte gigante addormentato, nella pienezza del suo riposo.

Francesco Sangiorgio pensò a tutta quella gente che viaggiava con lui:

gente addolorata per la partenza o allegra pel paese dove si recava;

gente innamorata senza speranza, innamorata tragicamente, o felicemente

innamorata; gente preoccupata dal lavoro, dagli affari, dalle angustie,

dall'ozio; gente oppressa dall'età, dalle infermità, dalla gioventù,

dalla felicità; gente che sapeva di camminare a un drammatico destino, o

che ci si avviava, inconscia. Eppure, tutti costoro, dopo mezz'ora, a

uno a uno, avevano ceduto lentamente al sonno, tutto, l'anima e il

corpo, obliando. Il benefizio amoroso, profondo, risanatore del riposo

era disceso su quegli ardori, e li aveva mitigati, si era allargato su

quella tribolata parte dell'umanità, troppo felice o troppo infelice,

placandola nel sonno. Nervi irritati, collere, disprezzi, desiderii,

morbosità, vigliaccherie, mestizie incurabili, tutte le miserie e tutte

le grandezze umane, viaggianti in quel treno notturno, posavano, nella

grande dolcezza dell'addormentamento. Il treno si portava via, alla loro

sorte, triste, buona, mediocre, quegli spiriti sognanti e quelle forme

abbattute nella quiete: quegli esseri godevano la profonda voluttà

dell'annichilimento senza dolore, lasciando a una forza, fuor di loro,

il trasportarli lontano.

— Ma perchè non posso dormire anch'io? — pensava Francesco Sangiorgio.

E un momento, ritto, nel suo vagone deserto, sotto la vacillante luce

della fiammella a olio, con la campagna nerissima che fuggiva dietro i

cristalli, con la leggera brina che appannava quei cristalli, col freddo

della notte che si faceva più frizzante, gli parve d'essere solo,

irrimediabilmente, abbandonato, perduto, nella debolezza della

solitudine. Si pentì di avere per orgoglio richiesto un compartimento

_riservato_, desiderò la compagnia di un uomo, quella di una persona

qualunque, un suo simile, il più umile. Si sentì smarrito e pauroso come

un bimbo, in quella gabbia donde non poteva uscire, che la macchina

portava via, quella macchina che egli era impotente a fermare nella sua

corsa: era spaventato, come una miserabile creatura che veglia,

solitaria, in una casa dove tutti dormano. Una soffocazione lo assalse

alla gola, se no, avrebbe gridato per chiedere aiuto: uno sfinimento lo

prese alle gambe, e lo abbattè, di nuovo, sul sedile.

Ma questo durò pochissimo: la coscienza del coraggio rinacque subito in

lui, e l'abitudine di una vita deserta di soccorsi morali, tutta chiusa

in se stessa, tutta appoggiata sulle proprie forze, vinse quel minuto di

terrore. A un pensiero che per molto tempo era rimasto latente, e che

ora si presentava nella sua forma concreta, con un nome di quattro

lettere, egli balzò di scatto dal divano, e si diede a passeggiare,

nervosamente, su e giù nella carrozza.

— È Roma, è Roma... — mormorava.

Sì, era Roma. Adesso quelle quattro lettere, rotonde, chiarissime,

squillanti come le trombe di un esercito in marcia, si disegnavano nella

sua fantasia, con un'ostinazione d'idea fissa. Il nome era breve e

soavissimo, come uno di quei flessuosi e incantevoli nomi di donna che

sono un segreto di seduzione; e gli si avvolgeva nella mente in

attorcigliamenti bizzarri, in meandri di fascino. Non poteva, non sapeva

formarsi l'idea che quelle quattro lettere, come scolpite nel granito,

rappresentavano. Il senso che quello fosse un nome di una città, di un

grande agglomeramento di case e di popolo, gli sfuggiva: Roma gli era

ignota. Per mancanza di tempo, per non sciupare del denaro, ragione di

tutte più forte, avvocatuccio ignoto, individuo insignificante, egli non

era mai stato a Roma. E non avendola vista, non poteva rappresentarla

che astrattamente, come una grande cosa fluttuante, come un grande

pensiero, come una grande visione singolare, come un'apparizione

femminile ma ideale, come un'immensa figura dai contorni indistinti.

Così, tutto quello che egli si figurava di Roma era grandioso, ma

indeciso, indefinito: paragoni strani, finzioni che diventano idee, un

tumulto nella fantasia, un miscuglio d'immagini e di concetti che si

sovrapponevano. Dentro quella maschera glaciale di meridionale

pensieroso, ardeva il fuoco di una immaginativa abituata a

contemplazioni egoistiche e solitarie: e Roma vi metteva il subbuglio.

Oh! egli la sentiva, Roma: la vedeva, come una colossale ombra umana,

tendergli le immense braccia materne, per chiuderselo al seno, in un

abbraccio potente, come quello che Anteo riceveva dalla terra, e ne

usciva ringagliardito: gli pareva di udire, nella notte, la soavità

irresistibile di una voce femminile che pronunziasse il suo nome, ogni

tanto, dandogli un brivido di voluttà. La città lo aspettava, da un

pezzo, come un figlio amato e lontano; e lo magnetizzava col desiderio

della madre, profondo, che evoca il figliuolo.

Da tempo egli sentiva questa seduzione di amore, questo appello di

amore, intorno a sè: si rodeva d'impazienza, fermo al suo posto,

avvinghiato da mille difficoltà materiali e morali, non potendo

sciogliersi, con un tormento inferiore che gli faceva pallido il viso e

torbido l'occhio. Quante volte, da terrazzino coperto, ad arcate, della

sua casa, nel suo paese di Basilicata, egli aveva guardato l'orizzonte

chiarissimo dietro la collina, pensando che dietro quell'arco di cielo

che si piegava, grandioso, era Roma che lo aspettava! Come i fedeli e

pietosi amatori che hanno la loro donna lontana, e si struggono nel

desiderio di raggiungerla, egli considerava malinconicamente tutta la

distanza che lo separava da Roma, e come, nell'amore contrastato, fra

lui e la sua donna si frapponevano uomini, cose, avvenimenti. Di che

odio profondo, segreto, tutto concentrato nel suo cuore, egli detestava

tutti coloro che si mettevano fra lui e la città che lo chiamava! Come

gli amatori, nel mondo intero, egli non aveva che la visione deliziosa

della persona che egli amava, che lo amava: tutte queste ombre nere che

si interrompevano fra lui e la lucentezza del suo sogno, gli davano lo

spasimo. Un'amarezza gl'inondava le vene: nel suo spirito era un grande

serbatoio di rancori, di collere, di disprezzi, di desiderii, come in

quello degli amatori.

Dieci anni di battaglie, tenendo Roma nel cuore, lo avevano trasformato.

Una diffidenza, nascosta degli altri e una soverchia stima di sè: un

raccoglimento continuo, talvolta dannoso; uno studio incessante di

freddezza, mentre, dentro, l'anima gli ribolliva; un disprezzo profondo

di tutte le altre forze umane, che non fossero l'ambizione; uno

squilibrio crescente fra il desiderio e la realtà; segreta, ma

acutissima la conseguente delusione; l'amore del successo, niente altro

che il successo. Questo era accaduto, nella oscurità della sua

coscienza; ma talvolta, nelle ore bieche della disfatta, egli si

abbatteva in una debolezza infinita; una umiliazione soverchiava tutto

il suo orgoglio, egli si sentiva un povero essere, limitato, miserrimo.

Come gli amatori, quando li sopravvince la cattiva fortuna, egli si

sentiva indegno di Roma. Oh! bisognava domarsi nella pazienza,

rafforzarsi nella perseveranza, temprarsi le forze nell'avversità,

purificarsi lo spirito nel fuoco consumatore, come un penitente antico,

per essere degno di Roma. Figura ieratica di sacerdotessa, di madre, di

amante, Roma vuole espiazioni e sacrifici, vuole un cuore puro e una

volontà di ferro...

— Ceprano, Ceprano, dieci minuti di fermata, — si gridò fuori.

L'onorevole Francesco Sangiorgio si guardava attorno, ascoltava, come un

trasognato: egli aveva la febbre.

Prima una sbarra di un verdino pallidissimo, che saliva, parallela,

all'orizzonte: poi un chiarore livido, freddo, di cui sembrava potersi

vedere la lentissima dilatazione sull'alto del cielo. In quella

glacialità di notte spirante, la campagna romana si apriva, vastissima.

Dallo sportello presso cui stava ritto, Francesco Sangiorgio la

guardava. Era un'ampiezza di pianura il cui colore ancora non si

scorgeva, ma che, qua e là ondulava, come le dune d'un mare poco

lontano; e la penombra fitta, con quella scialba irradiazione che ancora

non arrivava a vincerla, dava alla campagna romana uno sconfinamento di

deserto. Non un albero: solo, di tratto in tratto, una siepe alta e

fitta, nera, che pareva facesse una riverenza circolare e fuggisse.

Le stazioni cominciavano ad apparire bigie, tutte umide ancora della

brina notturna, con le finestre sbarrate e le persiane verdi che avevano

presa una tinta rugginosa, i magri alberetti di oleandri coi rami

pendenti e i fiori tutti stillanti, pioventi al suolo, come se

piangessero; con l'orologio dal largo disco biancastro che macchie di

umidità deturpavano, e le cui brune lancette, dalla testa grossa,

sembravano un ragno nero, a due gambe. Il capo-stazione, tutto

imbacuccato nel pastrano, con una sciarpa che gli fasciava le mascelle,

andava e veniva, tra i facchini, col capo abbassato: e nella freddissima

aria mattinale, un sottile odore di terra bagnata, odore acre, feriva il

cervello. Un grosso paese, eretto sopra una collina, fortificato da un

giro di mura e da due torri, comparve, tutto bigio, tutto vecchio, con

un'aria medievale: era Velletri.

Ora, nel treno avveniva un certo risveglio; nel vagone accanto si

sentiva scricchiolare il pavimento, due persone parlavano. Da uno

sportello di prima classe, la testa d'un prete spagnuolo, molto bruno,

dalle guance dure e rase, che avevano un'ombra azzurrina, si sporgeva,

fumando alacremente un sigaro. Ma come l'alba s'irradiava in tutto il

cielo, bianchissima, gelata, tutta la nudità della campagna romana

apparve, nella sua grandezza. Su quei prati a perdita di vista, smarriti

in una luce mite, un'erba rada e piccola cresceva, di un verde tutto

molle di acquitrino; qua e là grandi appezzamenti giallastri, macchiati

di marrone, una terra grossa e rude, pietrosa, fangosa, incoltivabile.

Era un imperial deserto che nessun albero allietava, che nessuna ombra

d'uomo animava, che non attraversava alcun volo d'uccelli; era una

desolazione immensa, solenne.

Contemplando questo paesaggio, che a nulla rassomiglia, Francesco

Sangiorgio era preso da un senso crescente di sorpresa, in cui tutti i

suoi sogni personali si dileguavano. Stava a guardare, muto, immobile,

rannicchiato nell'angolo della carrozza, tremando di freddo, sentendo

calmarsi il battito delle tempie. Indi a poco una pesantezza gli

scendeva sulle palpebre, un rilassamento gli distendeva tutta la

persona, egli provava tutta la stanchezza della notte trascorsa

vegliando. Avrebbe voluto sdraiarsi nella carrozza, con un bel raggio di

sole, che entrasse dal finestrino aperto, per dormire, una buona ora,

sino a Roma; invidiava quelli che avevano passato quelle lunghe ore

notturne a ristorarsi le forze, nel riposo.

Ora il viaggio gli sembrava interminabilmente lungo, e lo spettacolo

della campagna romana, quello squallore maestoso, l'opprimeva. Non

finiva dunque mai? Non sarebbe dunque mai a Roma? Aveva sonno: un

intorpidimento gli si dilatava dalla nuca a tutte le membra, la sua

bocca era pastosa e amara, come se uscisse da una malattia; e la sua

impazienza diventava pena, un piccolo tormento; egli si lamentava con se

stesso, come se gli facessero un'ingiustizia. I treni notturni erano

troppo lenti; aveva fatto male a partire con quello, fidando di poter

dormire, nella notte; questa ultima ora gli era insopportabile. La

realtà de' suoi sogni gli era dappresso, vicinissima, e con la sua

vicinanza gli dava una palpitazione di gioia. Sentiva l'appressarsi di

Roma, come quello di una donna amata: cercava di esser calmo,

vergognandosi innanzi a sè stesso: ma gli ultimi venti minuti furono un

vero spasimo. Col capo fuori del finestrino, ricevendo in faccia il fumo

umido del vapore, senza più guardare la campagna, senza un'occhiata per

gli eleganti acquedotti che si prolungavano nella pianura, egli guardava

verso la mèta, credendo e temendo ad ogni tratto di veder apparire Roma,

compreso da un vago senso di terrore. Spariva la campagna, dietro, come

se si inabissasse, portando con sè i prati umidi, gli acquedotti

giallastri e le bianche casette cantoniere. La macchina pareva

accrescesse la sua velocità, e ogni tanto dava in un fischio lungo

lungo, stridulo, a due, a tre riprese. A quasi tutti i finestrini vi

erano delle teste sporgenti.

Dov'era Roma, dunque? Nulla si vedeva. E la inquietudine era così forte,

che quando il treno cominciò a rallentare, l'onorevole Francesco

Sangiorgio ricadde sul sedile: il cuore gli batteva sotto la gola, come

se gli si fosse allargato per tutto il petto. Passando sul pavimento

ferreo degli scambi, quelle scosse forti gli si ripercuotevano dentro,

gli davano sul capo come tanti colpi di martello. Gl'impiegati non

dicevano neppure: Roma. Ma egli, scendendo, fu preso da un lieve tremito

nelle gambe; la folla lo circondava, lo urtava, lo spingeva, senza

badare a lui: in due correnti, per i treni che arrivavano, in

coincidenza, da Napoli e da Firenze. L'onorevole Sangiorgio era smarrito

tra la gente, addossato al muro, come se non si reggesse, avendo ai

piedi la sua valigetta; e con l'occhio vagante guardava tra la folla,

come se vi cercasse qualcuno.

La stazione era ancora tutta umida, un po' scura, con quel nauseante

puzzo di carbon fossile, di olio, di ferro sfregato, che vi è sempre,

piena di vagoni neri, di grandi casse d'imballaggio ammonticchiate; e le

faccie erano tutte stanche, assonnate, annoiate, in uno sbadiglio che

stirava le bocche: la sola espressione era l'indifferenza,

un'indifferenza non ostile, ma invincibile. Nessuno gli badava, al

deputato Sangiorgio, fermo presso il muro: viaggiatori, impiegati,

facchini andavano e venivano, senza curarsi di lui. Egli aveva

sbottonato il soprabito, con un moto infantile, per mostrare la

medaglina, aveva chiamato un facchino, due volte, ma quello era

scomparso, senza dargli retta.

Invece la gente di servizio si affaccendava intorno a un gruppo di

signori in tuba, dall'aria pallidamente burocratica, che avevano l'abito

nero e la cravatta bianca sotto i soprabiti abbottonati, dai baveri

rialzati, con la faccia smorta di chi ha poco dormito e il contegno di

persone distinte, che compiono un alto dovere di convenienza. Quando da

un vagone del treno di Firenze era discesa una signora, alta, svelta,

elegante, tutti si erano scappellati: poi un signore, magro, alto e

vecchio, discese: il gruppo si strinse, il signore scarno salutava, la

signora odorava, sorridendo, un mazzo di fiori che le avevano offerto.

Dai soprabiti aperti, adesso, era una gala di sparati bianchi: un

sorriso fioriva sulle facce d'un tratto colorite: a certe catenelle

d'orologio, le medagline erano quattro, cinque.

— Sua Eccellenza, — fu mormorato intorno.

Poi il gruppo si avviò, la delicata signora dando il braccio al vecchio

magro, i deputati e gli alti funzionari, dietro. L'onorevole Sangiorgio

tenne anch'esso dietro, macchinalmente, essendo rimasto solo.

Sulla Piazza Margherita egli vide il governo mettersi in carrozza, in

mezzo alla fila degli amici che si era schierata, salutando: la signora

chinava il capo dallo sportello, sorridendo: vide tutti andarsene, in

carrozza, dopo. Egli era solo, sulla vasta piazza. Per terra un umidore

come se avesse piovuto: tutto le finestre dell'_Albergo Continentale_

chiuse. A sinistra, il corso Margherita ancora in costruzione: mucchi di

tavoloni di travi e calcinacci. Gli _omnibus_ degli alberghi voltavano

per andarsene. Tre o quattro carrozze restavano, per indolenza dei

cocchieri, che fumavano, aspettando ancora. A dritta, un carosello

deserto, sbarrato e sopra un grande muro grezzo, un'accecante _réclame_

del _Popolo Romano_. Su tutto questo un'aria bassa e molle, una

nebbiuzza penetrante, un lieve sentore cattivo, l'aspetto nauseato e

nauseante di una città che appena si sveglia, nella gravezza flaccida

delle mattinate d'autunno, con quel fiato di febbre che pare aliti dalle

case.

L'onorevole Francesco Sangiorgio era molto pallido, e aveva freddo — nel

cuore.

La conquista di Roma · 第 10 / 31 题