Con le mani calde, rabbrividiva di freddo.
Si levò e andò verso lo sportello. Ora il treno sfilava in aperta
campagna, ma il suo rumore era più sordo: pareva che le ruote fossero
state unte di olio, e scivolassero chetamente sulle rotaie, per
accompagnare, senza turbarlo, il sonno dei viaggiatori. Dirimpetto,
sopra un'alta proda nera, si stampavano, fuggendo, gli sportelli
luminosi: non un'ombra dietro i cristalli. La grande casa dormiente
correva nella notte, come mossa da una volontà ferrea, ardente, che
trasportasse seco tutte quelle volontà inerti nel sonno.
— Dormiamo, — pensò l'onorevole Sangiorgio.
Sdraiatosi di nuovo, cercò di assopirsi. Ma il nome di Sparanise, detto
sottovoce, due o tre volte, alla fermata, gli rammentò il piccolo e
povero paese di Basilicata, onde veniva, che insieme con venti altri
poverissimi villaggi, gli aveva dato tutti i suoi voti per crearlo
deputato. Il piccolo paese, distante tre ore da una stazione ignota
della linea ferroviaria Eboli Reggio, dove il capo-stazione aveva le
febbri, parea molto lontano all'onorevole Sangiorgio; lontano e
abbandonato in una valle paludosa, tra le nebbie malsane che salgono,
nell'autunno, dai torrenti, il cui letto scoperto, resta, nell'estate,
pietroso, arido e giallo. Venendo dal paesello alla stazione, nella
solitudine di quella deserta campagna di Basilicata, era passato accanto
al cimitero, un grande orto quadrato, con le croci nere, dove sorgevano
due pini alti, eleganti. Ivi giaceva, sotto la terra, sotto l'unica
lapide di marmo, il suo antico avversario, il vecchio deputato che
veniva sempre rieletto per tradizione patriottica, e che egli aveva
combattuto con la improntitudine del giovane ambizioso, che non conosce
ostacoli. Nè avrebbe mai vinto, il giovane presuntuoso, nato troppo
tardi, com'egli diceva, per poter fare la patria; ma la morte,
compiacente alleata, gli aveva procurata facile e piena la vittoria:
egli avea trionfato, rendendo omaggio al vecchio patriota defunto. E
passando presso al camposanto, non provò nel cuore nè pietà, nè invidia
pel vecchio milite stanco, che era disceso nella grande serenità della
morte. Tutto questo scompariva alle sue spalle, insieme col lungo
decennio volgare di avvocatura provinciale, col lavoro meschino e
quotidiano nelle preture, nei tribunali, raramente in Corte d'Assise,
per liti di terreni, per qualche eredità di trecento lire, per un colpo
di roncola: tutto un mondo piccolo, gretto, di vili interessi, di
furfanterie contadinesche, di raggiri finissimi per uno scopo volgare,
in cui il cliente diffidava dell'avvocato, e costui guardava il cliente,
come un nemico disarmato. Dieci anni: il contatto con una gente di
tribunale, misera, ignorante, o tranquillamente triviale, o severamente
fredda — un mondo glaciale, repulsivo, in continuo movimento da un capo
all'altro d'Italia, una fantasmagoria di facce sempre nuove, incapaci di
cordialità, o timide da non poterla tentare — e davanti a questo mondo,
il giovane avvocato si sentiva morire nell'anima ogni ardore di
passione; anche la parola gli moriva nella gola. E poichè la causa che
doveva difendere era di una trivialità aridissima, e la gente a cui
doveva parlare lo guardava, indifferente, con la faccia pacata di chi
non pensa più, egli finiva con sbrigarsi in poche parole, seccamente,
del suo dovere di difensore: non aveva perciò grande riputazione di
avvocato. Non egli poteva intenerirsi più, lasciando la casa paterna e i
vecchi parenti che, vedendolo partire, piangevano come tutta la gente
antica d'anni, quando qualcuno parte, per quel gran senso di egoismo che
è nella vecchiaia: molte tempeste segrete e caldissime, eruzioni interne
senza sfogo, avevano disseccate le sorgenti di tenerezza del suo cuore.
Nel viaggio, ora, egli ricordava tutto, lucidamente, ma senza provarne
emozione, come uno spettatore disinteressato. Chiudeva gli occhi per
dormire: non poteva.
Nel treno, invece, pareva dormissero tutti, in sonno profondo.
Attraverso il rumore del treno, sempre più cullante, l'onorevole
Sangiorgio credeva quasi di udire un lungo respirare calmo, gli pareva
quasi di vedere un grande petto sollevarsi e abbassarsi lentamente, nel
felice alternarsi meccanico della respirazione. Alla stazione di
Cassino, dove il treno si ferma per cinque minuti, all'una dopo
mezzanotte, non discese alcuno; e il garzone del caffè che dormiva sotto
la lampada a petrolio, con le braccia sul marmo del tavolino e la testa
sulle braccia, non si mosse. I guardafreni, avvolti nel cappotto nero,
col cappuccio calato sugli occhi e una lanternetta in mano, andavano
tentando i freni, che mandavano uno squillo metallico, di un'intonazione
purissima, come cristallo. Anche il fischio della vaporiera, partendo,
era dolcemente rauco, voce grossa e acuta, che si smorzava, per
delicatezza. Riprendendo il cammino, il movimento del treno era come un
dondolìo molle, senza stridori, senza urti, senza scatti, un andare
rapido come sul velluto, con un rombo sordissimo che pareva il russare
di un forte gigante addormentato, nella pienezza del suo riposo.
Francesco Sangiorgio pensò a tutta quella gente che viaggiava con lui:
gente addolorata per la partenza o allegra pel paese dove si recava;
gente innamorata senza speranza, innamorata tragicamente, o felicemente
innamorata; gente preoccupata dal lavoro, dagli affari, dalle angustie,
dall'ozio; gente oppressa dall'età, dalle infermità, dalla gioventù,
dalla felicità; gente che sapeva di camminare a un drammatico destino, o
che ci si avviava, inconscia. Eppure, tutti costoro, dopo mezz'ora, a
uno a uno, avevano ceduto lentamente al sonno, tutto, l'anima e il
corpo, obliando. Il benefizio amoroso, profondo, risanatore del riposo
era disceso su quegli ardori, e li aveva mitigati, si era allargato su
quella tribolata parte dell'umanità, troppo felice o troppo infelice,
placandola nel sonno. Nervi irritati, collere, disprezzi, desiderii,
morbosità, vigliaccherie, mestizie incurabili, tutte le miserie e tutte
le grandezze umane, viaggianti in quel treno notturno, posavano, nella
grande dolcezza dell'addormentamento. Il treno si portava via, alla loro
sorte, triste, buona, mediocre, quegli spiriti sognanti e quelle forme
abbattute nella quiete: quegli esseri godevano la profonda voluttà
dell'annichilimento senza dolore, lasciando a una forza, fuor di loro,
il trasportarli lontano.
— Ma perchè non posso dormire anch'io? — pensava Francesco Sangiorgio.
E un momento, ritto, nel suo vagone deserto, sotto la vacillante luce
della fiammella a olio, con la campagna nerissima che fuggiva dietro i
cristalli, con la leggera brina che appannava quei cristalli, col freddo
della notte che si faceva più frizzante, gli parve d'essere solo,
irrimediabilmente, abbandonato, perduto, nella debolezza della
solitudine. Si pentì di avere per orgoglio richiesto un compartimento
_riservato_, desiderò la compagnia di un uomo, quella di una persona
qualunque, un suo simile, il più umile. Si sentì smarrito e pauroso come
un bimbo, in quella gabbia donde non poteva uscire, che la macchina
portava via, quella macchina che egli era impotente a fermare nella sua
corsa: era spaventato, come una miserabile creatura che veglia,
solitaria, in una casa dove tutti dormano. Una soffocazione lo assalse
alla gola, se no, avrebbe gridato per chiedere aiuto: uno sfinimento lo
prese alle gambe, e lo abbattè, di nuovo, sul sedile.
Ma questo durò pochissimo: la coscienza del coraggio rinacque subito in
lui, e l'abitudine di una vita deserta di soccorsi morali, tutta chiusa
in se stessa, tutta appoggiata sulle proprie forze, vinse quel minuto di
terrore. A un pensiero che per molto tempo era rimasto latente, e che
ora si presentava nella sua forma concreta, con un nome di quattro
lettere, egli balzò di scatto dal divano, e si diede a passeggiare,
nervosamente, su e giù nella carrozza.
— È Roma, è Roma... — mormorava.
Sì, era Roma. Adesso quelle quattro lettere, rotonde, chiarissime,
squillanti come le trombe di un esercito in marcia, si disegnavano nella
sua fantasia, con un'ostinazione d'idea fissa. Il nome era breve e
soavissimo, come uno di quei flessuosi e incantevoli nomi di donna che
sono un segreto di seduzione; e gli si avvolgeva nella mente in
attorcigliamenti bizzarri, in meandri di fascino. Non poteva, non sapeva
formarsi l'idea che quelle quattro lettere, come scolpite nel granito,
rappresentavano. Il senso che quello fosse un nome di una città, di un
grande agglomeramento di case e di popolo, gli sfuggiva: Roma gli era
ignota. Per mancanza di tempo, per non sciupare del denaro, ragione di
tutte più forte, avvocatuccio ignoto, individuo insignificante, egli non
era mai stato a Roma. E non avendola vista, non poteva rappresentarla
che astrattamente, come una grande cosa fluttuante, come un grande
pensiero, come una grande visione singolare, come un'apparizione
femminile ma ideale, come un'immensa figura dai contorni indistinti.
Così, tutto quello che egli si figurava di Roma era grandioso, ma
indeciso, indefinito: paragoni strani, finzioni che diventano idee, un
tumulto nella fantasia, un miscuglio d'immagini e di concetti che si
sovrapponevano. Dentro quella maschera glaciale di meridionale
pensieroso, ardeva il fuoco di una immaginativa abituata a
contemplazioni egoistiche e solitarie: e Roma vi metteva il subbuglio.
Oh! egli la sentiva, Roma: la vedeva, come una colossale ombra umana,
tendergli le immense braccia materne, per chiuderselo al seno, in un
abbraccio potente, come quello che Anteo riceveva dalla terra, e ne
usciva ringagliardito: gli pareva di udire, nella notte, la soavità
irresistibile di una voce femminile che pronunziasse il suo nome, ogni
tanto, dandogli un brivido di voluttà. La città lo aspettava, da un
pezzo, come un figlio amato e lontano; e lo magnetizzava col desiderio
della madre, profondo, che evoca il figliuolo.
Da tempo egli sentiva questa seduzione di amore, questo appello di
amore, intorno a sè: si rodeva d'impazienza, fermo al suo posto,
avvinghiato da mille difficoltà materiali e morali, non potendo
sciogliersi, con un tormento inferiore che gli faceva pallido il viso e
torbido l'occhio. Quante volte, da terrazzino coperto, ad arcate, della
sua casa, nel suo paese di Basilicata, egli aveva guardato l'orizzonte
chiarissimo dietro la collina, pensando che dietro quell'arco di cielo
che si piegava, grandioso, era Roma che lo aspettava! Come i fedeli e
pietosi amatori che hanno la loro donna lontana, e si struggono nel
desiderio di raggiungerla, egli considerava malinconicamente tutta la
distanza che lo separava da Roma, e come, nell'amore contrastato, fra
lui e la sua donna si frapponevano uomini, cose, avvenimenti. Di che
odio profondo, segreto, tutto concentrato nel suo cuore, egli detestava
tutti coloro che si mettevano fra lui e la città che lo chiamava! Come
gli amatori, nel mondo intero, egli non aveva che la visione deliziosa
della persona che egli amava, che lo amava: tutte queste ombre nere che
si interrompevano fra lui e la lucentezza del suo sogno, gli davano lo
spasimo. Un'amarezza gl'inondava le vene: nel suo spirito era un grande
serbatoio di rancori, di collere, di disprezzi, di desiderii, come in
quello degli amatori.
Dieci anni di battaglie, tenendo Roma nel cuore, lo avevano trasformato.
Una diffidenza, nascosta degli altri e una soverchia stima di sè: un
raccoglimento continuo, talvolta dannoso; uno studio incessante di
freddezza, mentre, dentro, l'anima gli ribolliva; un disprezzo profondo
di tutte le altre forze umane, che non fossero l'ambizione; uno
squilibrio crescente fra il desiderio e la realtà; segreta, ma
acutissima la conseguente delusione; l'amore del successo, niente altro
che il successo. Questo era accaduto, nella oscurità della sua
coscienza; ma talvolta, nelle ore bieche della disfatta, egli si
abbatteva in una debolezza infinita; una umiliazione soverchiava tutto
il suo orgoglio, egli si sentiva un povero essere, limitato, miserrimo.
Come gli amatori, quando li sopravvince la cattiva fortuna, egli si
sentiva indegno di Roma. Oh! bisognava domarsi nella pazienza,
rafforzarsi nella perseveranza, temprarsi le forze nell'avversità,
purificarsi lo spirito nel fuoco consumatore, come un penitente antico,
per essere degno di Roma. Figura ieratica di sacerdotessa, di madre, di
amante, Roma vuole espiazioni e sacrifici, vuole un cuore puro e una
volontà di ferro...
— Ceprano, Ceprano, dieci minuti di fermata, — si gridò fuori.
L'onorevole Francesco Sangiorgio si guardava attorno, ascoltava, come un
trasognato: egli aveva la febbre.
Prima una sbarra di un verdino pallidissimo, che saliva, parallela,
all'orizzonte: poi un chiarore livido, freddo, di cui sembrava potersi
vedere la lentissima dilatazione sull'alto del cielo. In quella
glacialità di notte spirante, la campagna romana si apriva, vastissima.
Dallo sportello presso cui stava ritto, Francesco Sangiorgio la
guardava. Era un'ampiezza di pianura il cui colore ancora non si
scorgeva, ma che, qua e là ondulava, come le dune d'un mare poco
lontano; e la penombra fitta, con quella scialba irradiazione che ancora
non arrivava a vincerla, dava alla campagna romana uno sconfinamento di
deserto. Non un albero: solo, di tratto in tratto, una siepe alta e
fitta, nera, che pareva facesse una riverenza circolare e fuggisse.
Le stazioni cominciavano ad apparire bigie, tutte umide ancora della
brina notturna, con le finestre sbarrate e le persiane verdi che avevano
presa una tinta rugginosa, i magri alberetti di oleandri coi rami
pendenti e i fiori tutti stillanti, pioventi al suolo, come se
piangessero; con l'orologio dal largo disco biancastro che macchie di
umidità deturpavano, e le cui brune lancette, dalla testa grossa,
sembravano un ragno nero, a due gambe. Il capo-stazione, tutto
imbacuccato nel pastrano, con una sciarpa che gli fasciava le mascelle,
andava e veniva, tra i facchini, col capo abbassato: e nella freddissima
aria mattinale, un sottile odore di terra bagnata, odore acre, feriva il
cervello. Un grosso paese, eretto sopra una collina, fortificato da un
giro di mura e da due torri, comparve, tutto bigio, tutto vecchio, con
un'aria medievale: era Velletri.
Ora, nel treno avveniva un certo risveglio; nel vagone accanto si
sentiva scricchiolare il pavimento, due persone parlavano. Da uno
sportello di prima classe, la testa d'un prete spagnuolo, molto bruno,
dalle guance dure e rase, che avevano un'ombra azzurrina, si sporgeva,
fumando alacremente un sigaro. Ma come l'alba s'irradiava in tutto il
cielo, bianchissima, gelata, tutta la nudità della campagna romana
apparve, nella sua grandezza. Su quei prati a perdita di vista, smarriti
in una luce mite, un'erba rada e piccola cresceva, di un verde tutto
molle di acquitrino; qua e là grandi appezzamenti giallastri, macchiati
di marrone, una terra grossa e rude, pietrosa, fangosa, incoltivabile.
Era un imperial deserto che nessun albero allietava, che nessuna ombra
d'uomo animava, che non attraversava alcun volo d'uccelli; era una
desolazione immensa, solenne.
Contemplando questo paesaggio, che a nulla rassomiglia, Francesco
Sangiorgio era preso da un senso crescente di sorpresa, in cui tutti i
suoi sogni personali si dileguavano. Stava a guardare, muto, immobile,
rannicchiato nell'angolo della carrozza, tremando di freddo, sentendo
calmarsi il battito delle tempie. Indi a poco una pesantezza gli
scendeva sulle palpebre, un rilassamento gli distendeva tutta la
persona, egli provava tutta la stanchezza della notte trascorsa
vegliando. Avrebbe voluto sdraiarsi nella carrozza, con un bel raggio di
sole, che entrasse dal finestrino aperto, per dormire, una buona ora,
sino a Roma; invidiava quelli che avevano passato quelle lunghe ore
notturne a ristorarsi le forze, nel riposo.
Ora il viaggio gli sembrava interminabilmente lungo, e lo spettacolo
della campagna romana, quello squallore maestoso, l'opprimeva. Non
finiva dunque mai? Non sarebbe dunque mai a Roma? Aveva sonno: un
intorpidimento gli si dilatava dalla nuca a tutte le membra, la sua
bocca era pastosa e amara, come se uscisse da una malattia; e la sua
impazienza diventava pena, un piccolo tormento; egli si lamentava con se
stesso, come se gli facessero un'ingiustizia. I treni notturni erano
troppo lenti; aveva fatto male a partire con quello, fidando di poter
dormire, nella notte; questa ultima ora gli era insopportabile. La
realtà de' suoi sogni gli era dappresso, vicinissima, e con la sua
vicinanza gli dava una palpitazione di gioia. Sentiva l'appressarsi di
Roma, come quello di una donna amata: cercava di esser calmo,
vergognandosi innanzi a sè stesso: ma gli ultimi venti minuti furono un
vero spasimo. Col capo fuori del finestrino, ricevendo in faccia il fumo
umido del vapore, senza più guardare la campagna, senza un'occhiata per
gli eleganti acquedotti che si prolungavano nella pianura, egli guardava
verso la mèta, credendo e temendo ad ogni tratto di veder apparire Roma,
compreso da un vago senso di terrore. Spariva la campagna, dietro, come
se si inabissasse, portando con sè i prati umidi, gli acquedotti
giallastri e le bianche casette cantoniere. La macchina pareva
accrescesse la sua velocità, e ogni tanto dava in un fischio lungo
lungo, stridulo, a due, a tre riprese. A quasi tutti i finestrini vi
erano delle teste sporgenti.
Dov'era Roma, dunque? Nulla si vedeva. E la inquietudine era così forte,
che quando il treno cominciò a rallentare, l'onorevole Francesco
Sangiorgio ricadde sul sedile: il cuore gli batteva sotto la gola, come
se gli si fosse allargato per tutto il petto. Passando sul pavimento
ferreo degli scambi, quelle scosse forti gli si ripercuotevano dentro,
gli davano sul capo come tanti colpi di martello. Gl'impiegati non
dicevano neppure: Roma. Ma egli, scendendo, fu preso da un lieve tremito
nelle gambe; la folla lo circondava, lo urtava, lo spingeva, senza
badare a lui: in due correnti, per i treni che arrivavano, in
coincidenza, da Napoli e da Firenze. L'onorevole Sangiorgio era smarrito
tra la gente, addossato al muro, come se non si reggesse, avendo ai
piedi la sua valigetta; e con l'occhio vagante guardava tra la folla,
come se vi cercasse qualcuno.
La stazione era ancora tutta umida, un po' scura, con quel nauseante
puzzo di carbon fossile, di olio, di ferro sfregato, che vi è sempre,
piena di vagoni neri, di grandi casse d'imballaggio ammonticchiate; e le
faccie erano tutte stanche, assonnate, annoiate, in uno sbadiglio che
stirava le bocche: la sola espressione era l'indifferenza,
un'indifferenza non ostile, ma invincibile. Nessuno gli badava, al
deputato Sangiorgio, fermo presso il muro: viaggiatori, impiegati,
facchini andavano e venivano, senza curarsi di lui. Egli aveva
sbottonato il soprabito, con un moto infantile, per mostrare la
medaglina, aveva chiamato un facchino, due volte, ma quello era
scomparso, senza dargli retta.
Invece la gente di servizio si affaccendava intorno a un gruppo di
signori in tuba, dall'aria pallidamente burocratica, che avevano l'abito
nero e la cravatta bianca sotto i soprabiti abbottonati, dai baveri
rialzati, con la faccia smorta di chi ha poco dormito e il contegno di
persone distinte, che compiono un alto dovere di convenienza. Quando da
un vagone del treno di Firenze era discesa una signora, alta, svelta,
elegante, tutti si erano scappellati: poi un signore, magro, alto e
vecchio, discese: il gruppo si strinse, il signore scarno salutava, la
signora odorava, sorridendo, un mazzo di fiori che le avevano offerto.
Dai soprabiti aperti, adesso, era una gala di sparati bianchi: un
sorriso fioriva sulle facce d'un tratto colorite: a certe catenelle
d'orologio, le medagline erano quattro, cinque.
— Sua Eccellenza, — fu mormorato intorno.
Poi il gruppo si avviò, la delicata signora dando il braccio al vecchio
magro, i deputati e gli alti funzionari, dietro. L'onorevole Sangiorgio
tenne anch'esso dietro, macchinalmente, essendo rimasto solo.
Sulla Piazza Margherita egli vide il governo mettersi in carrozza, in
mezzo alla fila degli amici che si era schierata, salutando: la signora
chinava il capo dallo sportello, sorridendo: vide tutti andarsene, in
carrozza, dopo. Egli era solo, sulla vasta piazza. Per terra un umidore
come se avesse piovuto: tutto le finestre dell'_Albergo Continentale_
chiuse. A sinistra, il corso Margherita ancora in costruzione: mucchi di
tavoloni di travi e calcinacci. Gli _omnibus_ degli alberghi voltavano
per andarsene. Tre o quattro carrozze restavano, per indolenza dei
cocchieri, che fumavano, aspettando ancora. A dritta, un carosello
deserto, sbarrato e sopra un grande muro grezzo, un'accecante _réclame_
del _Popolo Romano_. Su tutto questo un'aria bassa e molle, una
nebbiuzza penetrante, un lieve sentore cattivo, l'aspetto nauseato e
nauseante di una città che appena si sveglia, nella gravezza flaccida
delle mattinate d'autunno, con quel fiato di febbre che pare aliti dalle
case.
L'onorevole Francesco Sangiorgio era molto pallido, e aveva freddo — nel
cuore.