CAPITOLO XI.

Il Papato e i suoi pericoli.

Posizione di fronte all'estero e all'Italia. — Torbidi a Roma

da Nicolò V in poi. — Sisto IV signore di Roma. — Progetti del

cardinale Pietro Riario. — Il nepotismo politico in Romagna. —

Cardinali di case principesche. — Innocenzo VIII e suo figlio.

— Alessandro VI come spagnuolo. — Relazioni coll'estero e

simonia. — Cesare Borgia e suoi rapporti col padre. — Suoi

ultimi progetti. — Minacciata secolarizzazione dello Stato

pontificio. — I mezzi violenti. — Gli assassinii. — Gli ultimi

anni. — Giulio II restauratore del Papato. — Elezione di Leone

X. — Suoi progetti pericolosi in politica. — Pericoli esterni

crescenti. — Adriano VI. — Clemente VII e il sacco di Roma. —

Conseguenze di esso e reazione. — Riconciliazione di Carlo V

col Papa. — Il Papato della Contro-riforma.

Del Papato e dello Stato pontificio, come creazioni affatto

eccezionali, noi non ci siamo occupati fin qui se non incidentalmente

affatto e solo per istabilire il carattere degli Stati italiani in

generale.[203] Allo Stato pontificio mancava quasi affatto ciò che

invece caratterizza in modo speciale gli altri Stati, vale a dire il

ben calcolato aumento e la concentrazione dei mezzi della potenza,

appunto perchè il potere spirituale aiutava dal canto suo a coprire e

a sostituire il difettoso svolgimento del temporale. Eppure per quali

solenni prove non è esso passato nel secolo XIV e nei primi anni del

XV! Quando il Papato fu trasportato nella cattività di Avignone, tutto

andò in sulle prime a soqquadro, ma la corte avignonese aveva danari,

truppe ed un grand'uomo di Stato, che al tempo stesso era un gran

capitano, lo spagnuolo Albornoz, che sottomise e tornò all'obbedienza

i ribelli. E di gran lunga ancora più grave fu il pericolo di un

definitivo sfacelo, allorchè sopraggiunse lo scisma, e coll'andar

del tempo nè il papa romano, nè quello di Avignone aveano forze e

ricchezze bastanti per sottomettere nuovamente lo Stato perduto; ma,

dopo restaurata l'unità della Chiesa, la cosa riuscì nuovamente sotto

Martino V, e riuscì una seconda volta ancora, dopochè sotto Eugenio

IV il pericolo s'era ancor rinnovato. Senonchè lo Stato della Chiesa

era, e rimase per allora, una completa anomalia fra tutti gli altri

Stati d'Italia: in Roma e nel suo territorio resistettero al potere dei

Pontefici le grandi famiglie dei Colonna, dei Savelli, degli Orsini,

degli Anguillara ed altre: nell'Umbria, nelle Marche, nelle Romagne,

se non v'era più quasi nessuna di quelle repubbliche, alle quali il

Papato s'era mostrato sì poco riconoscente pel loro attaccamento, vi

era invece una moltitudine di grandi e piccole case principesche,

l'ubbidienza e la fedeltà delle quali non volevano dire gran cosa.

Come dinastie a sè e sussistenti per forza propria, hanno tuttavia

anche esse la loro speciale importanza, e da questo punto di vista noi

trovammo più sopra (v. pag. 37, 59) conveniente di toccare almeno di

quelle che primeggiavano sulle altre. Ciò non ostante, non vogliamo

dispensarci qui da alcune brevi considerazioni sullo Stato della Chiesa

preso nel suo insieme. Esso sin dalla metà del secolo XV trovasi

esposto a nuove crisi e a nuovi pericoli, perchè lo spirito della

politica italiana cerca da diverse parti d'invadere anche la Curia e

di tirarla nelle sue vie. Ma i pericoli che vengono dal di fuori o dal

popolo, sono sempre i minori; i maggiori hanno la loro origine nelle

tendenze stesse dei Papi.

Innanzi tutto lasciamo da parte i paesi esteri di là dalle Alpi. Se in

Italia il Papato trovavasi sotto la minaccia di pericoli gravissimi,

non era certamente quello il momento, in cui avessero potuto o

voluto prestargli un aiuto nè la Francia sotto la tirannia di Luigi

XI, nè l'Inghilterra ai primordi della guerra delle due Rose, nè la

Spagna in preda ai più grandi rivolgimenti, nè la Germania stessa

tradita nel concilio di Basilea. Anche in Italia v'era bensì un certo

numero di uomini colti ed idioti, che riguardavano come un vanto

nazionale la presenza del Papa nel paese, ma i più per soli interessi

privati, e moltissimi per una gran fede nel valore delle benedizioni

papali,[204] tra i quali quello stesso Vitellozzo Vitelli, che invocava

l'assoluzione di Alessandro VI nel momento stesso, in cui il figlio del

Papa lo faceva strozzare.[205] Ciò non ostante, tutte queste simpatie

non sarebbero bastate a salvare il Papato di fronte ad avversari

veramente risoluti, e che avessero saputo trar profitto dall'odio e dal

rancore che esistevano contro di lui.

Ora egli fu appunto in un momento di così generale abbandono, che anche

all'interno si manifestarono i più serii pericoli. Già pel fatto stesso

del trovarsi la Chiesa imbevuta delle stesse massime che informavano

la politica degli altri principati italiani, essa doveva sentirne le

scosse più fiere: il suo proprio carattere v'arrecò poi urti affatto

particolari.

Per quanto riguarda, prima d'ogni altra cosa, la città di Roma, era

già da tempo invalsa la consuetudine di non dare importanza alcuna

alle sue agitazioni interne, poichè tanti Papi cacciati da tumulti

popolari erano sempre tornati, e i Romani stessi dovevano nel proprio

interesse desiderare la presenza della Curia a Roma. Ma non è men vero

per questo, che Roma di tempo in tempo non solo si mostrò proclive ad

idee più o men radicali,[206] ma nelle cospirazioni che minacciavano la

sicurezza dei Pontefici, ubbidì a mani invisibili, che la guidavano dal

di fuori. Così accadde, per esempio, nella congiura di Stefano Porcari

contro quel Papa, che per l'appunto aveva procurato a Roma i maggiori

vantaggi, Nicolò V (1453). Il Porcari mirava ad un rovesciamento della

signoria dei Papi in generale, e in ciò avea grandi complici, i quali

bensì non vengono nominati,[207] ma devono cercarsi fra i governi

italiani d'allora. Sotto lo stesso pontificato Lorenzo Valla chiudeva

la sua famosa invettiva contro la donazione di Costantino, augurando

l'immediata secolarizzazione dello Stato pontificio.[208]

Anche la congrega di cospiratori, colla quale ebbe a lottare Pio II

(1495), non nascondeva che il suo scopo era in generale la caduta

del dominio dei preti, e il capo di essa, Tiburzio, ne riversava la

colpa sui profeti, che gli avevano promesso l'adempimento di quel

suo desiderio in quello stesso anno.[209] Parecchi grandi romani, il

principe di Taranto e il condottiero Jacopo Piccinino n'erano complici

e promotori. E se si ripensa al ricco bottino, che ad ogni momento

poteva riguardarsi come pronto nei palazzi dei maggiori prelati (i

congiurati aveano messo gli occhi specialmente sui tesori del cardinale

di Aquileja), sorprenderà piuttosto che in una città quasi sempre così

priva di sorveglianza tali tentativi non fossero invece più frequenti e

più fortunati. Non per nulla Pio II risiedeva più volentieri dovunque,

anzichè a Roma, ed anche Paolo II ebbe a provare nel 1468 un forte

spavento per una congiura, supposta o reale, di questa specie[210]. I

Pontefici dovevano o quando che sia soggiacere a tali assalti, o domare

colla forza le fazioni dei grandi, sotto la protezione dei quali simili

rapaci tentativi venivano ogni dì più aumentando.

E questo fu appunto il compito che si propose il terribile Sisto IV.

Egli fu il primo ad aver Roma e il suo territorio quasi compiutamente

nelle sue mani, massimamente dopo la persecuzione inflitta ai

Colonnesi, e per questo potè anche, sì negli affari della Chiesa, come

in quelli della politica italiana, procedere con tanta franchezza di

fronte alle lagnanze e perfino alle minaccie di convocare un Concilio,

che venivano dall'occidente. I mezzi necessarii li forniva una simonia,

che tutto ad un tratto cominciò ad eccedere ogni misura, e alla quale

soggiacevano tanto le nomine dei cardinali, quanto quelle dei dignitari

inferiori, nonchè le grazie o concessioni di qualsiasi specie[211].

Sisto stesso non avea potuto ottenere la dignità papale senza ricorrere

ad un tal mezzo.

Era naturale che una corruzione così universalmente estesa dovesse

quando che sia tirare addosso alla sedia papale disastrosissime

conseguenze; ma queste in allora sembravano ancora molto lontane.

Diversamente invece andò la cosa rispetto al nepotismo, che minacciò

perfino un momento di rovesciare dai cardini il Pontificato. Fra tutti

i nipoti, il cardinale Pietro Riario fu quegli, che in sulle prime

godeva il maggiore e quasi l'esclusivo favore di Sisto, nel tempo

stesso che del suo nome riempiva tutta l'Italia, sia pel suo lusso

smodato, sia per le voci che correvano sulla sua empietà e sulle sue

mire politiche.[212] Egli s'accordò col duca Galeazzo Maria di Milano

(1473), allo scopo che questi dovesse diventar re della Lombardia ed

aiutar poi lui con danaro e con uomini a salire sul trono papale al

suo ritorno in Roma: Sisto, a quanto sembra, glielo avrebbe ceduto

spontaneamente.[213] Questo progetto, che sarebbe riuscito ad una

secolarizzazione dello Stato pontificio mediante l'ereditarietà del

trono, fallì poi per la morte subitanea di Pietro. Il secondo nipote,

Girolamo Riario, non abbracciò lo stato ecclesiastico e non toccò

quindi il Pontificato; ma dopo di lui i nipoti dei Papi tennero in

continui scompigli l'Italia con gli sforzi che fecero per procacciarsi

un gran principato. Per lo innanzi alcuni Papi aveano tentato di

far valere la loro supremazia feudale su Napoli a favore dei loro

congiunti;[214] ma, dopochè ciò non era riuscito neanche a Calisto III,

non era il caso di più pensarvi, e Girolamo Riario, deluso anche nel

tentativo di assoggettar Firenze (e chi sa in quanti altri progetti),

dovette accontentarsi di fondare una Signoria nello Stato stesso

della Chiesa. Fino ad un certo punto la cosa poteva giustificarsi

col dire che la Romagna, co' suoi principi e tiranni sparsi per le

città, minacciava già di svincolarsi compiutamente dalla supremazia

papale, che essa in breve avrebbe potuto divenir preda degli Sforza o

dei Veneziani, se Roma non si appigliava a questo spediente. Ma chi,

in tempi simili e in tali condizioni, si sarebbe fatto mallevadore

di un'obbedienza durevole da parte di tali nipoti divenuti sovrani

o dei loro discendenti verso Papi, coi quali non avessero più alcun

vincolo di parentela? Perfino i Papi ancora viventi non erano sicuri

dei propri figli o nipoti, perchè troppo prossima era la tentazione di

cacciare il nipote di un predecessore per sostituirvi il proprio. Il

contraccolpo di questo stato di cose sul Papato stesso costituiva un

pericolo gravissimo: esso si trovava, cioè, costretto ad usar tutti i

mezzi coercitivi, anche gli spirituali, per uno scopo dei più equivoci,

al quale dovevano subordinarsi tutti gli altri della sedia papale; e se

l'intento era raggiunto con tali mezzi e fra l'odio di tutti, si creava

una dinastia, che avrebbe avuto il più grande interesse alla caduta del

Papato.

Quando Sisto morì, Girolamo non potè sostenersi nel principato usurpato

(Imola e Forlì) se non a gran fatica e soltanto colla protezione e

l'aiuto della famiglia Sforza, dalla quale usciva sua moglie. Ora nel

Conclave successivo (1484), — nel quale fu eletto Innocenzo VIII, — si

vide un fatto, che somigliava quasi ad una nuova garanzia esterna del

Papato, vale a dire due cardinali di case regnanti, che per denaro e

dignità si lasciarono vergognosamente corrompere: Giovanni d'Aragona,

figlio del re Ferrante, ed Ascanio Sforza, fratello del Moro.[215] Così

almeno le due case di Napoli e di Milano s'interessavano, per amor del

bottino, al mantenimento della signoria papale. Anche nel Conclave

seguente, nel quale tutti i cardinali simoneggiarono, ad eccezione

di soli cinque, Ascanio si lasciò nuovamente corrompere con forti

donativi, non senza riserbarsi però la speranza di divenir Papa egli

stesso un'altra volta.[216]

Lorenzo il Magnifico dal canto suo desiderava altresì che la casa

Medici non andasse colle mani vuote. Egli diè in moglie sua figlia

Maddalena al figlio del nuovo Papa, Franceschetto Cybo, e s'attendeva

non solo ogni specie di favori per suo figlio Giovanni (il futuro Leone

X), ma anche un sollecito innalzamento del genero.[217] Però, quanto a

quest'ultima speranza, egli pretendeva l'impossibile. Sotto Innocenzo

VIII non era il caso di veder sorgere quell'audace nepotismo, che

fondava Stati, appunto. per questo che Franceschetto era uomo di scarso

ingegno e, al pari del Papa suo padre, non era sollecito d'altro che di

godere la potenza nel modo il più grossolano, specialmente accumulando

enormi somme di danaro[218]. Tuttavia la maniera, colla quale il padre

e il figlio condussero quell'affare, alla lunga non avrebbe mancato

di riuscire ad una pericolosissima catastrofe, lo scioglimento dello

Stato.

Se Sisto s'era arricchito colla vendita di ogni sorta di grazie e

di dignità, Innocenzo e suo figlio eressero addirittura una banca di

grazie temporali, nella quale, dietro il pagamento di tasse alquanto

elevate, poteva ottenersi l'impunità per qualsiasi assassinio e

delitto: di ogni ammenda cento cinquanta ducati ricadevano alla Camera

papale, il di più a Franceschetto. E così Roma, come era naturale,

negli ultimi anni specialmente di questo pontificato, formicolava

d'ogni parte di assassini protetti e non protetti: le fazioni, la cui

repressione era stata la prima opera di Sisto, rialzarono il capo in

modo spaventoso: ma il Papa, chiuso e ben custodito nel Vaticano,

non si preoccupava d'altro, che di porre qua e là qualche agguato,

per farvi cader dentro malfattori, che avessero mezzi di ben pagare.

Per Franceschetto la questione principale era di sapere come avesse

potuto piantar tutti con quanti più tesori poteva, nel caso che il Papa

venisse a morire. Egli si tradì una volta nell'occasione che di questa

morte, omai aspettata, corse una falsa notizia (1490); addirittura

egli voleva portare con sè tutto il danaro esistente nelle casse, e

quando quelli stessi che lo circondavano, glielo impedirono, volle

almeno che lo seguisse il principe turco Zizim, che egli riguardava

come un capitale vivente da potersi cedere per avventura a patti

vantaggiosissimi a Ferrante di Napoli.[219] Egli è sempre malagevole

il voler calcolare tutte le eventualità politiche di un'epoca omai

remota: ma qui sorge da sè la domanda: come Roma sarebbe stata in

grado di sostenersi con due o tre pontificati di questo genere? Di

fronte poi all'Europa niuna maggiore imprudenza che lasciar andare

le cose tant'oltre, che non soltanto i viaggiatori e i pellegrini,

ma un'ambasceria intera spedita da Massimiliano, re dei Romani, fu in

prossimità di Roma assalita e spogliata così completamente, che taluni

degl'inviati tornarono addietro senza nemmeno aver toccato le porte

della città!

Alessandro VI, uomo dotato di attitudini non comuni, salì al potere

coll'idea di goderlo nel pieno significato della parola (1492-1503):

e siccome con questa idea non poteva certamente conciliarsi uno stato

di cose, quale lo abbiamo descritto, il primo suo atto fu l'immediato

ristabilimento della pubblica sicurezza e il puntuale pagamento di

tutti gli stipendi.

Rigorosamente parlando, noi potremmo qui pretermettere questo

Pontificato, appunto perchè non parliamo che delle diverse forme che

assunse la civiltà italiana, e i Borgia non erano italiani più di

quello che lo fosse la casa allora regnante di Napoli. Alessandro,

parlando in pubblico con Cesare, si serviva sempre della lingua

spagnuola: Lucrezia al suo ingresso in Ferrara (dove portò le mode

spagnuole) fu festeggiata da buffoni pure spagnuoli: di spagnuoli

si compose il servidorame più fidato della famiglia, nonchè le bande

famigerate di Cesare nella guerra del 1500, e pare che lo stesso suo

carnefice, don Micheletto, e il suo avvelenatore Sebastiano Pinzon

sieno stati anch'essi spagnuoli. Finalmente anche Cesare, fra le altre

sue gesta, si mostrò vero spagnuolo, quando atterrò, secondo tutte

le regole dell'arte, sei tori selvaggi in campo chiuso. La corruzione

soltanto, di cui questa famiglia sembra la personificazione vivente,

non potrebbe dirsi portata a Roma da essa, quando già, come vedemmo, vi

preesisteva e in sì larga misura.

Di questi Borgia e delle loro gesta molto e in più modi fu scritto. Il

loro scopo immediato era l'assoggettamento completo dello Stato della

Chiesa, e lo ottennero in fatto, schiacciando tutti i piccoli signori

— più o meno impotenti vassalli della Chiesa — o annientandoli,[220]

e togliendo di mezzo in Roma le due grandi fazioni che la

padroneggiavano, gli Orsini che la pretendevano a Guelfi, i Colonnesi

che avrebbero voluto passare per Ghibellini. Ma i mezzi, di cui si fece

uso, furono così spaventevoli, che il Papato necessariamente avrebbe

dovuto andare in rovina, se un avvenimento incidentale (l'avvelenamento

contemporaneo del padre e figlio) non avesse improvvisamente mutato

la faccia delle cose. — Vero è che all'indegnazione che sorgeva dalle

coscienze di tutto l'Occidente, Alessandro non avea bisogno di badare

gran fatto: intorno a sè egli sapeva farsi temere e rispettare: i

principi stranieri si lasciavano comperare e Luigi XII specialmente

gli prestò ogni ajuto possibile; e quanto alle popolazioni, esse non

avevano nemmeno un sentore di quanto accadeva nell'Italia di mezzo.

L'unico momento veramente pericoloso, nell'approssimarsi di Carlo VIII,

passò contro ogni aspettazione felicemente, e d'altronde anche allora

non trattavasi del Papato come tale,[221] ma di una deposizione di

Alessandro per far luogo ad un Papa migliore. Il massimo e durevole e

sempre crescente pericolo pel Pontificato stava in Alessandro stesso e

più ancora in suo figlio Cesare Borgia.

Nel padre l'ambizione, l'avidità e la depravazione erano congiunte

con un'indole energica, e con tendenze assai splendide. Tutti i

godimenti che può dar la potenza, egli volle goderli sino dal primo

giorno e in ampia misura. Nella scelta dei mezzi che doveano condurlo

al suo scopo, egli non si mostrò mai titubante: sin dalle prime tutti

seppero che egli non intendeva di rifarsi soltanto dei sacrificii

fatti per ottenere il Papato[222], ma voleva senz'altro che la

simonia dell'acquisto fosse ampiamente sorpassata dalla simonia delle

vendite. S'aggiungeva poi che Alessandro, in virtù degli ufficii di

vice-cancelliere ed altri da lui anteriormente coperti, conosceva

meglio d'ogni curiale tutti i mezzi possibili di far danaro. Nè egli

nominò mai nessun cardinale senza un deposito anticipato di somme

considerevoli. — Del resto sin dal 1494 un carmelitano, Adamo da

Genova, che a Roma aveva osato predicare contro la simonia, fu trovato

morto nel suo letto con ben venti ferite.

Ma quando il Papa col tempo cadde sotto il dominio del proprio figlio,

i mezzi violenti presero quel carattere veramente infernale, che

necessariamente reagisce perfin sugli scopi. Ciò che si fece nelle

lotte coi grandi di Roma e coi tiranni delle Romagne supera, in linea

di crudeltà e di perfidia, quanto di peggio commisero gli Aragonesi di

Napoli, con questo di più che le arti, con cui si tradiva, erano assai

più raffinate. Affatto spaventevole è il modo, con cui Cesare giunse

ad isolare il padre, togliendo di mezzo il fratello, il cognato ed

altri congiunti e cortigiani, non appena il favore che essi godevano

presso il Papa e la loro posizione suscitarono in lui qualche ombra

di gelosia, Alessandro fu spinto al punto di dare il suo consenso

all'uccisione del figlio suo prediletto, il duca di Gandia,[223] perchè

tremava per sè stesso dinanzi a Cesare.

Ora quali erano i segreti disegni di quest'ultimo? Ancora negli ultimi

mesi della sua signoria, quando egli appunto aveva finito di sterminare

i condottieri a Sinigaglia ed era di fatto divenuto padrone dello

Stato della Chiesa (1503), ripetevasi abbastanza modestamente da chi

lo avvicinava, che egli non voleva sottomettere se non le fazioni e i

tiranni, e ciò solo a vantaggio della Chiesa, ritenendo per sè tutt'al

più la Romagna, e che quindi non gli sarebbe mancata la riconoscenza

anche di tutti i Papi futuri, ai quali rendeva il più grande servigio,

abbattendo gli Orsini e i Colonna.[224] Ma chi potrebbe ammettere che

questo realmente fosse l'ultimo suo pensiero? Un po' più apertamente

una volta si espresse Papa Alessandro in una conversazione avuta

coll'ambasciatore veneziano, mentre raccomandava suo figlio alla

protezione della Repubblica: «io voglio fare in modo, diss'egli, che

un giorno il Papato tocchi o a lui o alla vostra Repubblica».[225]

Veramente Cesare aggiunse, che non doveva divenir Papa, se non colui

che avesse avuto l'assenso di Venezia, e che a tal uopo i cardinali

veneziani non aveano bisogno che di star bene uniti e compatti. Nessuno

è in grado di dire, se egli con tali parole intendesse alludere a sè

medesimo; ma, in ogni caso, le espressioni del padre bastano bene a

provare quali fossero le sue idee circa l'occupazione del trono papale.

Qualche ulteriore indizio ci viene per via indiretta da Lucrezia

Borgia, potendosi presumere che certi passi delle poesie d'Ercole

Strozza non sieno che l'eco di espressioni, alle quali ella, come

duchessa di Ferrara, può benissimo essersi lasciata andare. Anche qui

innanzi tutto si parla dell'intendimento di Cesare di farsi Papa,[226]

ma in mezzo a ciò traluce altresì qualche cosa che alluderebbe ad una

sperata signoria su tutta l'Italia,[227] e sulla fine si accenna al

fatto che Cesare, qual principe secolare, macchinava cose grandissime e

per questo anche avea deposto una volta il cappello cardinalizio.[228]

Infatti non è a dubitare che Cesare, fosse eletto Papa o no dopo la

morte di Alessandro, pensava a conservare per sè ad ogni costo lo

Stato della Chiesa, e che egli, dopo tutte le scelleratezze commesse,

più facilmente poteva sperare di sostenersi come principe, che come

Papa. Nessuno più di lui sarebbe stato in grado di secolarizzare

lo Stato,[229] e nessuno più di lui avrebbe dovuto farlo, se voleva

continuare a tenerlo. Se noi non c'inganniamo affatto, questo sarebbe

il motivo principale della segreta simpatia, che il Machiavelli

manifesta per questo grande ribaldo: o Cesare, o nessuno sarebbe stato

capace di «estrarre il ferro dalla ferita», vale a dire, di annientare

il Papato, causa di tutti gl'interventi e fonte di tutte le divisioni

d'Italia. — Gl'intriganti che credevano d'indovinare le mire di Cesare,

quando gli facevano balenare agli occhi la possibilità di regnare

sulla Toscana, furono respinti sdegnosamente, a quanto sembra, da lui

medesimo.[230]

Ma forse tutte le logiche deduzioni che si tirano da tali promesse,

riescono vane, — non tanto per una speciale genialità satanica, di cui

altri lo volle fornito, ma che in lui non v'era, come non v'era, per

esempio, nel duca di Friedland; bensì, perchè i mezzi, di cui egli si

servì, erano di quelli che in generale non si conciliano con nessuna

maniera pienamente logica di agire in grande. E nessuno può dire

se, quando l'eccesso dei mali avesse raggiunto l'ultimo limite, una

prospettiva di salute non si sarebbe nuovamente dischiusa pel Papato

anche senza quell'eventualità, che affatto casualmente pose fine alla

sua signoria.

Quand'anche si voglia ammettere che la distruzione di tutti i piccoli

signori sparsi qua e là nello Stato della Chiesa avesse procacciato

a Cesare le simpatie universali, e quand'anche si volesse altresì

far servire di prova ai suoi grandiosi disegni la scelta schiera di

ufficiali e soldati (i migliori d'Italia, con Leonardo da Vinci alla

testa del Genio), ch'egli nel 1503 riuscì a chiamare sotto le sue

bandiere, — ci son tuttavia troppi altri fatti di brutale ferocia, che

contrastano apertamente con tali supposizioni e che rendono incerto

il nostro giudizio su lui, come fu quello dei contemporanei. Tali

sono, per esempio, le devastazioni, alle quali egli lasciò in preda lo

Stato da lui appena conquistato[231] e che pur pensava di conservare

e di governare: tali sono altresì le condizioni, a cui furono ridotte

Roma e la Curia negli ultimi anni di quel pontificato. Sia che padre e

figlio avessero preparato una vera lista di proscrizione,[232] sia che

le uccisioni sieno state comandate separatamente, certo è che i Borgia

agirono di conserva per togliere di mezzo segretamente tutti coloro,

che comecchessia fossero loro d'inciampo o dei quali essi agognassero

farsi eredi. In questi casi essi non si preoccupavano più che tanto

dei capitali e dei beni mobili delle loro vittime, quanto, e assai

più, delle loro rendite personali provenienti dagli ufficii coperti,

che il Papa era sollecito di tener lungamente vacanti per goderne i

proventi, e ch'egli poi rivendeva a nuovi aspiranti a prezzi assai

elevati. L'ambasciatore veneziano Paolo Capello nell'anno 1500 riferiva

al Senato:[233] «ogni notte si hanno a Roma quattro o cinque uccisioni

di vescovi, prelati ed altri dignitari, tanto che tutta la città trema

di essere a poco a poco uccisa dal duca (Cesare)». Questi s'aggirava

notturno per le vie accompagnato da' suoi,[234] e non tanto, a quel che

pare, per nascondere, come Tiberio, il viso divenuto deforme, quanto e

assai più per soddisfare la sua pazza sete di sangue anche su persone

del tutto a lui sconosciute. Ancor nell'anno 1499 la disperazione per

tali fatti era divenuta sì grande ed universale, che il popolo, rotto

ogni ritegno, assalì e scannò parecchi della guardia del Papa.[235] Ma

chi andava salvo dal ferro dei Borgia, non riusciva poi a sottrarsi

al loro veleno. In quei casi, nei quali sembrava necessaria una

certa discrezione, usarono essi di quella polvere candida come neve

e piacevole al gusto,[236] che non uccideva istantaneamente, ma a

poco a poco, e poteva inavvertitamente mescolarsi con ogni cibo e

con ogni bevanda. Il principe Zizim n'avea già fatto il saggio prima

di essere consegnato da Alessandro a Carlo VIII (1495), e sulla fine

della loro carriera si avvelenarono con essa il padre e il figlio,

avendo per isbaglio bevuto del vino destinato ad un ricco cardinale. Il

compendiatore ufficiale della storia dei Papi, Onofrio Panvinio,[237]

cita i nomi di tre cardinali, che Alessandro fece avvelenare (Orsini,

Ferrerio e Michiel), e tocca altresì di un quarto, che Cesare s'era

incaricato di spacciare per proprio conto (Giovanni Borgia); ma in

generale può dirsi che quasi nessun prelato alquanto ricco non morì

a Roma in quel tempo, senza che sulla sua morte non si elevassero

sospetti di questo genere. L'implacabile veleno raggiunse perfino

qualche pacifico scienziato, che avea creduto evitarlo ritirandosi in

qualche oscura città di provincia.

Intanto intorno al Papa le cose cominciarono a non andar più così

allegramente come prima: fulmini e tempeste, che fecero crollare

pareti e stanze, lo avevano già visitato anteriormente e colmatolo

di spavento: ed ora che questi fenomeni si rinnovavano (1500), tutti

credettero che Satana stesso ci avesse parte, e la dicevano «_cosa

diabolica_».[238] La voce di questi fatti sembra abbia cominciato a

diffondersi fra i popoli nell'occasione del Giubileo dell'anno 1500

che fu frequentatissimo;[239] e il traffico scandaloso che allora

si fece delle indulgenze, fece il resto e richiamò l'attenzione di

tutti sulle ignominie di Roma.[240] Oltre ai pellegrini che tornavano

alle loro case, si vedevano passar le Alpi strani penitenti in lunghi

abiti bianchi e tra essi alcuni incappucciati fuggiaschi dello Stato

pontificio, i quali assai probabilmente non avranno taciuto. Ma chi

potrebbe dire sino a qual punto avrebbe dovuto giungere lo scandalo e

l'indignazione di mezza Europa, prima che per Alessandro ne sorgesse

un immediato pericolo? «Egli avrebbe, dice Panvinio altrove,[241]

avvelenato anche gli altri cardinali e prelati, ch'erano in voce di

ricchi, per divenir loro erede, se, in mezzo ai grandi progetti che

macchinava pel figlio, la morte non lo avesse sorpreso». E che cosa

avrebbe fatto Cesare, se nel momento in cui morì suo padre, non si

fosse egli pure trovato infermo sul letto di morte? Qual Conclave non

sarebbe stato quello, dal quale egli, forte di tutti i mezzi, di cui

poteva disporre, fosse uscito Papa per l'elezione di un collegio di

cardinali convenientemente ridotto a furia di veleno, in un momento

in cui non c'era neanche da temere la vicinanza delle armi francesi?

La fantasia si perde in un abisso, qualora soltanto si provi a tener

dietro ad una somigliante ipotesi.

Invece si ebbe il Conclave, dal quale uscì Pio III, e quasi subito

dopo, quello, in cui riuscì eletto Giulio II, due elezioni, che

evidentemente accennano ad un principio di reazione, che manifestavasi

d'ogni parte.

Per quanto anche una critica severa trovasse a ridire sui costumi

privati di Giulio II, certo è nondimeno che nei punti più sostanziali

egli fu l'uomo che salvò il Papato. Osservando attentamente l'andamento

delle cose sotto i pontificati seguiti a quello di suo zio Sisto IV,

egli aveva potuto accorgersi di quali basi e di quali appoggi avea

bisogno la potenza papale per sostenersi, e, divenuto Papa, ordinò

tosto il suo governo in piena conformità a tali viste, portando

all'attuazione de' suoi progetti tutta quell'energia di carattere,

che non si arresta dinanzi a verun ostacolo. Portato al potere

in virtù di abili maneggi, ma senza simonia alcuna, e accolto con

favore dall'opinione universale, egli fe' cessare, per prima cosa, lo

scandaloso traffico delle dignità ecclesiastiche. Anche alla sua corte

non mancarono i favoriti, e talvolta erano i meno degni, ma egli ebbe

l'inestimabile fortuna di andare immune dalla pericolosa piaga del

nepotismo. Suo fratello Giovanni della Rovere avea sposata l'erede di

Urbino sorella di Guidobaldo, l'ultimo dei Montefeltro, e da questa

unione era nato nel 1491 un figlio, Francesco Maria della Rovere, che

al tempo stesso diventava possessore legittimo del ducato di Urbino e

nipote del Papa. Ciò dispensava Giulio da qualunque obbligo di creare

uno Stato alla sua famiglia, e per questo noi lo veggiamo, in tutti gli

acquisti, che o coll'arti della diplomazia o con quelle della guerra

venne facendo, non d'altro sollecito che dell'ingrandimento dello

Stato della Chiesa, che nel fatto alla sua morte lasciò completamente

ricostituito e per di più ingrandito di Parma e di Piacenza, mentre al

suo avvenimento l'avea trovato in piena dissoluzione. Nè dipendette

nemmeno da lui che la Chiesa non abbia potuto avocare a se anche

Ferrara. Si sa altresì che i 700,000 ducati, ch'egli sempre teneva in

serbo in Castel S. Angelo, non dovevano essere in qualsiasi momento,

per ordine suo, rimessi ad altri, fuorchè al suo successore. Al pari

degli altri Papi, ereditò anch'egli dai cardinali, anzi da tutti i

prelati che morivano a Roma, e talvolta anche con mezzi dispotici,[242]

ma non per questo avvelenò, nè uccise nessuno. L'essere andato

in persona al campo non gli giovò certamente, ma fu una necessità

ineluttabile, che tanto più facilmente doveva essergli perdonata in

Italia, in quanto che quello era il tempo, in cui bisognava battere o

essere battuti e in cui il credito personale valeva più di qualsiasi

diritto legittimamente acquistato. Che se poi, ad onta del suo celebre

grido «fuori i barbari!», egli contribuì più di qualunque altro

a far sì che gli Spagnuoli mettessero salde radici in Italia, sta

di fatto altresì che ciò al Papato poteva sembrare una eventualità

indifferente affatto, anzi perfino, sotto un certo aspetto, favorevole

e vantaggiosa. E da chi altri, meglio che dalla Spagna, poteva la

Chiesa attendersi una sincera e durevole devozione,[243] nel momento

stesso in cui tutti i principi italiani non nutrivano che sentimenti

ostili verso di lei? — Ma, comunque sia, l'uomo potente ed originale,

che non poteva soffocare in sè veruno sdegno e neanche nascondere

nessun vero affetto, preso in tutto il suo insieme era l'uomo del

tempo, il _Pontefice terribile_ invocato da tutti. Egli ebbe quindi

pienamente ragione di appellarsi con coscienza relativamente tranquilla

al giudizio di un Concilio e di rispondere in tal modo vittoriosamente

al grido de' suoi avversarii, che da tutte le parti d'Europa ne

domandavano la convocazione. Un regnante di questa tempra aveva bisogno

anche d'incarnare in qualche grandioso monumento la vastità de' suoi

concepimenti: egli pensò alla ricostruzione e all'ampliamento della

chiesa di S. Pietro, e le aggiunte che vi fece il Bramante sono forse

l'espressione più sublime di una potenza, che è conscia di quanto

può e deve a sè stessa. Ma anche nelle altre arti restano le tracce

dell'alta protezione loro accordata da Giulio, nè è senza importanza

il fatto che perfino la poesia latina di quei giorni, parlando di

lui, appare infiammata di un estro, che non seppero mai ispirarle i di

lui predecessori. L'ingresso a Bologna, che si trova descritto sulla

fine dell'_Iter Julii secundi_ del cardinale Adriano da Corneto, ha

una grandiosità tutta affatto speciale, e Giovanni Antonio Flaminio

in una delle sue più belle Elegie ha cantato nel Papa il redentore

d'Italia[244].

Giulio aveva in una fulminea costituzione del Concilio lateranense[245]

proibito la simonia nell'elezione del Papa. Dopo la sua morte (1513)

i cardinali, mossi da un sordido istinto di avarizia, volevano

eludere quel divieto col proporre un patto generale, secondo il quale

le prebende e gli ufficii di colui che sarebbe eletto, dovessero

ripartirsi in proporzioni uguali fra loro, e si sa che il loro

intendimento sarebbe stato di eleggere per l'appunto quegli che

godeva le prebende più pingui, l'inetto Raffaello Riario.[246] Ma una

riscossa, che partiva principalmente dai membri più giovani del sacro

Collegio, mandò all'aria quel misero strattagemma e fu scelto Giovanni

de' Medici, il celebre Leone X.

Noi avremo frequenti occasioni d'incontrarci in questo Papa, ogni volta

che ci accadrà di discorrere dei momenti più splendidi dell'epoca del

Rinascimento: qui adunque e pel nostro scopo ci basterà di accennare,

come sotto di lui il Papato abbia corso nuovamente gravissimi pericoli

tanto al di dentro, quanto al di fuori. Fra questi non contiamo la

congiura dei cardinali Petrucci, Sauli, Riario e Corneto, perchè questa

tutt'al più, riuscendo, avrebbe cagionato un mutamento di persone e

non altro: e d'altronde a Leone fu facile sventarla colla creazione,

inaudita per vero, di trent'un nuovi cardinali in una sola volta,

la quale del resto non fece che produrre un'eccellente impressione,

perchè, in parte almeno, premiava il vero merito.[247]

Sommamente pericolose invece furono certe vie, alle quali si lasciò

tirare Leone nei due primi anni del suo pontificato. Egli aveva infatti

intavolato pratiche molto serie per procurare il regno di Napoli a

suo fratello Giuliano e per creare a suo nipote Lorenzo un gran regno

nell'Italia settentrionale, che abbracciasse Milano, la Toscana,

Urbino, e Ferrara.[248] È evidente a chiunque che lo Stato della

Chiesa, rinserrato per tal modo da tutte parti, avrebbe dovuto finire

col diventare un appannaggio mediceo, senza che nemmeno s'avesse avuto

bisogno di secolarizzarlo.

Il progetto trovò uno scoglio insuperabile nelle condizioni politiche

generali d'allora. Giuliano morì a tempo; tuttavia, per provvedere a

Lorenzo, Leone intraprese l'espulsione del duca Francesco Maria della

Rovere da Urbino, e con ciò si tirò addosso l'odio universale, impoverì

il tesoro, e finì poi, quando anche Lorenzo nel 1519 morì[249], col

dover dare alla Chiesa ciò che con tanta fatica aveva per altri

acquistato: così egli non ne raccolse nemmen quella gloria, che

certamente non gli sarebbe mancata, se quella cessione fosse stata

anteriore e spontanea. Anche ciò che tentò più tardi contro Alfonso

di Ferrara, e che potè realmente condurre ad effetto contro un pajo

di tiranni e Condottieri, non fu tal cosa, da cui potesse venirne

incremento alla sua reputazione. E tutto questo accadeva nel momento

stesso, in cui i monarchi d'Occidente d'anno in anno si andavano ognor

più abituando ad un colossale giuoco di politica, ch'era fatto alle

spese di questo o di quel territorio d'Italia[250]. Chi avrebbe voluto

farsi garante che essi, dopochè la loro potenza all'interno negli

ultimi decenni era immensamente cresciuta, non fossero per allargare

quando che sia le loro viste anche allo Stato della Chiesa? Leone visse

abbastanza per essere testimone di un fatto, che era come il preludio

di ciò che si verificò poi nel 1527: un pugno di fanti spagnuoli

apparve nel 1520, — di proprio impulso, a quanto sembra, — ai confini

dello Stato pontificio, unicamente allo scopo di taglieggiare il

Papa[251], ma si lasciò respingere dalle truppe di quest'ultimo. Anche

la pubblica opinione, di fronte alla corruzione della Curia e della

corte romana, s'era negli ultimi anni svegliata più imperiosa che mai,

ed uomini che vedevano nel futuro, come, per esempio, il giovane Pico

della Mirandola[252], invocavano con forza pronte riforme. Infrattanto

era comparso sulla scena Lutero.

Le riforme vennero sotto il pontificato di Adriano VI, (1521-1523),

ma scarse e insufficienti e ritardate di troppo, di fronte alla

foga invadente del grande movimento tedesco. Adriano non potè far

altro, fuorchè manifestare l'orrore, di cui era compreso per tutte

le piaghe che avean deturpato la Chiesa sino a quel tempo, vale a

dire la simonia, il nepotismo, la prodigalità, il malandrinaggio e la

più profonda immoralità. Nè per allora il pericolo, che minacciava

da parte del luteranismo, sembrava neanche il maggiore: un arguto

osservatore veneziano, Girolamo Negro, presente vicinissima una

spaventevole catastrofe per Roma stessa, e ne esprime il proprio dolore

apertamente[253].

Sotto Clemente VII l'orizzonte di Roma si copre di gravidi vapori

somiglianti a quel plumbeo velo di nebbia sciroccale, che talvolta

vi rende così pericolosi gli ultimi mesi d'estate. Il Papa è inviso

ai vicini e ai lontani: gli uomini più gravi crollano tristamente

il capo[254], e infrattanto sulle pubbliche vie e sulle piazze

s'affacciano eremiti a presagire la rovina d'Italia, anzi del

mondo intero, e a stigmatizzare col nome di Anticristo il Papa

medesimo[255]:la fazione colonnese solleva arditamente il capo in

atto di sfida: l'indomabile cardinale Pompeo Colonna, la cui presenza

soltanto è una minaccia permanente pel Papato[256], tenta una sorpresa

su Roma (1526) nella speranza di poter, coll'aiuto di Carlo V, cingere

senz'altro la tiara, non appena Clemente fosse caduto vivo o morto

nelle sue mani. Per Roma non fu di nessun vantaggio, che quest'ultimo

abbia potuto trovare un rifugio in Castel S. Angelo; ma la sorte, alla

quale egli stesso era serbato, poteva ben dirsi peggiore della morte,

alla quale ora sfuggì.

Con una serie di quelle menzogne, che sono sempre permesse ai forti, ma

che recano la rovina ai deboli, Clemente provocò la venuta delle truppe

austro-spagnuole comandate dal Borbone e da Frundsberg (1527). Egli è

fuor d'ogni dubbio che il gabinetto di Carlo V meditava di prendere del

Papa una fiera vendetta[257], e che l'imperatore non poteva prevedere

anticipatamente quanto oltre nel loro zelo sarebbero andate le orde che

aveva assoldate, ma non pagava. L'arrolamento pressochè gratuito non

avrebbe potuto effettuarsi in Germania, se non si avesse saputo che si

doveva marciare contro Roma. Forse si ritroveranno quando che sia le

istruzioni date in questa occasione al Borbone, e può darsi anche che

esse suonino più miti di quanto ora si possa supporre; ma la storia non

si lascerà travolgere per questo a men severi giudizii. Fu una fortuna

pel cattolico re e imperatore che nè il Papa, nè alcuno dei cardinali

sia stato ucciso dalle sue genti. Se ciò fosse accaduto, nessun sofisma

al mondo avrebbe potuto salvarlo da una gravissima responsabilità.

Ma l'uccisione di innumerevoli persone delle infime classi e la

spogliazione delle altre ottenuta colla tortura o coll'infame mercato,

che se ne fece, mostrano ad esuberanza fino a qual punto fu permesso di

spingere le atrocità nel sacco di Roma.

Carlo V voleva, a quanto pare, far condurre il Papa, che si era

nuovamente rifugiato in Castel S. Angelo, a Napoli, dopo avergli

estorto enormi somme, e se Clemente invece riuscì a fuggire ad Orvieto,

non pare che ciò sia seguito per nessuna connivenza da parte degli

Spagnuoli[258]. Se poi Carlo abbia, almeno per un momento, pensato

alla secolarizzazione dello Stato della Chiesa (alla quale l'opinione

pubblica[259] omai era preparata), e se nel fatto egli se ne sia poi

lasciato distogliere dalle rimostranze di Enrico VIII, è un enigma, che

non potrà mai essere messo in chiaro.

Ma se anche tali intendimenti erano in lui, non furono certo di

lunga durata; e intanto dalla desolazione stessa della città sorge

uno spirito di riforma, che promette una completa restaurazione

della Chiesa e del principato. Il primo a presentirla fu il cardinal

Sadoleto[260]: «Se col nostro dolore, egli scrive, noi diamo una dovuta

soddisfazione allo sdegno e alla giustizia di Dio, se queste terribili

punizioni ci aprono la via a migliorare le nostre leggi e i costumi,

noi forse potremo dire che la nostra sventura non fu la maggiore, che

ci potesse cogliere.... Di ciò che è di Dio, abbia cura Dio stesso; ma

noi abbiamo dinanzi a noi una via di miglioramento, dalla quale nessuna

violenza potrà farci deviare: volgiamo adunque i nostri pensieri

e le nostre azioni all'unico fine di cercare il vero splendore del

sacerdozio e la vera grandezza e potenza in Dio solo».

E nel fatto questo terribile anno 1527 fruttò almeno questo, che la

voce degli uomini più gravi e assennati non cadde inascoltata affatto,

come tante altre volte. Roma avea troppo sofferto per poter pensare

a tornar, nemmeno sotto il pontificato di un Paolo III, l'allegra e

corrotta Roma di Leon X.

Tosto dopo manifestossi pel Papato, fatto segno di tante umiliazioni,

una simpatia d'indole in parte politica e in parte religiosa. I

monarchi non potevano permettere che un loro uguale si arrogasse

l'ufficio di carceriere privilegiato del Papa, e nell'intento di

ridonare a quest'ultimo la sua libertà conclusero per l'appunto il

trattato di Amiens (18 agosto 1527). Con ciò essi ottennero almeno

di far ricadere sull'imperatore tutta l'odiosità dei fatti testè

commessi dalle truppe imperiali. Ma contemporaneamente all'imperatore

creavansi serii imbarazzi anche in Ispagna, dove i prelati ed i

grandi lo tempestavano di rimostranze, quante volte era lor dato

di avvicinarlo. E quando si parlò di una dimostrazione generale del

clero e della cittadinanza, che minacciavano di presentarsi a lui in

forma solenne e in abito di gramaglia, egli se ne spaventò, temendo

si rinnovassero le scene della insurrezione delle comunità poco prima

domata, e volle che a qualunque costo fosse impedita.[261] Egli non

poteva adunque, nemmen volendo, prolungare più oltre la persecuzione

contro il Papato, anzi, prescindendo anche dalla politica estera,

trovavasi imperiosamente costretto a riconciliarsi con esso al più

presto possibile, molto più che non volle mai tener conto nè in questa,

nè in altre occasioni, dello stato dell'opinione pubblica in Germania,

che per vero gli avrebbe additato un'altra via da tenere. Finalmente

non è neanche impossibile, come opinava un veneziano,[262] che la

ricordanza del sacco di Roma gli pesasse sull'anima come un rimorso, e

che appunto per questo egli abbia sollecitato quell'ammenda, che doveva

essere suggellata con lo stabile assoggettamento dei Fiorentini sotto

la tirannide de' Medici. Quasi a conferma di ciò, una figlia naturale

dell'imperatore fu data in moglie al nuovo duca Alessandro.

In seguito Carlo, coll'idea del Concilio, tenne sempre il Papato

nella sua soggezione, e potè ad un tempo medesimo proteggerlo ed

opprimerlo. Ma il maggior pericolo, la secolarizzazione, e propriamente

quella che dovea partire dal di dentro, vale a dire dai Papi e dai

loro nipoti, era eliminato per più secoli per opera della Riforma.

Nella stessa maniera che essa sola rese possibile la spedizione

contro Roma (1527), fu anche causa che il Papato sentisse il bisogno

di essere l'espressione vivente di una potenza mondiale nel campo

delle coscienze, obbligandolo a porsi alla testa di tutti i nemici

di qualsiasi innovazione e a rialzarsi dalla sua gran caduta ad una

vita di moto e d'azione. Ed invero, la gerarchia, che negli ultimi

anni di Clemente VII e sotto i pontificati di Paolo III e di Paolo

IV e dei loro successori a poco a poco e in mezzo alla defezione

di mezza Europa si venne formando, fu una gerarchia affatto nuova e

rigenerata, la quale innanzi tutto si affrettò a togliere i maggiori

e più pericolosi scandali interni, e massimamente il nepotismo avido

di ingrandimenti,[263] e poscia, sostenuta da tutti i principi della

cattolicità e portata da un impulso religioso del tutto nuovo, fece

ogni sforzo per riacquistare quanto aveva perduto. Essa andò debitrice

di tutta questa energia a quei medesimi che l'avevano abbandonata: in

un certo senso si può dunque affermare con tutta verità, che il Papato

sotto il punto di vista morale dovette la sua salvezza a' suoi stessi

nemici. E con la spirituale si venne poi rassodando, benchè sotto

l'assidua sorveglianza spagnuola, anche la potenza temporale, tanto

da accampare in ultimo il privilegio della inviolabilità, e così le fu

possibile, allo spegnersi de' suoi vassalli (le linee legittime degli

Estensi e dei Della Rovere), costituirsi erede incontrastata dei due

ducati di Ferrara e di Urbino. Per converso senza la Riforma — se si

potesse astrarre da essa — tutto lo Stato della Chiesa sarebbe passato

da lungo tempo in mani secolaresche.

La civiltà del secolo del Rinascimento in Italia, Volume I · 第 19 / 48 题