La guerra come opera d'arte.
Le armi da fuoco. — Conoscitori e dilettanti. — Orrori
guerreschi.
Giunti a questo punto, diremo ora in poche parole come a questo tempo
anche la guerra abbia assunto il carattere e l'aspetto di una vera
opera d'arte. Durante il medio-evo l'educazione guerresca in tutto
l'occidente era perfetta dentro la cerchia del sistema prevalente di
difesa e d'attacco; inoltre vi furono anche in ogni tempo ingegnosi
inventori nell'arte delle fortificazioni e degli assedi; ma tanto la
strategia, quanto la tattica trovarono non pochi ostacoli al pieno
loro svolgimento nella natura stessa e nella durata del servizio
militare, nonchè nelle ambizioni della nobiltà, la quale di fronte
al nemico era capace di ostinarsi a questionare sulla preminenza del
posto e di mandar a male in tal modo colla sua indisciplina le più
importanti fazioni, come accadde in quelle di Crécy e di Maupertuis.
Presso gl'Italiani invece prevalse assai per tempo il sistema delle
truppe mercenarie affatto diversamente organizzate, ed anche la
sollecita introduzione delle armi da fuoco contribuì dal canto suo non
poco a demoralizzare in certo modo la guerra, non solamente perchè
i castelli meglio agguerriti tremavano all'urto delle bombarde, ma
perchè l'abilità dell'ingegnere, del fonditore e dell'artigliere,
sorti dalla borghesia, acquistava ogni dì più la prevalenza. Si vedeva
infatti, e non senza rincrescimento, che il valore personale — che era
tutto nelle piccole compagnie mercenarie egregiamente organizzate —
veniva a scemare non poco di pregio dinanzi a quei potenti mezzi di
distruzione che agivano sì da lontano, e non mancarono Condottieri,
che, non potendo altro, si rifiutarono almeno di ammettere il fucile da
poco inventato in Germania,[195] come fece Paolo Vitelli, il quale per
di più faceva cavar gli occhi e tagliare le mani agli schioppettieri
che gli capitavano tra mano[196], mentre poi accettava e adoperava
i cannoni come armi legittime. Ma nella generalità si lasciarono
prevalere le nuove invenzioni e si cercò di trarne il maggior profitto
possibile, per modo che gl'Italiani tanto pei mezzi d'attacco,
quanto per la costruzione delle fortezze divennero i maestri di tutta
Europa. Principi quali un Federigo da Urbino e un Alfonso di Napoli,
si procurarono tali cognizioni in questa materia da far parere quasi
un principiante in loro confronto lo stesso imperatore Massimiliano
I. In Italia, prima che altrove, si hanno una scienza ed un'arte
della guerra trattate in modo affatto sistematico e razionale, e qui
pure s'incontrano i primi esempi di guerre condotte con un intento
puramente artistico, quale poteva conciliarsi benissimo coi frequenti
mutamenti di parte o col modo di agire affatto spassionato e neutrale
dei Condottieri. Durante la guerra milanese-veneziana del 1451 e
52, combattuta tra Francesco Sforza e Jacopo Piccinino, seguiva il
quartier generale di quest'ultimo il letterato Porcellio, incaricato
dal re Alfonso di Napoli di stendere su di essa una Relazione.[197]
Questa è scritta in un latino non troppo puro, ma facile, colle
ampollosità umanistiche allora in uso, e nel complesso tende ad imitare
i commentari di Giulio Cesare, con fioriture di concioni, prodigi e
simili: e siccome da cento anni si disputava, se Scipione l'Africano il
vecchio fosse stato più grande di Annibale o Annibale di Scipione,[198]
così il Piccinino dovette rassegnarsi a fare in tutta l'opera le parti
di Scipione, come lo Sforza faceva quelle di Annibale. Ma anche sulle
truppe milanesi dovendo pur riferire qualche cosa di positivo, il
sofista non esitò di presentarsi allo Sforza, il quale lo fe' condurre
per tutte le file: egli lodò altamente ogni cosa e promise di eternare
ne' suoi scritti quanto aveva veduto.[199] Del resto, la letteratura
italiana d'allora è ricca di descrizioni guerresche e di aneddoti tanto
per uso del dotto teorico, quanto delle persone colte in generale, e
ciò forma un forte distacco dalle relazioni contemporanee redatte al
nord, dove per esempio, quella di Diebold Schilling sulla guerra di
Borgogna conserva ancora la nuda ed arida esattezza di una informe
cronaca. Fu allora che il gran dilettante di cose guerresche,[200]
il Machiavelli, scrisse la sua «Arte della guerra». Ma lo sviluppo
subbiettivo del guerriero preso individualmente trovò la sua più
compiuta espressione in quelle lotte solenni di due o più parti, che
già molto tempo prima della sfida di Barletta (1503) erano in uso.[201]
In queste il vincitore era sicuro di un genere di apoteosi, che gli
mancava al nord: quella che gli veniva dalla bocca dei poeti e degli
umanisti. Nell'esito di queste lotte non si vede più il giudizio di
Dio, ma una vittoria del valor personale, e — per gli spettatori — la
decisione di una gara assai tesa, insieme ad una soddisfazione data
alle velleità ambiziose di un esercito o della intera nazione.
S'intende da sè che tutti questi modi di trattar le cose di guerra
da un punto di vista razionale e subbiettivo non mancavano, in date
circostanze, di far luogo anche ad orribili crudeltà, senza che ci
entrasse nemmeno l'odio politico, ma solo in vista di permettere
un saccheggio, che per avventura fosse stato promesso. Dopo la
spogliazione di Piacenza, che non durò meno di quaranta giorni e che lo
Sforza avea dovuto concedere ai suoi soldati (1447), la città per buon
tratto rimase vuota del tutto, e per ripopolarla nuovamente si dovette
usar la violenza.[202] Ma tali fatti sono ancor poco in paragone dei
mali, che l'Italia ebbe a soffrire più tardi dalle truppe straniere,
e specialmente poi da quegli Spagnuoli, nei quali forse una vena di
sangue arabo e fors'anche l'abitudine alle atrocità della Inquisizione
svegliarono il lato più perverso della natura umana. Chi impara a
conoscerli nelle nefandità commesse a Prato, a Roma ed altrove, non
sa poi qual concetto formarsi di Ferdinando il Cattolico e di Carlo
V, che, pur conoscendo l'indole di tali mostri, non si peritarono
tuttavia di lasciarli inferocire a loro talento. Il cumulo degli atti
consumatisi nei loro gabinetti, e che mano mano vengono prodotti alla
luce del giorno, potrà restare come una fonte storica della più alta
importanza; — ma nessuno negli scritti di tali principi cercherà più un
pensiero politico vivificatore.