CAPITOLO IX.

Politica estera degli Stati italiani.

Invidia contro Venezia. — L'estero: simpatie per la Francia.

— Tentativo per un equilibrio. — Intervento e conquista.

— Alleanze coi Turchi. — Reazione spagnuola. — Trattazione

obbiettiva della politica. — Arte diplomatica.

A quel modo che la maggior parte degli Stati italiani erano all'interno

opere d'arte, vale a dire creazioni coscienti, emanate dalla

riflessione e fondate su basi rigorosamente calcolate e visibili,

artificiali dovevano essere anche i rapporti che correvano tra di loro

e con gli Stati esteri. L'essere quasi tutti fondati sopra usurpazioni

di data recente è cosa per essi sommamente pericolosa tanto nelle

relazioni esterne, quanto nel normale andamento interno. Nessuno

riconosce il suo vicino senza qualche riserva: lo stesso colpo di mano

che ha servito a fondare e rafforzare l'una signoria, può aver servito

anche per l'altra. Ma non sempre dipende dall'usurpatore che egli

possa sedere tranquillo sul trono, o no: il bisogno d'ingrandirsi e in

generale di muoversi suol essere proprio d'ogni signoria illegittima.

Per tal modo l'Italia diventa la patria di una «politica estera», che

poi a poco a poco anche in altri paesi prevale al diritto riconosciuto,

e la trattazione degli affari internazionali, completamente oggettiva

e libera da pregiudizi e da ogni ritegno morale, vi raggiunge talvolta

una perfezione, che le dà apparenza di decoro e di grandezza, mentre

l'insieme ha l'impronta di un abisso senza fondo.

Questi intrighi, queste leghe, questi armamenti, queste corruzioni

e questi tradimenti costituiscono in complesso la storia esterna

dell'Italia d'allora. Da lungo tempo Venezia era specialmente l'oggetto

delle accuse di tutti, come se essa volesse conquistar l'intera

Penisola o a poco a poco indebolirla per modo, che uno Stato dopo

l'altro cadesse spossato nelle sue braccia.[171] Ma, guardando la

cosa un po' più addentro, si vede, che quel grido di dolore non si

solleva dal popolo, ma dalle regioni più prossime ai principi ed ai

governi, i quali quasi tutti sono gravemente odiati dai sudditi, mentre

Venezia col suo reggimento abbastanza mite si concilia le simpatie

universali.[172] Anche Firenze colle città soggette, che impazienti

rodevano il freno, di fronte a Venezia trovavasi in una posizione assai

falsa, quand'anche non si voglia tener conto della gelosia commerciale

che le inimicava entrambe, nonchè degli avanzamenti, che Venezia veniva

facendo in Romagna. Alla fine la lega di Cambray (v. pag. 94) portò

effettivamente le cose ad un punto, che Venezia ne uscì con gloria, ma

non senza danno, mentre tutta Italia avrebbe dovuto invece concorrere a

sostenerla.

Ma sentimenti non certo più miti nutrivano anche tutti gli altri

fra loro, ond'è che noi li veggiamo pronti, come la mala coscienza

suggerisce a ciascuno, ad ogni eccesso l'un contro l'altro. Lodovico

il Moro, gli Aragonesi di Napoli, Sisto IV (per tacere dei minori)

tengono l'Italia in uno stato di perenne agitazione, che le riesce

pericolosissimo. E si fosse almeno limitato alla sola Italia questo

perfido giuoco! Ma la natura delle cose portò con sè, che si cominciò

a guardarsi attorno per qualche ajuto ed intervento, volgendo gli occhi

specialmente ai Francesi ed ai Turchi.

Le simpatie per la Francia si manifestano primieramente da parte delle

popolazioni. Con una ingenuità che fa rabbrividire, Firenze confessa

le sue vecchie predilezioni guelfe per la dinastia francese.[173] E

quando Carlo VIII effettivamente passò le Alpi, tutta Italia gli corse

incontro con tal giubilo, che restarono maravigliati egli stesso e le

sue genti.[174] Nella fantasia degli italiani (si rammenti per tutti il

Savonarola) era pur sempre viva l'immagine ideale di un grande e giusto

redentore del loro paese venuto dal di fuori, con questo soltanto

che non doveva essere più l'imperatore invocato da Dante, ma uno dei

Capetingi di Francia. Vero è che l'illusione doveva tosto svanire colla

di lui ritirata; ma pure quanto ci volle prima che si riconoscesse

generalmente che tanto Carlo VIII, quanto Luigi XII e Francesco I

non intesero la vera loro missione in Italia, e si lasciarono invece

guidare da moventi al tutto meschini e contrari ai loro stessi

interessi! — I principi dal canto loro cercarono di servirsi anch'essi

della Francia, ma in modo affatto diverso. Allorchè furono finite le

guerre anglo-francesi e Luigi XI stendeva d'ogni parte le sue reti,

mentre Carlo di Borgogna si cullava in progetti da romanzo, i gabinetti

italiani si fecero ad essi premurosamente incontro e l'intervento

francese doveva necessariamente prima o dopo avverarsi, anche senza le

pretensioni straniere su Napoli e su Milano, con altrettanta certezza,

quanto era quella che, per esempio, a Genova ed in Piemonte esso aveva

omai avuto luogo da tempo non breve. I veneziani l'aspettavano ancora

fin dall'anno 1462.[175] Quali angosce mortali abbia provato il duca

Galeazzo Maria di Milano durante la guerra di Borgogna, nella quale

egli, alleato apparentemente tanto di Luigi XI che di Carlo, doveva

ad ogni momento aspettarsi una sorpresa da parte di entrambi, lo si

tocca con mano dalle sue stesse corrispondenze.[176] Il sistema di un

equilibrio dei quattro Stati principali d'Italia, quale lo intendeva

Lorenzo il Magnifico, non fu in ultimo che il postulato di una mente

chiara, lucida, perseverante nel suo ottimismo, pel quale, sollevandosi

al di sopra della scellerata politica degli esperimenti, nonchè dei

pregiudizi guelfi de' fiorentini, egli si ostinava sempre a sperare

il meglio. E quando Luigi XI gli offerse un aiuto d'uomini nella

guerra contro Ferrante di Napoli e Sisto IV, si sa ch'egli disse: «io

non posso ancora anteporre il mio particolare vantaggio al pericolo

di tutta Italia; volesse Iddio, che ai re di Francia non venisse mai

in mente di sperimentare le loro forze in questo paese! Quando ciò

accada, l'Italia sarà perduta».[177] Ma per altri principi invece il

re di Francia è alternativamente un mezzo o una causa di terrore, ed

essi minacciano di chiamarlo ogni volta che in qualsiasi imbarazzo non

sanno trovare da sè un espediente. I Papi poi credevano addirittura

di poter fare a fidanza con questa stessa Francia più di qualsiasi

altro, ed Innocenzo VIII s'immaginava già di poter nel suo dispetto

ritirarsi al di là delle Alpi, per tornar poscia in Italia in qualità

di conquistatore alla testa di un'armata francese.[178]

Tutti gli uomini serii adunque previdero la conquista straniera ancor

lungo tempo prima della discesa di Carlo VIII.[179] E quando questi,

ritirandosi, ripassò le Alpi, apparve chiaro agli occhi di tutti, che

da quel momento in avanti l'êra degl'interventi era omai cominciata.

D'allora in poi una sventura tien dietro all'altra e troppo tardi si

comprende, che la Francia e la Spagna, i due principali invasori, sono

divenute frattanto due grandi potenze moderne, che non possono omai più

star contente a semplici omaggi di forma, ma hanno bisogno di lottar

sino all'ultimo per assicurarsi un'influenza e un possesso in Italia.

Esse hanno cominciato a somigliare agli Stati italiani centralizzati,

anzi ad imitarli, ma in proporzioni ben più colossali. I progetti

di rapine o di scambi di paesi si moltiplicano per un certo tempo

all'infinito. Ma, come è noto, la prevalenza finale toccò alla Spagna,

la quale, come spada e scudo della Controriforma, tenne anche il Papato

in una lunga soggezione. Le tristi meditazioni dei filosofi d'allora in

poi non ebbero altro tema, che la mala fine di tutti coloro, che aveano

chiamati i barbari.

Ma nel secolo XV si entrò anche in lega aperta coi Turchi, nè ciò

parve destare alcun ribrezzo, stimandosi questo un espediente politico,

come qualunque altro. L'idea di una solidarietà degli stati cristiani

d'occidente avea già sofferto qualche scossa ancora durante il periodo

delle crociate, e Federico II parve poi averla abbandonata del tutto.

Ma il nuovo avanzarsi dei Turchi da un lato, e la profonda miseria

e lo scadimento dell'Impero greco dall'altro, avevano in seguito

risvegliato quei vecchi sentimenti (se non anche l'antico entusiasmo

religioso) in tutta l'Europa occidentale. L'Italia sola costituì anche

in questo riguardo una singolare eccezione. Infatti, per quanto grande

vi fosse lo spavento dei Turchi e per quanto serio il pericolo, non

vi fu tuttavia quasi nessuno Stato di qualche importanza, che, almeno

una qualche volta, non abbia slealmente cospirato con Maometto II e

co' suoi successori a danno di altri Stati italiani. E dove ciò non

seguì effettivamente, lo si sospettò almeno sempre reciprocamente, nè

in ciò v'era maggiore malignità di quando, per esempio, i Veneziani

incolparono l'erede del trono di Napoli, Alfonso, di aver mandato

appositi incaricati ad avvelenare le cisterne di Venezia[180]. Da un

ribaldo, quale era Sigismondo Malatesta, non poteva aspettarsi nè si

aspettava di meglio, se non che una volta o l'altra chiamasse in Italia

i Turchi[181]. Ma anche gli Aragonesi di Napoli, ai quali Maometto —

e, si pretende, ad istigazione di altri governi italiani[182] — tolse

un giorno Otranto, aizzarono in seguito il sultano Bajazet II contro

Venezia[183]. Della stessa colpa fu accusato anche Lodovico il Moro:

«il sangue dei caduti e il grido de' vecchi prigionieri venuti in

mano ai Turchi invocano da Dio su lui la vendetta», scrive l'annalista

del suo Stato. In Venezia, dove si sapeva tutto, si sapeva anche che

Giovanni Sforza, principe di Pesaro e cugino del Moro, aveva albergato

in sua casa gli ambasciatori turchi, che passavano per di là diretti a

Milano[184]. Dei Papi del secolo XV i due più rispettabili, Nicolò V

e Pio II, sono morti in profondo rammarico pei progressi dei Turchi,

anzi l'ultimo in mezzo agli apprestamenti di una crociata, che egli

stesso voleva guidare: i loro successori invece truffano il così detto

_obolo turco_ raccolto in tutta la cristianità e profanano l'indulgenza

accordata, facendone una sordida speculazione pecunaria per sè.[185]

Innocenzo VIII si presta a far da carceriere al fuggiasco principe

Zizim verso un tributo annuo pagatogli dal di lui fratello Bajazet II,

e Alessandro VI aiuta a Costantinopoli le pratiche fatte da Lodovico

il Moro per provocare un attacco dei Turchi contro Venezia (1498),

su di che questa lo minaccia della convocazione di un Concilio.[186]

Da ciò può ben vedersi che la famosa alleanza di Francesco I con

Solimano II non aveva in sè nulla di nuovo, nè di inaudito. Del resto

non mancavano neanche talune popolazioni, alle quali la signoria dei

Turchi non pareva omai più una cosa così spaventevole. E quand'anche

esse non l'avessero fatta servire che come una minaccia contro governi

eccessivamente tirannici all'interno, sarebbe pur sempre questo un

indizio, che si era già cominciato a famigliarizzarsi con questa idea.

Già ancora nel 1480 Battista Mantovano lascia chiaramente intendere,

che la maggior parte degli abitanti della costa adriatica prevedevano

qualche cosa di simile, ed Ancona anzi se ne mostrava desiderosa.[187]

Allorquando la Romagna sotto Leone X sentì più che mai il peso

dell'oppressione, un inviato di Ravenna non esitò a dire apertamente

al legato pontificio, il cardinale Giulio de' Medici: «Monsignore,

la serenissima Repubblica di Venezia non ci vuole, per non entrare in

contese colla Chiesa; ma se il Turco verrà a Ragusa, noi ci daremo a

lui»[188].

Di fronte all'assoggettamento omai cominciato d'Italia per opera degli

Spagnuoli è un conforto ben meschino, ma non del tutto irragionevole,

il pensare, che almeno per questo assoggettamento l'Italia andò salva

dalla barbarie, alla quale l'avrebbe ricondotta la signoria turca.[189]

Da sè sola, divisa com'era, difficilmente avrebbe potuto sottrarsi a un

tale destino.

Se, dopo tutto questo, qualche cosa di buono può dirsi della politica

italiana d'allora, ciò non può riferirsi che al modo positivo,

spregiudicato e pratico di trattar le questioni, che non erano

intorbidate nè da paura, nè da passione, nè da male intenzioni. Qui

non esiste più il sistema feudale nel senso inteso dai settentrionali,

co' suoi diritti dedotti paradossalmente; ma la potenza di fatto che

ognuno possiede, la possiede, di regola, per intero. Qui al seguito

del principe non si ha quella nobiltà riottosa, che altrove tien desto

nell'animo del monarca un astratto punto d'onore e tutte le strane

conseguenze che ne derivano, ma principi e consiglieri convengono

in questo, che non si deve agire che conformemente allo stato delle

cose e secondo gli scopi, che si vogliono conseguire. Contro gli

uomini, dei quali si accettano i servigi, contro gli alleati, da

qualsiasi parte essi vengano, non esiste nessun pregiudizio di casta,

che possa per avventura tenerne lontano qualcuno, e una prova anche

soverchia se ne ha nella posizione fatta ai Condottieri, dei quali

riesce perfettamente indifferente l'origine. Per ultimo i governi, in

mano di despoti illuminati, conoscono il proprio paese e quello dei

lor vicini incomparabilmente più addentro, che i loro contemporanei

d'oltr'alpe non conoscessero i loro, e calcolano la capacità di giovare

o di nuocere di amici e nemici sin nei menomi particolari, tanto nel

rispetto morale che economico: in una parola, appajono, ad onta dei più

grossolani errori, nati fatti per la politica.

Con uomini di questa tempra si poteva trattare, si poteva tentare la

persuasione e sperare anche di convincerli, quando si mettessero loro

dinanzi buone ragioni di fatto. Quando Alfonso il Magnanimo di Napoli

cadde prigioniero (1434) nelle mani di Filippo Maria Visconti, egli

seppe persuadere quest'ultimo che il dominio della casa d'Angiò sopra

Napoli, sostituito al suo, avrebbe reso i Francesi padroni di tutta

Italia, e il duca mutò proposito, rilasciò Alfonso senza riscatto,

e si strinse in alleanza con esso.[190] Difficilmente un principe

settentrionale avrebbe operato così, e certamente poi nessuno, che

in fatto di moralità avesse avuto gli strani principj del Visconti.

Una ferma fiducia nella potenza delle ragioni di fatto appare anche

nella celebre visita, che Lorenzo il Magnifico fece, tra lo spavento

generale dei Fiorentini, allo sleale Ferrante di Napoli, il quale

certamente risentì la tentazione non troppo benevola di ritenerlo

prigioniero.[191]

Ma l'imprigionare un gran principe e il lasciarlo poi vivo e

libero, dopo strappatagli qualche concessione e inflittegli profonde

umiliazioni, come fece Carlo il Temerario con Luigi XI a Péronne

(1468), agli Italiani d'allora sarebbe sembrata una vera follia;[192]

per ciò Lorenzo o non si aspettava più, o si aspettava colmo di gloria.

— Del medesimo tempo è altresì un'arte di persuasione politica tutta

propria degli ambasciatori veneziani, della quale oltre le Alpi non

s'ebbe un'idea se non per mezzo degl'Italiani, e che non deve essere

giudicata dai discorsi recitati nei ricevimenti ufficiali, perchè

questi ultimi sono un prodotto rettorico delle scuole umanistiche,

e nulla più. E non mancano nemmeno tratti violenti e ingenuità

singolari,[193] a dispetto del ceremoniale, che rigorosamente è

osservato. Ma anche in questo niuno appare tanto originale, quanto

il Machiavelli nelle sue «Legazioni». Fornito di scarse istruzioni,

malamente equipaggiato, trattato sempre come un incaricato di

secondo ordine, egli tuttavia non perde mai il suo spirito elevato

di osservazione e di profonda indagine. — Da indi in poi l'Italia è e

rimane di preferenza il paese delle «Istruzioni» e delle «Relazioni»

politiche. Anche altri Stati certamente negoziano con somma abilità,

ma l'Italia soltanto ce ne ha conservato in sì gran numero le prove

documentate, che risalgono ad un tempo così lontano. Già il lungo

dispaccio intorno agli ultimi momenti della vita del torbido Ferrante

di Napoli (17 gennaio 1494), scritto di mano del Pontano e indirizzato

al gabinetto di Alessandro VI, porge la più alta idea di questo genere

di scritti politici, eppure non è stato citato che incidentalmente e

come uno dei moltissimi da lui lasciati.[194] Ma quanti di non minore

importanza e vivacità, inviati ad altri gabinetti sul finire del secolo

XV e sul cominciare del XVI, non giaceranno inediti, per tacere anche

dei posteriori! — Però dello studio dell'uomo nel rapporto sociale e

privato, che va di pari passo con lo studio delle condizioni generali

di questi italiani, ci occuperemo più innanzi in apposita trattazione.

La civiltà del secolo del Rinascimento in Italia, Volume I · 第 17 / 48 题