Politica estera degli Stati italiani.
Invidia contro Venezia. — L'estero: simpatie per la Francia.
— Tentativo per un equilibrio. — Intervento e conquista.
— Alleanze coi Turchi. — Reazione spagnuola. — Trattazione
obbiettiva della politica. — Arte diplomatica.
A quel modo che la maggior parte degli Stati italiani erano all'interno
opere d'arte, vale a dire creazioni coscienti, emanate dalla
riflessione e fondate su basi rigorosamente calcolate e visibili,
artificiali dovevano essere anche i rapporti che correvano tra di loro
e con gli Stati esteri. L'essere quasi tutti fondati sopra usurpazioni
di data recente è cosa per essi sommamente pericolosa tanto nelle
relazioni esterne, quanto nel normale andamento interno. Nessuno
riconosce il suo vicino senza qualche riserva: lo stesso colpo di mano
che ha servito a fondare e rafforzare l'una signoria, può aver servito
anche per l'altra. Ma non sempre dipende dall'usurpatore che egli
possa sedere tranquillo sul trono, o no: il bisogno d'ingrandirsi e in
generale di muoversi suol essere proprio d'ogni signoria illegittima.
Per tal modo l'Italia diventa la patria di una «politica estera», che
poi a poco a poco anche in altri paesi prevale al diritto riconosciuto,
e la trattazione degli affari internazionali, completamente oggettiva
e libera da pregiudizi e da ogni ritegno morale, vi raggiunge talvolta
una perfezione, che le dà apparenza di decoro e di grandezza, mentre
l'insieme ha l'impronta di un abisso senza fondo.
Questi intrighi, queste leghe, questi armamenti, queste corruzioni
e questi tradimenti costituiscono in complesso la storia esterna
dell'Italia d'allora. Da lungo tempo Venezia era specialmente l'oggetto
delle accuse di tutti, come se essa volesse conquistar l'intera
Penisola o a poco a poco indebolirla per modo, che uno Stato dopo
l'altro cadesse spossato nelle sue braccia.[171] Ma, guardando la
cosa un po' più addentro, si vede, che quel grido di dolore non si
solleva dal popolo, ma dalle regioni più prossime ai principi ed ai
governi, i quali quasi tutti sono gravemente odiati dai sudditi, mentre
Venezia col suo reggimento abbastanza mite si concilia le simpatie
universali.[172] Anche Firenze colle città soggette, che impazienti
rodevano il freno, di fronte a Venezia trovavasi in una posizione assai
falsa, quand'anche non si voglia tener conto della gelosia commerciale
che le inimicava entrambe, nonchè degli avanzamenti, che Venezia veniva
facendo in Romagna. Alla fine la lega di Cambray (v. pag. 94) portò
effettivamente le cose ad un punto, che Venezia ne uscì con gloria, ma
non senza danno, mentre tutta Italia avrebbe dovuto invece concorrere a
sostenerla.
Ma sentimenti non certo più miti nutrivano anche tutti gli altri
fra loro, ond'è che noi li veggiamo pronti, come la mala coscienza
suggerisce a ciascuno, ad ogni eccesso l'un contro l'altro. Lodovico
il Moro, gli Aragonesi di Napoli, Sisto IV (per tacere dei minori)
tengono l'Italia in uno stato di perenne agitazione, che le riesce
pericolosissimo. E si fosse almeno limitato alla sola Italia questo
perfido giuoco! Ma la natura delle cose portò con sè, che si cominciò
a guardarsi attorno per qualche ajuto ed intervento, volgendo gli occhi
specialmente ai Francesi ed ai Turchi.
Le simpatie per la Francia si manifestano primieramente da parte delle
popolazioni. Con una ingenuità che fa rabbrividire, Firenze confessa
le sue vecchie predilezioni guelfe per la dinastia francese.[173] E
quando Carlo VIII effettivamente passò le Alpi, tutta Italia gli corse
incontro con tal giubilo, che restarono maravigliati egli stesso e le
sue genti.[174] Nella fantasia degli italiani (si rammenti per tutti il
Savonarola) era pur sempre viva l'immagine ideale di un grande e giusto
redentore del loro paese venuto dal di fuori, con questo soltanto
che non doveva essere più l'imperatore invocato da Dante, ma uno dei
Capetingi di Francia. Vero è che l'illusione doveva tosto svanire colla
di lui ritirata; ma pure quanto ci volle prima che si riconoscesse
generalmente che tanto Carlo VIII, quanto Luigi XII e Francesco I
non intesero la vera loro missione in Italia, e si lasciarono invece
guidare da moventi al tutto meschini e contrari ai loro stessi
interessi! — I principi dal canto loro cercarono di servirsi anch'essi
della Francia, ma in modo affatto diverso. Allorchè furono finite le
guerre anglo-francesi e Luigi XI stendeva d'ogni parte le sue reti,
mentre Carlo di Borgogna si cullava in progetti da romanzo, i gabinetti
italiani si fecero ad essi premurosamente incontro e l'intervento
francese doveva necessariamente prima o dopo avverarsi, anche senza le
pretensioni straniere su Napoli e su Milano, con altrettanta certezza,
quanto era quella che, per esempio, a Genova ed in Piemonte esso aveva
omai avuto luogo da tempo non breve. I veneziani l'aspettavano ancora
fin dall'anno 1462.[175] Quali angosce mortali abbia provato il duca
Galeazzo Maria di Milano durante la guerra di Borgogna, nella quale
egli, alleato apparentemente tanto di Luigi XI che di Carlo, doveva
ad ogni momento aspettarsi una sorpresa da parte di entrambi, lo si
tocca con mano dalle sue stesse corrispondenze.[176] Il sistema di un
equilibrio dei quattro Stati principali d'Italia, quale lo intendeva
Lorenzo il Magnifico, non fu in ultimo che il postulato di una mente
chiara, lucida, perseverante nel suo ottimismo, pel quale, sollevandosi
al di sopra della scellerata politica degli esperimenti, nonchè dei
pregiudizi guelfi de' fiorentini, egli si ostinava sempre a sperare
il meglio. E quando Luigi XI gli offerse un aiuto d'uomini nella
guerra contro Ferrante di Napoli e Sisto IV, si sa ch'egli disse: «io
non posso ancora anteporre il mio particolare vantaggio al pericolo
di tutta Italia; volesse Iddio, che ai re di Francia non venisse mai
in mente di sperimentare le loro forze in questo paese! Quando ciò
accada, l'Italia sarà perduta».[177] Ma per altri principi invece il
re di Francia è alternativamente un mezzo o una causa di terrore, ed
essi minacciano di chiamarlo ogni volta che in qualsiasi imbarazzo non
sanno trovare da sè un espediente. I Papi poi credevano addirittura
di poter fare a fidanza con questa stessa Francia più di qualsiasi
altro, ed Innocenzo VIII s'immaginava già di poter nel suo dispetto
ritirarsi al di là delle Alpi, per tornar poscia in Italia in qualità
di conquistatore alla testa di un'armata francese.[178]
Tutti gli uomini serii adunque previdero la conquista straniera ancor
lungo tempo prima della discesa di Carlo VIII.[179] E quando questi,
ritirandosi, ripassò le Alpi, apparve chiaro agli occhi di tutti, che
da quel momento in avanti l'êra degl'interventi era omai cominciata.
D'allora in poi una sventura tien dietro all'altra e troppo tardi si
comprende, che la Francia e la Spagna, i due principali invasori, sono
divenute frattanto due grandi potenze moderne, che non possono omai più
star contente a semplici omaggi di forma, ma hanno bisogno di lottar
sino all'ultimo per assicurarsi un'influenza e un possesso in Italia.
Esse hanno cominciato a somigliare agli Stati italiani centralizzati,
anzi ad imitarli, ma in proporzioni ben più colossali. I progetti
di rapine o di scambi di paesi si moltiplicano per un certo tempo
all'infinito. Ma, come è noto, la prevalenza finale toccò alla Spagna,
la quale, come spada e scudo della Controriforma, tenne anche il Papato
in una lunga soggezione. Le tristi meditazioni dei filosofi d'allora in
poi non ebbero altro tema, che la mala fine di tutti coloro, che aveano
chiamati i barbari.
Ma nel secolo XV si entrò anche in lega aperta coi Turchi, nè ciò
parve destare alcun ribrezzo, stimandosi questo un espediente politico,
come qualunque altro. L'idea di una solidarietà degli stati cristiani
d'occidente avea già sofferto qualche scossa ancora durante il periodo
delle crociate, e Federico II parve poi averla abbandonata del tutto.
Ma il nuovo avanzarsi dei Turchi da un lato, e la profonda miseria
e lo scadimento dell'Impero greco dall'altro, avevano in seguito
risvegliato quei vecchi sentimenti (se non anche l'antico entusiasmo
religioso) in tutta l'Europa occidentale. L'Italia sola costituì anche
in questo riguardo una singolare eccezione. Infatti, per quanto grande
vi fosse lo spavento dei Turchi e per quanto serio il pericolo, non
vi fu tuttavia quasi nessuno Stato di qualche importanza, che, almeno
una qualche volta, non abbia slealmente cospirato con Maometto II e
co' suoi successori a danno di altri Stati italiani. E dove ciò non
seguì effettivamente, lo si sospettò almeno sempre reciprocamente, nè
in ciò v'era maggiore malignità di quando, per esempio, i Veneziani
incolparono l'erede del trono di Napoli, Alfonso, di aver mandato
appositi incaricati ad avvelenare le cisterne di Venezia[180]. Da un
ribaldo, quale era Sigismondo Malatesta, non poteva aspettarsi nè si
aspettava di meglio, se non che una volta o l'altra chiamasse in Italia
i Turchi[181]. Ma anche gli Aragonesi di Napoli, ai quali Maometto —
e, si pretende, ad istigazione di altri governi italiani[182] — tolse
un giorno Otranto, aizzarono in seguito il sultano Bajazet II contro
Venezia[183]. Della stessa colpa fu accusato anche Lodovico il Moro:
«il sangue dei caduti e il grido de' vecchi prigionieri venuti in
mano ai Turchi invocano da Dio su lui la vendetta», scrive l'annalista
del suo Stato. In Venezia, dove si sapeva tutto, si sapeva anche che
Giovanni Sforza, principe di Pesaro e cugino del Moro, aveva albergato
in sua casa gli ambasciatori turchi, che passavano per di là diretti a
Milano[184]. Dei Papi del secolo XV i due più rispettabili, Nicolò V
e Pio II, sono morti in profondo rammarico pei progressi dei Turchi,
anzi l'ultimo in mezzo agli apprestamenti di una crociata, che egli
stesso voleva guidare: i loro successori invece truffano il così detto
_obolo turco_ raccolto in tutta la cristianità e profanano l'indulgenza
accordata, facendone una sordida speculazione pecunaria per sè.[185]
Innocenzo VIII si presta a far da carceriere al fuggiasco principe
Zizim verso un tributo annuo pagatogli dal di lui fratello Bajazet II,
e Alessandro VI aiuta a Costantinopoli le pratiche fatte da Lodovico
il Moro per provocare un attacco dei Turchi contro Venezia (1498),
su di che questa lo minaccia della convocazione di un Concilio.[186]
Da ciò può ben vedersi che la famosa alleanza di Francesco I con
Solimano II non aveva in sè nulla di nuovo, nè di inaudito. Del resto
non mancavano neanche talune popolazioni, alle quali la signoria dei
Turchi non pareva omai più una cosa così spaventevole. E quand'anche
esse non l'avessero fatta servire che come una minaccia contro governi
eccessivamente tirannici all'interno, sarebbe pur sempre questo un
indizio, che si era già cominciato a famigliarizzarsi con questa idea.
Già ancora nel 1480 Battista Mantovano lascia chiaramente intendere,
che la maggior parte degli abitanti della costa adriatica prevedevano
qualche cosa di simile, ed Ancona anzi se ne mostrava desiderosa.[187]
Allorquando la Romagna sotto Leone X sentì più che mai il peso
dell'oppressione, un inviato di Ravenna non esitò a dire apertamente
al legato pontificio, il cardinale Giulio de' Medici: «Monsignore,
la serenissima Repubblica di Venezia non ci vuole, per non entrare in
contese colla Chiesa; ma se il Turco verrà a Ragusa, noi ci daremo a
lui»[188].
Di fronte all'assoggettamento omai cominciato d'Italia per opera degli
Spagnuoli è un conforto ben meschino, ma non del tutto irragionevole,
il pensare, che almeno per questo assoggettamento l'Italia andò salva
dalla barbarie, alla quale l'avrebbe ricondotta la signoria turca.[189]
Da sè sola, divisa com'era, difficilmente avrebbe potuto sottrarsi a un
tale destino.
Se, dopo tutto questo, qualche cosa di buono può dirsi della politica
italiana d'allora, ciò non può riferirsi che al modo positivo,
spregiudicato e pratico di trattar le questioni, che non erano
intorbidate nè da paura, nè da passione, nè da male intenzioni. Qui
non esiste più il sistema feudale nel senso inteso dai settentrionali,
co' suoi diritti dedotti paradossalmente; ma la potenza di fatto che
ognuno possiede, la possiede, di regola, per intero. Qui al seguito
del principe non si ha quella nobiltà riottosa, che altrove tien desto
nell'animo del monarca un astratto punto d'onore e tutte le strane
conseguenze che ne derivano, ma principi e consiglieri convengono
in questo, che non si deve agire che conformemente allo stato delle
cose e secondo gli scopi, che si vogliono conseguire. Contro gli
uomini, dei quali si accettano i servigi, contro gli alleati, da
qualsiasi parte essi vengano, non esiste nessun pregiudizio di casta,
che possa per avventura tenerne lontano qualcuno, e una prova anche
soverchia se ne ha nella posizione fatta ai Condottieri, dei quali
riesce perfettamente indifferente l'origine. Per ultimo i governi, in
mano di despoti illuminati, conoscono il proprio paese e quello dei
lor vicini incomparabilmente più addentro, che i loro contemporanei
d'oltr'alpe non conoscessero i loro, e calcolano la capacità di giovare
o di nuocere di amici e nemici sin nei menomi particolari, tanto nel
rispetto morale che economico: in una parola, appajono, ad onta dei più
grossolani errori, nati fatti per la politica.
Con uomini di questa tempra si poteva trattare, si poteva tentare la
persuasione e sperare anche di convincerli, quando si mettessero loro
dinanzi buone ragioni di fatto. Quando Alfonso il Magnanimo di Napoli
cadde prigioniero (1434) nelle mani di Filippo Maria Visconti, egli
seppe persuadere quest'ultimo che il dominio della casa d'Angiò sopra
Napoli, sostituito al suo, avrebbe reso i Francesi padroni di tutta
Italia, e il duca mutò proposito, rilasciò Alfonso senza riscatto,
e si strinse in alleanza con esso.[190] Difficilmente un principe
settentrionale avrebbe operato così, e certamente poi nessuno, che
in fatto di moralità avesse avuto gli strani principj del Visconti.
Una ferma fiducia nella potenza delle ragioni di fatto appare anche
nella celebre visita, che Lorenzo il Magnifico fece, tra lo spavento
generale dei Fiorentini, allo sleale Ferrante di Napoli, il quale
certamente risentì la tentazione non troppo benevola di ritenerlo
prigioniero.[191]
Ma l'imprigionare un gran principe e il lasciarlo poi vivo e
libero, dopo strappatagli qualche concessione e inflittegli profonde
umiliazioni, come fece Carlo il Temerario con Luigi XI a Péronne
(1468), agli Italiani d'allora sarebbe sembrata una vera follia;[192]
per ciò Lorenzo o non si aspettava più, o si aspettava colmo di gloria.
— Del medesimo tempo è altresì un'arte di persuasione politica tutta
propria degli ambasciatori veneziani, della quale oltre le Alpi non
s'ebbe un'idea se non per mezzo degl'Italiani, e che non deve essere
giudicata dai discorsi recitati nei ricevimenti ufficiali, perchè
questi ultimi sono un prodotto rettorico delle scuole umanistiche,
e nulla più. E non mancano nemmeno tratti violenti e ingenuità
singolari,[193] a dispetto del ceremoniale, che rigorosamente è
osservato. Ma anche in questo niuno appare tanto originale, quanto
il Machiavelli nelle sue «Legazioni». Fornito di scarse istruzioni,
malamente equipaggiato, trattato sempre come un incaricato di
secondo ordine, egli tuttavia non perde mai il suo spirito elevato
di osservazione e di profonda indagine. — Da indi in poi l'Italia è e
rimane di preferenza il paese delle «Istruzioni» e delle «Relazioni»
politiche. Anche altri Stati certamente negoziano con somma abilità,
ma l'Italia soltanto ce ne ha conservato in sì gran numero le prove
documentate, che risalgono ad un tempo così lontano. Già il lungo
dispaccio intorno agli ultimi momenti della vita del torbido Ferrante
di Napoli (17 gennaio 1494), scritto di mano del Pontano e indirizzato
al gabinetto di Alessandro VI, porge la più alta idea di questo genere
di scritti politici, eppure non è stato citato che incidentalmente e
come uno dei moltissimi da lui lasciati.[194] Ma quanti di non minore
importanza e vivacità, inviati ad altri gabinetti sul finire del secolo
XV e sul cominciare del XVI, non giaceranno inediti, per tacere anche
dei posteriori! — Però dello studio dell'uomo nel rapporto sociale e
privato, che va di pari passo con lo studio delle condizioni generali
di questi italiani, ci occuperemo più innanzi in apposita trattazione.