CAPITOLO VIII.

Ancora delle Repubbliche.

Firenze dal secolo XIV in avanti. — Obbiettività della

coscienza politica. — Dante come politico. — Firenze qual

patria della statistica; i Villani. — La statistica dei

maggiori interessi. — Valori delle monete del secolo XV. — Le

forme costituzionali e gli storici. — Vizio fondamentale dello

Stato toscano. — Gli uomini politici. — Machiavelli e il suo

progetto di costituzione. — Genova, Siena e Lucca.

La più elevata coscienza politica e la maggior varietà nello sviluppo

delle forme di Stato trovavansi riunite nella storia di Firenze, la

quale in questo rispetto merita la lode di primo fra gli Stati del

mondo moderno. Qui è un popolo intero che s'occupa di ciò, che nei

principati è nell'arbitrio di una sola famiglia. La mente maravigliosa

del fiorentino, ragionatrice acuta e al tempo stesso creatrice in fatto

d'arte, muta e rimuta incessantemente le sue condizioni politiche

e sociali, e incessantemente pure le giudica e le descrive. Per tal

modo Firenze divenne la patria delle dottrine e delle teoriche, degli

esperimenti e dei subiti trapassi, ma anche insieme con Venezia la

patria della statistica, e, sola e prima di ogni altro Stato al mondo,

la patria della storia intesa nel senso moderno. Nè senza una potente

influenza vi rimasero la vicinanza dell'antica Roma e la conoscenza

de' suoi storici: infatti Giovanni Villani confessa apertamente, che il

primo impulso al suo grande lavoro gli venne dalla sua andata in quella

città in occasione del Giubileo del 1300, e che vi pose mano subito

dopo il suo ritorno in patria.[136] Ma quanti fra i 200,000 pellegrini

di quell'anno avranno avuto uguali attitudini e inclinazioni, e

tuttavia non scrissero la storia della loro città! E per vero non

tutti potevano fiduciosamente soggiungere come lui: «la nostra città

di Firenze è nel suo montare e a seguire grandi cose, siccome Roma nel

suo calare, e però mi parve convenevole di recare in un volume tutti

i fatti e cominciamenti della città e seguire per innanzi stesamente

infino che fia piacere di Dio». E con ciò Firenze ottenne da' suoi

storici non solo una testimonianza autentica del modo con cui si svolse

la sua vitalità, ma altresì una fama maggiore che qualunque altro Stato

d'Italia.[137]

Ma non è del nostro assunto il far qui la storia di questo memorabile

Stato, bensì soltanto di additare sommariamente la parte che questa

storia ebbe nel risvegliare nei fiorentini tanto amore alla libertà e

un senso pratico così profondo.

Intorno all'anno 1300 Dino Compagni descrisse le lotte cittadine del

suo tempo. La condizione politica della città, i moventi più riposti

dei partiti, il carattere dei capi, tutta insomma la tela delle cause

e degli effetti prossimi e remoti vi è rappresentata in modo, che si

tocca con mano la superiorità de' suoi giudizi e delle sue narrazioni.

E la vittima più illustre di queste crisi, Dante Alighieri, qual

tipo d'uomo politico, maturato fra le contradizioni della patria

e le torture dell'esiglio! Egli ha scolpito il suo disprezzo pei

continui mutamenti e sperimenti di governo in terzine di bronzo,[138]

che rimarranno proverbiali dovunque sarà per ripetersi qualche cosa

di somigliante: egli ha indirizzato alla sua patria parole tanto

orgogliose e appassionate ad un tempo, che il cuore dei fiorentini

non potè certo non esserne scosso potentemente. Ma i suoi pensieri si

allargano a tutta Italia, anzi a tutto il mondo, e quantunque il suo

entusiasmo per l'Impero, come egli lo intendeva, non sia stato che

un errore, si dovrà tuttavia confessare pur sempre, che le fantasie

giovanili della speculazione politica, che allora era in sul nascere,

hanno in lui una sublime grandezza poetica. Egli va superbo di

essere stato il primo a mettersi per questa via,[139] guidato a mano

senza dubbio da Aristotele, ma pure alla sua maniera padrone di sè e

indipendente. Il suo imperatore ideale è un giudice supremo, giusto,

benevolo e dipendente solo da Dio, l'erede della signoria mondiale

di Roma, voluta dal diritto, dalla natura, dal senno eterno di Dio.

La conquista del mondo infatti fu legittima, perchè fu il giudizio

di Dio tra Roma e gli altri popoli, e Dio stesso ha riconosciuto il

suo impero prendendo spoglie umane sotto di esso, sottomettendosi

nella sua nascita al censo di Augusto e nella sua morte al giudizio di

Ponzio Pilato; e così via. Che se anche noi non possiamo sempre seguire

questo suo modo di argomentare, non manca però mai di commoverci la sua

passione. Nelle sue lettere[140] egli è uno dei più antichi nella serie

dei pubblicisti, forse il primo fra i laici, che abbia divulgato per

proprio conto scritti politici sotto la forma epistolare. A ciò egli

pose mano assai presto: subito dopo la morte di Beatrice egli pubblicò

un opuscolo sullo stato di Firenze, mandandolo «ai grandi della terra»,

ed anche le posteriori sue lettere patenti del tempo del suo esilio

sono tutte dirette a imperatori, principi e cardinali. In queste

lettere e nel libro _Del volgare eloquio_ torna, sotto forme diverse,

il sentimento espiato con tanti dolori, che l'esule anche fuori della

propria città può trovare una nuova patria intellettuale nella lingua

e nella cultura, che da nessuno gli ponno essere tolte; sul qual punto

avremo occasione di tornar nuovamente.

Ai Villani, così a Giovanni che a Matteo, andiamo debitori non tanto

di profonde considerazioni politiche, quanto di giudizi schietti e

convalidati dall'esperienza, degli elementi primi della statistica

fiorentina e di notizie importanti sopra altri Stati d'allora[141].

Il commercio e l'industria aveano anche qui dato occasione a studi

di economia politica. Sulle condizioni pecuniarie in grande nessuno

aveva altrove idee più precise, a cominciare dalla curia papale di

Avignone, l'enorme ammontare della cui cassa (25 milioni di fiorini

d'oro alla morte di Giovanni XXII) non parrebbe credibile, se non fosse

dato da fonti così autorevoli[142]. Qui soltanto, a Firenze, udiamo di

prestiti colossali, per esempio di quello del re d'Inghilterra con le

case fiorentine Bardi e Peruzzi, le quali ci perdettero un valore di

1,365,000 fiorini d'oro, (1338), danaro proprio e di soci, e tuttavia

si riebbero[143]. — Ma la cosa più importante sono le notizie di

quello stesso tempo che si riferiscono allo Stato[144], vale a dire:

le rendite (oltre a 300,000 fiorini d'oro) e le spese; la popolazione

della città (calcolata qui ancora molto imperfettamente, giusta il

consumo del pane, in bocche, fatte ascendere a 90,000), e quella dello

Stato; l'eccedenza dei nati maschi (da 300 a 500) su 5800 in 6000

battezzati annuali del Battistero[145]; la frequenza delle scuole, in

sei delle quali da 8000 a 10,000 fanciulli imparavano a leggere, e da

1000 a 1200 a far conti; oltre a 600 scolari circa, che in quattro

scuole venivano istruiti nella grammatica (latina) e nella logica.

Segue la statistica dei conventi e delle chiese, degli spedali (con

più di 1000 letti complessivamente); il lanificio, con notizie di

sommo valore, la zecca, l'approvigionamento della città, i pubblici

ufficiali[146] e così via. Altre cose si apprendono incidentalmente,

per esempio come nell'erezione delle nuove rendite dello Stato (_il

monte_), i Francescani abbiano predicato dal pulpito in favore,

gli Agostiniani e i Domenicani contro di esse[147]; e per ultimo le

conseguenze economiche della peste nera (1348) nè furono, nè poterono

essere osservate ed esposte in nessuna parte d'Europa, come avvenne

in questa città[148]. Un fiorentino soltanto poteva lasciare scritto

come tutti si aspettassero che, per la scarsezza degli abitanti, tutti

i prezzi delle cose ribassassero, e come invece e viveri e mercedi

abbiano incarito del doppio; come il popolo in sulle prime non volesse

più lavorare, ma darsi buon tempo; come nella città non potessero più

aversi nè servi, nè fantesche se non a prezzi elevatissimi; come i

contadini non volessero più coltivare che i terreni migliori, lasciando

incolti gli altri e come gli enormi legati lasciati a favore dei poveri

apparissero dopo la peste inutili affatto, perchè i poveri o erano

morti o poveri più non erano. Per ultimo si ha perfino il saggio di una

ampia statistica dei mendicanti della città nell'occasione di un grande

legato di sei danari a ciascuno di essi lasciato da un filantropo senza

prole.[149]

Quest'arte di valutare statisticamente le cose fu in appresso condotta

dai Fiorentini al massimo grado di perfezione, e piace ancor più

il vedere come i loro computi lascino per lo più trasparire il loro

legame e rapporto colla parte più sostanziale della storia, vale a

dire colla cultura generale e coll'arte. Una indicazione dell'anno

1422[150] tocca col medesimo tratto di penna le settantadue botteghe

di cambio intorno al Mercato nuovo, l'ammontare del giro di danaro (2

milioni di fiorini d'oro), l'industria allora nuova dell'oro filato, le

stoffe di seta, Filippo Brunellesco che disseppellisce l'architettura

antica, e Leonardo Aretino, segretario della Repubblica, che risuscita

l'antica letteratura ed eloquenza: finalmente la generale prosperità

della città allora tranquilla e la buona fortuna d'Italia, che s'era

francata dai mercenari stranieri. La statistica di Venezia da noi più

sopra riportata (pag. 96), che si riferisce quasi al medesimo anno,

parla, invero, di possessi, guadagni e provincie molto maggiori:

Venezia da lungo tempo padroneggia il mare colle sue navi, quando

Firenze spedisce la sua prima galera ad Alessandria (1422). Ma chi

non trova le notizie fiorentine redatte con maggiore ampiezza di

vedute? Questi e somiglianti documenti trovansi per Firenze ordinati

di decennio in decennio in veri prospetti, mentre altrove nel miglior

dei casi si ha qualche isolata indicazione. Da essi impariamo a

conoscere approssimativamente gli averi e gli affari dei primi Medici,

e vediamo, p. es., come essi dal 1434 al 1471 sborsarono in elemosine,

costruzioni pubbliche ed imposte non meno di 663,755 fiorini d'oro, dei

quali il solo Cosimo oltre 400,000[151], e come Lorenzo il Magnifico

si rallegrasse che quel danaro fosse stato così bene impiegato. Dopo

il 1478 si ha poi di nuovo un prospetto assai importante, e perfetto

nel suo genere, del commercio e delle industrie della città[152], e in

esso parecchi dati che per metà od interamente versano sulla storia

dell'arte, come, per esempio, sulle stoffe d'oro e d'argento e sui

damaschi, sull'intaglio e l'intarsio, sulla scultura dei rabeschi in

marmo e pietra calcare, sui ritratti in cera, sull'oreficeria e sulla

gioielleria. E il genio innato de' Fiorentini per il computo di tutta

la vita esterna si mostra perfino nei loro libri di amministrazione

famigliare, commerciale ed agricola, che di gran lunga primeggiano su

quelli di tutti gli altri europei del secolo XV. Al qual proposito non

possiamo astenerci dal dire che felicissima fu l'idea di pubblicarne

dei brani scelti[153], non ostante che molti studi saranno ancor

necessari per desumerne risultati precisi e generali. In ogni caso,

anche in questo si dà a conoscere la città, nella quale i padri

morenti pregano per testamento la Signorìa d'imporre ai loro figli

una multa di 1000 fiorini d'oro, se non eserciteranno veruna industria

regolare.[154]

Per la prima metà del secolo XVI poi nessuna città forse al mondo

possiede un documento simile alla splendida descrizione di Firenze

lasciata dal Varchi.[155] Come in molti altri rapporti, anche nella

statistica descrittiva qui ci viene presentato un'ultima volta un raro

modello, prima che la libertà e la grandezza di questa città discendano

nel sepolcro.[156]

Ma accanto a questo computo dell'esistenza esterna procedeva di

pari passo quella continua pittura della vita politica, di cui più

sopra s'è fatto cenno. Firenze non solo perdura in mezzo a forme

e mutazioni di governo più frequenti che in qualsiasi altro Stato

libero d'Italia e dell'intero occidente, ma ne rende conto altresì

in modo incomparabilmente più esatto. Essa è lo specchio più fedele

dei mutevoli rapporti dei singoli individui o di intere classi verso

un tutto estremamente variabile. I quadri delle grandi demagogie

cittadine in Francia e nelle Fiandre, quali ci vengono delineati da

Froissart, i racconti delle cronache tedesche del secolo XIV hanno

invero un'importanza universalmente riconosciuta, ma quanto alla

pienezza degli argomenti e allo svolgimento razionale del corso

degli avvenimenti restano infinitamente al di sotto alle descrizioni

dei Fiorentini. Aristocrazia, tirannide, lotta delle classi medie

col proletariato, democrazia piena, mezza ed apparente, primato di

una famiglia, teocrazia (con Savonarola), e così via, sino a quelle

forme miste che prepararono l'usurpazione medicea, tutto è scritto in

modo che i più riposti moventi degli attori vengono messi in piena

luce.[157] Per ultimo il Machiavelli nelle _Istorie fiorentine_

(sino al 1492) considera la sua città come un essere vivente, e come

individuali e volute dalle stesse leggi di natura le vicende che

accompagnarono il suo svolgimento; primo fra i moderni, che abbia

saputo sollevarsi a tanto. Non è del nostro assunto il ricercare se

ed in quali punti egli abbia fatto con ciò violenza alla storia, come

gl'intervenne nella vita di Castruccio Castracane, tipo di tiranno

da lui arbitrariamente ideato; ma se anche nelle _Storie fiorentine_

vi fosse ad ogni linea qualche cosa da eccepire, non ne resterebbe

per questo scemato il valore sommo, inestimabile, che hanno nel

loro complesso. E i suoi contemporanei e continuatori, Jacopo Pitti,

Guicciardini, Segni, Varchi, Vettori, quale corona di nomi gloriosi!

E che storia è quella che è scritta da tali maestri! Niente meno che

il gran dramma degli ultimi decenni della repubblica fiorentina! In

questa immensa eredità di memorie sulla caduta della città più agitata

e più originale del mondo d'allora sia pure che altri non vegga se non

una congerie d'interessanti curiosità, altri si compiaccia con gioja

maligna di scorgere il naufragio di ogni idea nobile e grande, ed altri

ancora non vi ripeschi che i materiali come di una gigantesca procedura

giudiziaria; ad ogni modo essa non cesserà di rimanere l'oggetto delle

più serie considerazioni sino alla consumazione dei secoli. Il tarlo

che ad ogni istante rodeva ogni cosa, era la signorìa di Firenze su

nemici soggiogati una volta potenti, come i Pisani, che di necessità

manteneva uno stato di violenza perenne. L'unico rimedio, violento esso

pure, che solo il Savonarola, ma non senza il soccorso di circostanze

al tutto favorevoli, avrebbe potuto far accettare, sarebbe stato

lo scioglimento, fatto a tempo, della Toscana in una federazione di

città libere, pensiero che, come ritardato sogno febbrile, condusse

poi al patibolo (1548) un patriotta lucchese.[158] Da questo malanno

e dalla malaugurata simpatia guelfa de' Fiorentini per un principe

forestiero, come altresì dalla conseguente abitudine agli interventi

stranieri, provennero tutti gli altri infortuni. Ma chi, in onta a

ciò, non vorrà ammirare questo popolo, che sotto la guida del santo

suo monaco, sostenuto in un continuo entusiasmo, dà il primo esempio

in Italia della pietà verso i vinti nemici, mentre tutte le memorie

del tempo passato non gli predicano che la vendetta e la distruzione?

Bensì l'ardore che qui fonde insieme i sentimenti di patriottismo e

di entusiasmo religioso e morale, guardato dopo alcuni secoli, sembra

essersi spento assai prestamente; ma non è men vero per questo, che i

suoi migliori effetti si videro nuovamente rifulgere nel memorabile

assedio degli anni 1529-30. Furono «pazzi» senza dubbio, come il

Guicciardini allora scriveva, coloro che attirarono sopra Firenze

quella tempesta, ma egli stesso confessa che fecero cosa non creduta

possibile; e se stima che i savi avrebbero evitata quella sciagura, ciò

non significa altro se non che Firenze avrebbe dovuto ingloriosamente

e senza una parola di protesta darsi in mano a' suoi nemici. Vero è

che in tal caso essa avrebbe conservato i suoi magnifici sobborghi e

i giardini e la vita e il benessere d'innumerevoli cittadini; ma le

mancherebbe altresì una delle più grandi e più gloriose pagine della

sua storia.

I Fiorentini sono in parecchi pregi il modello e la primissima

espressione degl'Italiani e dei moderni europei, ma sono tali

altresì, ed in più guise, quanto ai difetti. Quando Dante a' suoi

tempi paragonava Firenze, che non cessa di correggere la propria

costituzione, con quell'inferma che sempre muta lato per sottrarsi a'

suoi dolori, egli esprimeva con questo paragone uno dei caratteri più

stabili di questa città. Il grande errore moderno che una costituzione

possa farsi e rifarsi mediante il calcolo delle forze e dei partiti

esistenti,[159] a Firenze si vede risorgere sempre in tempi di

qualche commozione, e il Machiavelli stesso non ne andò immune. Egli

è allora che si vedono farsi innanzi certi artefici di Stati, che con

un artificioso spostamento e frastagliamento del potere, con sistemi

elettorali lambiccatissimi, con magistrature di sola apparenza e

simili, vogliono fondare uno stato di cose durevole, e accontentare o

almeno illudere tutte le parti. Essi copiano in ciò con molta ingenuità

i tempi antichi e finiscono perfino col prendere a prestito da

quelli i nomi stessi delle fazioni, come per esempio, degli ottimati,

dell'aristocrazia ecc.[160] D'allora in poi il mondo s'è abituato a

queste denominazioni e ha dato ad esse un senso convenzionale europeo,

mentre dapprima tutti i nomi dei partiti erano particolari e diversi

secondo i diversi paesi, e o designavano direttamente la cosa, o

nascevano dal capriccio del caso. Ma quanto il solo nome non dà o

toglie di colorito alle cose!

Ma fra tutti coloro che s'immaginavano di poter costruire uno

Stato,[161] il Machiavelli è senza paragone il più grande. Egli usa

delle forze esistenti come di forze vive ed attive, le alternative che

ci pone dinanzi sono giuste e grandiose, e non cerca mai d'illudere nè

sè stesso, nè gli altri. In lui non vi è nemmen l'ombra della vanità

e della millanteria, anzi egli non scrive nemmeno pel pubblico, ma

soltanto per qualche autorità, o per principi ed amici. Il suo pericolo

non istà mai in una falsa genialità o in una falsa deduzione di idee,

ma bensì in una gagliarda fantasia, ch'egli domina a stento. La sua

obbiettività politica, non v'ha dubbio, è talvolta di una sincerità

spaventosa, ma essa è sorta in tempi di estreme miserie e pericoli, nei

quali senza di ciò gli uomini non potevano così di leggieri credere

più nè al diritto, nè alla giustizia. Nè una virtuosa indignazione

contro di essa può aspettarsi da noi, che siamo stati nel nostro secolo

spettatori di quanto hanno fatto le Potenze in un senso e nell'altro.

Il Machiavelli almeno era capace di dimenticare sè stesso per la cosa

pubblica. In generale egli è un patriota nel più stretto senso della

parola, quantunque i suoi scritti (poche parole eccettuate) sieno

privi affatto di vero entusiasmo, e quantunque i fiorentini stessi

lo abbiano da ultimo considerato come un ribaldo.[162] Ma per quanto

egli ne' suoi costumi e nei discorsi, come allora la maggior parte,

fosse corrivo e licenzioso, certo è che la salute della patria era

sempre in cima de' suoi pensieri. Il suo più completo programma per

l'ordinamento di un nuovo Stato a Firenze trovasi nel suo _Memoriale_

da lui indirizzato a Leone X[163] e scritto dopo la morte di Lorenzo

de' Medici il giovane, duca di Urbino (morto nel 1519), al quale egli

aveva dedicato il suo libro del _Principe_. Le cose sono agli estremi

e la corruzione prevale universalmente, quindi anche i rimedi proposti

non hanno sempre un carattere di troppa moralità; ma in ogni caso

riesce interessantissimo il vedere come egli speri di sostituire ai

Medici, qual loro erede, la repubblica, e precisamente una repubblica

sorta tutta dalla borghesia. Non è possibile immaginare un edificio,

come questo, più ricco di concessioni al Papa, a' suoi aderenti, e ai

diversi interessi de' Fiorentini: si crederebbe quasi di guardar dentro

al meccanismo di un orologio. Molti altri principii, osservazioni,

confronti, viste politiche e simili per Firenze trovavansi nei

_Discorsi_, nei quali tralucono qua e là lampi di maravigliosa

bellezza. In un punto, ad esempio, egli ci dà la legge, secondo la

quale progrediscono e si sviluppano, ma non senza urti violenti, le

repubbliche, e vuole che lo Stato sia mobile e capace di cangiamenti,

perchè con questo mezzo soltanto si evitano i precipitati giudizi di

sangue e le condanne di esiglio. Per un identico motivo, vale a dire,

per evitare le violenze private e gl'interventi stranieri («peste della

libertà»), desidera di veder stabilita contro i cittadini più odiati

una procedura giudiziaria (_accusa_), in luogo della quale Firenze da

tempo remotissimo non aveva avuto che il tribunale della maldicenza.

Da vero maestro egli caratterizza le risoluzioni forzate e tardive,

che nei tempi agitati delle repubbliche ricorrono così frequentemente.

In mezzo a tutto ciò la fantasia e la miseria de' tempi lo seducono

di quando in quando a intonare apertamente le lodi del popolo, che ha

maggior tatto di qualunque principe nella scelta degli uomini e che

è più docile ai consigli, che lo salvano dalle vie dell'errore.[164]

Quanto alla signoria su tutta la Toscana, egli non dubita nemmeno

che essa spetti alla sua città, e riguarda quindi (in uno speciale

discorso) il riassoggettamento di Pisa come una questione di vita

o di morte: egli deplora che, dopo la ribellione del 1502, si abbia

lasciato sussistere Arezzo, e in generale si mostra persuaso, che le

repubbliche italiane dovrebbero potersi muovere liberamente al di fuori

e ingrandirsi, per non essere esse stesse assalite e per goder la pace

all'interno; ma Firenze ha fatto le cose sempre a rovescio, e così da

tempo antichissimo si è inimicata mortalmente con Pisa, Siena e Lucca,

mentre Pistoia «trattata fraternamente» si è sottomessa di proprio

impulso.[165]

Sarebbe ingiusto il voler anche solo porre a riscontro le poche altre

repubbliche, che ancora esistevano nel secolo XV, con quest'unica di

Firenze, che senza paragone fu la sede più importante del moderno

spirito italiano, anzi europeo. Siena soffriva di vizi organici

profondi, e la sua relativa prosperità nell'industria e nelle arti

non deve a questo riguardo trarci in errore. Enea Silvio dalla sua

città natale guarda con occhio appassionato[166] alle «fortunate»

città tedesche dell'Impero, dove l'esistenza non è amareggiata da

nessuna confisca degli averi e delle eredità, dove non esistono nè

fazioni, nè arbitrii.[167] — Genova non entra quasi nella cerchia

delle nostre considerazioni, poichè prima dei tempi di Andrea Doria non

ebbe pressochè parte veruna al Rinascimento, anzi gli abitanti della

Riviera passavano in tutta Italia per nemici di qualsiasi cultura.[168]

Le lotte dei partiti hanno in questa repubblica un carattere così

selvaggio e sono accompagnate da scosse così violente, che quasi non

si sa capire come, dopo tante rivoluzioni e occupazioni straniere, i

genovesi abbiano pure trovato modo di acquetarsi in uno stato di cose

almen tollerabile. Ma forse ciò dipendette dall'essere tutti quelli,

che avevano parte alla cosa pubblica, quasi senza eccezione addetti al

tempo stesso al commercio.[169] E Genova ci mostra in modo maraviglioso

sino a qual grado d'incertezza il commercio esercitato in grande e

la ricchezza possano perdurare e con quale stato interno di cose sia

conciliabile il possesso di lontane colonie.

Lucca non ha molta importanza nel secolo XV. Dei primi decenni di

esso, nei quali la città viveva sotto la pseudo-tirannide della

famiglia Guinigi, ci è stato conservato un giudizio dello storico

lucchese Giovanni di Ser Cambio, che può riguardarsi in generale come

un documento parlante della condizione di tali famiglie regnanti nelle

repubbliche.[170] L'autore tratta del numero e della ripartizione

delle truppe mercenarie nella città e nel territorio, non che del

conferimento di tutti gli uffici a scelti aderenti della famiglia

che padroneggia; designa tutte le armi che si trovano in possesso de'

privati, e parla del disarmo delle persone sospette; in seguito passa

a dire della sorveglianza esercitata sopra i banditi, i quali sono

obbligati a rimanere nel luogo loro assegnato sotto pena di una totale

confisca dei loro beni, degli atti segreti di violenza commessi per

togliere di mezzo ribelli creduti pericolosi, dei modi con cui alcuni

commercianti emigrati furono costretti a tornare. Segue una descrizione

delle pratiche fatte per impedire possibilmente la riunione della

maggiore assemblea dei cittadini (_Consiglio generale_), sostituendovi

soltanto una Commissione composta di partigiani della casa regnante in

numero di dodici o diciotto, e toccasi della restrizione di tutte le

spese a favore dei mercenari, indispensabili per non vivere in continue

paure e pericoli, e che bisognava tenere allegri (_i soldati si faccino

amici, confidenti e savî_). Per ultimo si parla delle miserie del

tempo, dello scadimento dell'arte della seta, nonchè di tutte le altre

industrie, e della coltivazione dei vini, e si propone come rimedio un

dazio elevato sui vini forastieri e l'obbligo assoluto, da imporsi al

contado, di comperare ogni cosa in città, i soli mezzi di sussistenza

eccettuati. — Questo notevolissimo documento avrebbe bisogno anche per

noi di un commento circostanziato: qui lo citiamo soltanto come una

delle molte prove di fatto, che in Italia la riflessione politica si

svolge assai prima che in tutti i paesi del settentrione.

La civiltà del secolo del Rinascimento in Italia, Volume I · 第 16 / 48 题