CAPITOLO VII.

Le Repubbliche.

Venezia nel secolo XV. — Gli abitanti. — Lo Stato e i suoi

pericoli cagionati dalla povertà dell'aristocrazia. — Cause

della sua stabilità. — Il Consiglio dei Dieci e i processi

politici. — Rapporti verso i Condottieri. — Ottimismo della

politica estera. — Venezia quale patria della Statistica. —

Lento sviluppo della cultura. — Ascetismo ufficiale prolungato.

Altra volta le città italiane aveano spiegato in sommo grado quella

energia, che vale a tramutare una città in uno Stato. Non sarebbe

occorso che un passo ulteriore, vale a dire che queste città si

fossero strette tra loro in una grande confederazione, concetto, che

in Italia si vede ripullular di frequente, per quanto anche, rispetto

ai particolari, appaia rivestito ora di una forma, ora di un'altra.

Nelle lotte dei secoli XII e XIII formaronsi infatti grandi e potenti

federazioni di città, e il Sismondi crede (II, 174), che il tempo

degli ultimi armamenti della lega lombarda contro il Barbarossa (dal

1168 in poi) sarebbe stato il vero momento, in cui si sarebbe resa

possibile una federazione italiana universale. Ma le più potenti fra le

città aveano già palesato troppa fierezza e originalità di carattere,

perchè la cosa potesse effettuarsi: facendosi reciproca concorrenza

nel commercio, esse si permettevano mezzi violenti ed estremi l'una

contro dell'altra, e tenevano le vicine città minori in una ingiusta

dipendenza; il che vuol dire, che da ultimo esse credevano di poter

fare ciascuna da sè, senza aver bisogno delle altre, preparando per tal

modo il terreno a qualunque altra violenza od usurpazione. Questa non

tardò a sopraggiungere, allorquando le lotte intestine dei nobili fra

di loro, e della borghesia colla nobiltà, fecero nascere il desiderio

di un governo forte e sicuro, e le truppe assoldate già si mostravano

pronte a sostener per danaro qualsiasi causa, dopochè i precedenti

governi di parte s'erano da lungo tempo abituati a veder ineseguito il

bando generale di guerra da loro intimato.[109] La tirannide inghiottì

la libertà della maggior parte delle città; qua e colà si cercò di

sbarazzarsene, ma solo a mezzo, e per breve tempo; essa tornò sempre,

perchè le condizioni interne le erano favorevoli, e le forze che

contro-operavano, si trovavano già esauste.

Fra le città che seppero conservare la loro indipendenza, due sono

della massima importanza per la storia dell'umanità: Firenze, la città

dei continui rimutamenti, che ci trasmise le manifestazioni di tutti

i disegni e le aspirazioni della cittadinanza e degl'individui, che

per tre secoli presero parte a quei mutamenti: Venezia, la città della

calma apparente e del silenzio politico. Esse formano fra di loro la

più forte antitesi, che si possa immaginare, ed ambedue alla loro volta

sono tali, da non poter essere paragonate con verun'altro Stato del

mondo.

Venezia si riconobbe essa stessa come una creazione affatto eccezionale

e misteriosa, nella quale da tempo remotissimo si sentiva l'azione

di qualche altra cosa, che non era l'ingegno umano. Intorno alla

solenne fondazione della città correva una leggenda evidentemente

mitica: nel dì 25 di marzo dell'anno 413 a mezzogiorno i profughi di

Padova gettarono la prima pietra a Rialto, per farne un asilo sacro

e inaccessibile in mezzo all'Italia corsa e lacerata dai Barbari.

Scrittori venuti più tardi attribuirono ai primi fondatori il

presentimento di tutta la grandezza futura della città: Marco Antonio

Sabellico, che cantò l'avvenimento in splendidi e facili esametri,

mette in bocca al sacerdote che fa la consacrazione, questa preghiera

a Dio: «se un giorno tenteremo qualche cosa di grande, accordaci il

tuo favore! Ora noi ci inginocchiamo dinanzi ad un povero altare, ma

se i nostri voti non andranno inesauditi, qui sorgeranno a te, o Dio,

centinaia di templi ricchi di marmo e d'oro».[110] — La città delle

isole, sul finire del secolo XV, riguardavasi ormai come il gioiello

più prezioso del mondo d'allora. Lo stesso Sabellico la descrive come

tale[111] colle sue cupole antichissime, colle sue torri acuminate,

co' suoi palagi intonacati di marmo, e colla sua pomposa grettezza

altresì, per la quale sotto tetti dorati si dava a pigione ogni più

piccolo angolo della casa. Egli ci trasporta sull'affollatissima piazza

di S. Giacometto a Rialto, dove un mondo di affari si tratta non tra

grida e schiamazzi, ma appena tra un sommesso e svariato bisbiglio,

dove siedono, lunghesso i portici che la fiancheggiano e sotto quelli

delle vie adiacenti,[112] banchieri ed orefici a centinaja, dove le

botteghe e i magazzini sono in numero strabocchevole: oltrepassando

poi il ponte, egli ci conduce al gran fondaco dei tedeschi, sotto

il cui porticato stanno le loro merci e le abitazioni, e dinanzi al

quale i vascelli si addossano gli uni agli altri nel canale: indi

più innanzi ci mostra un'intera flotta carica di vini e di olio,

e parallelle ad essa sulla riva, dove formicolano i portatori, le

officine dei mercanti; e per ultimo da Rialto sino alla piazza di S.

Marco i gabinetti de' profumieri e le trattorie. Per tal maniera egli

guida il lettore di quartiere in quartiere sin fuori ai due lazzaretti,

stabilimenti non solo utili, ma necessari, e in nessun altro luogo

portati ad un sì alto grado di sviluppo, come qui. Una cura attenta

e sollecita pel benessere personale dei sudditi era il distintivo

del governo di Venezia non solo in pace, ma anche in guerra, dove

l'assistenza che si prestava ai feriti, anche nemici, era oggetto di

ammirazione per tutti.[113] In generale non v'era stabilimento di

pubblica beneficenza, che non esistesse a Venezia e sotto la forma

la più perfetta: anche il fondo delle pensioni vi era ordinato con

regolarità sistematica, perfino in ciò che riguardava i superstiti.

La ricchezza, la sicurezza politica, la pratica del mondo avevano per

tempo vôlto il pensiero de' veneziani a queste cose. Quei cittadini

svelti, biondi, dal passo leggero e circospetto e dal discorso

sensato,[114] non differivano quasi fra loro sia nelle fogge del

vestire, sia nel contegno che tenevano in pubblico: di ornamenti (fra

i quali primeggiavano le perle) non si curavano, se non per fregiarne

il collo delle loro donne o fanciulle. In allora la prosperità generale

era veramente grande, in onta ad alcune gravi perdite cagionate dai

Turchi; ma l'energia di tutti e il pregiudizio generale d'Europa

bastarono anche più tardi a far sopravvivere Venezia anche ai colpi più

aspri della fortuna, quali la scoperta del Capo, la rovina del dominio

dei Mammelucchi in Egitto e la guerra mossale dalla Lega di Cambray.

Il Sabellico, che era oriundo dei dintorni di Tivoli e abituato alla

franca loquacità dei filologi d'allora, nota in un altro luogo[115] con

qualche maraviglia, che i giovani nobili, i quali andavano ad udire

le sue lezioni del mattino, non volevano a nessun patto entrare con

lui in discorsi politici: «Se io chieggo loro che cosa si pensi, si

dica e s'aspetti da questo o quel moto in Italia, tutti mi rispondono

ad una voce di non saper nulla». Ciò non ostante, e in onta alla più

severa inquisizione di Stato, più d'una cosa potè risapersi per opera

di alcuni nobili corrotti, ma bisognò pagarla a ben caro prezzo.

Nell'ultimo quarto del secolo XV s'incontrano dei traditori perfino

tra i funzionari, che coprono le più alte dignità dello Stato;[116] i

papi, i potentati italiani e perfino alcuni condottieri in condizioni

affatto mediocri e stipendiati dalla Repubblica, vi mantenevano al

loro soldo speciali spioni; anzi le cose erano andate tanto oltre, che

il Consiglio dei Dieci trovò opportuno di non comunicare al Consiglio

dei Pregadi alcune importanti notizie politiche, e si accreditò

universalmente l'opinione, che Lodovico il Moro in questo stesso

Consiglio disponesse a suo talento di un certo numero di voti. Noi non

siamo in grado di dir quanto abbiano contribuito a frenare quegli abusi

le notturne esecuzioni di taluni colpevoli e l'alto premio concesso a

chi li denunciasse (fino a sessanta ducati di pensione vitalizia); ma

certo è che una delle cause principali, la povertà di molti nobili,

non poteva esser tolta d'un tratto. Nell'anno 1492 due patrizi misero

innanzi una proposta, che lo Stato dovesse sborsare annualmente 70,000

ducati a sollievo di quei nobili poveri, che non avessero alcun

pubblico ufficio; la cosa era sul punto di essere portata dinanzi

al gran Consiglio, dove non sarebbe stato difficile farle ottenere

una maggioranza, — quando il Consiglio dei Dieci fu ancora in tempo

di intervenire, e mandò ambedue i proponenti a confine per tutta la

loro vita a Nicosia e a Cipro.[117] Intorno a questo stesso tempo un

Soranzo fu fuori di Stato appeso alle forche come ladro sacrilego, ed

un Contarini posto in catene per furto violento: un altro della stessa

famiglia si presentò nel 1499 dinanzi alla Signoria, lamentando di

essere da molti anni senza impiego alcuno, di aver soli sedici ducati

di rendita e nove figli da mantenere, di trovarsi per di più impegnato

in debiti per sessanta ducati, di non essere in grado di esercitare

verun mestiere e di essere stato ultimamente gettato sulla pubblica

via. In presenza di tali fatti si comprende come alcuni nobili ricchi

imprendono a edificar case, per collocarvi ad abitare gratuitamente i

poveri; ed infatti tale opera figura in parecchi testamenti annoverata

tra le opere di carità.[118]

Ma se i nemici di Venezia su mali di questa specie fondavano per

avventura serie speranze, s'ingannavano grandemente. A prima vista si

potrebbe credere che lo slancio stesso del commercio, che anche al più

povero garantiva un ricco e sicuro guadagno sul proprio lavoro, nonchè

le colonie sparse nella parte orientale del Mediterraneo, dovessero

aver distrutto tutti gli elementi pericolosi nel campo politico. Ma

Genova non ha forse avuto, ad onta di simili vantaggi, una storia

politica delle più tempestose? Il fondamento della stabilità di Venezia

sta piuttosto in un concorso di circostanze, che non si verificarono

mai in nessun altro Stato. Inespugnabile come città, essa non si era

da tempo remotissimo occupata de' suoi rapporti con gli Stati esteri

se non dietro a' calcoli della più fredda riflessione, ignorando

quasi i parteggiamenti del resto d'Italia, e non concludendo le sue

alleanze se non per iscopi al tutto passeggeri ed al maggior prezzo

possibile. Il fondo adunque del carattere veneziano era quello di un

superbo e dispettoso isolamento, e conseguentemente di una più compatta

solidarietà all'interno, e a ciò fu spinto anche dal rancore di tutti

gli altri Stati d'Italia. Di più, nella città stessa tutti gli abitanti

eran tenuti uniti da fortissimi interessi comuni di fronte alle colonie

ed ai possessi di terra-ferma, mentre la popolazione di quest'ultima

(vale a dire delle città soggette sino a Bergamo) non poteva esercitare

atti commerciali altrove, fuorchè a Venezia. Un vantaggio fondato su

mezzi cotanto artificiali non poteva essere mantenuto che mediante una

grande tranquillità e concordia interna; — questo lo sentiva certamente

la grande maggioranza, e quindi il terreno quivi era assai disadatto

per qualsiasi cospirazione. Che se pure vi erano taluni malcontenti,

costoro furono tenuti talmente divisi tra loro per la separazione

esistente tra la borghesia e la nobiltà, che ogni ravvicinamento

diventava quasi impossibile. Ed anche nel seno della nobiltà a quelli,

che per avventura fossero pericolosi, vale a dire ai ricchi, mancava

affatto l'occasione principale di qualsiasi congiura, l'ozio, e ciò

per la moltiplicità stessa dei loro affari commerciali, pei viaggi e

per la parte continua che doveano prendere alle guerre coi Turchi, i

quali incessantemente tornavano a farsi vedere. Vero è che i comandanti

in queste li risparmiavano a tutto potere, e talvolta in modo

ingiustificabile, il che fece predire ad un Catone veneziano la caduta

della Repubblica, se avesse durato a spese della giustizia quella

stolta paura dei nobili «di farsi del male l'un l'altro».[119] Tuttavia

questo libero moto all'aria aperta diede alla nobiltà veneziana,

presa nel suo complesso, un sano indirizzo. E se talvolta l'invidia

e l'ambizione pretesero ad ogni costo una qualche soddisfazione, non

mancavano mai le vittime ufficiali condannate dall'autorità e con mezzi

legali. La lunga tortura morale, alla quale fu sottoposto sotto gli

occhi di tutta Venezia il doge Francesco Foscari (morto nel 1457), è

forse il più terribile esempio di una tale vendetta, possibile soltanto

dove prevalgono le aristocrazie. Il Consiglio dei Dieci, che aveva una

mano in tutto e possedeva un illimitato diritto di vita e di morte,

nonchè una sorveglianza sulle cose pubbliche e sul comando dell'armata,

che comprendeva nel suo seno gl'Inquisitori e che rovesciò il Foscari

come tanti altri potenti, veniva ogni anno rieletto dall'intera casta

dominante, dal gran Consiglio, ed era per ciò stesso l'organo più

immediato della stessa. Non pare che grandi intrighi avessero luogo in

queste elezioni, perchè la breve durata e la posteriore responsabilità

dell'ufficio non lo rendevano molto desiderato. Ma dinanzi a questa

e ad altre autorità indigene, per quanto il loro modo di agire fosse

tenebroso e violento, il vero veneziano non cercava già di nascondersi,

ma bensì di mettersi in vista, non solamente perchè la Repubblica

aveva le braccia lunghe e poteva, invece che su lui, vendicarsi sulla

sua famiglia, ma perchè, nella maggior parte dei casi almeno, si

procedeva secondo la norma di certi principii, piuttosto che per sete

di sangue.[120] In generale nessuno Stato ha avuto più di questo una

grandissima autorità morale sui propri sudditi, anche lontani. E se,

per esempio, fra i Pregadi stessi poteva dirsi esservi dei traditori,

non è meno vero da un altro lato che ogni veneziano, che si trovasse

all'estero, si credeva obbligato a farsi referendario o spia del

proprio governo. Dei cardinali veneziani domiciliati a Roma s'intendeva

da sè, che riferivano tutto ciò che si trattava nei concistori segreti

del Papa. Il cardinale Domenico Grimani fece rapire non lungi da Roma

(1500) i dispacci, che Ascanio Sforza inviava a suo fratello Lodovico

il Moro, e li spedì tosto a Venezia: suo padre, che allora si trovava

sotto il peso di una grave accusa, fece valere pubblicamente questo

servizio del figlio dinanzi al gran Consiglio, che era come dire,

dinanzi a tutto il mondo.[121]

Come Venezia si conducesse co' suoi condottieri, è stato già accennato

di sopra (pag. 30). Che se essa avesse cercato una più solida garanzia

della loro fedeltà, avrebbe potuto per avventura trovarla nel gran

numero che ne contava, pel quale, come si rendeva più difficile il

tradimento, ne diventava anche più facile la scoperta. Dando uno

sguardo ai quadri dell'armata veneziana, sorge spontanea la domanda:

come fosse possibile una azione comune con truppe messe insieme da

elementi così disparati? In quello della guerra del 1495 figurano

non meno di 15 mila cavalli, ma in tante piccole squadre:[122] il

Gonzaga di Mantova n'aveva egli solo milleducento, e Gioseffo Borgia

settecentoquaranta: a questi tenevano dietro sei condottieri con un

contingente di sei a settecento, dieci con quattrocento, dodici con

una forza di due a quattrocento, quattordici con cento in duecento,

nove con ottanta, sei con cinquanta in sessanta ecc. Sono in parte

vecchi corpi di truppe veneziane, in parte veterani condotti da nobili

veneziani di città o di campagna, ma il maggior numero dei duci si

compone di principi italiani o capitani di città o dei loro congiunti.

A questi sono da aggiungere 24,000 uomini di fanteria, sull'arrolamento

e la condotta dei quali non abbiamo veruno schiarimento, oltre ad altri

3300 uomini, che probabilmente vi rappresentano le armi speciali.

In tempo di pace le città di terra-ferma o erano prive affatto

di guarnigione o ne aveano ben poca: Venezia non si basava tanto

sull'affezione, quanto sulla prudenza de' suoi sudditi; nella guerra

contro la Lega di Cambray (1509) è noto universalmente, che essa li

sciolse da ogni obbligo di fedeltà e lasciò giungere le cose al punto,

che essi avessero agio di paragonare le piacevolezze di una occupazione

straniera col mite suo modo di governare; e siccome essi non ebbero

bisogno di staccarsi da S. Marco ricorrendo al tradimento, e quindi

non aveano in seguito da temere verun gastigo, così si verificò ciò

ch'essa prevedeva, che cioè tutti tornarono con molta premura sotto il

di lei dominio. Questa guerra era, lo diciam di passaggio, l'effetto

di un secolare grido d'allarme surto contro la smania d'ingrandimento

di Venezia. Talvolta quest'ultima commise l'errore delle persone

troppo prudenti, quella cioè di non voler supporre nessun colpo di

testa ne' suoi avversari, perchè, secondo la sua maniera di vedere,

sarebbe stato troppo folle e sconsiderato.[123] In questo ottimismo,

che forse è proprio in modo speciale delle aristocrazie, si aveva

una volta ignorato completamente gli armamenti di Maometto II per la

presa di Costantinopoli, e perfino i preparativi per la spedizione

di Carlo VIII, finchè si avverò ciò che meno si aspettava.[124] Ed

altrettanto accadde ora colla Lega di Cambray, la quale effettivamente

era contraria al vero interesse de' principali suoi fondatori, Luigi

XII e Giulio II. Ma nel Papa c'era il vecchio odio di tutta Italia

contro la Repubblica conquistatrice, in guisa che egli chiuse gli occhi

sulla venuta degli stranieri; e per quanto riguardava la politica del

cardinale d'Amboise e del suo re nei rapporti con tutta Italia, Venezia

avrebbe dovuto già da lungo tempo accorgersi delle sinistre loro

intenzioni e mettersi in guardia. I più fra gli altri presero parte

alla Lega per quell'invidia, che è bensì un salutare ritegno posto

alla potenza ed alla ricchezza, ma non cessa per questo di essere in

sè una ben deplorabile debolezza. Venezia uscì con onore, ma non senza

durevoli danni, da quella lotta.

Una potenza, le cui basi erano così complicate, la cui attività e i cui

interessi abbracciavano un campo sì vasto, non si potrebbe immaginare

senza una grandiosa sorveglianza su tutto l'insieme, senza un continuo

bilancio delle forze e dei pesi, degli incrementi e delle perdite.

Venezia potrebbe benissimo aspirare al vanto di essere la patria della

moderna Statistica: tutt'al più Firenze potrebbe dirsi sua emula, ma in

seconda linea, e più sotto ancora i principati italiani maggiormente

sviluppati. Lo Stato feudale del medioevo non ha che prospetti

generali dei diritti e dei possessi detti _urbariali_ del principe:

esso riguarda la produzione come qualche cosa di stazionario, ciò che

essa effettivamente è anche, sino a che si tratti unicamente della

proprietà fondiaria. Di fronte a ciò le Repubbliche, probabilmente da

tempo antichissimo, hanno riconosciuto la loro produzione, fondata

specialmente sull'industria e sul commercio, come qualche cosa di

estremamente mobile ed hanno agito conformemente a questo concetto, ma

si arrestarono — perfino nei tempi più floridi della lega anseatica

— ad un bilancio esclusivamente commerciale. Così le flotte, gli

eserciti, e tutta la potenza ed influenza politica dello Stato non

trovavano posto che tra il dare e l'avere di un libro mastro di

commercio. Soltanto negli Stati italiani trovansi per la prima volta

congiunti quelli che potrebbero dirsi effetti di una piena coscienza

politica con le esperienze desunte dallo studio dell'amministrazione

musulmana e da una pratica lunga ed attiva dell'industria agricola e

commerciale, per creare una vera statistica.[125] La monarchia assoluta

di Federico II nell'Italia meridionale (v. pag. 7) era surta unicamente

sulla concentrazione del potere allo scopo di sostenere una lotta, in

cui si trattava di essere o non essere. In Venezia per contrario gli

scopi supremi sono il godimento dei comodi della vita e dei vantaggi

della potenza, l'aumento di ciò che si è ereditato dagli antenati,

la riunione delle più lucrose industrie e l'aprimento di sempre nuovi

sfoghi al commercio.

Gli scrittori si esprimono con molta schiettezza su tutte queste

cose.[126] Da essi noi apprendiamo che la popolazione della città

nell'anno 1422 ammontava a 190,000 anime. Forse questo modo di

calcolare non più per focolari, nè per uomini atti a portar le armi o

per tali che potessero reggersi sulle proprie gambe, e simili, ma per

anime, è molto antico in Italia, e può meglio d'ogni altro offrire

una base giusta e sicura di calcolo. Allorchè i fiorentini intorno

al medesimo tempo insistevano per una lega con Venezia a danno di

Filippo Maria Visconti, la Repubblica pel momento li rimandò, nella

persuasione evidente, e del resto confermata anche da un esatto

bilancio del commercio, che ogni guerra tra Milano e Venezia, vale a

dire tra compratori e venditori, fosse una vera follìa. E già perfino

quando il duca aumentava la sua armata, Venezia se ne accorava, perchè,

dovendo egli con ciò aumentare le imposte, il ducato se ne risentiva e

il consumo diminuiva. «Piuttosto si lascino soccombere i fiorentini,

perchè in tal caso, avvezzi come sono alla vita delle città libere,

essi emigreranno a Venezia e porteranno con sè le tessiture della lana

e della seta, come fecero gli oppressi lucchesi». Ma ancor più notevole

è il discorso del doge Mocenigo[127] tenuto dal suo letto di morte

ad alcuni senatori (1423) come quello che contiene gli elementi più

importanti di una statistica dell'intera forza e dell'avere di Venezia.

Io ignoro, se e dove esista una compiuta illustrazione di questo

difficile documento; ma come una specialità mi sia lecito di riportarne

qui alcuni dati. Dopo fatto il pagamento di quattro milioni di ducati

per un prestito di guerra, il debito dello Stato (_il monte_) ammontava

ancora a sei milioni di ducati. Il giro complessivo del commercio

(come sembra) ascendeva a dieci milioni, i quali ne fruttavano quattro

(così il testo). Su tremila navigli, trecento navi e quarantacinque

galere stavano 17 mila e rispettivamente 8 ed 11 mila marinai (più di

duecento per galera). A questi erano da aggiungere 16 mila costruttori

nell'arsenale. Le case di Venezia avevano un valore di stima di sette

milioni e fruttavano in affitti un mezzo milione.[128] Vi erano mille

nobili, che avevano una rendita da settanta a quattromila ducati annui.

— In un altro luogo la rendita ordinaria dello Stato in quello stesso

anno è calcolata un milione e centomila ducati: intorno alla metà del

secolo, per le perdite sofferte dal commercio in causa della guerra,

essa era discesa ad ottocentomila ducati.[129]

Se, per questo spirito di calcolo e per la sua pratica applicazione,

Venezia rappresentava completamente e prima d'ogni altro Stato un lato

importantissimo del moderno organismo politico, trovavasi per converso

in certo modo alquanto al di sotto rispetto a quella cultura, che

allora in Italia stava in cima d'ogni altra cosa. Quello che manca qui

è l'attività letteraria in generale e specialmente quell'entusiasmo

per la classica antichità, che prevaleva dovunque.[130] Bensì il

Sabellico afferma che le attitudini alla filosofia ed all'eloquenza

non erano punto minori di quelle che si scorgevano pel commercio e

per la politica, ed è anche vero che nel 1459 Giorgio da Trebisonda

fece omaggio al doge di una traduzione latina del libro di Platone

sulle Leggi, e ne fu ricompensato con una cattedra di filologia e

cencinquanta ducati annui, e più tardi dedicò alla Signoria il suo

libro sulla Rettorica.[131] Ma se si dà un'occhiata alla storia della

letteratura veneziana, che il Sansovino aggiunse al noto suo libro

su Venezia,[132] non s'incontrano per tutto il secolo XIV che sole

opere di teologia, di giurisprudenza e di medicina, ed anche nel XV

l'umanismo non vi è, in paragone all'importanza della città, se non

assai scarsamente rappresentato sino ad Ermolao Barbaro e ad Aldo

Manuzio. Anche la biblioteca che il cardinal Bessarione lasciò alla

Repubblica, a stento andò salva dalla dispersione. Per le quistioni

di erudizione si aveva e doveva bastare l'università di Padova, dove

realmente i medici e i giuristi, quali estensori di pareri politici,

aveano stipendi lautissimi. Nè maggiore operosità vi si scorge a

questo tempo per ciò che riguarda le produzioni poetiche, che pur

tanto abbondarono nei primordi del secolo XVI; e perfino lo spirito

artistico dell'epoca del Rinascimento vi appare in sulle prime come

importazione estera, e non comincia a dar frutti degni della sua

grande potenza se non sul finire del secolo XV. Ma vi hanno indizi di

tardità intellettuale ancor più caratteristici e strani. Quel medesimo

Stato, che teneva in tanta soggezione il suo clero, che si riserbava il

conferimento di tutte le dignità più importanti, e che quasi sempre si

metteva in opposizione colla Curia romana, fu schiavo di un ascetismo

ufficiale di genere tutto affatto particolare.[133] Corpi di santi

ed altre reliquie importate dalla Grecia dopo la conquista turca

pagavansi a prezzi elevatissimi e accoglievansi dal doge in solenne

processione.[134] Pel sacro Pallio inconsutile nel 1455 s'era deciso

di spendere sino a diecimila ducati, ma non si potè averlo. Questo

fanatismo non era l'opera di un popolare entusiasmo, ma proveniva da

una fredda deliberazione della più alta autorità dello Stato, che pure

senza scandolo avrebbe potuto astenersene, come in eguali circostanze

a Firenze la Signoria se ne sarebbe certamente astenuta. Non diremo

nulla, dopo ciò, della devozione delle moltitudini e della cieca loro

fede nelle indulgenze di un Alessandro VI. Ma lo Stato, che pure aveva

assorbito la Chiesa più di qualunque altro, aveva qui realmente in

sè una specie di elemento ecclesiastico, e il suo simbolo vivente,

il doge, in dodici solenni processioni (che si dicevano _andate_)

procedeva con carattere e pompa semi-sacerdotali.[135] Erano feste

fatte puramente in onore di avvenimenti politici, che coincidevano

colle grandi feste ecclesiastiche: la più splendida di esse, il celebre

sposalizio del mare, cadeva sempre nel giorno dell'Ascensione.

La civiltà del secolo del Rinascimento in Italia, Volume I · 第 15 / 48 题