Le Tirannidi minori.
I Baglioni di Perugia. — Loro interne discordie e le nozze di
sangue dell'anno 1500. — Fine di questa famiglia. — Le case dei
Malatesta, dei Pico e dei Petrucci.
Delle tirannidi del secolo XV può dirsi in generale, che le maggiori
scelleratezze s'accumularono nelle più piccole di esse. Frequentissime
in famiglie, i cui membri volevano vivere tutti secondo il loro grado,
erano le questioni per causa di eredità: Bernardo Varano da Camerino
si sbarazzò coll'assassinio di due fratelli (1434), unicamente perchè
i suoi figli ne agognavano le ricchezze.[56] Se in qualche città un
tiranno si distingueva per un governo saggio, moderato, alieno dal
sangue e per la protezione accordata alla cultura, questi era di regola
un discendente di qualche grande famiglia, o almeno ne dipendeva per
ragioni politiche. Di questa specie fu, per esempio, Alessandro Sforza
principe di Pesaro,[57] fratello del grande Francesco e suocero di
Federigo da Urbino (morto nel 1473). Saggio amministratore e giusto ed
affabile regnante, costui, dopo una lunga carriera guerresca, ebbe un
regno tranquillo, durante il quale raccolse una splendida biblioteca e
passò il suo tempo in pie ed erudite conversazioni. Anche Giovanni II
dei Bentivogli di Bologna (1462-1506), la cui politica era modellata
su quella degli Estensi e degli Sforza, potrebbe essere registrato
nel numero di costoro. — Qual brutale ferocia invece non si riscontra
nelle famiglie dei Varani di Camerino, dei Malatesta di Rimini, dei
Manfredi di Faenza, e soprattutto dei Baglioni di Perugia! — Delle
vicende di questi ultimi sul finire del secolo XV noi abbiamo ampie
notizie da eccellenti fonti storiche — le cronache del Graziani e del
Matarazzo.[58]
I Baglioni erano una di quelle famiglie, la cui signoria non si era
mai trasformata in un vero principato, ma consisteva soltanto in una
supremazia esercitata dentro la cerchia della città e basata sulle
grandi ricchezze e sull'influenza effettiva nel conferimento delle
pubbliche dignità. Nell'interno della famiglia uno solo era riguardato
come il capo supremo di essa; ma un profondo e nascosto rancore regnava
tra i membri de' suoi rami diversi. Di fronte ad essi mantenevasi un
partito contrario, composto di nobili capitanati dagli Oddi. Intorno
al 1487 tutti erano in armi e le case dei grandi erano piene di
_bravi_: non passava giorno che non si commettesse qualche atto di
violenza: nell'occasione che dovea portarsi a seppellire uno studente
tedesco, stato quivi ucciso, due collegi si posero in armi l'un contro
l'altro, e talvolta i bravi di diverse case venivano a battaglia tra
loro sulla pubblica piazza. Indarno i commercianti e gli operai ne
movevano lamento: i governatori e i nipoti dei Papi tacevano o se ne
andavano al più presto possibile. Da ultimo gli Oddi furono costretti
ad abbandonare Perugia, e allora la città si convertì in una fortezza
assediata sotto la piena signoria dei Baglioni, ai quali anche il duomo
dovette servire di caserma. Le cospirazioni e le sorprese venivano
represse con terribili vendette: nell'anno 1491, dopo avere scannato
d'un tratto ben cento trenta congiurati introdottisi in città, e dopo
averne appeso i corpi alle mura del palazzo del comune, furono alzati
sulla pubblica piazza trentacinque altari e per tre giorni vi si fecero
celebrar messe e far processioni, per purgare e riconsacrare quel
luogo contaminato. Un nipote di Innocenzo VIII fu pugnalato di pieno
giorno sulla pubblica via; un altro di Alessandro VI, che vi era stato
spedito a metter la pace, dovette ritirarsi sotto il peso del pubblico
disprezzo. Per converso, ambedue i capi della casa dominante, Guido
e Rodolfo, ebbero frequenti colloqui colla santa e taumaturga monaca
domenicana suor Colomba da Rieti, la quale, sotto la minaccia di grandi
sventure avvenire, consigliava, ma infruttuosamente, la pace. — In
mezzo a tutto ciò il cronista non tralascia anche in questa occasione
di mettere in rilievo la devozione e la pietà dei migliori fra i
perugini. — Mentre Carlo VIII si avvicinava (1494), i Baglioni e gli
esigliati, accampatisi in Assisi e nei dintorni, condussero una guerra
di tal natura, che nella pianura interposta tutti gli edifici furono
atterrati, i campi rimasero incolti, i contadini si trasformarono in
audaci masnadieri, e non solo i cervi, ma i lupi altresì corsero a
loro agio quel terreno fatto deserto e vi trovarono gradito pascolo nei
cadaveri dei caduti, o, come allora dicevasi, nella «carne cristiana».
Quando Alessandro VI nel 1495 fuggì nell'Umbria dinanzi a Carlo
VIII, che ritornava da Napoli, trovandosi a Perugia, concepì l'idea
di sbarazzarsi per sempre dei Baglioni, e propose a Guido una festa
qualunque, un torneo o qualche cosa di simile, per averli tutti insieme
nelle sue mani; ma Guido fu pronto a rispondere che «il più bello di
tutti gli spettacoli sarebbe stato il vedere riuniti insieme tutti gli
uomini d'arme di Perugia»; e allora il Papa rinunziò al suo progetto.
Poco dopo gli espulsi tornarono a fare una nuova sorpresa, nella quale
i Baglioni non ottennero la vittoria se non in virtù del loro eroismo
personale. Fu in quella occasione che Simonetto Baglione, appena
diciottenne, tenne fronte con pochi sulla pubblica piazza a parecchie
centinaia di nemici e, caduto per più di venti ferite, si rialzò di
nuovo a combattere, sino a che accorse in suo aiuto Astorre Baglione,
il quale, alto sul suo cavallo e tutto armato di ferro dorato e con
un gran falcone sull'elmo, «si slanciò nella mischia pari al Dio Marte
nelle gesta e nell'aspetto».
Era quello il tempo, in cui Raffaello, fanciullo allor dodicenne,
studiava alla scuola di Pietro Perugino. Forse le impressioni di quei
giorni sono riprodotte e fatte eterne nelle sue prime figure in piccolo
di S. Giorgio e di S. Michele: forse sopravvive ancora, per non morire
mai più, una reminiscenza di esse nella figura dello stesso S. Michele
fatta in grande posteriormente; e se Astorre Baglione ha per avventura
avuto in qualche cosa la sua apoteosi, non potrebbesi cercarla altrove,
fuorchè nella figura del celeste guerriero nel gran quadro di Eliodoro.
Gli avversari parte erano periti, parte per paura si erano allontanati,
nè in seguito ebbero più la forza di tentar nuovi attacchi. Dopo
qualche tempo seguì una parziale riconciliazione e ad alcuni fu
concesso il ritorno. Ma Perugia non ridivenne per questo nè più
tranquilla nè più sicura: le discordie interne della famiglia dominante
proruppero allora in fatti ancor più spaventevoli. Contro Guido,
Rodolfo ed i loro figli Giampaolo, Simonetto, Astorre, Gismondo,
Gentile, Marcantonio ed altri sorsero uniti due pronipoti, Grifone e
Carlo Barciglia: quest'ultimo era al tempo stesso nipote del principe
Varano di Camerino e cognato di uno degli anteriori banditi, Geronimo
dalla Penna. Indarno Simonetto, che aveva sinistri presentimenti,
scongiurò suo zio a permettergli di uccidere questo Penna: Guido glielo
proibì. La cospirazione maturò improvvisamente nell'occasione delle
nozze di Astorre con Lavinia Colonna, a mezzo l'estate dell'anno 1500.
La festa cominciò e durò alcuni giorni tra sinistri indizi, il cui
aumentarsi ci vien descritto egregiamente dal Matarazzo. Il Varano,
che era presente, li ingannò tutti: a Grifone con arte diabolica fe'
balenare agli occhi la possibilità di regnar solo e lasciò credere
vera una supposta tresca di sua moglie con Giampaolo, e quando tutto fu
ordito, ad ognuno dei congiurati fu assegnata una vittima da scannare.
(I Baglioni aveano tutti abitazioni separate, la maggior parte nel
luogo, dove è l'attuale castello). Dei bravi, che erano presenti,
ognuno ebbe quindici uomini a' suoi ordini: gli altri furono posti in
vedetta. Nella notte del 15 luglio le porte furono forzate e compiuti
gli assassinii di Guido, di Astorre, di Simonetto e di Gismondo: gli
altri poterono fuggire.
Mentre il cadavere di Astorre giaceva, con quello di Simonetto, sulla
pubblica via, gli spettatori «e specialmente gli studenti stranieri»
furono uditi paragonarlo con quello di qualche antico romano: tanto
imponente e grandioso n'era l'aspetto. In Simonetto essi trovavano
l'espressione di un'audacia spinta all'estremo, come se la morte
stessa non avesse potuto domarlo. I vincitori si recarono attorno dagli
amici della famiglia, cercando di rendersi bene accetti, ma trovarono
tutti in lagrime ed occupati a preparar la partenza per fuggire alla
campagna. Frattanto quelli dei Baglioni che erano fuggiti, raccolsero
genti al di fuori, e poi, con Giampaolo alla testa, penetrarono il
giorno seguente nella città, dove altri aderenti, anch'essi minacciati
di morte dal Barciglia, s'affrettarono ad unirsi con loro: presso S.
Ercolano Grifone cadde nelle mani di Giampaolo, che lo abbandonò a'
suoi, perchè lo scannassero; ma il Barciglia ed il Penna riuscirono a
fuggire a Camerino presso il promotore principale di quella tragedia,
e così in un momento, quasi senza perdita alcuna, Giampaolo si trovò
padrone della città.
Atalanta, la bella e ancor giovane madre di Grifone, la quale il
giorno innanzi, insieme alla di lui moglie Zenobia e a due figli di
Giampaolo, si era ritirata in un podere e avea respinto da sè più
volte, non senza lanciargli la sua maledizione materna, il figlio
che s'affrettava a raggiungerla, accorse ora colla nuora e cercò del
figlio stesso già moribondo. Tutti fecero largo alle due donne: nessuno
voleva essere riconosciuto per l'uccisore di Grifone, per non tirarsi
addosso gli sdegni della madre. Ma s'ingannavano: ella stessa scongiurò
il figlio a perdonare a' suoi uccisori, ed egli morì ribenedetto
da lei e riconciliato con tutti. Con reverenza mista di pietà tutti
guardavano poscia alle due donne, quando con vesti ancora intrise di
sangue attraversarono la piazza. Quest'è quella Atalanta, per la quale
più tardi Raffaello dipinse la celebre sua _Deposizione_. Con quel
quadro ella depose il proprio dolore ai piedi della Regina di tutti gli
addolorati.
Il Duomo, che avea visto la maggior parte di queste tragedie nelle
sue vicinanze, fu lavato con vino e consacrato di nuovo. Ma rimase pur
sempre in piedi l'arco trionfale eretto per le nozze con suvvi dipinte
le gesta di Astorre e colle poesie laudative di colui, che ci narrò
tutti questi avvenimenti, il buon Matarazzo.
In seguito si formò una storia affatto leggendaria de' tempi anteriori
dei Baglioni, che non è se non un riflesso di queste atrocità. Secondo
questa leggenda, tutti i discendenti di questa casa sarebbero morti da
tempo immemorabile di morte violenta, una volta non meno di ventisette
d'un tratto; le loro case sarebbero state già anteriormente atterrate,
e coi materiali delle medesime sarebbero state selciate le vie ecc. Ma
il fatto è, che la distruzione vera e reale dei loro palazzi non ebbe
luogo che più tardi, sotto il governo di Paolo III.
In onta a tutto questo, e' pare che essi di quando in quando abbiano
avuto anche de' buoni intendimenti, come è certo che misero un po'
d'ordine nel loro partito e che protessero i pubblici ufficiali dagli
arbitrii della nobiltà. Sennonchè la maledizione pareva inseguirli,
e scoppiò di nuovo più tardi contro di essi, a guisa d'incendio solo
apparentemente domato. Giampaolo fu con lusinghe attirato a Roma nel
1520 sotto Leone X e quivi decapitato: uno de' suoi figli, Orazio, che
tenne Perugia solo per qualche tempo e in circostanze burrascosissime,
specialmente perchè parteggiava pel duca di Urbino ugualmente
minacciato dal Papa, inferocì ancora una volta in modo atrocissimo
contro la propria famiglia, assassinando uno zio e tre cugini, tanto
che il duca stesso gli fe' dire che era tempo di farla finita.[59]
Suo fratello, Malatesta Baglione, è il duce de' fiorentini, che nel
1530 si rese tristamente immortale col suo tradimento, e il figlio di
questo, Ridolfo, è quell'ultimo della famiglia, che coll'uccisione del
Legato papale e dei pubblici ufficiali conseguì nel 1534 una breve, ma
spaventevole signoria.
Coi tiranni di Rimini avremo occasione d'incontrarci ancora qua e
colà. — Audacia, empietà, talento guerresco e cultura assai raffinata
raramente si riunirono in un uomo solo, come in Sigismondo Malatesta
(morto nel 1467). Ma dove i misfatti sovrabbondano, come in questa
casa, quivi finiscono anche col preponderare sopra qualsiasi altra
qualità e col trascinare il tiranno nell'abisso. Il già menzionato
Pandolfo, nipote di Sigismondo, non giunse a sostenersi se non perchè i
Veneziani non volevano, ad onta di qualsiasi delitto, veder la caduta
di nessuno dei loro condottieri; e quando i suoi sudditi, per motivi
ragionevolissimi, lo bombardarono nella sua cittadella di Rimini
(1497), e poi lo lasciarono fuggire,[60] un commissario veneziano lo
ripose nella signoria, benchè macchiato di fratricidio e di ogni sorta
di scelleratezze. In capo a tre decenni però i Malatesta trovaronsi
ridotti alla condizione di poveri banditi. L'epoca del 1527 fu, come
quella di Cesare Borgia, veramente fatale a queste piccole tirannidi,
delle quali ben poche sopravvissero, ed anche queste con assai scarsa
fortuna. — Alla Mirandola, dove regnavano i piccoli principi della
famiglia Pico, dimorava nell'anno 1533 un povero letterato, Lilio
Gregorio Giraldi, che si era quivi rifugiato dal sacco di Roma al
tetto ospitale del canuto Giovan Francesco Pico (nipote del celebre
Giovanni). I dialoghi che egli ebbe col principe intorno al monumento
sepolcrale, che questi voleva preparare a sè stesso, diedero origine ad
uno scritto,[61] che nella dedica porta la data dell'aprile di quello
stesso anno. Ma quanto è triste il poscritto! «Nell'ottobre dello
stesso anno lo sventurato principe, assalito di notte tempo, perdette
il trono e la vita per opera di un figlio di suo fratello, ed io
stesso, gittato nella più profonda miseria, potei a stento salvare la
vita fuggendo».
Una pseudo-tirannide affatto priva di carattere proprio, come fu
quella, che Pandolfo Petrucci esercitò dal 1490 in poi nella città
di Siena, lacerata allora dalle frazioni, è appena degna di essere
ricordata. Incapace e crudele, egli regnò coll'aiuto di un professore
di diritto e di un astrologo, e sparse qua e là qualche terrore con
atti di violenza e di sangue. Suo passatempo prediletto in estate era
di rotolar massi di pietra dal monte Amiata, senza pensare dove e su
chi cadessero. A lui riuscì quello, a cui non avean potuto giungere
nemmeno i più astuti, di sottrarsi cioè alle insidie di Cesare Borgia:
tuttavia morì più tardi abbandonato e dispregiato da tutti. I suoi
figli però si sostennero ancor lungamente in una specie di mezza
signoria.