CAPITOLO III.

La Tirannide nel secolo XV.

Interventi e viaggi degl'imperatori. — Loro pretensioni messe

in disparte. — Mancanza di uno stabile diritto ereditario.

Successioni illegittime. — I condottieri quali fondatori di

stati. — Loro rapporti coi propri signori. — La famiglia

Sforza. — Progetti del giovane Piccinino e sua caduta. —

Posteriori tentativi dei condottieri.

Nel secolo XV la tirannide mostra già un carattere affatto diverso.

Molti dei piccoli ed anche alcuni dei grandi tiranni del secolo

precedente, come i Della Scala e i Carrara, erano già caduti in

basso; i più potenti, arricchiti delle spoglie altrui, si sono

riordinati all'interno in modo affatto speciale; Napoli riceve dalla

nuova dinastia aragonese un impulso più energico e vigoroso. Ma del

tutto caratteristico per questo secolo è lo sforzo dei condottieri

per crearsi uno stato indipendente, od anche una corona, ciò che

costituisce un passo ulteriore sulla via dei fatti compiuti, un premio

elevato all'ingegno e all'audacia. I piccoli tiranni, per assicurarsi

un rifugio, si mettono ora al servizio degli stati maggiori e si fanno

lor condottieri, il che procaccia loro danaro e impunità per parecchi

misfatti, e talvolta anche ingrandimento del loro territorio. Tutti

poi, presi insieme, grandi e piccoli hanno bisogno di sforzi maggiori,

debbono procedere più circospetti e guardinghi e astenersi da crudeltà

troppo immani. In generale non potevano osare che quel tanto di male,

che fosse stato necessario per riuscire nei loro scopi; — e questo

veniva lor perdonato, almeno da chi non ne restava offeso. Della

pietà religiosa, che tornò pure di tanto vantaggio agli altri principi

legittimi d'Occidente, qui non si ha traccia veruna; tutt'al più vi

si riscontra una specie di popolarità, che però non esce dalle mura

della città che serve di residenza: i principi italiani sentono che ciò

che deve loro maggiormente giovare, è il freddo calcolo e l'ingegno.

Un carattere come quello di Carlo il Temerario, che con impeto cieco

tende a scopi destituiti affatto d'ogni pratica utilità, era un

vero enigma per essi. «Gli Svizzeri non sono che poveri contadini e

quand'anche si uccidessero tutti, sarebbe questa pur sempre una magra

soddisfazione pei magnati di Borgogna, che per avventura perissero in

tale lotta! Quand'anche il duca giungesse a posseder la Svizzera senza

contrasto alcuno, le sue rendite annue non si aumenterebbero nemmeno

di 5000 ducati» ecc.[27] Ciò che in Carlo vi era di medievale, le sue

fantasie e idealità cavalleresche, non era cosa più comprensibile da

lungo tempo in Italia. Quando poi si seppe che co' suoi ufficiali e

comandanti usava unire ai rabbuffi gli schiaffi, e tuttavia li teneva

al suo servizio, che maltrattava le proprie truppe, per punirle di una

disfatta sofferta, e da ultimo, che in presenza di tutto l'esercito

sparlava de' suoi consiglieri intimi, — allora tutti i diplomatici

del mezzodì lo diedero per ispacciato.[28] Ma da un altro lato Luigi

XI, che nella politica superò gli stessi principi d'Italia, e che

non cessava di manifestare la sua ammirazione per Francesco Sforza,

rimase loro molto al di sotto, colpa la sua volgare natura, in fatto di

civiltà e gentilezza.

Una strana mescolanza di bene e di male è il carattere prevalente di

questi stati italiani del secolo XV. La personalità del principe è sì

colta, ed egli si presenta sotto un aspetto talmente importante per la

sua posizione e pel compito che si propone,[29] che un giudizio su lui

dal punto di vista morale riesce oltremodo difficile.

La base fondamentale della signoria è e rimane illegittima, e vi pesa

sopra come una maledizione, che non può cancellarsi. Le concessioni e

le investiture imperiali non valgono a mutare un tale stato di cose,

perchè il popolo non si cura di sapere, se i suoi padroni abbiano

comperato un brano di pergamena in paese straniero o da uno straniero

di passaggio per le loro terre.[30] Se gl'imperatori fossero stati

utili a qualche cosa, non avrebbero dovuto lasciar sorgere i tiranni:

quest'era il ragionamento delle moltitudini non istrutte. Sino dalla

spedizione a Roma di Carlo IV gl'imperatori non hanno che sanzionato in

Italia le tirannidi sorte senza di essi, ma non poterono guarentirle

con altro che con semplici _documenti_. La comparsa e la dimora

di Carlo in Italia non è che una delle più vergognose mascherate

politiche, che sieno state; ed ognuno può leggere in Matteo Villani[31]

in qual modo i Visconti lo menarono attorno pel loro territorio e da

ultimo lo scortarono a' confini, come egli corse da un luogo all'altro

a guisa di mercatante girovago per iscambiar con danaro al più presto

i suoi privilegi, con che meschino apparato fece il suo ingresso in

Roma, e come infine, senza nemmeno avere sfoderato la spada, se ne

tornò col sacco pieno al di là delle Alpi.[32] Almeno Sigismondo la

prima volta venne con la buona idea (1414) d'indurre papa Giovanni

XXIII a prender parte al Concilio, che egli aveva in animo di riunire;

e fu appunto in quella circostanza che, trovandosi insieme il Papa e

l'Imperatore sull'alto della torre di Cremona per godervi il prospetto

di gran parte della Lombardia, al loro ospite Gabrino Fondolo, tiranno

della città, passò pel capo il pensiero di farli precipitare al basso

ambedue. La seconda volta però anche Sigismondo comparve da vero

avventuriere, indugiandosi ben più di mezzo anno a Siena, dove era

ritenuto prigioniero qual debitore insolvente, e giungendo poscia a

stento in Roma, per farvisi incoronare. Che dovremo dir poi di Federigo

III? Le sue discese in Italia hanno l'aria di viaggi di vacanza o di

ricreazione fatti a spese di coloro, che desideravano veder confermati

con qualche brevetto imperiale i loro diritti, o di quelli che si

sentivano solleticati nella loro ambizione di poter dare pomposa

ospitalità ad un imperatore. Di quest'ultimi fu Alfonso di Napoli,

al quale l'onore della visita imperiale non costò meno di 150,000

fiorini d'oro.[33] In Ferrara, al suo secondo ritorno da Roma (1469),

Federico stette chiuso un dì intiero in una sala di udienza, occupato a

conferir titoli e dignità (non meno di ottanta); e vi nominò cavalieri,

dottori, notari, conti di diverso grado, vale a dir conti palatini,

conti col diritto di nominar dottori (anche cinque per volta), di

legittimar bastardi, di crear notari ecc.[34] Tutto ciò era gratuito,

in apparenza; sennonchè al di lui cancelliere dovevasi un segno di

riconoscenza per la redazione dei relativi documenti, riconoscenza che

ai ferraresi parve un po' cara.[35] Che cosa pensasse il duca Borso

nel vedere il suo imperiale protettore rilasciar tali diplomi e tutta

la sua piccola corte fare incetta di titoli, la storia non lo dice.

Ma gli umanisti, che allora avevano l'ultima parola in tutto, erano

divisi in due schiere, secondochè si trovavano, o no, cointeressati in

quel traffico. Perciò, mentre gli uni[36] festeggiavano l'imperatore

con quel giubilo convenzionale che era proprio dei poeti della

Roma imperiale, il Poggio per contrario non sa più che cosa voglia

propriamente significare l'incoronazione: avvegnachè gli antichi

non coronassero che gl'imperatori vittoriosi e di niun'altra corona,

fuorchè di alloro.[37]

Con Massimiliano I poi comincia, insieme all'intervento generale dei

popoli stranieri, una nuova politica imperiale verso l'Italia. Il

fatto con cui essa ebbe principio — l'investitura di Lodovico il Moro

coll'esclusione dell'infelice suo nipote dal trono — non era di tal

natura da poter promettere buona fortuna. Secondo la moderna teoria

degli interventi, quando due prepotenti vogliono fare in brani un

paese, anche un terzo può farsi innanzi e darvi mano; anche l'impero

adunque poteva ora pretendere la sua parte. Ma in tal caso non era più

da parlare di diritto, nè di giustizia. Quando Luigi XII era aspettato

a Genova (1502) e dal vestibolo della sala maggiore nel palazzo dei

Dogi fu tolta l'aquila imperiale per sostituirvi i gigli di Francia,

lo storico Senarega[38] chiese dappertutto che cosa propriamente

significasse quell'aquila rispettata in tante rivoluzioni, e quali

diritti l'Impero avesse su Genova? Nessuno gli seppe rispondere altro,

fuorchè l'antico ritornello, che Genova era una _camera imperii_. E

infatti nessuno in generale in Italia avrebbe saputo dare allora una

risposta decisiva su tali questioni. Soltanto quando Carlo V fu padrone

ad un tempo e dell'Impero e della Spagna, potè con le forze spagnuole

far valere le pretese imperiali; ma in fondo ciò che egli per tal

modo guadagnò, tornò a profitto, non già dell'Impero, ma bensì della

monarchia di Spagna.

Dalla illegittimità politica delle dinastie del secolo XV derivò alla

sua volta anche l'indifferenza rispetto alla nascita legittima che

agli stranieri, specialmente al Comines, parve tanto maravigliosa. La

si considerava quasi come una giunta sopra la derrata. Mentre nelle

famiglie principesche del nord, in quella di Borgogna, per esempio,

ai figli illegittimi non si assegnavano che determinati appannaggi,

come vescovati e simili, e mentre in Portogallo una linea spuria

non giungeva a sostenersi sul trono che mediante sforzi inauditi,

in Italia invece non v'era casa principesca, che non avesse avuto

e pazientemente tollerato nella stessa linea principale qualche

rampollo illegittimo. Gli Aragonesi di Napoli erano la linea bastarda

della casa, perchè l'Aragona propriamente detta toccò al fratello

di Alfonso I. Il grande Federigo di Urbino con ogni probabilità non

era un vero Montefeltro. Quando Pio II andò al congresso di Mantova

(1459), mossero ad incontrarlo in Ferrara otto discendenti illegittimi

della famiglia d'Este, fra i quali lo stesso regnante Borso e due

figli illegittimi del suo fratello e predecessore Leonello, ugualmente

illegittimo.[39] Inoltre quest'ultimo aveva avuto per legittima moglie

una principessa, che propriamente non era che una figlia naturale di

Alfonso I di Napoli, avuta da una africana.[40] Gl'illegittimi erano

anche di frequente ammessi alla successione, specialmente se i figli

legittimi erano minorenni quando qualche pericolo stringeva assai da

vicino; e così fu introdotta una specie di seniorato senza ulteriore

riguardo alla legittimità o illegittimità della nascita. L'opportunità

dell'individuo, il suo merito personale e la forza del suo talento

furono qui sempre più forti della legge e delle consuetudini invalse

in tutti gli altri paesi d'Occidente. Infatti erano i tempi, in cui

si vedevano i figli stessi dei Papi crearsi dei principati! Nel secolo

XVI, prevalendo l'influenza degli stranieri e della contro-riforma, che

allora incominciava, la cosa destò qualche maggiore scrupolo, e già il

Varchi trova che la successione dei figli legittimi «è comandata dalla

ragione e sin dai più remoti tempi voluta dal cielo».[41] Il cardinale

Ippolito d'Este fondava le sue pretese alla signoria di Firenze sul

fatto, che egli probabilmente derivava da un matrimonio legittimo, o

in ogni caso era figlio almeno di una madre uscita da nobile stirpe,

mentre il duca Alessandro avea avuto per madre una fantesca.[42] Ora

cominciano anche i matrimoni morganatici di affezione, che nel secolo

XV, per motivi di moralità e di politica, non avrebbero avuto alcun

senso.

Ma la più alta e più comunemente ammirata forma dell'illegittimità

nel secolo XV è quella del condottiere, il quale — qualunque sia

la sua origine — giunge a procacciarsi un principato. In sostanza

anche l'occupazione dell'Italia meridionale operata nel secolo XI

dai Normanni non era stata altra cosa; ma ora diversi tentativi di

questa specie cominciarono a tener la Penisola in perpetue agitazioni.

L'insediamento di un condottiero a signore di un paese poteva accadere

anche senza usurpazione, ogni qualvolta il principe che lo teneva al

suo soldo, mancando di denaro, pattuiva con lui una mercede in uomini

e terre,[43] le quali, senza di ciò, ed anche nel caso che licenziasse

la maggior parte della sua gente, gli erano necessarie per porvi al

sicuro i suoi quartieri d'inverno e le provvigioni più indispensabili.

Il primo esempio di un capo di bande provveduto in tal guisa è

Giovanni Hawkwood, che dal papa Gregorio XI ottenne Bagnacavallo e

Cotignola. Ma quando con Alberigo da Barbiano cominciarono ad apparire

sulla scena bande e condottieri italiani, parve anche più prossima

l'occasione di procurarsi qualche principato, o, se il condottiere

lo possedeva già, quella di allargarlo. Il primo grande trionfo di

questa avidità soldatesca fu festeggiato a Milano dopo la morte di

Giangaleazzo (1402): il governo de' suoi due figli (v. sopra pag. 19)

fu volto principalmente alla distruzione di questi tiranni giunti al

potere colla forza della propria spada, e dal maggiore di essi, Facino

Cane, i Visconti ereditarono non solo la vedova di lui (Beatrice di

Tenda), ma altresì un bel numero di città e 400,000 fiorini d'oro,

senza contare gli uomini d'arme del primo marito che Beatrice condusse

pure con sè.[44] Da questo tempo in poi prevalse in modo incredibile

quel rapporto affatto immorale tra i governi che stipendiavano e i

condottieri che si vendevano, che è tanto caratteristico del secolo

XV. Un vecchio aneddoto,[45] di quelli che sono veri e non veri

in ogni tempo e dovunque, lo dipinge presso a poco così: una volta

gli abitanti di una città (pare che s'intendesse Siena) avevano un

capitano, che li aveva liberati dall'oppressione straniera: ogni

giorno essi si consultavano sul modo migliore di ricompensarlo, e

trovavano che nessuna ricompensa, che fosse compatibile colle loro

forze, sarebbe stata adeguata, neanche se lo avessero creato signore

della loro città. Allora uno di essi si alzò e disse: uccidiamolo e poi

adoriamolo come nostro patrono. E così fu fatto, rinnovando il caso di

Romolo ucciso dal Senato romano. E veramente da nessuno i condottieri

avevano maggior bisogno di guardarsi, quanto dai principi o dai

governi, pei quali combattevano; poichè, se vincitori, erano riguardati

come pericolosi e fatti uccidere, come toccò a Roberto Malatesta

subito dopo la vittoria riportata per Sisto IV (1482); se vinti, si

vendicava in loro la sconfitta sofferta, come fecero i Veneziani col

Carmagnola (1432).[46] Dal punto di vista morale è un fatto degno

di molta considerazione, che i condottieri assai di frequente erano

obbligati di dare in ostaggio la propria moglie ed i figli, senza per

questo giungere a procacciarsi maggior fiducia da parte degli altri,

o sentir cresciuta la propria in questi. Avrebbero dovuto essere

eroi d'abnegazione, caratteri della tempra di Belisario, per tenersi

puri dall'odio, e solo una bontà interna a tutta prova avrebbe potuto

salvarli dal diventare malfattori perfetti. Qual maraviglia adunque

se noi li vediamo per la massima parte dispregiatori d'ogni cosa più

sacra, pieni di crudeltà e di perfidia contro chiunque, e anche al

limitare della morte indifferenti affatto alle scomuniche papali? Ma

al tempo stesso in alcuni la personalità e il talento si svilupparono

in sì alto grado da imporre a forza l'ammirazione e la riconoscenza dei

loro soldati, offrendo così nella storia il primo esempio di eserciti,

nei quali la forza impellente è senz'altro il credito personale del

duce. Una splendida prova se ne ha nella vita di Francesco Sforza,[47]

contro il quale nessun pregiudizio di classe fu mai tanto forte da

impedirgli di acquistarsi presso tutti la più grande popolarità e

di sapersene giovare a tempo opportuno: si sa infatti che più di una

volta i nemici, al solo vederlo, deposero spontaneamente le armi e lo

salutarono rispettosamente a capo scoperto, perchè ognuno riconosceva

in lui «il padre comune di tutti gli uomini d'arme». Questa famiglia

Sforza ha un altro lato interessante, ed è che di essa, più che di

qualunque altra, si possono seguire passo passo tutti i tentativi fatti

per giungere al principato.[48] Il fondamento di questa fortuna fu la

grande sua fecondità: Jacopo, il celebre padre di Francesco, non aveva

meno di venti tra fratelli e sorelle, tutti rozzamente allevati in

Cotignola, presso Faenza, al sentimento di una di quelle inestinguibili

vendette, che sono così frequenti in Romagna, contro la famiglia dei

Pasolini. Tutta la casa degli Sforza era trasformata in un arsenale e

in un corpo di guardia: la stessa madre e le figlie non respiravano che

sentimenti di vendetta e di sangue. Ancor tredicenne Jacopo si tolse di

là segretamente per recarsi innanzi tutto a Panicale presso Boldrino,

condottiere del Papa, quel medesimo, il quale anche morto continuava

a guidar le sue schiere, dandosi la parola d'ordine da una tenda tutta

circondata di bandiere, nella quale giaceva imbalsamato il suo corpo, —

sino a tanto che si trovò un successore che fosse degno di lui. Jacopo,

di mano in mano che co' suoi servigi cresceva in credito e potenza,

tirò con sè anche i suoi congiunti e per mezzo di essi si procacciò

quei vantaggi, che ad un principe procura sempre una numerosa dinastia.

Furono infatti questi congiunti che tennero insieme la sua armata

per tutto il tempo ch'egli languì prigioniero nel Castel dell'Uovo a

Napoli; e fu sua sorella che fece prigionieri colle stesse sue mani

i negoziatori di quella corte, e con questa rappresaglia lo salvò

dalla morte. Altri indizii della larghezza delle sue viste si ebbero

in questo, che Jacopo in affari pecuniari era scrupolosamente ligio

alla parola data, e con ciò si mantenne in credito, anche dopo qualche

rovescio, presso tutti i banchieri; che in qualsiasi occasione egli

prese sempre le parti del popolo contro la licenza della soldatesca;

che non trascorse mai a nessun atto di ferocia contro le città

conquistate e, più ancora, che non esitò a dare in moglie ad un altro

la celebre sua concubina Lucia (la madre di Francesco), per serbarsi

sempre libero di passare, data l'occasione, a nozze principesche. Ed in

quest'ultimo riguardo egli andò più oltre, non volendo che neanche i

suoi congiunti contraessero unioni non approvate da lui. Nel medesimo

tempo egli si tenne sempre lontano dall'empietà e dalla vita perduta

e rotta de' suoi compagni d'arme; e quando mandò pel mondo suo figlio

Francesco, lo congedò con tre avvertimenti essenzialmente pratici: «non

accostarti alla donna altrui; non battere alcuno de' tuoi e se l'hai

battuto, allontanalo più che puoi; non cavalcare nessun cavallo di

duro freno o che perda volentieri la ferratura». Ma prima d'ogni altra

cosa egli era, se non un grande capitano, almeno un grande soldato, e

poteva vantarsi di un corpo sano, robusto ed esperto in ogni genere di

esercizi; si conciliava la popolarità co' suoi modi franchi e schietti,

e possedeva una maravigliosa memoria, che gli faceva ricordare anche

dopo molti anni tutti i suoi soldati, lo stato del loro servizio,

i loro cavalli ecc. Colto non era che nella letteratura italiana;

ma nelle ore d'ozio amava erudirsi nella storia, e fece tradurre

dal latino e dal greco molti scrittori per suo uso particolare.

Francesco suo figlio, ancor più celebre di lui, volse sin da principio

chiaramente tutte le sue mire a crearsi una grande signoria, e con

splendidi fatti d'armi e con un tradimento assai destramente mascherato

giunse anche a farsi padrone della potente Milano (1447-1450).

Il suo esempio sedusse. Enea Silvio intorno a questo tempo

scriveva:[49] «nella nostra Italia, tanto vaga di mutamenti, dove nulla

ha stabilità e non sussiste omai più nessuno dei vecchi governi, non

è difficile che anche i servi possano divenir re». Uno specialmente

che si diceva egli stesso «il figlio della fortuna», preoccupava in

allora tutte le menti del paese: Giacomo Piccinino, figlio di Niccolò.

Era una questione d'interesse vivissimo e generale quella di sapere,

se anche egli riuscirebbe a fondare, o no, un principato. Gli Stati

maggiori erano evidentemente interessati ad impedirglielo, ed anche

Francesco Sforza trovava che sarebbe stato un vantaggio per tutti, se

la serie dei condottieri divenuti sovrani si fosse terminata con lui.

Ma le truppe e i capitani spediti contro il Piccinino, specialmente

nell'occasione che egli voleva impadronirsi di Siena, trovavano invece

che il loro tornaconto stava nel sostenerlo: «se la si fa finita con

lui (dicevan essi ad una voce), noi possiam tornarcene a lavorare le

nostre terre».[50] Perciò, nel tempo stesso che lo tenevano assediato

in Orbetello, lo fornivano essi medesimi di viveri, tanto che egli

potè da ultimo uscire da quel frangente a patti onorevolissimi. Ma

nemmen per questo riuscì a sottrarsi eternamente al proprio destino.

Tutta Italia presentiva già ciò che stava per accadere quand'egli, dopo

una visita fatta allo Sforza in Milano (1465), si condusse a Napoli

a visitare il re Ferrante. In onta a tutte le garanzie e ai rapporti

ch'egli aveva nelle regioni più elevate, quest'ultimo lo fece uccidere

nel Castel Nuovo.[51] Anche i condottieri, che possedevano stati

pervenuti loro per via di eredità, non furono mai pienamente sicuri:

quando Roberto Malatesta e Federigo di Urbino morirono nel medesimo

giorno, l'uno a Roma, l'altro a Bologna (1482), avvenne che ognuno di

essi, morendo, raccomandava all'altro il suo stato.[52] Il fatto è

che contro una classe di persone, che si permetteva tutti arbitrii,

tutto sembrava permesso. Francesco Sforza ancor molto giovane s'era

sposato ad una ricca ereditiera di Calabria, Polissena Ruffa, contessa

di Montalto e n'aveva avuto anche una figlia: — una zia le avvelenò

entrambe, per appropriarsi l'eredità.[53]

Dalla caduta del Piccinino in avanti, la formazione di nuovi stati

creati da condottieri parve uno scandalo da non doversi assolutamente

tollerar più, e i quattro stati maggiori, Napoli, Milano, la Chiesa e

Venezia sii unirono in un sistema d'equilibrio, che doveva impedirne la

rinnovazione. Nello stato della Chiesa, che formicolava di tirannelli,

stati in parte già condottieri o che lo erano ancora, sino dal tempo

di Sisto IV i soli nepoti del Papa s'attribuirono esclusivamente il

privilegio di tentar simili imprese. Ma non appena nella politica

si manifestava una oscillazione qualunque, ecco che i condottieri

ricomparivano. Sotto il debole governo di Innocenzo VIII poco mancò

che un capitano per nome Boccalino, stato già dapprima a servizio in

Borgogna, non si desse insieme alla città di Osimo, di cui s'era fatto

padrone, in mano a' Turchi;[54] e si dovette andar più che contenti,

quando egli, per la mediazione di Lorenzo il Magnifico, s'indusse

ad accomodarsi con una somma di danaro e ad andarsene. Nell'anno

1495, quando tutto andò a scompiglio per la venuta di Carlo VIII, un

Vidovero, condottiere da Brescia, volle fare esperimento delle sue

forze:[55] egli aveva preso già dapprima la città di Cesena, uccidendo

molti della nobiltà e della borghesia, ma il castello aveva resistito

ed egli aveva dovuto ritirarsi: ora, accompagnato da alcune genti

cedutegli da un altro ribaldo suo pari, Pandolfo Malatesta da Rimini,

figlio del nominato Roberto e condottiero al soldo dei Veneziani, tolse

all'arcivescovo di Ravenna la città di Castelnuovo. I veneziani, che

temevano di peggio ed oltre a ciò erano pressati dal Papa, ingiunsero

a Pandolfo «a fine di bene» di far prigioniero, datane l'occasione, il

suo buon amico, ed egli vi si prestò, benchè «a malincuore»; poco dopo

gli sopraggiunse il comando di farlo morir per le forche. Pandolfo non

potè usargli altro riguardo, fuorchè quello di farlo strozzare dapprima

nel carcere, e di mostrarlo morto al popolo. — L'ultimo notevole

esempio di tali usurpatori è il celebre castellano di Musso, il quale,

fra gli scompigli del milanese avvenuti in seguito alla battaglia di

Pavia (1525), improvvisò la sua sovranità sul lago di Como.

La civiltà del secolo del Rinascimento in Italia, Volume I · 第 11 / 48 题