CAPITOLO V.

Le maggiori case principesche.

Gli Aragonesi di Napoli. — L'ultimo Visconti di Milano. —

Francesco Sforza e la sua fortuna. — Galeazzo Maria e Lodovico

il Moro. — I Gonzaga di Mantova. — Federigo da Montefeltro,

duca di Urbino. — Ultimo splendore della corte urbinate. — Gli

Estensi a Ferrara; tragedie domestiche e fiscalità. — Traffico

dei pubblici uffici, polizia e lavori pubblici. — Merito

personale. — Fedeltà della capitale. — Il direttore di polizia

Zampante. — Partecipazione dei sudditi al lutto di corte. —

Pompa della corte. — Protezione accordata alle lettere.

Fra le dinastie più importanti quella degli Aragonesi vuol essere

considerata a parte. L'ordinamento feudale, che qui sin dal tempo dei

Normanni si mantenne come una _signoria_ inerente al possesso fondiario

dei Baroni, vi dà già un'impronta speciale allo Stato, mentre nel resto

d'Italia, eccettuata la parte meridionale del dominio della Chiesa e

poche altre regioni, non sussiste omai più che il semplice _possesso_

come tale, e lo Stato non permette più che diventi ereditario nessun

ufficio. Inoltre Alfonso il Magnanimo (morto nel 1488), che sin

dal 1435 divenne signore di Napoli, è di un'indole affatto diversa

da quella de' suoi veri o pretesi discendenti. Splendido in tutto,

dignitosamente affabile e quindi caro al popolo, non biasimato nemmeno,

anzi ammirato, per la tarda sua passione per Lucrezia d'Alagna, egli

non aveva che un solo difetto, quello di una grande prodigalità,[62]

ma con tutta la sequela delle inevitabili conseguenze, che sogliono

derivarne. Infedeli amministratori delle finanze furono dapprima

onnipotenti, e da ultimo vennero dal re, caduto in fallimento,

spogliati dei loro averi; una crociata fu indetta, ma al solo scopo di

poter taglieggiare anche il clero sotto questo pretesto: in occasione

di un grande terremoto avvenuto nell'Abruzzo, i superstiti dovettero

continuare a pagar l'imposta anche pei morti. In mezzo a tutto ciò

Alfonso accolse ospiti eccelsi alla sua corte con una magnificenza sino

allora inaudita, lieto di sprecare per chiunque, anche pe' suoi stessi

nemici (v. sopra p. 25). Nel rimunerar poi i lavori letterari non

conobbe misura; al Poggio regalò una volta d'un solo tratto cinquecento

monete d'oro per la traduzione latina della Ciropedia di Senofonte.

Ferrante, che venne dopo di lui,[63] passava per suo figlio illegittimo

avuto da una dama spagnuola, ma forse discendeva da qualche Moro

bastardo di Valenza. Fosse il sangue o le congiure ordite contro la

sua vita dai Baroni, che lo rendevano cupo e feroce, fatto è che tra

i principi di quel tempo egli figura come il più terribile di tutti.

Instancabilmente operoso, riconosciuto da tutti come una delle più

forti menti politiche e alieno al tempo stesso da ogni sregolatezza,

egli volge tutte le sue forze, tra le quali anche quella di un

implacabile odio e di una profonda dissimulazione, all'annientamento

completo de' suoi nemici. Offeso in quanto può avere di più geloso un

principe, mentre i capi dei Baroni erano da un lato congiunti a lui

per parentela e dall'altro alleati di tutti i suoi nemici esterni,

egli s'abituò alle imprese le più arrischiate, come a faccende, per

così dir, quotidiane. Per procacciarsi i mezzi di sostener questa

lotta al di dentro e le guerre al di fuori, egli procedette a un di

presso con quei modi violenti, che erano stati tenuti già da Federico

II. Infatti avocò a sè il traffico dei grani e degli olii, e al tempo

stesso concentrò il commercio in generale nelle mani di un ricco

negoziante, Francesco Coppola, il quale divideva con lui gli utili e

teneva nella sua dipendenza tutti i noleggiatori: prestiti forzosi,

esecuzioni e confische, aperte simonìe e gravose contribuzioni imposte

alle corporazioni ecclesiastiche procacciavano il resto. I passatempi

di Ferrante, oltre la caccia ch'egli esercitava senza rispettar legge

alcuna, furono di due specie: di aver, cioè, presso di sè i suoi nemici

o vivi in ben custodite prigioni o morti e imbalsamati nello stesso

costume, che soleano portare da vivi.[64] Egli sogghignava ferocemente,

quando parlava a' suoi più fidati dei prigionieri: e quanto alla

sua collezione di mummie, non ne fece mai mistero alcuno. Le sue

vittime erano quasi tutti uomini, dei quali egli s'era impadronito

per tradimento, ordinariamente invitandoli al suo reale banchetto. Del

tutto infernale poi fu il contegno usato col primo ministro Antonello

Petrucci, che avea logorato la vita e la salute al suo servizio, e del

cui spavento sempre crescente Ferrante si valse per estorcerne doni,

finchè da ultimo un'apparente complicità nell'ultima cospirazione

dei Baroni gli fornì il pretesto di imprigionarlo e di farlo morire,

insieme al Coppola. Il modo con cui tutto ciò è raccontato dal

Caracciolo e dal Porzio fa ancor oggi rabbrividire. — Dei figli del

re il maggiore, Alfonso duca di Calabria, ebbe negli ultimi tempi una

specie di correggenza: dissipatore brutale e feroce, superava il padre

in franchezza, e non si peritava minimamente di far palese anche il

suo disprezzo per la religione e i suoi riti. Indarno si cercherebbero

in questi principi almeno quei tratti di coraggio e di generosità

che s'incontrano in altri tiranni d'allora; e se pur s'interessano

talqualmente dell'arte e della cultura del loro tempo, non è che per

solo lusso od apparenza. In generale gli spagnuoli venuti in Italia

sono tutti più o meno profondamente corrotti: ma gli ultimi rampolli di

questa dinastia di Mori bastardi (1494 e 1503) mostrano una perversità,

che oggimai può dirsi un vizio organico di famiglia. Ferrante muore

tra sospetti e rancori: Alfonso accusa di tradimento il proprio

fratello Federigo, l'unico della casa che non fosse uno scellerato, e

lo offende nel modo il più indegno: da ultimo, egli stesso, che pure

fino a questo momento era stato riguardato come uno de' più valenti

capitani d'Italia, fugge senza consiglio in Sicilia e abbandona in

preda ai francesi e al tradimento di tutti il proprio figlio, il minore

Ferrante. Una dinastia, che avesse regnato come questa, avrebbe dovuto

almeno far pagar cara la sua rovina, se i suoi figli e nipoti dovevano

sperare, quando che fosse, una restaurazione. Ma _jamais homme cruel ne

fut hardi_, come disse in questa occasione assai giustamente, benchè da

un solo punto di vista, Comines.

Schiettamente italiano nel senso del secolo XV appare il principato nei

duchi di Milano, la signoria dei quali da Gian Galeazzo in poi è stata

una monarchia assoluta nel suo più completo sviluppo. Innanzi tutto

l'ultimo dei Visconti, Filippo Maria (1412-1447), è uno dei personaggi

più notevoli del tempo, e fortunatamente ne possediamo una eccellente

biografia.[65] In lui si vede con rigore pressochè matematico ciò

che la paura può fare di un uomo dotato di attitudini non comuni e

collocato in una posizione elevata. Tutta la sua politica non ha che

uno scopo, la sicurezza della sua propria persona, con questo solo

di buono, che il suo crudele egoismo non degenerò mai in furibonda

sete di sangue. Nel castello di Milano, che allora era circondato da

magnifici giardini, viali e steccati, egli se ne sta solitario, senza

uscire nemmeno una volta in molti anni a visitar la città. Le sue

escursioni si restringono a quelle città di provincia, dove egli ha

grandiosi castelli: la flottiglia che, tirata da rapidi destrieri, lo

porta qua e là pei canali da lui stesso costruiti, è disposta in modo

da prestarsi agli usi della più perfetta etichetta. Chi oltrepassava

la soglia del castello, doveva sottoporsi ad una visita rigorosissima:

là dentro poi nessuno doveva affacciarsi a qualsiasi finestra, per

timore che si facessero cenni con quei di fuori. Un sistema minuzioso

di esami era prescritto per coloro, che erano destinati a formar parte

del seguito personale del principe: indi venivano loro affidati i più

alti uffici diplomatici e privati, perchè non si faceva differenza tra

questi e quelli. — E, in mezzo a tutto ciò, quest'uomo condusse lunghe

e difficili guerre ed ebbe sempre tra mano affari politici della più

alta importanza, il che lo obbligava a spedire continuamente qua e là

uomini muniti di pieni poteri. Ma la sua sicurezza stava in ciò, che

nessuno nella sua corte si fidava degli altri, che i condottieri erano

sorvegliati da spie, e i plenipotenziari e gli ufficiali superiori

erano tenuti divisi tra loro da un sistema di discordie artificialmente

mantenute, specialmente coll'accoppiar sempre un uomo onesto con

un ribaldo. Anche nell'interno della sua coscienza Filippo Maria si

garantisce una perfetta tranquillità, adottando al tempo stesso una

doppia linea di condotta; credendo cioè all'influsso dei pianeti e ad

una cieca fatalità e inginocchiandosi tuttavia a tutti i santi del

cielo,[66] studiando gli antichi scrittori, ma dilettandosi altresì

dei romanzi francesi della cavalleria. Per ultimo egli, che non voleva

mai sentir menzionare la morte e che faceva perfino trasportar fuori

del castello, se moribondi, i suoi favoriti, perchè quell'asilo della

felicità non fosse contaminato dalla presenza di un cadavere,[67] egli

stesso affrettò volontariamente la propria fine, col farsi chiudere una

ferita e col ricusare una cavata di sangue, ed è morto con dignitosa

fermezza.

Il di lui genero e successore, il fortunato Francesco Sforza

(1450-1466), era forse, fra gl'italiani d'allora, l'uomo più di

qualunque altro fatto secondo l'indole del suo tempo. In nessun

altro, quanto in lui, si parve la vittoria del genio e della forza

individuale, e chi non voleva credere alla superiorità de' suoi

talenti, doveva almeno riconoscere in lui il prediletto della fortuna.

I milanesi andavano orgogliosi di avere ora un signore di tanta fama;

ed infatti nella circostanza del suo ingresso nella città la folla

del popolo acclamante gli si fece talmente d'attorno, che lo portò

a cavallo sin dentro al Duomo, senza che egli potesse smontare.[68]

Udiamo ora che cosa scrive di lui il papa Pio II colla sua solita

perspicacia: «nell'anno 1459, allorquando il duca intervenne al

congresso dei principi in Mantova, toccava oggimai il suo sessantesimo

anno (più precisamente il cinquantottesimo), ma stava a cavallo come

un giovane, alto e imponentissimo della persona, con lineamenti serii,

calmo ed affabile ne' discorsi, con contegno di vero principe, ed un

complesso di doti corporali e mentali senza pari nel nostro secolo:

— tale era l'uomo, che dalla più umile condizione seppe sollevarsi al

possesso di un trono. La moglie di lui era bella e virtuosa, i figli

graziosi come angioletti: raramente fu infermo; e in generale vide

il compimento di tutti suoi desiderii. Ciò non ostante dovette egli

subire altresì qualche contrarietà: la moglie gli uccise per gelosia

la ganza; i suoi antichi compagni d'arme ed amici, Troilo e Brunoro, lo

abbandonarono, disertando presso il re Alfonso: un altro, Ciarpollone,

dovette egli far morire sulle forche per tradimento; da parte del

fratello Alessandro gli toccò di vedersi sobbillati contro i francesi:

uno de' suoi figli cospirò contro di lui e dovette essere imprigionato;

la Marca di Ancona, da lui conquistata in una guerra, gli andò perduta

in un'altra guerra. Nessuno gode mai una felicità tanto incontrastata,

che non abbia comecchessia a lottare coll'avversità. Felice colui che

la incontra di rado!». Con questa definizione negativa della felicità

il dotto Papa si congeda dal suo lettore. Se egli avesse potuto gettare

uno sguardo nel futuro o soltanto voluto soffermarsi a considerare in

generale le conseguenze di una forma di governo affatto assoluta, non

gli sarebbe certamente sfuggita la causa vera di quella debolezza, che

stava tutta nella mancanza di buone ed elevate tradizioni famigliari.

Quei fanciulli, belli come angeli, ed oltre a ciò allevati con tante

cure e istrutti in tante discipline, soggiacquero fatti adulti, a tutte

le seduzioni del più sconfinato egoismo. Galeazzo Maria (1466-1476),

vago soltanto delle esterne apparenze, andava superbo della sua bella

mano, degli stipendi elevati che pagava, del credito finanziario

che godeva, del suo tesoro di due milioni di fiorini d'oro, degli

uomini illustri che lo circondavano, dell'armata e delle cacce che

manteneva. Egli dava inoltre facili udienze, perchè aveva la parola

facile, massimamente quando si trattava di ridurre al silenzio qualche

ambasciatore veneziano.[69] Ma in mezzo a ciò sovrabbondavano i

capricci, come quello, ad esempio, di far dipingere a figure una stanza

in una sola notte; e quel che è peggio, spaventevoli atrocità contro

coloro che più gli stavano da vicino, o insensate sregolatezze. Ma

tale contegno parve tirannico ad alcuni esaltati: essi lo uccisero e

diedero con ciò lo Stato nelle mani de' suoi fratelli, uno dei quali,

Lodovico il Moro, pretermettendo in seguito l'incarcerato nipote,

avocò a sè l'intera signorìa. A questa usurpazione si connettono

l'intervento dei Francesi e le sventure di tutta Italia. Ma il Moro

è la più perfetta figura principesca di questo tempo, e, come figlio

dell'epoca sua, bisogna accettarlo quale è. In onta alla più profonda

immoralità dei mezzi, egli mostra un'ingenuità affatto caratteristica

nell'uso che ne fa: probabilmente si sarebbe maravigliato, se qualcuno

avesse voluto fargli comprendere, che vi è una responsabilità morale

anche per questi, anzi con ogni verosimiglianza si sarebbe vantato,

come di una virtù, dell'essersi con ogni possibilità astenuto da

qualsiasi sentenza di morte. La venerazione quasi favolosa che gli

Italiani mostravano per la sua abilità politica, egli l'accettava come

un omaggio dovutogli:[70] e ancora nel 1496 si vantava che il papa

Alessandro era il suo cappellano, l'imperatore Massimiliano il suo

condottiere, Venezia il suo ciambellano, e il re di Francia il suo

corriere, che doveva andare e venire, secondochè a lui talentava.[71]

Perfino nel supremo pericolo egli fu visto calcolare con maravigliosa

freddezza (1499) tutti i possibili espedienti e far assegnamento (il

che gli torna ad onore) sulla bontà della natura umana: egli respinse

le offerte di suo fratello, il cardinale Ascanio, che proponeva

di tenersi fermo nel castello di Milano, perchè prima aveano avuto

acerbe contese fra loro: «Monsignore, non abbiatelo a male, di voi

non mi fido, quand'anche siate mio fratello»; e prepose al comando

del castello stesso (che dovea essere «il pegno del suo ritorno») un

uomo, che aveva sempre beneficato,[72] — e che però lo tradì alla sua

volta. — All'interno il Moro pose ogni cura per amministrare bene e

vantaggiosamente lo Stato, per modo che anche nell'ultimo tempo egli

contava, tanto a Milano, che a Como, sull'amore che gli si portava;

ma è vero altresì, che verso la fine del suo dominio (dal 1496 in

poi) egli aveva aggravato soverchiamente la mano sui contribuenti,

usando talvolta mezzi crudeli, come fece, per esempio, a Cremona,

dove per viste puramente precauzionali fece impiccare un ragguardevole

cittadino, che osò alzar la voce contro le nuove gravezze; ed è vero

eziandio che, da quel tempo in poi, egli nelle udienze usò tener

lontani da sè i supplicanti mediante una sbarra,[73] in guisa che

bisognava elevare il tono della voce per farsi intendere da lui. —

Alla sua corte, la più splendida d'Europa, dopochè non esisteva più

quella di Borgogna, l'immoralità trionfava nel modo il più scandaloso:

il padre prostituiva la figlia, il marito la moglie, il fratello

la sorella.[74] Ma il principe si mantenne almeno sempre attivo, e,

come figlio delle proprie azioni, si trovò sempre nella schiera di

coloro, che appunto dovevano la propria posizione alle loro qualità

personali, i dotti, i poeti, e gli artisti in genere. L'accademia da

lui fondata[75] dovea servire innanzi tutto all'uso suo particolare,

anzichè al comodo di una scolaresca da istruire; nè in generale cullava

tanto la fama degli uomini illustri che si tirava vicini, quando ne

cercava la compagnia e i servigi. Si sa che Bramante in sul principio

non ebbe che uno scarsissimo emolumento;[76] Leonardo però sino al

1496 fu stipendiato assai lautamente; — del resto qual cosa avrebbe

potuto trattenerlo a questa corte, se egli non vi fosse rimasto

spontaneamente? Il mondo gli stava aperto dinanzi, quanto forse a

nessun altro mortale di quel tempo, e se v'ha cosa che dimostri esservi

stata pur qualche qualità superiore in Lodovico, essa è certamente

questa prolungata dimora presso di lui di quel misterioso maestro. Ed

anche più tardi, se Leonardo prestò i suoi servigi ad un Cesare Borgia

e ad un Francesco I, non è improbabile che egli lo abbia fatto sol per

aver trovato in ambedue qualche cosa di straordinario e di superiore al

loro tempo.

Dei figli del Moro, che dopo la sua caduta furono malamente allevati

da gente straniera, il maggiore, Massimiliano, non ha più alcuna

rassomiglianza col padre; ma il minore, Francesco, non era almeno

inaccessibile a qualche tratto di nobile entusiasmo. Milano, che

in questi tempi mutò tanti padroni e con tanto suo danno, cercò

almeno di guarentirsi dalle reazioni, e indusse i Francesi, che nel

1512 si ritiravano dinanzi alle armi della Lega Santa e a quelle

di Massimiliano, a rilasciarle una dichiarazione, nella quale era

detto che i Milanesi non ebbero veruna parte nella loro espulsione e

potevano quindi, senza farsi rei di fellonìa, darsi in mano ad un nuovo

conquistatore.[77] Anche sotto il rapporto politico è da notare che

l'infelice città in simili momenti di transizione era solita, al pari

di Napoli al momento della fuga degli Aragonesi, di sottostare ad un

formale saccheggio esercitatovi da bande di malfattori (talvolta anche

assai ragguardevoli).

Due signorìe in modo speciale bene ordinate e rappresentate da

principi abilissimi sono, nella seconda metà del secolo XV, quella

dei Gonzaga in Mantova e quella dei Montefeltro in Urbino. I Gonzaga,

quanto ai rapporti di famiglia, erano abbastanza concordi fra loro,

ed era vôlto oggimai un bel tratto di tempo che presso di loro non

si erano verificati assassinii segreti, ed essi potevano, quando

qualcuno moriva, mostrarne pubblicamente il cadavere. Il marchese

Francesco Gonzaga[78] e sua moglie Isabella d'Este, per quanto anche

vi sia stato qualche dissapore tra loro, appaiono nella storia una

coppia rispettabile e concorde, che educò figli illustri e fortunati

in un tempo, in cui il loro piccolo, ma importantissimo Stato si

trovò esposto a gravissimi pericoli. Che Francesco, come principe e

condottiere, avesse dovuto seguire una politica leale ed onesta, non

era cosa, alla quale in allora potessero pretendere nè l'imperatore,

nè i re di Francia, nè Venezia; ma egli diè prova, almeno dopo la

battaglia al Taro (1495) e per quanto riguardava l'onore delle armi,

di sentimenti patriottici, e comunicò questi stessi sentimenti alla

propria consorte. Ed infatti da quel tempo in poi ella non vede

in qualsiasi manifestazione di leale eroismo, quale per esempio la

difesa di Faenza contro Cesare Borgia, che un nobile sforzo diretto a

salvare l'onore italiano. Per giudicare di lei noi non abbiamo bisogno

di ricorrere a quanto ne dissero gli artisti e gli scrittori, che

largamente ricambiarono la bella principessa della protezione loro

accordata; le sue stesse lettere ci mostrano abbastanza in lei la

donna intrepidamente ferma, cautamente circospetta ed amabile al tempo

stesso. Il Bembo, il Bandello, l'Ariosto e Bernardo Tasso mandavano

i loro lavori a questa corte, benchè piccola e impotente e spesso

anche scarsa a danari; ma, dopo lo scioglimento della vecchia corte

di Urbino (1508), non vi fu più in nessun luogo un centro di maggiore

cultura, ed anche la corte di Ferrara vi era in complesso superata,

specialmente per la maggior libertà che vi si godeva. Isabella s'intese

molto addentro nell'arte, e il catalogo della sua piccola, ma scelta

pinacoteca non può esser letto senza ammirazione da alcun vero amico

dell'arte.

Urbino possedeva nel grande Federigo (1444-1482), fosse egli un vero

Montefeltro o no, uno dei più illustri rappresentanti del potere

principesco. Come condottiere, egli aveva quella politica moralità,

che era propria di questo genere di persone, e di cui essi non erano

colpevoli che per metà: come principe del suo piccolo territorio, egli

seguì la politica di consumare in esso il danaro guadagnato al di fuori

e di opprimerlo il meno possibile di gravezze. Di lui e de' suoi due

successori Guidobaldo e Francesco Maria fu scritto: «eressero edifici,

promossero l'agricoltura, vissero sempre in patria e tennero al loro

soldo buona quantità di armati: il popolo li ebbe cari».[79] Ma non

solamente lo Stato, bensì anche la corte era un organismo in ogni senso

egregiamente architettato e condotto. Federigo intratteneva cinquecento

persone: le cariche di corte vi erano complete quanto in qualsiasi

delle corti dei maggiori monarchi; ma nulla vi si sprecava, tutto

aveva uno scopo, e un severissimo sindacato vegliava su tutto. Qui

non giuochi, non corruzioni, non dissipazioni, perchè la corte doveva

essere al tempo stesso una scuola di educazione militare pei figli

di altre grandi case, ai quali il duca si teneva altamente onorato

di far impartire una soda istruzione. Il palazzo ch'egli si edificò,

non era de' più splendidi, ma spirava un'aria di pieno classicismo

per la felice sua disposizione: in esso egli raccolse il suo maggior

tesoro, la celebre biblioteca. Siccome egli si sentiva perfettamente

sicuro in un paese, dove ognuno godeva de' suoi beneficii e nessuno

elemosinava, così egli usciva sempre disarmato e quasi senza seguito;

e in ciò nessun principe avrebbe potuto certamente imitarlo, sia quando

egli s'aggirava pe' suoi giardini aperti a chiunque, sia quando sedeva

ad un banchetto molto frugale in una sala del tutto aperta, facendosi

leggere qualche passo di Livio o libri ascetici in tempo di quaresima.

Dopo il pranzo egli si recava ad udire una lezione di antichità, e di

là passava al chiostro delle Clarisse, per intrattenersi al parlatorio

coll'abbadessa di cose spirituali. La sera assisteva volentieri agli

esercizii ginnastici della gioventù della sua corte nel prato di S.

Francesco, dove si ha una così splendida prospettiva, e s'interessava

grandemente perchè nelle sorprese e nelle corse essi apprendessero a

muoversi con arte perfetta. La sua costante preoccupazione era quella

di mostrarsi facile ed accessibile a tutti: visitava gli artefici, che

lavoravano per lui, nelle officine, dava udienze e sbrigava le istanze

dei singoli possibilmente il giorno stesso che gli venivano presentate.

Nessuna maraviglia quindi che la gente, quando egli passava per le vie,

s'inginocchiasse dinanzi a lui e gli gridasse dietro: «Dio ti mantenga,

signore!» Gli eruditi poi lo chiamavano senz'altro «luce d'Italia».[80]

Suo figlio Guidobaldo, dotato di grandi qualità, ma vittima di perpetue

infermità e disgrazie, potè finalmente nel 1508 affidare il suo Stato

a mani sicure, vale a dire al nipote Francesco Maria, nipote al tempo

stesso di papa Giulio II, e questi riuscì almeno a salvare il paese da

una stabile dominazione straniera. Singolare è la sicurezza, con cui

questi principi si rassegnano e fuggono, Guidobaldo dinanzi a Cesare

Borgia, Francesco Maria dinanzi alle truppe di Leone X: essi sanno che

il loro ritorno riescirà tanto più facile e desiderato, quanto meno i

sudditi avranno sofferto da una inutile resistenza. Anche Lodovico il

Moro faceva un calcolo somigliante, ma egli dimenticava i molti altri

motivi d'odio che stavano contro di lui. — La corte di Guidobaldo, come

scuola della più elevata cultura, è stata resa immortale da Baldassare

Castiglione, il quale fece rappresentare la sua egloga, il _Tirsi_,

dinanzi a quella società quasi per renderle omaggio (1506), e più

tardi (1518) collocò i dialoghi del suo _Cortegiano_ nel circolo della

coltissima duchessa (Elisabetta Gonzaga).

La signoria degli Estensi a Ferrara, Modena e Reggio tiene in

modo affatto speciale una via di mezzo tra l'assolutismo e la

popolarità.[81] Nell'interno del palazzo accadono fatti spaventevoli:

una principessa è decapitata insieme ad un figliastro per supposto

adulterio (1425): principi legittimi ed illegittimi fuggono dalla corte

e sono minacciati anche all'estero da assassini inviati ad inseguirli,

come accadde nel 1471: oltre a ciò, continue cospirazioni dal di fuori:

il bastardo di un bastardo vuol rapire a forza la signoria al legittimo

erede (Ercole I): più tardi (1493) si vuole che quest'ultimo abbia

avvelenato la moglie per aver saputo che ella voleva avvelenar lui, e

ciò per incarico avuto dal di lei fratello Ferrante di Napoli. L'atto

finale di questa tragedia lo si ha nella congiura di due bastardi

contro i loro fratelli, il reggente duca Alfonso e il cardinale

Ippolito (1506); congiura che, scoperta a tempo, fu punita col carcere

a vita. — Anche la fiscalità si esercita in modo amplissimo in questo

Stato, e deve esercitarvisi, sia perchè esso è il più minacciato di

tutti gli altri grandi e mediocri d'Italia, sia perchè ha bisogno in

sommo grado di agguerrirsi e fortificarsi. Vero è, che colle crescenti

gravezze avrebbe dovuto crescere in egual misura il materiale benessere

del paese, ed infatti il marchese Niccolò (molato nel 1441) espresse

più volte il desiderio che i suoi sudditi potessero dirsi più ricchi

di quelli di qualunque altro Stato. Ora, se la popolazione rapidamente

aumentata può far testimonianza di un benessere veramente raggiunto,

egli è anche un fatto importante e degno di considerazione, che ancor

nel 1497 in Ferrara (comecchè straordinariamente ampliata) non si

trovavano più case da affittare.[82] Ferrara è la prima città moderna

di Europa: qui, prima che altrove, sorsero per volere dei principi

ampie e regolari contrade: qui, col concentramento degli ufficii

e coll'attirarvi l'industria, si formò una vera capitale: ricchi

esuli da tutta l'Italia, e più specialmente da Firenze, trovarono

qui allettative bastanti per fermarvi la loro dimora e costruirvi

palazzi. Tuttavia le imposizioni indirette almeno debbono avervi

raggiunto un grado di sviluppo assai elevato e appena sopportabile.

Bensì il principe ebbe anche qui la stessa cura che ebbero altri

altrove, per esempio Galeazzo Maria Sforza a Milano, di far cioè

venire grano dall'estero in casi di grandi carestie[83] e di ripartirlo

gratuitamente, a quanto sembra; ma in tempi ordinari egli si compensava

con estesi monopolii, se non di grani, certo di molti articoli di

sussistenza, quali le carni salate, i pesci, le frutta e le civaie,

le quali ultime venivano con molta cura coltivate intorno e sulle

mura di Ferrara. Tuttavia l'entrata più considerevole era pur sempre

quella che proveniva dalla vendita dei pubblici ufficii, che si faceva

annualmente, usanza che del resto era diffusa in tutta Italia, ma della

quale non abbiamo precise informazioni se non in ciò che riguarda

la città di Ferrara. In occasione del nuovo anno 1502, per esempio,

si narra espressamente, che moltissimi comperarono i loro ufficii

_a prezzi salati_, e si citano singolarmente nomi di amministratori

di diversa specie, di esattori di gabelle, di massari, di notai, di

podestà, di giudici e perfino di capitani, vale a dire degli ufficiali

superiori del duca sparsi nella provincia. Fra questi «mangia-popoli»,

come allor si chiamavano, e che realmente erano odiati dal popolo

«più che il demonio», trovasi nominato anche un Tito Strozza, che

vorremmo credere non sia stato il celebre poeta latino. — Intorno alla

medesima epoca usava ogni duca di fare un giro in persona per Ferrara,

che dicevasi _andar per ventura_, e di farsi regalare almeno dai più

abbienti. I doni non consistevano in danaro, ma ordinariamente in

prodotti naturali.

Ora l'orgoglio del duca[84] era questo che in tutta Italia si sapesse,

che in Ferrara i soldati ricevevano esattamente il loro soldo e i

professori dell'Università il loro stipendio nel giorno della scadenza,

che le truppe non potevano in nessun caso mai aggravar la mano

arbitrariamente sulle popolazioni della città e della campagna, che

Ferrara era imprendibile e che nel castello vi era un ingente tesoro in

danaro sonante. Di una separazione delle casse non si parlava nemmeno:

il ministro di finanza era al tempo stesso ministro della casa ducale.

Le costruzioni di Borso (1430 fino al 1471), di Ercole I (sino al

1505), e di Alfonso I (sino al 1534) furono assai numerose, ma per lo

più di poco rilievo:[85] e in ciò si riconosce una casa principesca,

che, in onta al suo amore per le pompe — (Borso non si mostrava mai in

pubblico se non in abbigliamenti tessuti in oro e carico di gioielli),

— non vuol però mai lasciarsi andare a veruna spesa inconsiderata.

Si direbbe anzi che Alfonso presentisse già anticipatamente la triste

sorte, a cui sarebbero soggiaciute le sue graziose, ma piccole ville,

tanto quella di Belvedere co' suoi ombrosi giardini, quanto quella di

Montana co' suoi begli affreschi e le sue fontane zampillanti.

Egli è innegabile che la stessa loro posizione perpetuamente minacciata

suscitò in questi principi una grande abilità personale: in una

esistenza cotanto artificiale non poteva moversi con buon successo

che un uomo di genio, che dovea provare col fatto di esser degno della

signoria che teneva. I caratteri di ciascuno hanno in generale dei lati

deboli assai pronunciati, ma pure in tutti vi era qualche cosa di ciò

che allora costituiva il tipo ideale di un principe, quale se l'erano

formato gl'Italiani. Qual regnante d'Europa, per esempio, può citarsi,

che in quel tempo abbia fatto di più di Alfonso I per darsi una vera

e soda cultura? Il suo viaggio in Francia, in Inghilterra e nei Paesi

Bassi fu un vero viaggio di erudito, e gli procacciò effettivamente

una conoscenza molto profonda del commercio e dell'industria di quei

paesi.[86] Ella è cosa veramente stolta il rimproverargli, come altri

fa, i lavori da tornitore, ai quali si dedicava nelle sue ore d'ozio,

quando si sa che a questi andava congiunta un'abilità veramente

magistrale nella fonderia dei cannoni e una liberalità superiore ad

ogni pregiudizio nel saper attirare intorno a sè i maestri in ogni

genere d'industria. — I principi d'Italia non si limitano, come i loro

contemporanei del nord, a trattare esclusivamente con una nobiltà, la

quale si crede l'unica classe degna di considerazione a questo mondo

e trascina anche il principe in questo errore: in Italia il regnante

può e deve conoscere ognuno, ed anche la nobiltà, sebbene ristretta in

una data cerchia pel privilegio della nascita, nei rapporti sociali ha

bisogno di un valore affatto personale e non di casta, come più innanzi

avremo occasione di dimostrare.

I sentimenti dei Ferraresi verso questa casa regnante sono il più

strano miscuglio di una tacita venerazione, di una devozione ben

calcolata e riflessa, di una fedeltà e sudditanza intese affatto nel

senso moderno: si sente che all'ammirazione personale si sostituisce

già un nuovo sentimento, quello del dovere. La città di Ferrara eresse

nel 1451 al principe Niccolò (morto nel 1441) una statua equestre in

bronzo sulla pubblica piazza: Borso non esitò punto (1454) a collocare

vicino ad essa la propria, pure in bronzo, ma seduta, ed oltre a

ciò la città gli decretò, ancor nei primordi del suo reggimento, una

«colonna trionfale di marmo». Un ferrarese, che all'estero (in Venezia)

avea sparlato pubblicamente di Borso, al suo ritorno, denunciato, fu

punito dal tribunale col bando e colla confisca dei beni, e poco mancò

che un cittadino zelante sino al fanatismo non lo uccidesse dinanzi

ai giudici: egli dovette però colla corda al collo venire dinanzi al

duca e implorarne il perdono. In generale questo principato è molto

ben provveduto di spie, e il duca stesso esamina dì per dì la lista

dei forestieri, che gli albergatori sono rigorosamente tenuti di

presentare. Di Borso si pretende che egli la esigesse innanzi tutto

per viste di ospitale liberalità,[87] non volendo lasciar partire

da Ferrara nessun ragguardevole forestiero, senza avergli reso

onoranza: ma è certo che Ercole I invece riguardava la cosa come una

semplice misura di sicurezza.[88] Anche in Bologna, sotto Giovanni

II Bentivoglio, ogni forestiero che passasse di là, doveva, entrando

in città, farsi rilasciare una cedola per poter poi uscirne.[89] —

Grandissima popolarità si procaccia il principe quando improvvisamente

priva d'ogni potere i pubblici funzionarii che ne abusano, quando,

come fece Borso, arresta di propria mano anche i suoi più intimi

consiglieri, quando destituisce vituperosamente, come fece Ercole I,

un esattore, che per lunghi anni avea succhiato il sangue del popolo:

egli è appunto allora che, in segno d'allegrezza, s'accendono fuochi

e si suonano le campane. Ma con uno di costoro Ercole lasciò andar

le cose troppo oltre, vogliamo dire col direttore di polizia o, come

allora lo si chiamava, col _capitaneo di giustizia_, Gregorio Zampante

di Lucca (perchè per ufficii di questo genere non sembrava adatto

nessuno, che fosse nativo del luogo). Dinanzi a costui tremavano

perfino i figli e i fratelli del duca: le ammende ch'egli infliggeva,

ammontavano sempre a centinaia e a migliaia di ducati, e la tortura

cominciava prima ancora del processo. Al tempo stesso però egli era

tutt'altro che inaccessibile alla corruzione, e con menzogna sapeva

procurare ai più grandi malfattori l'impunità e la grazia del duca.

Non è a dire quanto caro i sudditi avrebbero pagato l'allontanamento di

questo «nemico di Dio e degli uomini!». Ma Ercole invece l'aveva fatto

suo compare e cavaliere, e il Zampante poneva in serbo ogni anno non

meno di 2000 ducati, benchè in mezzo a questo egli continuasse a non

cibarsi d'altro che di piccioni allevati in casa, nè si arrischiasse

di uscire, se non accompagnato da un drappello di arcieri e di sgherri.

Sarebbe invero stato tempo di sbarazzarsene; e poichè non lo faceva il

duca, se ne incaricarono due studenti ed un ebreo battezzato, ch'egli

aveva mortalmente offeso, e questi lo scannarono nella stessa sua

abitazione (1496), mentre faceva la siesta, indi su cavalli tenuti

pronti percorsero tutta la città, gridando: «fuori fuori, abbiamo

ucciso il Zampante!» La truppa spedita ad inseguirli non giunse che

troppo tardi, quando essi erano già pervenuti in luogo sicuro oltre al

confine. Naturalmente piovvero d'ogni parte gli scherzi e le satire,

le une sotto forma di sonetti, le altre sotto quella di canzoni.

Ma, prescindendo da questi casi speciali, egli è affatto conforme

all'indole di questo principato, che il sovrano detti altresì a tutta

la sua corte e alla popolazione le attestazioni di stima, ch'egli vuole

accordate a coloro che lo servono utilmente. Allorchè nel 1469 morì

il consigliere intimo di Borso, Lodovico Casella, nessun ufficio e

nessuna bottega nella città, come anche nessuna scuola nell'Università,

rimase aperta nel giorno che lo si portò a seppellire, e ognuno dovette

accompagnarne la salma a S. Domenico, perchè si sapeva che vi sarebbe

andato anche il duca. Ed infatti egli — primo di casa d'Este, che

abbia seguito il cadavere di un suo suddito — se ne veniva piangendo

e vestito a bruno subito dopo la bara, e dietro di lui seguivano

immediatamente, accompagnati ciascuno con uno dei grandi della corte,

due congiunti del trapassato: e, finita la ceremonia religiosa,

alcuni nobili portarono il corpo del borghese fuori della chiesa nella

crociera del sagrato, dove fu sepolto. In generale la partecipazione

ufficiale alle gioie e ai dolori dei principi è usanza, che ha avuto il

suo principio appunto in questi Stati italiani.[90] Il fondo di questa

usanza può avere il suo lato bello in uno squisito senso di umanità,

ma la manifestazione di esso, specialmente nei poeti, è di regola

molto ambigua. Una delle poesie giovanili di Ariosto,[91] scritta per

la morte di Leonora d'Aragona, moglie di Ercole I, contiene, oltre

gli inevitabili fiori mortuari che si spargono a piene mani in tutti

i tempi, anche alcuni tratti che arieggiano lo stile moderno: «questa

morte ha percosso Ferrara di tal colpo, che essa ne serberà la memoria

per lunghi anni: la benefattrice è divenuta avvocata nel Cielo, perchè

la terra non era più degna di possederla: l'angelo della morte non

le si avvicinò colla falce insanguinata, come agli altri mortali,

ma con aria onesta e in aspetto così benigno, che ella stessa non

temette». Ma noi c'incontriamo altresì in altra e ben diversa comunanza

di sentimenti, noi troviam novellieri, ai quali nulla doveva star

tanto a cuore, quanto il favore delle case ove frequentavano (perchè

di questo favore vivevano), che ci narrano le avventure galanti di

principi ancora viventi[92] in guisa tale, che nei secoli posteriori

avrebbe sembrato toccare il colmo dell'indiscrezione, e allora pareva

un tratto ingenuo di schietta cortigianeria. Anche i poeti lirici

cantavano le facili passioni dei loro eccelsi protettori talvolta anche

legittimamente ammogliati: Angelo Poliziano, fra gli altri, quelle

di Lorenzo il Magnifico, e con tuono ancor più accentato Gioviano

Pontano quelle di Alfonso di Calabria. Le poesie in tale riguardo

scritte da quest'ultimo[93] rivelano, senza volerlo, l'animo abbietto

dell'Aragonese, il quale anche nel campo amoroso vuol essere sempre il

più fortunato, e guai a chi lo fosse più di lui! — S'intende poi da

sè che i più grandi pittori, tra i quali lo stesso Leonardo, trovano

naturalissimo di dover dipingere le belle dei loro padroni.

Ma i principi estensi non aspettarono la loro apoteosi dagli altri, e

se la regalarono invece da sè medesimi. Borso si fece ritrarre nel suo

palazzo di Schifanoia in una serie di quadri, che lo rappresentavano

in diversi momenti del suo governo, ed Ercole festeggiò (la prima

volta nel 1472) il giorno anniversario del suo avvenimento al trono

con una processione, che non pare fosse in nulla inferiore a quella del

_Corpusdomini_: tutte le botteghe erano chiuse come in giorno festivo:

tutti i membri della casa, anche gli illegittimi, marciavano nel centro

in ricchissimi abbigliamenti ricamati in oro. — Che ogni potere e

dignità partisse dal principe e dovesse riguardarsi come una prova di

particolare distinzione da parte sua, era cosa ormai universalmente

ammessa a questa corte sino da quando vi era stato creato l'ordine

dello _Sprone d'oro_, che non aveva nulla che fare colla Cavalleria

del Medio-Evo.[94] Ercole I, oltre allo sprone, dava anche una spada,

un mantello ricamato in oro ed una dotazione, per la quale senza

dubbio si esigeva una servitù regolare. La protezione accordata alle

lettere e alle arti, per la quale questa corte acquistò rinomanza

mondiale, si estendeva in parte all'Università, che era una delle più

complete d'Italia, ma presupponeva in parte anche un servizio a corte

e nello Stato, nè costò mai grandi sacrificii. Il Bojardo, quale ricco

gentiluomo di provincia e pubblico funzionario, entrava senza dubbio

in quest'ultima categoria: quando l'Ariosto cominciò ad essere qualche

cosa, non vi erano omai più, almeno nel loro vero significato, nè la

corte di Milano, nè quella di Firenze, e ben presto neanche quella di

Urbino, per tacere di quella di Napoli, ed egli dovette accontentarsi

di una posizione che lo metteva a fascio coi musicanti e coi buffoni

del cardinale Ippolito, sino a che Alfonso lo assunse al proprio

servizio. Diversamente andarono più tardi le cose con Torquato Tasso,

del cui possesso la corte si mostrò veramente gelosa.

La civiltà del secolo del Rinascimento in Italia, Volume I · 第 13 / 48 题