La Tirannide nel secolo XIV.
Finanze e loro rapporti colla civiltà. — L'ideale di un
principe assoluto. — Pericoli interni ed esterni. — Giudizio
dei Fiorentini sui tiranni. — I Visconti sino al penultimo.
Le maggiori e minori tirannidi del secolo XIV sono una prova evidente
del come esempi consimili non andarono punto perduti. Le loro immanità
parlavano abbastanza altamente, e la storia le ha circostanziatamente
descritte; ma, come Stati destinati a sostenersi da sè e a non contare
che sopra le proprie forze, e organizzati in conformità a questo scopo,
presentano pur sempre una particolare importanza.
Il calcolo freddo ed esatto di tutti i mezzi, di cui in allora nessun
principe fuori d'Italia aveva nemmeno un'idea, congiunto con una
potenza quasi assoluta dentro i limiti dello Stato, fece sorgere qui
uomini e forme politiche affatto speciali.[7] Il segreto principale del
regnare stava, pei tiranni più accorti, nel lasciare possibilmente le
imposte quali ognuno di essi le aveva trovate o fissate al principio
della sua signorìa. Tali erano: un'imposta fondiaria basata sopra un
catasto; determinati dazi di consumo, e gabelle pure determinate sopra
l'importazione e l'esportazione: vi si aggiungevano poi le rendite
dei dominii privati della casa regnante. Esse non oltrepassavano
mai un certo limite, tranne il caso di un notevole aumento nella
pubblica prosperità e nel commercio. Di prestiti, quali si vedevano
effettuarsi nelle comunità repubblicane, qui non si parlava neppure;
e più volentieri si ricorreva a qualche ardito colpo di mano, quando
si poteva prevedere che non avrebbe prodotto veruna scossa, come, per
esempio, la destituzione e la spogliazione, all'uso affatto orientale,
dei supremi magistrati della finanza.[8]
Con queste rendite si cercava di provvedere a tutti i bisogni della
piccola corte, alla guardia personale del principe, ai mercenari
assoldati, alle pubbliche costruzioni, — nonchè ai buffoni ed
agli uomini d'ingegno, che formavano il seguito del regnante.
L'illegittimità, circondata da continui pericoli, isola il tiranno:
l'alleanza più onorevole ch'egli possa stringere, è quella degli uomini
superiori, senza riguardo alcuno alla loro origine. La liberalità dei
principi del nord nel secolo XIII s'era ristretta ai cavalieri, vale a
dire alla nobiltà che serviva e cantava. Non così il tiranno italiano:
sitibondo di gloria e vago di trionfi e di monumenti, egli pregia
l'ingegno come tale, e se ne giova. Col poeta e coll'erudito si sente
sopra un terreno nuovo, e quasi in possesso di una nuova legittimità.
Universalmente noto sotto questo rapporto è il tiranno di Verona, Can
Grande della Scala, il quale negl'illustri esuli accoglieva alla sua
corte i rappresentanti di tutta Italia. Gli scrittori se ne mostrarono
riconoscenti: Petrarca, le cui visite a questa corte trovarono un
biasimo così severo, ci dà il tipo ideale più completo di un principe
del secolo XIV.[9] Dal suo mecenate — il signore di Padova — egli
pretende molte e grandi cose, ma in modo tale da mostrare ch'egli ne
lo crede anche capace. «Tu non devi essere il padrone, ma il padre
de' tuoi sudditi e devi amarli come tuoi figli, anzi come membra del
tuo stesso corpo. Armi, guardie e soldati puoi tu adoperare contro
i nemici; — co' tuoi concittadini devi ottener tutto a forza di
benevolenza. Bene inteso, io dico i soli cittadini che amano l'ordine;
poichè chi ogni giorno va in cerca di mutamenti, è un ribelle, un
nemico dello Stato, e contro simile genìa una severa giustizia deve
aver sempre il suo corso».[10] Entrando poi ne' particolari, vi si
scorge la finzione affatto moderna dell'onnipotenza dello Stato: il
principe deve aver cura di tutto, restaurare e mantenere le chiese e
i pubblici edifizi, sorvegliare la polizia delle strade, prosciugar le
paludi, regolare la vendita del vino e dei grani, ripartire equamente
le imposte, soccorrere i poveri e gl'infermi e accordar la sua
protezione e la sua confidenza agli uomini illustri, perchè questi soli
gli assicurano un posto glorioso presso la posterità.[11]
Ma, per quanti possano essere stati i lati luminosi e i meriti
personali di taluni fra questi principi, tuttavia il secolo XIV
riconosceva o almeno presentiva la breve durata e l'effimera
sussistenza della maggior parte delle tirannidi. Siccome istituzioni
politiche di questo genere per lor natura son destinate a mantenersi
tanto più stabilmente, quanto maggiore è l'estensione del loro
territorio, così era anche naturale che i principati più potenti
fossero sempre proclivi ad ingoiare i più deboli. Quale ecatombe di
piccoli signori non fu sacrificata in questo tempo ai soli Visconti!
— A questi pericoli esterni poi corrispondeva quasi sempre un cupo
fermento all'interno, e questo stato di cose non poteva certamente non
esercitare una sinistra influenza sull'animo del principe. L'arbitrio
male inteso e lo sfrenato egoismo da un lato, i nemici e i cospiratori
dall'altro lo trasformavano quasi inevitabilmente in tiranno nel
peggior senso della parola. Avesse egli almeno potuto fidarsi de'
suoi più prossimi congiunti! Ma dove tutto era illegittimo, non poteva
neanche parlarsi di un diritto stabile di eredità, sia riguardo alla
successione al trono, come altresì riguardo alla ripartizione dei beni,
e appunto nei momenti di maggior pericolo un risoluto cugino od uno
zio si sostituivano, nell'interesse stesso dell'intera famiglia, al
posto del legittimo erede minorenne od inetto. Anche l'esclusione o il
riconoscimento dei figli illegittimi davano occasione a liti continue.
E così accadde, che un numero ragguardevole di queste famiglie si trovò
avere nel seno non pochi di tali congiunti malcontenti e sitibondi
di vendetta; il che non di rado condusse poscia al tradimento aperto
e alle stragi domestiche. Altri, vivendo all'estero in qualità di
fuggiaschi, si chiudono in paziente aspettativa, come ad esempio
quel Visconti che, stando a pescare sul lago di Garda,[12] al messo
del suo rivale, che lo avea richiesto quando pensasse di ritornare a
Milano, seccamente rispose: «non prima che le scelleratezze del tuo
padrone abbiano superato le mie». Talvolta sono altresì i congiunti del
principe che lo sacrificano alla pubblica moralità troppo altamente
offesa, per salvare così gl'interessi della dinastia.[13] Altrove la
signoria è ancora proprietà dell'intera famiglia per modo che il capo
di essa è obbligato di sentire il parere dei membri che la compongono,
ed anche in questo caso la divisione del possesso e della potenza è
causa frequente di acerbi rancori.
Tutti questi fatti eccitano assai per tempo il più profondo disprezzo
negli scrittori fiorentini d'allora. Già il fasto stesso ed il lusso,
col quale i principi cercavano forse non tanto di soddisfare alla
propria vanità, quanto d'impressionare la fantasia del popolo, è
fatto segno ai loro più amari sarcasmi. Guai se un signore sorto di
fresco capita loro tra mano, come fu il caso appunto dell'intruso
Doge Agnello da Pisa (1364), che usava uscire a cavallo con uno
scettro d'oro in mano e, tornato a casa, mostravasi dalla finestra
appoggiato a guanciali e a drappi pure tessuti in oro «a quel modo
che soglionsi mostrar le reliquie de' Santi», facendosi servire in
ginocchio, quasi fosse un Papa od un Imperatore.[14] Ma più spesso
ancora questi vecchi fiorentini assumono un tuono grave e serio. Dante
intende e caratterizza egregiamente il lato ignobile e volgare della
cupidigia e dell'ambizione dei nuovi principi. «Che cosa vogliono dire
le vostre trombe, e i corni e i flauti e le tibie, se non: venite,
venite, carnefici, venite, avoltoi?».[15] Il castello della tirannide
non s'immagina che in sito eminente ed isolato, riboccante d'insidie
e di carceri, vero ricettacolo di miseria e di ribalderìe.[16] Altri
predicono sventure a chiunque s'accosti o serva il tiranno,[17] che
da ultimo trovano degno esso stesso di compassione, costretto, com'è,
ad odiare tutti i buoni e gli onesti, a non fidarsi di chicchessìa e
a leggere ad ogni momento in viso a' suoi sudditi la speranza della
sua caduta. «A quello stesso modo, scrive M. Villani, che le tirannidi
nascono, crescono e si rassodano, così nasce e cresce con loro
l'elemento segreto, che deve trarlo a rovina».[18] E tuttavia si tace
di ciò che costituiva il più spiccato contrasto tra le città libere e
i principati: Firenze infatti tendeva allora a promovere il maggiore
sviluppo possibile della individualità, mentre i tiranni non vogliono
emergere che essi stessi, con gl'immediati loro aderenti. Il sindacato
sulle persone si esercitava in modo rigorosissimo, come ne fanno prova
gli uffici allora generalizzati dei passaporti.[19]
Lo spavento e la miseria di tali condizioni assumevano agli occhi
dei contemporanei un aspetto ancor più speciale per le superstizioni
astrologiche e per l'empietà di taluni fra quei tiranni. Quando
l'ultimo dei Carrara non fu più in grado di agguerrire le mura e le
porte di Padova spopolata dalla pestilenza e assediata dai Veneziani
(1405), gli uomini della sua guardia lo udirono spesso nel silenzio
della notte invocare il demonio, «perchè lo uccidesse!».
Il tipo più completo e più istruttivo di queste tirannidi del
secolo XIV si ha indubbiamente nei Visconti di Milano, dalla
morte dell'arcivescovo Giovanni (1354) in poi. In Bernabò pel
primo riscontrasi una quasi somiglianza di famiglia coi più feroci
imperatori romani:[20] l'affare di Stato più importante è la caccia
dei cinghiali del principe: chi a questo riguardo si permette il più
piccolo arbitrio, è messo a morte fra inauditi tormenti: il popolo
tremante deve nutrirgli i suoi cinquemila e più cani da caccia, sotto
la più stretta responsabilità per la loro salute. Le imposte vengono
percette nei modi più odiosi, che si possano immaginare: sette figlie
ricevono una dote di 100,000 fiorini d'oro ciascuna, e, in onta a ciò,
un enorme tesoro si trova accumulato nelle mani del principe. Alla
morte di sua moglie (1384) una notificazione «ai sudditi» intima che,
come altre volte essi parteciparono alle gioie del loro signore, così
ora devono dividere con lui il dolore, e quindi portare il lutto per
un intero anno. — Senza riscontro poi è il colpo di mano, con cui il
nipote di lui Giangaleazzo giunse ad averlo nelle sue mani (1385),
per mezzo di una di quelle trame ben riuscite, nel riferire le quali
trema il cuore anche agli storici più lontani.[21] In Giangaleazzo si
vede a gran tratti il tiranno, che aspira soltanto a cose colossali.
Egli spese non meno di 300,000 fiorini d'oro in gigantesche opere
d'arginatura, per poter divergere a suo talento il Mincio da Mantova e
il Brenta da Padova, e togliere così ogni mezzo di difesa a queste due
città,[22] e non par lungi dal vero ch'egli abbia pensato altresì ad un
prosciugamento delle lagune di Venezia. Fondò la Certosa di Pavia, «il
più maraviglioso di tutti i conventi»[23] e il Duomo di Milano, «che
in grandezza e magnificenza supera tutte le chiese della cristianità»;
e forse anche il palazzo di Pavia, cominciato da suo padre Galeazzo e
da lui condotto a compimento, era in allora la più splendida residenza
principesca, che vi fosse in Europa. In questo egli trasportò la sua
celebre biblioteca e la grande collezione di reliquie sacre, nelle
quali egli aveva una fede affatto particolare. Con tali idee sarebbe
stato strano che in politica non avesse steso la mano alle più alte
corone. Il re Venceslao lo fece duca (1395); ma egli non pensava a
meno che al regno di tutta Italia[24] o alla corona d'imperatore,
quando invece si ammalò e morì (1402). Si vuole che tutti i suoi Stati
presi insieme gli fruttassero in un anno la rendita ordinaria di un
milione e dugento mila fiorini d'oro, oltre ad altri 800,000 di sussidi
straordinari. Dopo la sua morte, il dominio, che egli con ogni sorta di
violenze avea messo insieme, andò in brani, e appena poterono essere
conservate le provincie più vecchie che lo componevano. Chi può dire
che cosa sarebbero divenuti i suoi figli Giovanni Maria (morto nel
1412) e Filippo Maria (morto nel 1447), se fossero vissuti altrove e
con altre tradizioni di famiglia? Ma, come eredi di questa casa, essi
ereditarono anche l'enorme cumulo di scelleratezze e vigliaccherie, che
vi si era venuto ingrossando di generazione in generazione.
Anche Giovanni Maria alla sua volta va celebre pe' suoi cani, ma
non son più cani da caccia, bensì mastini ch'egli aveva addestrati a
sbranar uomini vivi, e dei quali ci furono tramandati anche i nomi,
come degli orsi dell'imperatore Valentiniano I.[25] Allorquando nel
maggio dell'anno 1409, mentre durava ancora la guerra, il popolo
affamato gridava sul suo passaggio _pace! pace!_, egli scatenò su di
esso le sue soldatesche, che scannarono duecento persone; e dopo ciò
proibì, pena la forca, di pronunciar le parole _pace_ e _guerra_, e
prescrisse perfino agli ecclesiastici di dire nella Messa _dona nobis
tranquillitatem_, in luogo di _pacem_. Da ultimo alcuni congiurati
giovaronsi destramente del momento, in cui il gran condottiere
del pazzo duca, Facino Cane, giaceva gravemente infermo a Pavia, e
assassinarono Giovanni Maria presso la chiesa di S. Gottardo a Milano;
ma il morente Facino fece giurare lo stesso giorno a' suoi ufficiali
di sostenere l'erede Filippo Maria, ed egli stesso per di più propose
che la moglie sua, Beatrice di Tenda, si sposasse, dopo la sua morte, a
quest'ultimo,[26] ciò che si verificò anche ben presto.
Ed in tempi come questi Cola di Rienzo s'immaginava di poter fondare
sull'entusiasmo cadente della borghesia già corrotta di Roma un nuovo
Stato, che comprendesse tutta l'Italia! In verità che, accanto a tali
principi, egli ha l'aria piuttosto di un povero illuso o di un folle.