[422] Maravigliarsi egli della prudenza dei Latini, i quali,

gloriandosi principalmente della scienza delle leggi, trovavansi poi in

gravissima trasgressione della legge; e mentre tenacissimi seguaci si

vantavano della giustizia, i tanti affamati e sitibondi l'ingiustizia

loro evidentemente mostravano.

[423] I Milanesi chiama a consiglio, e ad essi chiede come fedeli

mantenere si debba le città dell'Italia; i quali gli danno il consiglio

che suoi podestà, per mezzo de' suoi nunzi, costituisca coloro che

nelle città d'Italia riconosce ad esso fedeli... Il quale consiglio

l'imperatore lodando, fino a tempo opportuno, chiuso nel suo cuore lo

mantenne.

[424] Rispondono, non potere essi farlo in alcun modo; promettevano

tuttavia di fare interamente tutto quello che contenevasi nel

privilegio dell'imperatore, che io _Vincenzo_ scritto aveva per parte

dell'imperatore e del re di Boemia.

[425] Cioè che essi medesimi elegessero i consoli che volessero, ed

eletti li presentassero all'imperatore, o al di lui nunzio, affinchè

giurassero all'imperatore stesso fedeltà. All'opposto i nunzi

dell'imperatore rispondono, avere essi dato in Roncaglia all'imperatore

il consiglio che, per mezzo de' suoi nunzi, nelle città della

Lombardia stabilisca i podestà; onde anch'essi facciano uso di questo

avvisamento.

[426] Veggasi il citato _Dobner_, tom. I, pag. 61 e 62.

[427] Nelle loro sortite tentarono o d'incendiare le macchine, o di

distruggere le torri, o di ferire mortalmente alcuni dei nostri; nè

fuvvi alcun genere di audacia o di ostinazione che essi, ignari delle

cose future, ommettessero; e mentre già abbattuta reputavasi la loro

superbia, tumidi gloriavansi delle commesse sceleratezze.

[428] _Radevic._, lib. 2, cap. 45.

[429] Comanda adunque che vendetta si faccia dei loro prigionieri, e

ordina che appiccati siano alle mura.

[430] Il popolo però, contumace, troppo ansioso di rendere la pariglia,

trasse esso pure in egual modo al supplizio alcuni dei nostri, che

prigionieri trovavansi.

[431] Ordina che si conducono gli ostaggi loro al numero di quaranta,

affinchè sieno appiccati.

[432] Allora intanto conduconsi prigionieri sei militi tra i nobili

milanesi, i quali erano stati trovati in luogo, ove coi Piacentini

perfidi ragionamenti tenevano... Perciocchè, come sopra si è detto,

anche allora Piacenza al principe aderiva con finta devozione e

simolata obbedienza.... Questi adunque.... ordina che condotti sieno al

supplizio, e lo stesso fine ebbero essi della vita, che già toccato era

ai primi.

[433] _Radevic._, lib. 2, cap 46.

[434] Per impulso del serenissimo imperatore Federico.

[435] Lib. 2, pag. 260.

[436] E già a ruina della città moltissime macchine si appressavano,

e già le torri elevate ad altissima mole cominciavano ad attaccarsi.

Coloro allora con grandissima forza e pertinacia si diedero a resistere

e ad allontanare le torri dalle mura, e coi loro strumenti e con validi

colpi di pietre, a sconcertare le macchine nostre. Credendo però il

principe di potere domare i feroci loro animi, ordinò che ai loro

guerreschi ordigni (che ora nominati sono mangani, e che al numero di

nove nella città trovavansi), si opponessero i loro ostaggi medesimi,

alle macchine nostre legati. I sediziosi, cosa incognita presso i

barbari, e cosa orrenda a dirsi, e che a udirsi sembrerà incredibile,

le torri con colpi non meno frequenti percuotevano; nè punto li

commoveva la compassione del sangue e dell'età, nè la comunanza dei

vincoli naturali. E in questo modo alcuni fanciulli, colpiti dalle

pietre, miseramente perirono. Altri, più miseramente ancora vivi

rimanendo, pendenti attendevano quella crudelissima strage e l'orrore

di asprissima calamità. Oh sceleratezza!

[437] Lib. 2, cap. 47.

[438] Usciti essendo dallo stesso castello circa ventimila uomini di

diverse condizioni, fu quello dato alle fiamme, e ne fu permesso ai

soldati il saccheggio.

[439] Lib. II, cap. 42.

[440] Pag. 327.

[441] _Federigo_, per grazia di Dio imperatore de' Romani e sempre

augusto. Crediamo che la prudenza vostra sia informata che un dono così

grande della divina grazia, a lode e gloria del nome di Cristo, tanto

evidentemente conferito al nostro onore, non può rimanere occulto o

nascondersi come cosa privata. Il che noi significhiamo all'amor vostro

ed al vostro desiderio, affinchè possiamo tenervi, siccome carissimi

e fedeli, così ancora partecipi dell'onore e della gioia nostra.

Imperocchè il dì seguente alla festa della Conversione di _san Paolo_,

Dio ci accordò compiuta vittoria di Crema, e così gloriosamente di essa

abbiam trionfato, che appena a que' miseri abitanti concedemmo la vita.

Conciossiachè le leggi tanto divine quanto umane attestano che propria

del principe è la somma clemenza.

[442] Vicende di Milano con Federico I, imperatore, pag. 55.

[443] Per ciascuna parrocchia della città elette furono due persone,

e tre di queste da ciascuna porta, delle quali una io fui, affinchè,

secondo l'arbitrio loro si vendessero le vettovaglie e il vino e le

mercatanzie, e il danaro si dêsse a prestito, il che ridondò a ruina

della città.

[444] _Hist. Rer. Laudens. Rer. Italic. Script._, tom. XI, col. 1094.

[445] Tutti afflitti erano dalla fame e dall'inopia; il marito,

snudando la spada, assaliva la moglie, il suocero la nuora, il fratello

l'altro fratello, il padre il figliuolo, perchè frodati dicevansi del

pane, e dappertutto udivansi discordie domestiche e private contese.

[446] _Trist. Calch. Hist. Patr._, lib. 10, pag. 209.

[447] Appianiamo le fosse, dirocchiamo le mura, distruggiamo tutte le

torri, e tutta la città traggiamo a ruina ed a desolazione.

[448] _In Dacherii Spicil._, tom. V. — _Pagi, Crit. Baron. ad annum_

1162, num. 26.

[449] Poscia le mura della città e le fosse e le torri furono a poco a

poco distrutte, e così tutta la città di giorno in giorno venne sempre

ridotta a ruina e a desolazione.

[450] Il popolo viene espulso dalla città: il muro tutto all'intorno

atterrato: gli edifizi sono spianati al suolo, eccettuati i templi dei

santi.

[451] _Pistor. Nidan., Rer. German. Script., Ratisponae_, 1751, tom. I,

pag. 678.

[452] I Milanesi, spinti dall'assedio, dalla fame, dall'inopia,

dalla discordia, per mezzo di ambasciatori chieggono dall'imperatore

misericordia.... l'imperatore, che proposto erasi di farli perire con

diversi supplizi, a terrore degli altri, accordando loro la vita e

concedendo che seco portassero quanto potevano delle cose necessarie,

li disperse nelle province in modo che facoltà non avessero di

rientrare nella città; quindi comandò che i suoi soldati nella città

entrassero, e si distruggessero le mura, le torri, gli alti e superbi

palazzi, e tutti gli edifizi.

[453] Nella stessa raccolta del Pistorio, tom. I, pag. 914.

[454] I Milanesi, stretti già da quattro anni d'assedio dal re e

dall'esercito italico e teutonico, dopo molte illustri imprese di

militare audacia, finalmente, attediati dalle calamità e dall'inedia,

piuttosto che vinti dalla forza delle armi, supplichevoli stendono le

mani all'imperatore, sè stessi e tutte le cose loro cedendo al regio

potere. Ricevuti adunque alla dedizione gli ottimati e il popolo, il

re, colle aquile vincitrici e con grande concorso di popolo, entrò

verso la domenica delle Palme, e, conceduto avendo ai cittadini la vita

e il possedimento di tutte le loro suppellettili, per di lui ordine si

spianano le fortificazioni, le mura, le torri e qualunque luogo munito;

gli altri edifizi, eccettuata la chiesa matrice e le altre chiese,

vengono dalla vorace fiamma consunti, e quella città opulentissima...

si spiana sino al suolo.

[455] I Milanesi, dopo l'eccidio della loro città, in vigore di editto

imperiale, quattro borghi nei quattro diversi punti fabbricarono.

[456] _Manckenius, Scriptores Rer. Germanicar._, Lipsiae, 1730, tomo

III, columnis 220 e 222.

[457] Le mura della città abbatte e tutto spiana al suolo.

[458] Nella citata raccolta del Menckenio, allo stesso volume, colonna

1708.

[459] I Milanesi però, non potendo resistere ad impeto così grande,

stanchi dalle frequenti devastazioni, dalla fame, dalla sete, da

diverse perdite, dai tormenti e dalle uccisioni dei fratelli e degli

amici loro, cagionate dai principi tanto della Lombardia, quanto della

Teutonia, cercano il modo di trovare grazia presso l'imperatore; ad

essi così si risponde dai principi: che in alcuna guisa non potranno

ottenere la grazia dal signor imperatore, se dapprima non abbiano nelle

mani dello stesso signor imperatore consegnata Milano. E per consiglio

dei fedeli suoi vengono alla città di Lodi, e, sedendo l'imperatore

sul suo tribunale coi suoi principi, portando innanzi ad esso le chiavi

di tutte le porte milanesi, alla presenza di esso e di tanti principi,

co' piedi nudi si prostrano a terra. Per comando dell'imperatore sono

avvertiti di levarsi in piedi; e tra essi _Aluchero_ di Vimercate così

comincia a parlare: Peccammo, ingiustamente facemmo, perciocchè contra

l'imperatore de' Romani, signore nostro, movemmo le armi; riconosciamo

il nostro fallo, chiediamo perdono; il collo nostro assoggettiamo alla

vostra imperiale maestà; le chiavi della città nostra, città antica,

alla imperiale maestà offriamo, e adorando le pedate vostre, con umile

e supplichevole preghiera chiediamo che abbiate pietà di città così

grande, di antichissima opera dei passati imperatori, per amore di

Dio, di _sant'Ambrogio_ e di que' santi che dentro vi riposano, e che

l'imperiale pietà si degni di accordare pace ai sudditi soggiogati.

L'imperatore, udite avendo queste preghiere, le chiavi delle porte dei

Milanesi riceve, e così ad essi risponde: Che siccome noto si rendette

per le quattro parti del mondo, che contra il signor imperatore,

padrone della terra, presunsero essi di muovere le armi, così per le

quattro parti del mondo nota debb'essere la loro pena. Per le quattro

parti intorno a Milano, all'Oriente, all'Occidente, all'Aquilone ed

all'Austro, ognuno porti, ovunque vuole, il suo danaro: la città di

Milano si renda in potere dell'imperatore. Questo udendo, i Milanesi

si arrendono al volere suo, e, benchè a malgrado loro, obbediscono

al di lui comando. I loro domicilii stabiliscono nelle quattro parti

predette, all'Oriente, all'Occidente, all'Aquilone ed all'Austro;

Milano cedono al potere del signor imperatore. L'imperatore, riunita

avendo la milizia dei Teutonici, dei Pavesi, dei Cremonesi e degli

altri Longobardi, siede in Milano sul suo tribunale, e chiede consiglio

di quello che si debba di così grande città. Al che si risponde dai

Pavesi, dai Cremonesi, dai Lodigiani, dai Comaschi e dalle altre

città: Il calice gustino pur essi che diedero a bere alle altre

città. Distrussero Lodi e Como, città imperiali; ai distrugga ancora

la loro Milano. Udito avendo questo l'imperatore, per loro consiglio

pronunziata avendo contro Milano quella sentenza, uscì fuora alla

campagna. Primieramente il signor _Teobaldo_, fratello del signor

re _Ladislao_, poi i Pavesi, i Cremonesi, i Lodigiani, i Comaschi ed

altri delle altre città, più presto di quello che si farebbe a dirsi,

il fuoco appiccano da ogni parte in Milano, mentre l'imperatore co'

suoi eserciti ne rimane spettatore. Così Milano, città antica, città

imperiale, da diverse calamità desolata, viene distrutta. L'imperatore

poi, rovinata essendo Milano, in tutta l'Italia esercitava l'imperiale

potere, perciocchè tutta al di lui cospetto l'Italia tremava, ed avendo

egli nelle città italiche stabiliti i suoi podestà, dispose la marcia

del suo esercito verso la Sicilia, disputare volendo col Siciliano

intorno al ducato della Puglia.

[460] _Monumenta Historica Bohemiae, nusquam antehac edita a P. Dobner

collecta_, tom. I, pag. 71 e seg.

[461] Vicende di Milano con Federico I, pag. 100, 104 e 106.

[462] Avanti la porta di San Giorgio in Noxeda.

[463] Giulini, tom. VI, pag 317.

[464] Non rimase la cinquantesima parte di Milano, che distrutta non

fosse.

[465] _Hist. Rer. Laudens., Rer. Italic. Script._, tom. VI, _colum._

1105.

[466] Da prima incendiò tutte le case; poscia anche le case medesime

distrusse.

[467] Sire Raul, _De gestis Federicis, in Rer. Italic. Scriptor._, tom.

IV, _colum._ 1187.

[468] Giulini, tom. VI, pag. 264.

[469] Giulini, tom. VI, pag. 230.

[470] Il pianto e il lutto degli uomini e delle donne, e principalmente

degli uomini infermi e delle femmine sopraparto, e dei fanciulli che

uscivano, e i propri lari abbandonavano.

[471] _Rer. Italic. Script._, tom. VI, _colum._ 1187.

[472] Giulini, tom. VI, pag. 233.

[473] Dopo la distruzione di Milano.

[474] Giulini, tom. VI, pag. 292. — Vicende di Milano, pag. 80.

[475] Giulini, tom. VI, pag. 307, 309 e 328.

[476] Affinchè non fossero dai fondamenti rovesciate, come Milano, che

era stata il fiore dell'Italia, se ribelli all'imperatore si facessero.

[477] Vicende di Milano, pag. 97. — Giulini, tom. VI, pag. 338.

[478] _Federico_ Imperatore, con un esercito quasi innumerabile di

Alemanni, assediò Milano.

[479] _Nidan. Pistor., Rer. Germanicar. Script._, tom. 2, pag. 531.

[480] I Milanesi spontaneamente fecero dedizione di sè stessi e delle

cose loro all'imperatore, il quale, senza alcuna clemenza, Milano

distrusse.

[481] _Rer. Boicarum Scriptores, collegit Andreas Felix Oefelius_, tom.

II, pag. 334.

[482] Giulini, tom. VI, pag. 339.

[483] Oh quanto clamore, quanto timore, quanto lutto per quattro

settimane si mantenne nei borghi, specialmente nel borgo di Noxeda

e di Vigentino! Alcuno non vi aveva che osasse coricarsi nel letto.

Perciocchè ogni giorno dicevasi: Ecco i Pavesi che vengono ad

incendiare i borghi!

[484] _Rer. Italic. Script._, tom. VI, _columnia_ 1191.

[485] Tom. VI, pag. 395 e seguenti.

[486] Formaronsi insieme in un solo corpo.

[487] Giulini, tom. VI, pag 156.

[488] Vi abitava una turba di ladroncelli, di rapitori, di servi

fuggitivi dai loro padroni.

[489] _Rer. Ger. Script, ex Biblioth. Marquardi Freheri excerpti a

Gotthelffio Struvio_, tom. I, p. 342. _Edit. Tertia, Argentorati._

[490] Con grande costanza da ciascuna parte spingevansi le cose della

guerra; alcuni talvolta di questi o di quelli erano fatti prigioni,

altri uccisi ed anche impiccati. L'imperatore però certa cosa fece

degna di lode. Perciocchè condotti essendo al di lui cospetto tre dei

prigionieri, comandò che loro fossero cavati gli occhi. Accecati i

due primi, al terzo, degli altri più giovane, domandò perchè ribelle

egli fosse all'imperio; ma quello disse: Non contra di te, o Cesare,

nè contra il tuo imperio io oprai; ma un padrone avendo nella città,

obbedii ai di lui comandamenti, e con fedeltà lo servii; che se egli

teco contro i suoi cittadini pugnare volesse, ancora lo servirei con

eguale fedeltà. Dalle quali parole allettato l'imperatore, accordata

avendo ad esso la conservazione degli occhi, comandò che i suoi

compagni accecati nella città riconducesse.

[491] _Struvius_, loc. cit.

[492] Cosa degna di lode.

[493] Cinse d'assedio Alessandria, città che viene detta fortissima,

non per il giro delle mura, ma per la situazione del luogo, e con un

campo fortificato grande oltre credenza, nel quale un fiume vicino

derivarono; trovaronsi ancora in essa uomini valorosi in gran numero,

pronti a resistere con coraggio, cosicchè l'imperatore non così presto,

come voluto avrebbe, riuscì ad espugnare la piazza, ma con molta fatica

e grande strage de' suoi, nell'intervallo ancora di alcuni anni.

[494] Dobner, _Monumenta historica Bohemiae_, tom. I, pag. 86.

[495] All'imperatore Federico, ottenuta da esso la pace, tutto quello

vogliamo fare che fecero gli antecessori nostri, dal tempo della morte

del secondo Enrico imperatore, agli antecessori suoi, senza violenza nè

timore.

[496] _Antiquit. Med. Æv._, tom. IV, pag. 277.

[497] I Lombardi sono nell'una e nell'altra milizia diligentemente

istruiti; perciocchè sono valorosi in guerra, e nell'arte di parlare al

popolo maravigliosamente eruditi.

[498] Giulini, tom. VI, pag. 483.

[499] Mantengono l'eleganza del latino parlare e la urbanità dei

costumi. Nella ordinazione ancora delle città e nella conservazione

della repubblica imitatori sono altresì dell'accortezza degli antichi

Romani.

[500] _De Gestis Federici_, lib. I, cap. 12.

[501] Giulini, tom. V, pag. 110.

[502] Detto, tom. II, pag. 122.

[503] _Liutprand._, lib. V, cap. 16.

[504] Giulini, tom. VI, pag. 438.

[505] _Dissert. Med. Æv._, tom. II, pag. 28.

[506] Per ciascun carro di legne un pezzo riceveva, uno per ciascuna

sporta di pesci, uno per qualunque fornata di pane.

[507] _Manipul. flor._, cap. 146.

[508] Giulini, tom. II, pag. 243.

[509] Detto, tom. IV, pag. 247.

[510] _Dissert. Med. Æv._, tom. IV, pag. 277.

[511] Le quali, secondo il computo del conte Giulini, equivalgono a

undicimila e duecento zecchini correnti, somma ben tenue, ripartita

sopra venticinque città, quante componevano la lega, dappoichè vi si

compresero Pavia e Como.

[512] Giulini, tom. VII, pag. 6.

[513] _Monum. Bas. Ambr._, n. 587.

[514] Tutti i diritti regali che l'imperio ha nell'arcivescovado

milanese, o sia nei comitati del Seprio, della Martesana, della

Bulgaria, di Recco, ecc.

[515] Giulini, tom. VII, pag. 20, 21 e 22.

[516] Nel termine che i consoli di Milano col Consiglio di credenza ci

indicheranno.

[517] Concedette piena giurisdizione.

[518] Tom. VII, pag. 24.

[519] Più di centocinquanta cavalli carichi d'oro, d'argento, di

sciamiti e di manti, e di pelli grigie e di vaio, e di altre cose

preziose.

[520] Giulini, tom. VII, pag. 32.

[521] _Dissert. Med. Æv._, tom. IV, pag. 731.

[522] Sì grande timore tutti coloro che rimasti erano, invaso

aveva, per la grandiosità delle sue gesta, che tutti ultroneamente

accorrevano, e ciascuno coll'ossequio studiavasi di ottenere la

grazia della sua famigliarità. Perciocchè dai legati di Verona può

comprendersi quanto timore agli Italiani incusso avesse la memoria dei

di lui fatti.

[523] _Otto Frisin._, lib. 2, cap. 27, pag. 256. _Edit. Basileae_, 1569.

[524] Trascorrendo il territorio del vescovado che si chiama

Uratislavia, passò nel vescovado posnaniense, e tutta quella terra egli

pure devastò col ferro e col fuoco.

[525] _Radevich._, lib. I, cap. 3, pag. 262.

[526] Duro è certamente che dipendere debba dall'altrui arbitrio

l'animo di uno scrittore, siccome privo della facoltà d'istituire egli

stesso un esame.

[527] Pag. 235.

[528] Mentre con essi trattavamo di comperarlo, ed essi ce lo

ricusavano, il nobilissimo loro castello, cioè Rosate, che cinquecento

soldati aveva, facemmo prendere ed incendiare... Poi tre loro castelli

fortissimi, cioè Minima, Gailarda e Treca (_Trecate_) distruggemmo; e

celebrato avendo con grandissima giocondità la natività del Signore....

distruggemmo poscia Caira, villa grandissima e molto bene fortificata,

e la città d'Asti con incendio devastammo... Di là siamo venuti a

Spoleto, e perchè ribelle era... la pigliammo colla forza, col ferro

cioè e col fuoco, e riportate avendo spoglie infinite e molte altre

consumate col fuoco, la rovesciammo dai fondamenti.

[529] _De Gestis Federici Primi, Cesaris Augusti, Basileae_, 1559, pag.

186.

[530] La città si abbandona al saccheggio, e pria che si potessero

portar via le cose che giovar possono all'uso degli uomini, appiccatovi

da alcuno il fuoco, si consuma. I cittadini che avean potuto sottrarsi

al ferro ed alle fiamme, la vita soltanto conservando, nel vicino monte

seminudi, si riducono... Nel dì seguente, perciocchè dall'abbruciamento

dei cadaveri l'aere tutto corrotto generava intollerabile fetore,

trasferì l'esercito nei luoghi più vicini... finchè le spoglie

sopravanzate all'incendio ad uso servirono, non già de' miseri

Spoletani, ma dell'esercito.

[531] Otto Frising., lib. 2, cap. 23, pag. 252.

[532] Chiunque di essi preso fosse, il supplizio doveva aspettarsi del

patibolo che innanzi alla piazza vedevasi eretto.

[533] Pag. 244.

[534] La città da prima fu data al saccheggio, poi rovinata ed

incendiata.

[535] Pag. 247.

[536] Quasi tutti quei prigionieri che incatenati tenevansi, erano

dell'ordine equestre. Essendo adunque i suddetti presentati al principe

e condannati al supplizio delle forche, uno di essi disse: Ascolta,

o nobilissimo imperatore, la condizione di un uomo sfortunatissimo.

lo sono Gallo di nazione, non Lombardo, e sebbene povero, di stato

cavaliere, libero di condizione, ec. Questo solo il glorioso imperatore

ordinò che tra tutti esente fosse dalla sentenza di morte; imponendogli

questo solo per pena che, posto il laccio al collo di ciascuno, col

supplizio delle forche i suoi compagni facesse perire. E così fu fatto.

[537] Affinchè a tutti i passaggeri presentassero documento della loro

temerità, sulla strada medesima furono posti in mucchio, ed erano, come

si narra, cinquecento.

[538] _Otto Frising._, lib. 2, cap. 25.

[539] Il re _Federico_, raccolta avendo grande quantità di principi

e di altri soldati, ed aggiunti al suo séguito _Enrico_, duca di

Sassonia, e _Federico_ figliuolo del re _Corrado_, ed altri principi,

incamminossi con un corpo numeroso di truppe a Roma dal papa _Adriano_,

affinchè Cesare, secondo il dovere, lo consacrasse; essendo però

giunta quella comitiva nell'uscire dalle Alpi avanti la città stessa

di Verona, a Guordo, castello inespugnabile, i Veronesi, riguardandolo

come di loro diritto, il passaggio vietano ad esso cd ai suoi seguaci,

dicendo che Cesare non era egli ancora, ma re, e che per questo, come

era di loro diritto, doveva egli pagare ad essi il danaro, se di là

passare voleva a Roma, che qualora ricevuto lo avessero già consacrato

Cesare, gli avrebbero in quella occasione, e non già prima, renduti

gli onori dovuti a Cesare. Queste cose udendo, _Federico_ reprime

lo sdegno, e, dissimulandolo, dà loro di buone parole, promette il

danaro che essi domandano, e come di questo data avesse sicurtà, passa

per Verona col suo esercito intatto. Situate adunque oltre quella

città le truppe reali, manda dire ai Veronesi che a ripetere vengano

il dovuto danaro, i quali alle di lui parole credendo, dodici dei

primari e più nobili cittadini, con numeroso séguito di altri nobili,

mandano al re per ricevere il danaro promesso; questi il re guardando

con volto ilare, ed ottime parole soggiugnendo intorno al promesso

danaro, tutti ordina che presi sieno, e molti di essi avendo fatti

trucidare, i dodici primari nobili comanda che sieno impiccati. E

siccome uno di questi diceva essergli parente in linea assai vicina, e

con testimonianza lo provava, per questo, come più nobile, ordinò che

sospeso fosse a più alto patibolo.

[540] Dobner, tom. 1, pag. 43.

[541] Giulini, tom. VII, dalla pag. 137 alla pag. 147.

[542] Detto, tom. VII, pag. 144.

[543] Commesso fu ad _Anselmo di Terzago_, che provvedere dovesse

secondo il suo giudizio intorno al reggimento della città, ed egli

elesse due consoli che per un anno la reggessero.

[544] _Flamma Chronic. MS._, cap. 963.

[545] Ad alcuno non fosse interdetto l'uso de' suoi beni, se non

giudicata la causa ed approvata dal comune, dal podestà di Milano, o

dai rettori della comunità, siccome le leggi richieggono.

[546] Corio, pag. 59 dell'edizione in foglio.

[547] Dico, comando e stabilisco che in perpetuo debba fermamente

osservarsi.

[548] Non possiamo ancora dimenticarci che voi, pacificato essendo di

già l'imperio, che lungamente era stato turbato, ci dirigeste legati

tanto discreti e tanto onesti, coi vostri donativi, che noi, come era

convenevole, ricevemmo sotto quella grazia e devozione colla quale

sempre vi abbiamo riguardati, e sempre cari vi terremo; i vostri

donativi altresì tanto più grati ci riuscirono, quanto che noi sapevamo

che quelli trasmessi erano per effetto di pura amorevolezza.

[549] Giulini, tom. VII, pag. 227.

[550] Balut., tom. II, pag. 662.

[551] Giulini, tom. VII, pag. 334.

[552] Giulini, tom. VII, pag. 483.

[553] Fu scolpito in marmo sedente sopra un cavallo, il che fu reputato

grande vituperio. Questi il primo fu a fare imprigionare gli eretici.

Storia di Milano, vol. 1 · 第 30 / 31 段