moltiplici erano le sette e con nomi stranissimi distinte; perciocchè,
oltre i Patareni, dei quali ho fatto già menzione parlando di Arnolfo,
nominavansi i Catari, i Carani, i Concorezii, i Fursici, i Vanii,
gli Speronisti, i Carantani, i Romolarii; e questa peste non meno
attaccavasi alle femmine, che agli uomini. Fu all'uno e all'altro sesso
vietata questa superstizione, minacciandosi pena capitale e distruzione
delle case a coloro che in essa perseverassero, o i colpevoli nelle
case loro ricevessero, o in altro modo gli aiutassero. E nell'anno
seguente, correndo il mese di gennaio, _Goffredo_, cardinale di
San Marco, legato pontificio, entrato in Milano, stabilì per legge
(di comune consenso tuttavia dell'arcivescovo, degli ordinari e del
popolo), che il pretore di pena capitale punisse entro dieci giorni
coloro che dannati fossero per giudizio ecclesiastico.
[555] _Tristan. Calch. Hist. Patr._, lib. 8, pag. 269.
[556] Corio, parte seconda, foglio 72.
[557] Stabilito avendo lo inquisitore, distrusse le eresie.
[558] Nazarian., cap. 109, pag. 561.
[559] Corio, all'anno 1252.
[560] _Diss. Med. Æev._, tom. V, pag. 92 e seg.
[561] La trista vita di un prelato nuoce al suddito ed anche a quello
che è consacrato a Dio. — Nella chiesa di Dio non debbono esservi
cattivi sacerdoti e diaconi. — I preti cattivi non possono esercitare
il loro ministero. — La Chiesa non dee possedere alcuna cosa se non
se in comune. — Alcun tristo non può essere vescovo. — Non è lecito ad
alcuno lo ammazzare.
[562] Muratori, _Diss. Med. Æv._, tom. V, pag. 95.
[563] _Marten. Veter. Script. et Monum. Collect._, pag. 1051.
[564] Perciocchè in questo noi richiamiamo il costume degli antichi
Cesari, ai quali, per le illustri azioni sostenute colle vittoriose
insegne, il senato ed il popolo romano i trionfi e le lauree
aggiudicava; al che col presente esempio della nostra serenità, secondo
i voti vostri, da lungi prepariamo la via, mentre, vinta avendo Milano,
il carro di quella città, capo certamente della fazione dell'Italia,
a voi destiniamo, come la preda e le spoglie dei nemici vinti, e la
caparra vi mandiamo avanti delle nostre grandi azioni e della gloria
vostra.
[565] _Marten. Collect. Veter. Monum._, tom. II, pag. 1190.
[566] Città, capo della fazione dell'Italia.
[567] Attualmente si legge l'iscrizione incisa di quel tempo in
caratteri semigotici, e sta in Roma nel muro della scala che conduce ai
signori Conservatori del popolo romano in Campidoglio, e dice:
_Cesaris Augusti Federici, Roma, Secundi
Dona tene, currum, perpes in urbe decus.
Hic Mediolani captus de strage, triumphos
Cesaris ut referat, inclita preda venit.
Hostis in opprobrium pendebit, in urbis honorem
Mietitur: hunc urbis mietere jussit amor._
[568] Dell'ordine dei frati minori, i quali, non solo armati di spade e
muniti di elmo, presentavano una falsa apparenza di soldati, ma anche
insistendo colla predicazione, i Milanesi ed altri ancora, purchè la
persona nostra o quelle de' seguaci nostri offendessero, da tutti i
peccati assolvevano.
[569] Giulini, tom. VII, pag. 534.
[570]
«Duce e tutor del popolo d'Ambrogio,
Di giustizia vigor, luce de' grandi,
Arca tu di saper, sommo dell'alma
Madre Chiesa campion, eccelso fiore
Di tutta quest'amabile regione;
Al tuo cader d'Italia impallidisce
Lo splendor tutto! Ahi, che l'aiuto nostro
Della Torre Pagan, n'andò tra l'ombre!
MCCXLI, il dì VI di gennaio, morì il detto signor Pagano
della Torre, podestà del popolo di Milano».
[571] Giulini, tom. VII, pag. 431.
[572] Giulini, tom. VIII, pag. 128.
[573] Al minuto alla maniera della taverna.
[574] Tom. VII, pag. 462.
[575] Giulini, tom. VII, pag. 420.
[576] Detto, tom. VII, pag. 423.
[577] In nome del signor nostro Gesù Cristo. Nell'anno della natività
del medesimo mille dugentoquarantacinque, il giorno di venerdì, terzo
di novembre, indizione quarta. Essendo che il signor Uberto di Vialata,
podestà di Milano, e _Guido di Casate, Guido di Mandello, Filippo
della Torre, Giovanni della Torre, Guglielmo di Soresina, Probino
Ingoardo, Rezardo di Villa, Giustamonte Cicata, Lampugnano Marcellino,
Burro dei Burri, Artusio Marinone, Guglielmo di Lampugnano, Anselmo
di Lampugnano, Anselmo di Terzago, Rosate della Croce, Landolfo
Crivello, Negro Grasso, Guizzardo Morigia, Mollone Becano, Caruzano
Morone, Amerato Mainerio_ e _Buonincontro Incino,_ consiglieri, e
segretari, e sapienti del comune di Milano, con molta istanza pregando,
instarono presso il signor _Ardico di Soresina,_ arciprete di Monza,
e i canonici ed il capitolo di questa chiesa, ed anche col signor _G.
di Montelongo_, legato della Sede apostolica, affinchè concedessero e
prestassero allo stesso podestà e ai consiglieri, e sapienti, o sia al
comune di Milano, qualche parte del tesoro di quella chiesa da darsi in
pegno, per il danaro necessariamente occorrente al comune di Milano,
che in altro modo non può trovarsi nè ottenersi; come espressamente
asserivano; e che quella chiesa volevano mantenere indenne; e fare
sollecitamente restituire quel tesoro: alle di cui preghiere e a
quelle di questo signor legato soprascritto, i signori arciprete
e canonici umilmente accondiscendendo, per l'onore e vantaggio del
comune di Milano, presente e volente questo signor legato, offerirono,
concedettero a questi podestà e consiglieri e sapienti ed al comune
un calice d'oro del tesoro della chiesa Monzese del peso di once
centosette, colle orecchiette e coll'ornamento di molte pietre
preziose. E perciò il predetto signor _Uberto di Vialata_, podestà di
Milano, e questi consiglieri, e segretari, e sapienti, data essendo
loro licenza e facoltà e autorità dal consiglio dei quattrocento, e
dei trecento, e dei cento nuovo e vecchio, come dicevano, riformato
(scritto nel libro del comune di Milano l'atto di fare la infrascritta
obbligazione, e tutte le cose infrascritte) promisero, e diedero
sicurtà, e tutti i beni loro e i beni del comune di Milano tutti e
ciascuno di essi solidamente obbligarono in pegno al detto signor
_Arderico di Soresina_, arciprete di Monza, accettante in suo nome, e
in nome della Chiesa, e di tutto il capitolo di Monza, e di ciascuno
dei canonici di detta Chiesa; che esigeranno, renderanno e daranno
senza alcuna diminuzione, liberamente e assolutamente, di qui al natale
prossimo, a questo signor arciprete ed ai canonici, o sia al capitolo,
il soprascritto calice d'oro, ornato con gemme e pietre preziose. A
tutte spese e danni di essi e del comune di Milano, e senza alcun danno
o spesa dei detti arciprete e canonici e della Chiesa. E rinunziarono
alla eccezione del calice non ricevuto, e ad ogni altra eccezione colla
quale potessero in alcun modo premunirsi e difendersi, e massime che
non potessero dire essersi obbligati per lo comune o per le cose del
comune, ma sieno tenuti in modo che possano essere citati in solido,
anche dopo finito e deposto il loro ufficio e la facoltà e l'autorità
loro, come se tutte le predette cose fossero pervenute in potere di
ciascuno di essi. E rinunziarono al beneficio della nuova costituzione
e della lettera del Divo _Adriano_ e di qualunque altro aiuto col quale
in alcun modo potessero difendersi per mezzo dell'uso, e della legge, e
dello statuto, e di qualunque ordinamento fatto o che farsi in avvenire
potesse o si facesse; ma in qualunque tempo possano con effetto essere
convenuti, non ostanti alcune ferie nè le loro dilazioni fatte o da
farsi. E promisero come sopra il detto podestà, e questi consiglieri,
e sapienti, che nè il podestà, nè alcuno de' predetti darà in alcun
modo, nè con alcun sotterfugio, anche consenzienti questi arciprete e
canonici, alcuna altra cosa in luogo di quel calice, fuori del predetto
calice; ma daranno lo stesso calice speciale, intero, con tutte le
sue pietre e gemme senza alcuna diminuzione. Ed ivi il detto signore
_G. di Montelungo_, legato della Sede apostolica, coll'autorità della
sua legazione e per volontà dello stesso podestà e dei segretari, e
consiglieri, e sapienti predetti, essi tutti e il consiglio comunale,
dal termine infrascritto in avanti, assoggettò e sottopose al vincolo
della scomunica adesso per allora, se le cose predette come sopra
mantenute non fossero per quel termine; eccettuato il podestà predetto.
Alla osservanza delle quali cose e maggiore loro confermazione
i predetti segretari, e consiglieri, e sapienti sopranominati
giurarono corporalmente, toccando i sacrosanti Evangeli, tutte le
cose sopranotate, e di osservare e fare, e fare osservare dal comune
di Milano ciascuna delle cose predette. Fatto nei campi d'Albairate,
nell'esercito contra _Federigo_, una volta imperatore.
[578] Tom. VII, pag. 502.
[579] Giulini, tom. VIII, pag. 30 e seg.
[580] _Bullar. Francescan._, tom. II, pag. 15.
[581] Sormani, Storia degli Umiliati, cap. 10, pag. 99.
[582] _Bullar. Dominican._, tom. I, pag. 244.
[583] Dal consiglio dei quattrocento e dei trecento e dei cento, nuovo
e vecchio.
[584] Giulini, tom. VIII, pag. 256.
[585] Giulini, tom. VIII, pag. 12.
[586] Detto, tom. VIII, pag. 28.
[587] Tom. VIII, pag. 145 e seg.
[588] Giulini, tom. VIII, pag. 174.
[589] Seicento forche preparansi, alla vista delle quali si ritirarono.
[590] _Manip. flor. ad an. 1260._
[591] Giulini, tom. VIII, pag. 186.
[592] Detto, tom. VIII, pag. 191.
[593] Tom. VIII, pag. 192, 219, 236 e 249.
[594] Giulini, tom. VIII, pag. 247.
[595] Corio a quell'anno.
[596] Giulini, tom. VII, pag. 134.
[597] Detto, tom. VIII, pag. 247 e 286.
[598] Sotto l'interdetto dei divini uffizi rimasta era la città di
Milano per la contesa colla quale la famiglia dei Maravigli sembrava
ingiustamente opprimere il priore di Pontida.
[599] _Calch. Hist. Patr._, lib. 17, pag. 376.
[600] Tom. VIII, pag. 334 e 335.
[601] Il Castel Seprio si distrugga, e distrutto si mantenga in
perpetuo, nè alcuno ardisca presumere di abitare su quel monte.
[602] Siccome in tutte le cose sembrava entrare il sospetto, dubitava
altresì che nuove trame nelle adunanze si macchinassero, e per
questo comandò che coorti armate giorno e notte la città girassero, e
provvedessero che riunione non si facesse tra i cittadini.
[603] _Calch. Hist. Patr._, lib. 17, pag. 385.
[604] Avendo però il predetto Matteo Magno Visconti ottenuto il
dominio di Milano, nello stesso primo reggimento molto virtuosamente
si condusse; perciocchè professò per tal modo la castità e la onestà,
che tutta la di lui corte composta sembrava di uomini religiosi. Le
messe con grandissima devozione ascoltava. I sacerdoti vestiva colle
sue proprie mani. In tutta la quaresima faceva che i domestici suoi e
tutti i suoi famigliari si confessassero, altrimente con severità li
puniva. I nobili di Milano volontieri ascoltava, e ai loro consigli
non resisteva. I beni del comune conservava, nulla per sè riteneva. Non
versò mai il sangue di alcuno. I dominii dei borghi e delle ville tra i
nobili divideva; ogn'anno però i dominii di questi cambiava, onde tutti
i nobili all'amor suo invitava. Fu ancora robustissimo della persona ed
agile assai; colle mani spezzava un ferro di cavallo; e molt'altre cose
faceva degne di commendazione.
[605] Ad onore del Signor nostro Gesù Cristo e della gloriosa Vergine
Maria, sua madre, e del beato Ambrogio, confessore nostro, e dei
beati Vincenzo, Agnese, Dionisio, e di tutti i santi, e della Santa
Madre Chiesa, e del sommo pontefice, e del signor re dei Romani,
ed a conservazione dello Stato del venerabile padre signor Ottone,
arcivescovo della santa chiesa milanese, e al buono, tranquillo e
pacifico stato del popolo e del comune di Milano e di tutti gli amici,
ed alla morte e distruzione del marchese di Monferrato, e di tutti i
di lui seguaci, voi, signor capitano, giurerete di reggere il popolo
di Milano da oggi in avanti, per anni cinque prossimi venturi, in buona
fede, senza frode, e che custodirete e manterrete lo stesso popolo....
e gli statuti... e se questi mancassero, osserverete le leggi romane.
[606] _Vedi_ Corio all'anno 1288.
[607] La morte e la distruzione del marchese del Monferrato e di tutti
i di lui seguaci.
[608] Giulini, tom. VIII, pag. 435.
[609] Corio all'anno 1308, e Villani, storia, lib. 8, cap. 61.
[610] Il che, chiarissimi cittadini, significa che, siccome col ferro
e con ferrei strumenti si domano tutti gli altri metalli, così, per
salutare consiglio, non che per insigne valore dell'armi italiche e
principalmente de' Milanesi, domare dee l'imperatore tutte le altre
nazioni.
[611] Giulini, tom. VIII, pag. 478.
[612] _Med. Æv._, tom. IV, col. 632, B.
[613] _Med. Æv._, tom. 2, pag. 595.
[614] Giulini, tom. VIII, pag. 631.
[615] _Rer. Ital._, tom. XII, _colum._ 1099, B.
[616] _Ibidem_, tom. XI, col. 231, C.
[617] _Ibid._, tom. IX, col. 1242, B.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.