e documenti ufficiali, di cui si è fatto uso nelle presenti Notizie,
esistono nell'Archivio nazionale di questa città.
[7] Diploma del 17 dicembre 1765.
[8] De' 29 novembre 1770.
[9] Piano per la regia amministrazione delle Finanze, da cominciarsi
l'anno 1771.
[10] Veggasi il progetto della tariffa sopra accennato.
[11] Verri, nel citato piano per la regia amministrazione delle Finanze.
[12] Milano, presso Giuseppe Marelli, della Prefazione, pag. 10.
[13] Economisti Italiani, parte moderna, cc., tom. XIII, pag. 8.
[14] Prefazione ai _Discorsi_, dell'edizione di Milano, presso Marelli,
1781, pag. 8.
[15] Non dispiacerà di vedere qui riferiti alcuni frammenti di questo
diploma, anche per un saggio dello stile che allora si usava dalla
Cancelleria Imperiale. Ivi si legge: _Ex quo te propius cognoscere
nobis licuit, non potuimus non propensa, quantum optimo cuique,
favere tibi voluntate. Quæ enim duo hominen ad publica negotia
tractanda maxime idoneum constituunt, ferax et acre ingenium, ac
fervens ad agendum animus, non solum in te natura conjunxit, sed ea tu
quoque copioso scientiarum ac eruditionis apparatu, atque indefessa
esercitatione ad actionem reddidisti expeditissima...... Propterea,
ut primum tu in patria tua ad rerum publicarum procurationem nobis
jubentibus accessisti, luculenter illico apparuit ministrum te fore
amplissimum, cujus opera in restauranda, quod tum admodum agitabamus,
et novis institutis ordinanda provinciae aeconomia uteremur... Neque tu
in his expectationi nostrae minus fecisti satis vigilantia, consiglio,
integritate; imo, quod precipuum est, exploratis industriae privatae
arcanis, quibus vectigalium conductores uti solent, et comparata
tibi necessaria ad illorum exactiones dirigendas experientia, viam
quodammodo stravisti, quo facilius tua intercedente opera effectui
dari posset, quo propositum habebamus consilium, universam videlicet
Mediolanensi provinciae reddituum administrationem ad nostros, cum
primum fieri posset, magistratus revocandi. Id quod citius, ac sperare
pronum erat... perfectum est._
[16] Lettera del principe Kaunitz al ministro plenipotenziario conte
di Firmian, dei 21 luglio 1776. — La Società Patriotica era stata
istituita sulle basi più liberali. La gran mente dell'immortale
ministro di Stato di Maria Teresa era persuasa che un troppo immediato
intervento dell'autorità sovrana assidera sovente il vigore de' corpi
accademici, per una soverchia soggezione. Perciò ebbe cura che nel
piano d'istituzione vi fosse per modo mascherata l'influenza del
governo, che vi riuscisse impercettibile. La sua scrupolosa attenzione
su quest'oggetto apparrà maggiormente dal seguente paragrafo di una
sua lettera degli 11 settembre 1777: «Osservo, dice egli, che il
Griselini, nella sua relazione sul libro del Cattaneo, si qualifica
come segretario della _regia_ Società Patriotica. Avendo S. M. voluto
fare un dono alla nazione di ciò che riguarda la dote per questo
stabilimento, ha anche con eguale generosità abdicata da sè qualunque
superiorità o vestigio di essa; onde converrà avvertire i conservatori
che in ogni occasione, anche dai subalterni, facciano solo annunziare
la Società senza qualificarla come _regia_». Grandi furono i servigi
prestati dalla Società Patriotica nei diciotto anni di sua esistenza.
Ma tra le infinite e per sempre deplorabili sciagure, cui soggiacque
l'Italia dopo il 1796, non è tra l'ultime la cessazione di tutte le
società economiche che in essa fiorivano. Questo danno sarebbe pur
facilmente riparabile; e già da circa tre anni la Società de Georgofili
di Firenze e quella d'Agricoltura di Torino hanno riprese le loro
funzioni: e quando vi penseremo noi?
[17] Nel _Postscriptum_ alla lettera dei 30 marzo 1778 al ministro
plenipotenziario.
[18] Ne esiste pure un cenno in uno di que' celebri almanacchi (_Il
mal di milza_) che per una filosofica celia aveva in quell'anno appunto
pubblicati. Egli, sotto forma di un indovinello, vi fa così parlar la
tortura: «Io sono una regina, ed abito fra gli sgherri; purgo chi è
macchiato, e macchio chi non è macchiato; son creduta necessaria per
conoscere la verità, e non si crede a quello che si dice per opera mia.
I robusti trovano in me salute, e i deboli trovano in me la rovina.
Le nazioni colte non si sono servite di me: il mio impero è nato ne'
tempi delle tenebre; il mio dominio non è fondato sulle leggi, ma sulle
opinioni di alcuni privati». Si potea forse esprimersi con maggior
precisione in così brevi termini?
[19] Il principe Kaunitz, che non si lasciava sfuggire alcuna
occasione per insinuare delle idee utili, nell'annunziare al ministro
plenipotenziario la ricevuta di alcuni esemplari di quest'opera, si
esprime come segue: «Io non dubito che l'opera avrà tutto quel merito
che si può sperare dall'erudizione dell'autore, guidato da uno spirito
filosofico e superiore alla maniera di pensare comune a' compilatori
di simili storie, per lo più privi di sana critica. L'edizione è assai
elegante, e mi fa sperare che l'arte tipografica possa successivamente
ritornare in Milano a quel grado di credito in cui era nella prima metà
di questo secolo, e da cui è decaduta». _P. S. alla lettura 4 settembre
1783._
[20] Un cenno di queste stesse riflessioni si è già da me fatto
nelle _Notizie di Cesare Beccaria_. Se in questo oggetto si imitasse
il generoso esempio del signor Wilberforce, che si è assunto di
rinnovare ogni anno instancabilmente nel parlamento d'Inghilterra la
sua proposizione per la libertà dei Negri, chi sa che una volta, o per
persuasione o per tedio, si riuscisse nell'intento!
[21] Veggasi la nota in fine del cap. XXIII, pag. 208 del tom. II.
[22] Essa è detta da Pietro Verri «tragedia di sentimenti grandi,
arditi e liberi; piena di lezioni utili ai principi, utili ai sudditi;
che ci rappresenta la tirannia co' suoi tratti odiosi, il fanatismo
pericoloso, quand'anche nasca da nobili principii; che interessa e
sviluppa un'azione che è la sola della nostra storia posta sul teatro,
e la presenta col costume de' tempi; tragedia che sgomenta le anime
gracili e scuote deliziosamente le energiche».
[23] Dopo l'epoca in cui furono scritte queste Notizie, morirono tanto
Carlo che Alessandro.
[24] Parte II, pag. 148, edizione prima di Milano, 1796.
[25] _Meditazioni sull'economia politica_, § XXIV in fine. — Si noti
che la prima edizione di quest'opera è del 1771.
[26] _Memoria della vita e degli studii di Paolo Frisi_, pagina 17.
[27] I Galli... sbaragliati i Toschi non lungi dal Ticino, avendo udito
che il paese in cui si erano fermati si chiamava degli Insubri, nome
pure di borgata degli Edui, cogliendo l'augurio del luogo, fabbricarono
una città, e la chiamarono Mediolano.
[28] Livio, lib. V, cap. XIX.
[29] Sul passaggio de' Galli in Italia questo ci venne riportato.
[30] Quella nazione dicesi aver passate le Alpi.
[31] _Ant. It. Med. Æv._, diss. XXI.
[32] Tanti cadaveri di città semi-distrutte.
[33] _Rer. Italic. Script._, tom II, pag. 691.
[34] Il suolo della città modonese, occupato enormemente dall'eccessivo
straripamento dell'acque, dai ruscelli che scorrono all'intorno e dagli
stagni che straboccano dalle paludi, si vede ancora essere deserto per
la fuga degli abitanti. Laonde anche oggidì si mostra una congerie di
pietre d'ogni maniera, e veggonsi sassi di grande volume, attissimi un
tempo alla costruzione di eccelsi edifizi, ora, come dicemmo, sommersi
dalla frequente inondazione delle acque.
[35] Vitr., lib. 1, cap. 4. — Strab., lib. 5.
[36]
Alle mura dai Galli edificate,
Che pelle ostentan di lanuta troia.
[37]
Che da lanuta troia il nome tragge.
[38] Una città grandissima delle Gallie e popolatissima, nominano
Milano. Questa i Galli Cisalpini tengono per loro capitale.
[39] Plutarc., Vit. Marcelli.
[40] Recaronsi a Milano, città principale degl'Insubri; _Cornelio_,
impadronito essendosi della città, che oltremodo piena era di frumento
e di ogni genere di vettovaglie, insiegue i Galli.
[41] _Polip. Histor._, lib. 2.
[42] Questo monastero più non esiste.
[43] Lib. 3, cap. 2.
[44] Quale e quanto grande fosse la gioia conceputa per l'una e per
l'altra vittoria, può da questo raccogliersi, che e _Domizio Enobarbo_
e _Fabio Massimo_ nei luoghi stessi nei quali pugnato avevano, eressero
torri di pietra, sopra vi piantarono trofei ornati delle armi nemiche.
[45] Cronica di _Vincenzo Canonico_ di Praga.
[46] Monumenti storici della Boemia, non mai in addietro pubblicati.
Praga.
[47] Torre fortissima e grandissima, di solidissima costruzione
marmorea, che nominavasi Arco romano.
[48] Tom. I, pag. 18.
[49] Isaaci Casauboni Animad. in Svet., lib. I, pag. 52, num. 17,
ed. Paris, 1610; et Plutarc. in Vit. Caesar: _invitatus Mediolani ad
coenam, hospite Valerio Leone, qui asparagum apposuerat, atque olei
loco infuderat unguentum, ipse simpliciter comedit, et indignantes
increpavit amicos. Satis enim, inquid, abstinere iis a quibus
abhorrebatis: nunc eam rusticitatem qui deprehendit, ipse est
rusticus._
(In Milano, ospite essendo di Valerio Leone, e avendogli costui messi
innanzi a cena degli asparagi, sopra i quali sparso eravi unguento
in vece di olio, egli ne mangiò senza farne caso veruno, e sgridò gli
amici suoi che se ne mostravano disgustati: «Imperocchè bastava, disse,
che ve ne foste astenuti, se non vi piacevano; ma ben rustico è chi
biasima una tale rusticità»).
[50] _Statua ejus aenea fuit Mediolani_ (scilicet statua Bruti) _in
Gallia Cisalpina posita. Hanc, quae imaginem ejus bene repraesentabat,
et erat artificiose facta, ut post vidit, Caesar praeteriit: mox
subsistens, compluribus audientibus vocavit magistratus, civitatem
eorum ferens sibi compertum esse foedus pacis rupisse, quod hostem suum
apud se haberet. Ac primum sane negaverant, et quemnam significaret
ambigentes, intuebantur se mutuo. Ut vero conversus Caesar ad statuam,
contracta fronte, nonne, inquit, hic stat hostis noster? multo illi
magis perculsi obmutuere. At Caesar arridens laudavit Gallos, quod
amicis essent etiam in adversis rebus stabiles, praecepitque ne statua
loco moveretur._ Plutarc. in Vit. Bruti, in fine.
(Eravi una di lui statua (di Bruto) di bronzo, eretta in Milano,
città della Gallia Cisalpina; e in progresso di tempo veduta avendo
Cesare una tale statua, che ben somigliava a quel personaggio, e
leggiadramente lavorata era, passò oltre, indi fermatosi, mandò
chiamando i magistrati, e lor disse, alla presenza di molti che
udironlo, ch'egli trovato aveva essersi rotte dalla città loro le
convenzioni di pace, tenendo essa dentro di sè un suo nemico. Da
principio adunque, com'era ben convenevole, negaron essi la cosa; e non
sapendo di cui egl'intendesse, si guardavan l'un l'altro. Rivoltatosi
però Cesare verso la statua e facendo ceffo: «E che! disse, non è qui
posto costui che è mio nemico?» E coloro, vie maggiormente sbigottiti,
si tacquero. Ma egli, allor sorridendo lodolli, siccome quelli che
tuttavia costanti e fedeli erano ai loro amici, quantunque caduti in
avverse fortune; e comandò che lasciata fosse la statua in quel luogo
medesimo).
[51] I superbi edifici di Roma ed altre città, ed in particolare
Cartagine, Milano e Nicomedia, adorne di nuove ed eleganti mura.
[52] Così crede che si chiamasse quella di Sant'Eufemia il signor conte
Giulini.
[53]
«Milano ancor di maraviglia degno
Tutto presenta: Universal dovizia;
Ben ornate le case, innumerevoli;
Pronti e facondi son gli umani ingegni,
Antichi e venerabili i costumi;
Con doppio ordin di muro anco ingrandito
Vedi il recinto, e popolar diletto
Formano il circo, e co' suoi gradi in giro
D'ampio teatro la racchiusa mole;
Sorgono templi e palatine rôcche,
E opulenta officina di monete,
E delle terme la region, cui fama
Crebbe ed onore per l'Erculeo nome,
E di scolpiti marmi intorno adorni
I peristili tutti, e in vasto cerchio
Quasi un campo a formar stese le mura;
Tutto è sublime, ed emular le forme
Delle grand'opre sembra, e non temere,
Vicina ancora, il paragon di Roma».
[54] Maravigliose tutte.
[55] Della fusione dei metalli.
[56] Affinchè dessimo ai cristiani ed a tutti libero potere di seguire
quella religione che ciascuno volesse.
[57] _Lactantius, de Moribus persecutorum_, cap. 48.
[58] _Muratori, Anecdota_, t. I, pag. 223. _Impress. Mediol._, 1697.
[59] _Bingam., Orig. Eccles._, lib. IX, cap. I, § 5 e 6. — _Dupin, de
Antiq. Eccles. disciplin._, diss. I, § 6. — Giannone, Storia del regno
di Napoli, lib. II, cap. VIII.
[60] Ai sacerdoti ed al clero milanese.
[61] Siccome tuttavia il fine a cui tende l'antica mia deliberazione è
che alcuna persona mescolarsi non debba nello assumere l'incarico della
cura pastorale, colle orazioni io secondo la vostra elezione.
[62] _S. Gregorii papae I cognomento Magni opera omnia. Venetiis_,
1744, tom. 2, col 644 G.
[63] Perciocchè poi ponete mente alla esazione del patrimonio della
provincia di Sicilia, di diritto della Chiesa santa, alla quale, per
divina autorità, presiedete.... per ciò è duopo che la santità vostra
istituisca una persona a trattare questo negozio, colla quale la Chiesa
romana possa solidamente conchiudere qualche cosa.
[64] Lib. I, Epist. 82. S. Greg., _Operum._, tom. 2, col. 565.
[65] Al reverendissimo e santissimo confratello _Ansperto_, arcivescovo
milanese.
[66] Troppo imperiti mostraronsi alcuni interpreti dicendo: Perì
questa città, rovinata è la chiesa, non vi ha più ragione alcuna di
vivere. Anzi havvi motivo di vivere più giustamente e più santamente,
perchè Dio onnipotente, che con grande pietà queste cose dispone,
non diede già in mano ai nemici la città che in voi consiste, ma le
sole abitazioni; nè la chiesa sua, che è veramente la chiesa, lasciò
che consumata fosse dall'incendio, ma affine di correggerci permise
che abbruciato fosse il ricettacolo della chiesa.... Perciocchè, dopo
quella ruina tanto grande e lagrimevole, ecco il sommo suo sacerdote
salvo rimane, intatto il clero; e la plebe stessa, sebbene viva in
continuo timore e mesta, conserva la libertà... Non perimmo noi stessi,
ma quelle cose che nostre sembravano, e che o il predatore rapì o il
ferro o il fuoco consumò... Conciossiachè, rotte le mura innanzi ai
nemici armati e vigorosi, i popoli inermi... fuggirono... Consoliamoci
adunque, o fratelli, nè tanto poi sospiriamo le case distrutte, giacchè
vediamo la riparazione delle case riserbata ne' loro padroni...
Il Signore adunque temperò verso di noi la sua vendetta, cosicchè,
diroccata la città, devastate le campagne, sminuiti gli averi, nè
le anime nostre, nè i nostri corpi furono offesi... E per ciò non
dubitiamo che o noi o i nostri posteri Dio non possa riparare delle
cose perdute.
[67] Si ricorda essere stata la presente opera pubblicata nel 1783.
[68] _De bello Gothico_, lib. II, cap. 21.
[69] Ricevette Agilolfo, che era cognato del re _Autari_, cominciando
il mese di novembre l'esercizio della regia dignità. Ma pure,
congregati essendo da poi i Longobardi in assemblea nel mese di maggio,
da tutti, presso Milano, fu innalzato al regno.
[70] Lib. 3, cap. ultimo.
[71] Adunque nella state seguente, nel mese di luglio, fu innalzato
_Adaloaldo_ re sopra i Longobardi, presso Milano, nel circo, alla
presenza del padre suo il re _Agilulfo_, coll'assistenza dei legati di
_Teodeberto_, re dei Franchi.
[72] Lib. 4, cap. 31.
[73] Abitano la Germania situata intorno al Reno, dalla prima parte
settentrionale i Brusacteri, detti piccioli, ed i Sicambri, gli Oqueni,
i Longobardi.
[74] La parte interna e la mediterranea occupano principalmente gli
Svevi Angli, i quali più orientali sono dei Longobardi.
[75] La scarsezza dei Longobardi forma la loro nobiltà, perchè
circondati da moltissime e valorosissime nazioni, non per mezzo di
ossequio si mantengono sicuri, ma bensì colle pugne e coi pericoli.
[76] Ristorato dalle forze dei Longobardi, con varietà di lieta e di
avversa fortuna contro i Cheruschi guerreggiava.
[77] Giulini, tom. I, pag. 228, tom. 2, pag. 383.
[78] Giulini, tom. 1, pag. 396.
[79] Detto, tom. 2, pag. 171.
[80] Giulini, tom. 4, pag. 364.
[81] Sormani, Passeggi, tom. 2, pag. 20.
[82] Giulini, tom. 2, pag. 416.
[83] Detto, tom. 3, pag. 499.
[84] Detto, tom. 3, pag. 228.
[85] Detto, tom. 3, pag. 346.
[86] Detto, tom. I, pag. 388.
[87] Giulini tom. 2. pag. 361.
[88] Per la eccessiva scarsezza degli abitanti.
[89] _Landulph. Senior._, lib. 2, cap. 26.
[90] Giulini, tom. 2, pag. 322.
[91] Detto, tom. 5, pag. 442.
[92] Detto, tom. 2, pag. 439.
[93] Dove è da sapersi che la città di Milano, per le molte
distruzioni, non era internamente fabbricata con case murate, ma per la
maggior parte composte di paglia e di graticci. Laonde se il fuoco ad
una casa appiccavasi, tutta la città si abbruciava.
[94] Giulini, tom. 4, pag. 144.
[95] _Arnulph._, lib. 4, cap. 8.
[96] _Landulph. Junior._, cap. 8.
[97] Giulini, tom. 4, pag. 510.
[98] Che si è professato di vivere secondo la legge dei Romani.
Che si reputa vivere secondo la legge de' Longobardi.
Che mi sono professato, per la mia nazione, di vivere secondo la legge
Salica.
[99] Giulini, tom. I, pag. 430.
[100] Noi Alberico conte nel Placito pubblico per amministrare a
ciascuno la giustizia.
[101] Giulini, tom. I, pag. 307.
[102] Giulini, tom. I, pag. 356.
[103] «Mantenitor del voto, in voler fermo».
[104] Giulini, tom. I, pag. 381.
[105] Detto, tom. I, pag. 383 e seg.
[106] Quello tra i cardinali preti diaconi o sarà trovato più degno,
coll'aiuto di Cristo, all'onore dell'arcivescovado promuovessero.
[107] Giulini, tom. I, pag. 385 e 411.
[108] Pienamente e ad evidenza intendiamo, come tu con fedele
devozione, e con tutto lo sforzo della mente, per il pristino stato e
vigore, e per lo ristoramento della santa Chiesa milanese, tre volte
e quattro sei rimasto devoto e zelante nell'ossequio di Ansperto
reverendissimo tuo arcivescovo e confratello nostro e ad esso nelle
cose tutte fedelissimo.
[109] Giulini, tom. I, pag. 419.
[110] Giulini, tom. 2, pag. 61.
[111] _Liutprand._, lib. I, cap. 22.
[112] _Rer. Italic._, tom. 2, part. II, _Chron. Novaliciense_.
[113] Vegnendo noi a Pavia nel sacro palazzo, ed ivi fatta nella
persona nostra la elezione, colla grazia di Dio onnipotente, da tutti
i vescovi, marchesi, conti e da tutti gli ordini di persone tanto
maggiori che inferiori.
[114] _Antiquit. Medii Ævi_, tom. I, pag. 87.
[115] Nel palazzo di Pavia, che è la capitale del nostro regno.
[116] _Antiquit. Medii Ævi_, tom. I, pag. 779.
[117] _Liutprand._, lib. 2, cap. 15.
[118] Giulini, tom. 2, pag. 153.
[119] _Dissert. Med. Æv._, tom. VI, pag. 325.
[120] Tom. 2, pag. 163.
[121] Giulini, tom. 2, pag. 267.
[122] Che egli voleva in quel luogo costruire una fortezza, colla
quale, non solo i Milanesi, ma molti principi d'Italia altresì avrebbe
saputo tenere in freno.
[123] _Luitprand._, lib. 3, cap. 4.
[124] Gli concedette di poter cacciare il cervo nel suo parco, il che
mai accordato non aveva alcuno se non se ai carissimi ed illustri suoi
amici.
[125] Mentre presso le mura della città cavalcava.
[126] Nella propria lingua, cioè nella teutonica, così parlò ai seguaci
suoi: Io non sono Burcardo, se non faccio che gli Italiesi tutti si
servano di un solo sperone, e per cavalcatura si valgano di cavalle
pregne o deformi. Punto non curo la solidità o l'altezza di quel muro;
giacchè, col solo gettare la mia lancia, morti precipiterò dal baluardo
i nemici.
[127] Venne a Pavia e col consentimento di tutti assunse il regno.
[128] _Liutprand._, lib. 3, cap. 5.
[129] Ugone e Lotario regi.
[130] _Liutprand._ lib. 4, cap. 6. — _Arnulph._, lib. I, cap. 1 _et_ 2,
_in Rer. Ital. Script._, tom. 4.
[131] Giulini, tom. 2, pag. 208.
[132] _Liutprand._, lib. V, cap. 4 e seg.
[133] _Tristani Calchi, Hist. Patr._, lib. I, pag. 18. — Alciati, lib.
II, pag. 125.
[134] Mentre nel nome di Dio, nella città di Pisa, alla corte dei
signori re, dove il signor Ugone e Lotario gloriosissimi ai re
presiedevano, sotto le viti, là dove _topia_ (pergola) si chiama, entro
la corte medesima, ec.
[135] Muratori, _Antiq. Med. Ævii_, tom. I, pag. 953.
[136] Mentre nel nome di Dio, al monastero del santo e confessore di
Cristo, Ambrogio, ove sepolto riposa il di lui corpo, ove il sig.
Lamberto, piissimo imperatore, presedeva, in una casa della stessa
santa chiesa milanese, in una _lobia_ (_terrazzo_, anzichè _portico_,
come interpreta il _Du Cange_) della casa medesima, sedeva a giudicare
Amedeo, conte del palazzo, insieme con Landolfo, nominato arcivescovo,
affine di amministrare a tutti giustizia e deliberare, ec.
[137] Giulini, tom. II, pag. 473.
[138] Nel nome di Dio, essendo che nella città di Milano, nella corte
del ducato, entro la _lobia_ della stessa corte sedeva a giudicare
Magnifredo, conte del palazzo, e conte dello stesso contado milanese,
per amministrare giustizia a ciascuno, risedendo con esso Rotcherio,
visconte della stessa città, ec.
[139] Giulini, tom. II, pag. 469.
[140] Confermo che tutti i miei servi e le mie ancelle siano Aldioni,
ed appartenga la loro brigata (_mundium_) allo stesso ospedale,
ricevendo essi un soldo per testa ciascuno, siano maschi o femmine; e
così voglio pure che quegli uomini miei che consueti sono, col vitto
giornaliero, a prestarmi le opere loro, stabilisco che qualora lavori
debbano eseguirsi, compiano i detti lavori, ricevendo il vitto dallo
stesso ospedale.
[141] Questo ospedale sia diretto e governato da Warimberto, umile
diacono dall'ordine della santa chiesa milanese, nepote mio e figlio
della buona memoria di Ariberto di Besana ne' giorni della sua vita.
[142] Giulini, tom. II, pag. 110.
[143] Da coerenza a questa da due parti tenente Ursone, e così
pure l'isola comense, dalla terza parte il podere di San Vittore di
Missaglia, dalla quarta il podere di San Pietro di Civate.
[144] Giulini, tom. II, pag. 199.
[145] Giulini, tom. I, pag. 366 e 471.
[146] Giulini, tom. I, pag. 72.
[147] Sembra questo in contraddizione con quanto si è asserito; cioè
che quando il genere umano fu più tormentato, gl'ingegni si sono
riscossi, e ne è nata la coltura e la felicità. Ma la apparente
contraddizione scompare, considerando che l'ignoranza produce la
ferocia e l'infelicità, e queste, giunte a un determinato grado,
scuotono gl'ingegni, tolgono il torpore e richiamano la sapienza;
quindi tutto si anima e risorge; quindi spunta la felicità, nella quale
nuovamente il genere umano diviene inerte, e successivamente ignorante,
feroce e misero. Tale è la vicenda per cui circola e circolerà sempre
la storia delle nazioni. Il male nasce dal bene, e il bene dal male.
[148] _Landulph. Senior._, lib. II, cap. 10; _Rer. Ital._, tom. IV. —
L'anno 1440, il cardinale Branda Castiglione, signore accreditatissimo,
avendo sottratti i rituali ambrosiani per introdurre il rito romano,
corse pericolo della vita. Il popolo attorniò il suo palazzo; egli fu
costretto a gettare dalle finestre i libri ambrosiani, e finchè visse,
non s'arrischiò a porre mai più il piede in Milano.
[149] Tom. II, pag. 151.
[150] _Landulph. Sen._, lib. I, cap. 9.
[151] Debbono dunque essere istruiti i laici, affinchè nelle case
loro debbano con fervore celebrarsi i divini misteri, il che è assai
lodevole; siano però i misteri trattati da coloro che dai vescovi siano
stati esaminati, e si approvano allorchè sono dagli ordinatori loro
accompagnati con lettere commendatizie, mentre per avventura debbono
recarsi in terre straniere. Se adunque si trovano sprezzatori dei
canoni, che straordinariamente cd illecitamente esercitino il ministero
e che ardiscano violare sacramentalmente le cose divine, siano da prima
gli uni e gli altri dal vescovo rimossi, tanto cioè il cherico o il
sacerdote errante, quanto quello che con usurpazione si appropria il
di lui ufficio; e qualora non vogliano da questa temerità trattenersi,
siano scomunicati.
[152] _Canon. XVIII. Synod. Regiaticini ann. 850 regnantib. piissim.
Augg. Hlotario ac Hlodovico. Lubbei Concilior._, tom. IX, pag. 1071.
_Edit. Venet._ 1782, Albrizzi e Coleti.