nel palazzo fabbricato quindici anni prima da Matteo Visconti, allora
vicario imperiale dell'imperatore Adolfo; il qual palazzo era situato
dove oggidì vi è la real corte arciducale[611]. Guido aveva al suo
stipendio mille soldati a cavallo. Il re gli aveva spedito ordine di
consegnargli liberi i due fratelli dell'arcivescovo, ch'egli teneva
prigionieri; e Guido non aveva dato riscontro alcuno. Sperava Guido
che i consigli da' Langoschi e di altri suoi aderenti avrebbero
dissuaso il re dal venire a Milano; e si fidava che in ogni evento,
Vercelli, Novara e Vigevano, ben presidiate città, avrebbero resistito
alla venuta di Cesare. Il Langosco, in fatti, e gli altri suoi
aderenti adoperarono ogni arte per fare che il re prescegliesse di
farsi incoronare a Pavia, e non venisse a Milano. Ma il Garbagnate
e il Visconti fecero comprendere ad Enrico che non v'era sicurezza
sin tanto che Milano era in potere di Guido della Torre; che anzi
era indispensabile che in Milano l'imperatore piantasse la sua sede;
poichè, padrone una volta della città, e ricevuta che avesse ivi
solennemente la corona del regno italico, alcuno più non avrebbe
osato di fargli opposizione. Il re deliberò appunto di così fare. Al
presentarsi del re colle sue forze prima a Vercelli, poscia a Novara,
nessuna opposizione ritrovò: venne anzi onoratamente accolto e venerato
come sovrano. Vigevano fu preso dalle truppe reali senza spargimento
di sangue, poichè un medico del paese cautamente ve lo introdusse.
Il re non permise che si oltraggiassero i vinti, e il solo uso ch'ei
fece dell'autorità, fu per sedar le fazioni. Informato Guido di tai
progressi, finalmente spedì a Novara anch'egli alcuni de' suoi, per
rendere omaggio in di lui nome al re, e presentargli i due fratelli
dell'arcivescovo. S'incamminò poscia il re de' Romani verso Milano,
dove aveva già spedito il suo maresciallo di corte con truppe, affine
di preparare gli alloggiamenti; e mentre era innoltrato nel cammino
da Novara a Milano, ricevette un avviso dal maresciallo, che Guido
della Torre non voleva sbrattare dal suo palazzo per lasciarlo al
re; e che non voleva licenziare i mille armati del suo stipendio.
Il re, scostatosi dalla via pubblica, chiamò a parlamento i suoi.
Nessuno ardì di consigliargli il partito ch'egli saggiamente prese.
Spedì rapidamente avanti di sè l'ordine che il maresciallo al momento
pubblicasse in Milano il comando, che ciascuno uscisse incontro del re
fuori della porta della città. La sorpresa, la fama già precorsa della
bontà di quel sovrano, l'amore delle cose insolite, naturale al popolo,
che sente i mali presenti e si lusinga d'un favorevole cambiamento;
la maestà d'un augusto, la noia de' Torriani, tutto in un momento si
riunì, e fece uscire i Milanesi affollati fuori della porla della città
ad incontrare l'imperatore. Guido della Torre, per non rimanere solo,
s'indusse egli pure ad uscire; e fu degli ultimi. A misura che il re
s'andava accostando alla città, cresceva il numero de' Milanesi che gli
rendevano omaggio. I signori cavalcavano, secondo l'uso di que' tempi,
col loro scudiere, che portava inalberata la loro insegna; e a misura
che compariva il re, le insegne si abbassavano per riverenza. Presso
le porte, al fine della città, comparve Guido della Torre, preceduto
dal podestà, che in quell'anno era Ricuperato Rivola, bergamasco. Il
podestà umilmente presentò al re il bastone del comando, ch'era il
distintivo della sua dignità; il re lo prese, indi graziosamente glielo
riconsegnò. Guido della Torre teneva immobilmente innalberato il suo
stendardo; e alcuni del séguito del re de' Romani, ragionevolmente
sdegnati di questo inopportuno orgoglio, si scagliarono sullo scudiero,
glielo strapparono dalle mani e lo gettarono nel fango. Sconcertata
così ogni pretensione di Guido, scese da cavallo, e umiliatosi al re,
baciogli il piede, siccome allora era il costume. Il saggio Enrico
allora lo accolse con bontà, e con paterno amichevole tuono gli disse:
Sia d'ora innanzi fedele e pacifico; questo è il solo buon partito che
ti resta da prendere.
Resosi per tal modo padrone di Milano, Enrico di Lucemburgo andò ad
alloggiare nel palazzo, ove sta oggidì la real corte, il quale era
signorilmente fabbricato per l'uso di que' tempi. Questa entrata del
re in Milano accadde il giorno 23 dicembre 1310. La prima cosa che
ordinò Enrico fu: che fra le due famiglie Visconti e della Torre vi
fosse una perpetua pace; che le cose passate nemmeno più si potessero
nominare; che da quel punto ogni fazione s'intendesse proscritta ed
abolita per sempre; che i fuorusciti liberamente ritornassero tutti
nel seno della loro patria, e fossero repristinati nel godimento de'
loro beni. Ciascuno dovette giurare di osservare questa legge, in cui
venne imposta la pena contro i contravventori di mille libbre d'oro:
per fare il qual peso vi vogliono centomila zecchini, somma che, in
que' tempi singolarmente, doveva essere difficile il far pagare. Io
quasi dubiterei di errore, se la carta non dicesse chiaramente _mille
librarum auri puri poena_, e non lo avesse pubblicata il nostro esimio
Muratori[612]. Il re Enrico fece dappoi radunare il popolo sulla piazza
di Sant'Ambrogio. Ivi si collocò sopra di un eminente e magnifico
trono, a' piedi del quale fece sedere i signori Visconti e della Torre;
e in questa circostanza, d'ordine del re, un oratore prese a parlare
al popolo, dichiarando che il nuovo augusto non era venuto in Italia
per proteggere alcun partito, ma per fare indistintamente il bene,
e senza parzialità, a tutti; che egli voleva la pace e la concordia;
ed in prova indicò i signori che unitamente sedevano sui gradini del
trono. Questi benefici sentimenti, la vista inaspettata e tenera di
due famiglie irreconciliabili, rese tranquille dalla felice autorità
del monarca, fecero che il popolo scoppiasse in lagrime di gioia e in
applausi al virtuoso e benigno principe; e così l'eloquenza del cuore
della moltitudine coronò, nella più sensibile maniera e nella più
fausta, il principio della nuova sovranità, anche prima della sacra
cerimonia, che si celebrò poi in Sant'Ambrogio il giorno 6 gennaio
1311; dove l'arcivescovo di Milano, assistito da due arcivescovi e da
ventun'altri vescovi, solennemente incoronò colla corona ferrea del
regno d'Italia il nuovo augusto. I due arcivescovi assistenti furono
quei di Treveri e di Genova. I vescovi furono di Liegi, di Ginevra,
d'Asti, di Torino, di Vercelli, di Novara, di Bergamo, di Padova, di
Vicenza, di Treviso, di Verona, di Mantova, di Piacenza, di Parma,
di Reggio, di Modena, di Lucca, di Brescia, di Lodi, di Como e di
Trento. Questa solennità fu resa più augusta dall'assistenza del duca
d'Austria, del duca di Baviera, del conte di Lucemburgo, fratello
dell'imperatore, del conte di Fiandra, del conte di Savoia, del
Delfino, del marchese di Monferrato, e di gran numero d'altri baroni
e signori italiani e tedeschi. Il vescovo di Vercelli ebbe l'onore di
cingere la spada al re, al quale vennero con cerimonia consegnati il
pomo d'oro, lo scettro e la verga, prima che l'arcivescovo terminasse
il rito, imponendogli la corona. È degno di memoria un fatto, ed
è che non fu possibile, per quante ricerche se ne facessero, di
ritrovar conto dell'antica corona del tesoro di Monza, colla quale era
tradizione che fossero stati incoronati gli antichi re d'Italia. Forse
il far smarrire quell'antico cerchio è stata una minuta animosità di
Guido della Torre; ma vi si supplì ben tosto con poca difficoltà da un
fabbro, che formò d'acciaio una corona di ferro, a foggia di due rami
d'alloro intrecciati. In quel giorno solenne il nuovo re d'Italia creò
alcuni militi, siccome era l'uso di fare nelle grandi occasioni, e il
primo nominato fu Matteo Visconti.
Sin qui la novità della venuta del re Enrico non aveva cagionato
se non giubilo e consolazione alla città. Ma terminata appena la
incoronazione, venne convocato il consiglio generale; dove, entrando
un ministro del re con un notaio, ricordò ai consiglieri radunati
l'antica usanza del regalo da farsi all'imperatore nuovamente coronato;
e, rivoltosi al notaio: Scrivete, disse, ciò che una città sì grande e
magnifica determinerà di offrire al nuovo cesare. Nessuno ardiva essere
il primo a favellare. Un cupo silenzio regnò per qualche tempo in
quella numerosa adunanza. Pure conveniva proferire; e il primo eccitato
a parlare, per liberare sè medesimo d'imbarazzo, altro non seppe
suggerire, se non d'incaricare uno dei più stimati fra' consiglieri,
a lui rimettendo il determinare la somma. Nominò poi Guglielmo della
Pusterla; e tutti i consiglieri, contenti di questo disimpegno,
replicarono il nome di Guglielmo della Pusterla: il quale, così
impensatamente còlto, avrebbe pur voluto potersi liberare da quella
briga, e uscire dall'alternativa o di mancare con suo danno ai riguardi
verso del nuovo augusto, ovvero d'esporsi, pure con suo danno, ai
venturi rimproveri dei cittadini. Non v'è cosa buona che qualche volta
non rechi incomodo, persino la buona riputazione. Costretto Guglielmo a
nominare una somma, proferì cinquantamila fiorini d'oro. Il consiglio
approvò questo donativo. Matteo Visconti non voleva tralasciare
occasione di farsi merito; quindi, dopo di avere anch'egli assentito
al donativo proposto: Quest'è, disse, per l'imperatore; ma lasceremo
noi di offrire qualche segno d'omaggio alla incomparabile imperatrice?
Presentiamo alla bellissima principessa dieci altri mila fiorini
d'oro. Così propose Matteo; e, sebbene tacessero i consiglieri tutti,
il notaio andava scrivendo anche questo secondo regalo; Guido della
Torre, impetuosissimo uomo e incapace di piegarsi ai tempi, non si
potè contenere; o fosse sdegno contro di Enrico, o fosse insofferenza
vedendo un antico rivale diventato l'arbitro del consiglio, qualificò
altamente Matteo per un cattivo cittadino, che con una comodissima
liberalità donava l'altrui; s'alzò borbottando e dicendo con ironia: E
perchè non piuttosto il numero compito di centomila fiorini? Il notaio
puntualmente scrisse centomila fiorini d'oro, e si dovettero pagare,
malgrado i maneggi fatti poscia inutilmente per diminuire tal somma.
Mi sia permessa una breve digressione. Se la somma di centomila fiorini
d'oro era allora tanto grave a pagarsi, quantunque ripartita su tutta
la città, come adunque una somma di tal valore poteva minacciarsi a un
privato, il che poc'anzi si è veduto nella pace ordinata fra i Visconti
e i Torriani? La storia ci presenta frequenti occasioni di dubitare,
anche sopra de' più autentici documenti, perchè i costumi, co' secoli,
si sono cambiati; e se oggidì sarebbe ridicola una legge che imponesse
la pena d'un milione di scudi al delinquente, forse allora non lo sarà
stata, e la esagerata minaccia era forse lo stile del legislatore.
Forse anco l'antico spirito delle leggi longobarde, che fissava le pene
pecuniarie, non permetteva di imporre, se non indirettamente, le pene
personali, cioè fissando una somma impossibile, la quale, non pagata,
il delinquente cadeva in potere del legislatore. È noto come il fiorino
d'oro è la stessa moneta che oggi chiamiamo il gigliato, che, da
Fiorenza e dal fiore che aveva ed ha nell'impronto, si chiama fiorino;
che questa moneta di purissimo oro si cominciò a coniare in Firenze
l'anno 1252; e che ben presto acquistò tal credito, che molti altri
Stati lo imitarono. Anche Milano ebbe i suoi fiorini d'oro nei tre
secoli che vennero dopo quell'epoca: ed io credo che una di tali monete
che possedo, coll'immagine da una parte di sant'Ambrogio, e dall'altra
dei santi Gervaso e Protaso, e colla data _Mediolanum_, possa essere
coniata circa l'anno 1258, nel quale si fece uno statuto per migliorare
la moneta, ovvero circa al 1260; anno al quale il Muratori attribuisce
altre monete d'argento battute in Milano senza nome di principe, poichè
l'Impero era vacante[613].
Era sul punto il re Enrico d'incamminarsi verso di Roma, per ivi
ricevere la terza incoronazione come imperatore; ma ben prevedeva
quel prudente signore che sarebbe stata di corta durata la pace data
a Milano, s'egli si allontanava, conducendo seco le sue milizie. Gli
armati che lo accompagnavano non erano numerosi abbastanza per poterne
staccare porzione in custodia della Lombardia. Doveva aspettarsi che
l'odio e la rivalità delle fazioni sopite, scoppiassero al momento in
cui veniva levato il peso che le aveva fiaccate; e che o i Visconti
o i Torriani ben tosto venissero espatriati e resi raminghi co' loro
aderenti. Il saggio principe, con accorto consiglio, nominò cento
nobili milanesi, dai quali voleva essere onorevolmente accompagnato
nel suo viaggio di Roma; e in questo numero erano compresi i capi e i
più distinti dell'una e dell'altra fazione. Questa determinazione, che
infatti era decorosa per gli eletti, piacque sommamente alla città,
che ne traeva l'augurio della ventura quiete e dell'ordine. Gli eletti
per lo contrario, cercavano il pretesto onde poterne sventarne l'idea;
e quello che singolarmente rappresentavano, era la mancanza del denaro
per un decente corredo: mancanza in parte vera, poichè gli espulsi, nel
tempo dei partiti, avevano perduto i loro beni. Comandò adunque il re
che la comunità di Milano dovess'ella somministrare i mezzi convenienti
per i cento nobili nominati ad accompagnarlo. Pareva che per tal modo
fosse spianata ogni difficoltà; ma le sorde ed implacabili passioni
rovesciarono ogni cosa. Sembrava quasi che secretamente i due partiti
operassero di concerto per annientare ed eludere il potere benefico
del re, che altro non toglieva loro che la facoltà di nuocersi. I
centomila fiorini d'oro del regalo si riscuotevano con violenze, e in
modo cotanto odioso, che la città era piena di lamenti. Si disseminò
la vociferazione del nuovo aggravio da imporsi per equipaggiare i
cento nobili ed abilitarli al viaggio di Roma. Si cercava di far
nascere l'avversione contro del re e dei tedeschi, come invasori dello
Stato. In queste circostanze, e mentre cominciava già a spargersi la
tristezza, venne radunato il consiglio generale per ordine del re,
nel quale comparve Niccolò Bonsignore di Siena, come ministro del re,
proponendo al consiglio d'assumersi la spesa per il viaggio de' cento
nobili. Aveva Nicolò Bonsignore fatto circondare dalle armi del re la
sala del consiglio, quella cioè dove attualmente si trova l'archivio
pubblico. Fatta ch'ebbe quel signore la proposizione, un cupo silenzio
occupò tutta la sala, e non vi fu mai modo che un solo de' consiglieri
rispondesse alle molte istanze e interpellazioni di quel ministro.
Credette Nicolò di essere deriso; e dopo inutili tentativi, partì dal
consiglio lasciando gli ottocento radunati e custoditi dalle guardie,
sì che nessuno potesse uscirne. Portossi immediatamente dal re, al
quale esponendo l'ostinazione del consiglio, procurò di animarlo
contro de' Milanesi, gli significo come la città fosse inquieta; che
fuori di porta Ticinese, ne' prati ove scorre la Vecchiabbia, eransi
veduti Galeazzo Visconti e Francesco della Torre in secreto misterioso
colloquio, d'onde, non credendosi veduti, s'erano separati prendendosi
per la mano in atto di reciproca promessa; il che fra due case cotanto
nemiche non poteva indicare se non una congiura contro del nuovo regno;
eccitò l'animo reale a farsi perfino temere da un popolo che non poteva
guadagnare co' beneficii, e chiese se dovesse trasportare in carcere
i taciturni consiglieri, ovvero passarli tutti a fil di spada. Tale
fu il bel parere che quell'italiano diede ad Enrico. Ma il re aveva un
miglior naturale del suo ministro. L'ora è ben tarda, rispose il re; i
consiglieri non hanno pranzato; licenziate il consiglio, e lasciategli
andare alle case loro. Così rispose quell'augusto, il quale merita
d'aver sempre un luogo onorato nella memoria di tutti i buoni. Così
venne fatto. Questa nel saggio monarca era virtù, era umanità, nobile
sicurezza e moderazione; non era spensieratezza o mancanza di azione.
Egli cautamente sapeva diffidare; vegliava sopra tutti i movimenti
d'una città abituata ai cambiamenti; era di tutto informato; e con
varii pretesti giravano sovente le truppe imperiali per i quartieri
della città.
La congiura fra i Visconti e i Torriani forse non era un sogno.
Galeazzo Visconti fors'anco vi ebbe parte; almeno il popolo credette
già preso il concerto di scacciare il re ed i suoi. Taluno dubita
che Matteo istesso vi avesse parte; io non lo credo. Egli è certo
che Matteo comparve innocente e fedele presso dell'imperatore. Chi
crede gli uomini troppo buoni s'inganna; e s'inganna non meno chi
li crede troppo maligni. Matteo Visconti non si è mostrato mai uomo
di cattivo carattere; e bisognava supporlo d'un pessimo animo se,
appena ottenuto il beneficio di ricuperare la patria e i beni, appena
onorato del cingolo della milizia, avesse tramata un'insidia contro
dell'augusto benefattore. Il fatto è questo. Già era cominciato il
tumulto nella città, e molti erano usciti dalle loro case armati.
Correva voce che i Visconti e i Torriani riuniti volessero scacciare
i forestieri, a cagione dei quali s'erano imposte le ultime gravezze.
Il luogo per radunarsi si vociferava alle case de' Torriani, le quali
erano al Giardino, al Teatro Nuovo, ne' contorni di San Giovanni alle
Case Rotte; denominazione data dappoi, quando, diroccate le case de'
Torriani, così rimasero per alcuni anni. La città era in allarme: ma
le truppe tedesche eranvi in buon numero, e giravano per le strade, in
modo da non essere sorprese o poste facilmente in fuga. Si pretende
da alcuni che il complotto fosse concertato fra l'inquieto Galeazzo,
figlio di Matteo, e Francesco, figlio di Guido; il quale Guido della
Torre trovavasi ammalato. Dai movimenti dei Tedeschi potè Galeazzo
accorgersi che più non era possibile il sorprenderli, e che la mina era
sventata. Il partito più scaltro era quello di ripiegare a tempo, di
non arrischiarsi; comparire fedele, e lasciare che tutta la colpa e la
macchia piombassero sopra dei Torriani. Se la cosa sia stata fatta a
disegno e con malizia non lo sappiamo. Egli è vero che Matteo Visconti
nascose entro di un ripostiglio di sua casa Lodrisio Visconti, che era
già armato per uscire; e fatto ciò, Matteo, in abito da casa, si pose
a sedere sotto il portico del suo cortile, e fece venire intorno di
sè alcuni domestici, co' quali si mise tranquillamente a ragionare,
come se nulla accadesse nella città, o non fosse a di lui notizia che
dovesse accadere. Il re aveva spedita una banda de' suoi per arrestare
Matteo, qualora lo cogliessero in armi. Entrarono improvvisamente
gl'imperiali e furono sorpresi di trovare il silenzio e la pace in
quel ricetto in cui erano disposti a combatter i nemici. Matteo,
spogliato, e attonito a quella novità, mostrò tutte le apparenze d'un
buon uomo che vive nella tranquillità la più profonda: fece offrire
cibo e bevanda con ogni ospitalità a que' stipendiati, i quali non
ricusarono il dono, indi, preso il galoppo, si inviarono alle case dei
Torriani, intorno alle quali tutto era in armi. Pagano della Torre,
vescovo di Padova, si pose gli abiti episcopali indosso, la mitra, il
baston pastorale, e si collocò sulla porta di sua casa per ricevere i
Tedeschi; come i Romani al tempo di Camillo ricevettero i Galli. La
persona del vescovo non fu offesa da alcuno, ma non potè per questo
impedire l'ingresso. I signori della Torre, vedendosi sorpresi e
male assistiti da una moltitudine disordinata, raccomandarono la loro
vita a generosi cavalli, ai quali tagliarono gli usati ornamenti per
renderli più veloci alla fuga; e così Francesco e Simone, figli di
Guido, giunsero a ricoverarsi in Montorfano. Guido infermo, si alzò
da letto, e, sorpassando il muro del giardino; si appiattò entro un
monastero di monache; d'onde poi ebbe asilo presso un antico suo amico,
e potè nascondersi e passare a salvamento. Frattanto gl'imperiali
con poco stento uccisero e sbandarono quegli ammutinati. Le case de'
Torriani, bagnate di sangue e ingombrate di cadaveri, vennero esposte
al saccheggio dalla licenza militare.
Mentre questa tragedia si eseguì in Milano, Matteo Visconti, e Galeazzo
di lui figlio, rappresentavano due scene in luoghi distinti. Matteo
aveva comandato a Galeazzo di starsene in casa sino al di lui ritorno.
Ma Galeazzo appena fu il padre uscito, si armò, si pose a cavallo
e si mostrò per le strade. Matteo Visconti, poichè vide sgombrati
gl'imperiali della sua casa, si portò disarmato dal vescovo di Trento,
cancelliere imperiale, e lo pregò di volerlo presentare al re; mentre
non osava di presentarglisi solo nel momento in cui poteva ogni
cittadino essere sospetto. Il vescovo fu compiacente; e la spontanea
presenza del Visconti, i suoi ragionamenti, la relazione dello stato
in cui venne sorpreso nella sua casa, persuasero il re che Matteo
fosse innocente: e tutta la trama ricadde soltanto sopra i Torriani.
Probabilmente o non vi fu intrigo dalla parte di Matteo, ovvero fu
concertato dal solo Galeazzo senza saputa del padre. Nel momento poi in
cui scoppiò il tumulto, facilmente Matteo avrà conosciuto come fosse
stata ordita la trama. Mi piace, se posso, senza mancare alla verità,
di togliere quest'ingrata e bassa accusa alla memoria di un uomo la
di cui vita non presenta azioni nere; e mi piace pure di non lasciare
al buon re Enrico un inganno, per mercede della bontà del suo animo.
Matteo da Enrico non aveva ricevuto se non beneficii. Per lui aveva
riacquistati i beni e la patria. Per lui il sommo potere non era più
fra le mani di Guido, suo nemico, da cui doveva temere nuovi danni
se cessava il potere d'Enrico. Quindi a me sembra poco verosimile
la congiura di cui alcuni nostri autori lo voglion complice, e della
quale minutamente descrivono persino i familiari colloqui di Guido con
Matteo. Forse i Torriani con tai dicerie cercarono poi d'offendere la
fama di Matteo, la sola che avevan forze bastanti per invadere; egli
scrittori ne furono sedotti facilmente; perchè riesce più frizzante
la storia, quanto più malignamente dipinge gli uomini; e lo storico
signoreggia più, indicando ingegnosamente le cagioni, ancor false,
anzi che raccontando i fatti soli, ove siano incerte le cagioni, che
li produssero. Io mi crederò onorato ancora più rendendo un omaggio
costante alla verità. Si può credere innocente anche Galeazzo, di lui
figlio, il quale uscì armato; e, inalberando l'insegna della vipera,
aveva radunato un buon numero di cavalieri, che marciavano dietro
di lui pronti a combattere. Questo drappello marciava dal Bocchetto
al Corduce, quando improvvisamente se gli fece incontro un grosso
squadrone di imperiali, in numero da non cimentarvisi. Gl'imperiali
avevano già le lance in resta, ma Galeazzo, alzata la visiera, si
diè a conoscere venuto per unirsi a combattere contro i sediziosi e
in servizio del re. I tedeschi erano comandati da un vescovo[614].
Con essi si accompagnò Galeazzo, e fece in modo che s'introdusse
nella città un corpo di austriaci acquartierati a San Simpliciano,
che allora esisteva fuori della mura. Accadde in tale occasione
che il duca Leopoldo d'Austria, passando in mezzo a questi popolari
tumulti, nelle vicinanze della chiesa di San Marcellino corse pericolo
d'essere traforato da una lancia, se un suo fedele non avesse spronato
il cavallo, e, postosi di mezzo, salvata la vita a questo giovine
principe, glorioso ascendente dell'augusta casa d'Austria. La lancia
fortunatamente passò fra le vesti del generoso suddito, senza nocumento
di Leopoldo.
I Torriani in quel giorno perdettero per sempre la patria, da cui
vennero proscritti; e sempre dappoi riuscirono vani gli sforzi che
posero in opera per ritornarvi. Così terminò la dominazione de'
Torriani, la quale interrottamente durò anni trentatre, cominciando da
Martino, che, nel 1247, intraprese a reggere il popolo, e lo resse per
anni sedici, poscia Filippo, per anni due, indi Napoleone ossia Napo,
per anni dodici, poi (dopo l'intervallo di Ottone Visconti e di Matteo)
Guido della Torre lo resse per anni tre sino al 1311, il che forma il
periodo di trentatre anni. Non ho interrotto il racconto di questa
interessante serie di avvenimenti colle frequenti citazioni, perchè
l'epoca è assai nota, quantunque gli autori raccontino variamente le
circostanze. Chi bramasse di esaminare il fatto dalla sorgente, vegga
il tomo XII della Raccolta _Rerum Italicarum_; Bonincontro Morigia,
Cronaca di Monza[615]; Giovanni Villani, Storia, lib. IX; Cronaca
d'Asti[616]; Giovanni da Cermenate, Istoria[617]; il Corio, all'anno
1311; e più d'ogni altro, la diligente e laboriosa opera del nostro
conte Giulini, al tomo VIII.
FINE DEL TOMO PRIMO.
INDICE DI QUESTO TOMO
_Notizie di Pietro Verri_ Pag. 1
_Prefazione_ » 31
CAPITOLO PRIMO.
_Antichità di Milano sino alla devastazione di Attila,
seguita nell'anno 452_ » 37
CAPITOLO II.
_Della rovina di Milano sotto i Barbari nel quinto e sesto
secolo; e dello stato della città ne' secoli successivi,
sino al di lei risorgimento_ » 64
CAPITOLO III.
_Principii del risorgimento di Milano nel secolo decimo_ » 89
CAPITOLO IV.
_Continuazione del risorgimento di Milano, che torna ad
essere la più importante città della Lombardia nel
secolo » 115
CAPITOLO V.
_Dissensioni civili pel cambiamento della disciplina
ecclesiastica dopo la metà del secolo XI_ » 145
CAPITOLO VI.
_Della nascente repubblica di Milano sino all'imperatore
Federico I_ » 184
CAPITOLO VII.
_Della rovina di Milano sotto l'imperatore Federico I_ » 213
CAPITOLO VIII.
_Umiliazione dell'imperatore Federico, e stabilimento d'un
sistema politico_ » 253
CAPITOLO IX.
_Stato della repubblica di Milano, e sua costituzione
incerta dalla morte di Federico I sino alla metà del
secolo XIII_ » 283
CAPITOLO X.
_Della signoria de' Torriani; e principii della grandezza
della casa Visconti, sino al cominciamento del
secolo XIV_ » 316
NOTE:
[1] Cremona, nella stamp. Manini, un vol. in 8., di pag. 330.
[2] Discorso recitato nell'apertura della Società Patriottica di Milano
nel dicembre del 1778. — Ved. _Atti della Società._ t. I, p. 30.
[3] Veggansi nella Raccolta degli Economisti Italiani le _Notizie di
Cesare Beccaria:_ Parte moderna, tom. XI, p. 3 e 4.
[4] I nomi dei benemeriti cooperatori al detto Giornale, colla
indicazione delle lettere iniziali con cui segnarono i loro articoli,
sono i seguenti: _A._ Alessandro Verri — _B._ Baillon — _C._ Cesare
Beccaria — _F._ Sebastiano Franci — _G._ Giuseppe Visconti — _G. C._
Giuseppe Colpani — _L._ Alfonso Longhi — _NN._ Luigi Lambertenghi —
_P._ Pietro Verri — _S._ Pietro Secchi — _X._ Paolo Frisi.
Questo catalogo è stato stampato la prima volta da Lalande, nella
Relazione del Viaggio ch'egli fece in Italia due anni dopo la
cessazione di quel giornale. Veggasi _Voyage d'un Français en Italie_,
edizione di Parigi, 1709, tom. I, pagina 374.
[5] «La Ferma generale ha avuto principio nel 1750 per opera del
generale Pallavicini, ministro plenipotenziario, il quale abolì i
separati appalti delle Regalie del sale, tabacco, polvere ec., e,
riunendole in un sol corpo, le affidò ad una compagnia di Bergamaschi,
che avevano poco o nulla al mondo, ma che affrontarono arditamente
la fortuna. Essi pagavano alla Camera cinque milioni all'anno, e
ne ritraevano di netto prodotto sei milioni e mezzo, onde centomila
annui zecchini ne avevano di profitto dal solo negozio. Dico dal solo
negozio, perchè indirettamente poi essi avevano poste tali angarie
alla filanda delle sete, che buona parte della raccolta de' bozzoli
del paese cadeva nelle loro filande, che erano sparse nello Stato, e
comparivano col nome di supposti proprietarii. Oltre di che essi ne
ritraevano molti altri proventi incalcolabili; e così si fecero grandi
e doviziosi». — Verri in una _Memoria_ inedita.