re de' Romani, innalzato l'anno 1298, confermò a Matteo Visconti il
diploma di vicario imperiale, che quattro anni prima aveva ottenuto.
Il titolo che si dava a Matteo era:_ Al magnifico ed egregio uomo
il signor Matteo de' Visconti_. Varie città, siccome dissi, eransi
collegate coi Torriani a danno del Visconti, la di cui rapida e la di
cui vasta ambizione facevano temere un padrone a molti piccoli Stati,
i quali, in mezzo alla discordia, al disordine, alla tirannia di più
padroni, avrebbero anzi dovuto desiderarne un solo, se la lusinga
d'una chimerica libertà non gli avesse sedotti. Le terre del milanese
erano devastate dalle scorrerie de' Torriani. (1299) Matteo Visconti
fece radunare in Milano il consiglio generale il giorno 9 di aprile
1299. Ivi espose lo stato delle cose, le alleanze dei Torriani, i
guasti cagionati dalle loro incursioni, le forze loro, le nostre, gli
appoggi su i quali potevamo noi far conto; indi propose il partito se
convenisse fare la guerra ovvero la pace. Detto ciò, volle abbandonare
l'adunanza, affine di lasciare un'intera libertà alle opinioni di
ciascuno. Con tale accorgimento Matteo si rendeva affezionata la
città; credendosi libero il volgo, pago dell'apparenza e dei nomi;
e credendosi considerati i pochi avveduti, per l'artificio medesimo
che adoperava colui che aveva il potere nelle mani. La determinazione
del consiglio fu di confermare per altri cinque anni Matteo Visconti
capitano del popolo, colla facoltà di fare la guerra o la pace a suo
piacimento. Il credito di Matteo era tale che i Veneziani e i Genovesi
lo scelsero per arbitro d'una loro contestazione, ch'egli terminò; e
quasi tutta la Lombardia si reggeva da lui. Alla moderazione e prudenza
aggiungeva Matteo la liberalità pubblica. (1300) L'anno 1300 egli
ammogliò Galeazzo, suo primogenito, con Beatrice d'Este, sorella di
Azzone VIII, signore di Modena e Reggio e marchese di Ferrara. Lo sposo
era più giovine della sposa. Galeazzo aveva ventitre anni, e Beatrice
trentadue. Fra le singolari pompe che diede Matteo all'occasione di
queste nozze illustri, per otto giorni vi fu corte bandita, cioè cibo e
bevanda per chiunque la volesse; e alla mensa nuziale sedettero mille
convitati, vestiti tutti in abito uniforme a spese della comunità
di Milano. Per conciliarsi la corte di Roma, Matteo lasciava che il
papa Bonifacio VIII regolasse e disponesse della chiesa milanese a
suo libero arbitrio, eleggendo i candidati per qualunque beneficio,
e dando ordine ai regolari senza saputa dell'arcivescovo; insomma
comandando senza limite quanto voleva nella gerarchia ecclesiastica.
Pareva in fatti consolidata la signoria di Matteo di modo che nessun
avvenimento potesse rovesciarla giammai, ma l'amore paterno deluse
la politica nel cuore di Matteo: il che non lo rammento per biasimo,
anzi per lode; giacchè è grande colui che talvolta è sedotto dalla
benevolenza. Un cuor gelato, che lascia l'ingegno arbitro de' propri
interessi in ogni occasione, non può avere mai l'eroismo; e gli uomini
tutti, e molto più i principi, si possono non credere benefici, sin
tanto che, mostrandosi tali, promovono i propri interessi; ma laddove,
beneficando, li pregiudicano, forza è conoscere l'animo loro sensibile
e generoso. Galeazzo, sposo, giovine, imprudente, era l'idolo di suo
padre; il quale fece passare in lui la carica di capitano del popolo.
I nemici, siccome dissi, devastavano colle loro scorrerie lo Stato. Il
nuovo capitano del popolo, senza sperienza militare, senza talenti, col
solo inquieto ardimento dell'età sua, prese a fare diverse spedizioni,
ora contro de' Novaresi, ed ora contro de' Pavesi, con nessun profitto,
e con notabile dispendio e incomodo dei Milanesi. Mosca, Errecco e
Martino della Torre erano acquartierati in Cremona, ed avevano in favor
suo Novara, Pavia, Vercelli, Lodi, Crema, ed il giovine marchese di
Monferrato. Tutta questa lega era combinata per ricondurre i signori
della Torre in Milano e deprimere la nascente potenza de' Visconti,
il governo de' quali era spiacevole per la condotta imprudente di
Galeazzo. La sorte rimase indecisa sino all'anno 1302, nel quale i
Visconti caddero alla condizione di semplici privati. Matteo non ebbe
altro partito da prendere se non quello di ritirarsi a Peschiera presso
il lago di Garda, indi a Nogarola nel Veronese, dove con pochi beni di
fortuna si pose a vivere una vita libera e campestre, lontana da ogni
cura pubblica. Galeazzo si rifugiò colla moglie presso il marchese suo
cognato, ed in Ferrara diventò padre di Azzone Visconti. Ho risparmiato
al lettore il racconto delle zuffe datesi con varia fortuna in questa
ed in altre occasioni, e lo risparmierò sempre, fuorchè non siavi
qualche circostanza che sembri meritevole di essere conservata nella
memoria degli uomini. Matteo non si mostrò mai buon soldato. Galeazzo
aveva impeto, ma non condotta. Dovettero per ciò soccombere a forze
assai preponderanti.
(1302) Ritornati alla patria i signori della Torre l'anno 1302, dopo
venticinque anni d'esilio, mostrarono nei primi cinque anni d'essere
alieni da ogni vista ambiziosa, e di volere essere cittadini di una
patria libera; non ottennero dignità alcuna. La città si reggeva co'
soli magistrati, il podestà e il capitano del popolo. Si nominavano
ogni anno il consiglio degli ottocento; e sarebbe stata libera la
patria se i consiglieri avessero ricevuta la loro dignità all'elezione
del popolo. Nondimeno la rispettosa opinione verso i signori della
Torre non era svanita. Morì in Milano Mosca della Torre, e il di lui
funerale si celebrò con pompa sovrana, vestendo di porpora il cadavere,
e trasportandolo sotto un baldacchino alla chiesa di San Francesco.
(1307) Guido della Torre rimase il capo della sua casa, e a lui venne
offerta la carica di capitano del popolo per un anno, e l'accettò il
giorno 17 dicembre 1307. Fu tanto gradito il governo di Guido alla
città, che, al terminare dell'anno, per acclamazione pubblica, non
solo venne creato capitano perpetuo del popolo, ad esempio di quanto
si era fatto con Martino, con Filippo e con Napo dello stesso casato,
ma di più gli venne data la facoltà di fare nuovi statuti; il quale
attributo, costituendolo legislatore, gli dava la vera sovranità.
Guido si mostrò sorpreso da un impensatissimo avvenimento, quando vide
attorniata la sua casa dai popolari applausi; e accondiscese quasi a
stento a portarsi alla sala, ove il popolo lo volle accompagnare; ed
ivi dagli ottocento radunati consiglieri era aspettato per dare il
giuramento della dignità. Quasi crederei sincera la sorpresa, e sincera
la renitenza in Guido della Torre, il quale, dimenticando le gabbie
orrende che avevano rinchiusi Napo suo zio e il marchese di Monferrato
suo amico, non pensò mai a tessere insidie a Matteo Visconti, che,
privo di denaro e di forze, viveva tranquillamente alle sponde
dell'Adige. Guido non potè piegarsi mai alla dissumulazione, anche in
tempo in cui il solo partito che gli rimaneva era quello.
Mentre Guido della Torre godeva d'una sovranità la più legittima
d'ogni altra, poichè spontaneamente offertagli dai voti pubblici, si
preparava nella Germania la di lui rovina coll'elezione di Enrico
di Lucemburgo, innalzato alla cesarea dignità. Guido in mezzo alla
prosperità, fece chiedere a Matteo Visconti come vivesse, e quando
sperasse di riveder Milano. I due quesiti vennero fatti in nome di
Guido a Matteo mentre passeggiava alle sponde dell'Adige; e la risposta
fu precisa; _come io viva lo vedi, passeggiando e adattandomi alla
fortuna; per ritornare alla patria aspetto che i peccati de' Torriani
sieno maggiori de' miei_[609]: tale fu il riscontro ch'egli fece
fare a Guido della Torre. Alcuni amici rimanevano ancora a Matteo, ma
dispersi, abbattuti e proscritti. Fra questi merita distinta menzione
Francesco da Garbagnate, milanese, esiliato per essere del partito di
Matteo; uomo di studio, di età fresca e di ottime maniere. Viveva egli
in Padova insegnando la giurisprudenza, e traendo da quest'esercizio il
suo vitto. Ma poichè intese l'elezione accaduta in Germania di Enrico
di Lucemburgo, annoiato egli della sua ristrettissima condizione,
e probabilmente a ciò spinto da Matteo, vendette i suoi libri; e,
col denaro che ne potè adunare, s'equipaggiò alla meglio, e passò in
Germania, cercando stipendio sotto il nuovo imperatore. Il Garbagnate
era un giovine colto, amabile, di felice aspetto, accorto, informato
dello stato d'Italia, e probabilmente parlava la lingua tedesca. Si
presentò al nuovo augusto in un momento felice, e fu bene accolto
ed ammesso fra gli stipendiati. Enrico già pensava all'Italia, e non
potevagli essere indifferente il Garbagnate; il quale anzi in breve
seppe così ben soddisfare la curiosità di Enrico, che acquistò la
sua grazia e benevolenza, per modo che lo informò minutamente del
carattere di ciascuno de' signori che possedevano le città lombarde,
degli appoggi, delle amicizie, degli odii di ciascuno, delle loro
forze, dello stato di ciascuna città: il che alla venuta che fece poi
Enrico nell'Italia, lo trovò esattamente vero. Il Garbagnate non mai
dimenticava ne' suoi discorsi con cesare il suo Matteo Visconti, di cui
la fedele divozione all'Impero, la bontà, la prudenza, la moderazione,
il disinteresse, la beneficenza e tutte le virtù venivano poste in
tal lume, da invogliare l'imperatore a conoscerlo, e preparare la
confidenza in lui, come il più conveniente di ogni altro per terminare
le intestine discordie, e far rivivere l'autorità dell'Impero sulle
città lombarde, tosto che ei fosse tratto da quell'oscurità in cui
capricciosa fortuna l'avea gettato.
L'eletto imperatore si dispose a venire nell'Italia, ove disegnava di
ricevere la corona del regno italico prima, indi la imperiale. (1310)
Egli previamente spedì a Milano il vescovo di Costanza, il quale,
nell'aprile dell'anno 1310, si presentò al consiglio generale; ed
ivi ricercò, seguendo l'antica pratica usata nel viaggio dei cesari,
che la comunità facesse accomodare le strade e i ponti per dove
il nuovo augusto doveva passare; ed avvisò i conti, i baroni ed i
vassalli tutti che si portassero alle Alpi ad incontrare il sovrano.
Lo storico milanese Giovanni da Cermenate, che viveva in quei tempi,
espone l'arringa officiosa di quel vescovo; il quale, fra le altre
cose, disse che Enrico di Lucemburgo, incoronato già in Acquisgrana
col diadema d'argento, aveva destinato di ricevere in Milano la corona
di ferro:[610] _Quod, clarissimi cives, significat, quod sicuti per
ferrum et istrumenta ferrea caetera metalla domantur, sic per salubre
consilium, nec non praeclaram armorum virtutem italicorum, et praecipue
Mediolanensium, domare debet imperator caeteras nationes._ Il punto
era assai scabroso per Guido della Torre, il quale, come capitano
perpetuo, sedeva nel consiglio. L'opporsi alla domanda, era lo stesso
che il dichiararsi apertamente ribelle; la domanda era giusta, conforme
alla pratica, e fatta colla maggiore onorevolezza; nè si poteva
contrastarla, se non innalzando lo stendardo della fellonia; e Guido
non era sicuro d'essere secondato dalle altre città, ossia da molti
vacillanti principi che le reggevano. L'aderire alla richiesta era lo
stesso che porre nelle mani del nuovo eletto la città, la signoria
acquistata, e la propria persona. Promettere tutto, e mancare poi,
non lo permetteva il carattere di Guido. L'imbarazzo era grande per
darvi una risposta; e chi lo sciolse fu un di lui amico intimo, un
giureconsulto che sedeva nel consiglio, Bonifacio da Fara. Incominciò
questi un discorso ampolloso, magnificando primieramente la maestà del
romano Impero, il rispetto dovuto al trono augusto, la divozione che
sempre la città di Milano aveva dimostrato ai cesarei benefici; passò
quindi a trattare della venuta degli augusti nell'Italia, per ricevere
la corona d'oro in Roma, dopo essere incoronati col ferro in Milano, e
coll'argento prima nella Germania; viaggio di somma importanza e per
il sublime personaggio che lo fa, e per la sacra solennità che viene
a celebrarvi; poi discese a trattare della venerazione che meritava
il vescovo di Costanza, non meno per l'episcopale dignità, che per
l'importantissima legazione che eseguiva, rappresentando il più gran
monarca del mondo; e dopo una lunga amplificazione concluse essere
perciò quest'affare della maggior importanza, o si risguardi l'eccelso
principe che lo promoveva, o il venerabile ministro che lo annunziava,
o la maestà della cosa che veniva proposta; quindi, come i grandi
oggetti meritano rispetto e ponderazione somma per ogni riguardo, tempo
perciò vi voleva per maturamente esaminarlo, e preparare una confacente
determinazione. Con tale artificio l'astuto Bonifacio da Fara offrì il
disimpegno per guadagnar tempo e sciogliere il consiglio, come si fece;
e il vescovo ne uscì nulla più informato di prima sulle intenzioni del
signor Guido della Torre, capitano perpetuo del popolo di Milano.
Guido della Torre si approfittò del tempo, e chiamò a Milano tutti i
signori che dominavano nelle città della Lombardia ad un congresso,
a fine di concertare il partito che conveniva di prendere intorno la
venuta del nuovo imperatore. Erano trascorsi già centoventiquattr'anni
dopo l'ultima coronazione, fatta in Milano nel 1186, di Enrico, figlio
di Federico I. Gli imperatori non erano stati dopo quell'epoca nominati
da noi, se non o per qualche diploma, ovvero per le guerre che avevamo
con essi. Radunatisi questi principi in Milano, Guido propose che
tutti seco lui si collegassero a far causa comune per la comune loro
salvezza, e, combinando tutte le forze loro in una armata, si portasse
questa ai difficili passi delle Alpi, e s'impedisse la insolita
venuta d'un imperatore nell'Italia; il che non facendosi, Guido
annunziava, non solamente ecclissato lo splendore delle loro famiglie,
ma schiantata dalle radici la loro dominazione sulle città. Guido
prevedeva esattamente la cosa, come la sperienza mostrò poi. Ma il
conte di Langosco, suo suocero, rammentando la devozione che i maggiori
suoi ebbero sempre all'Imperio, ricordandosi vassallo dell'imperatore,
sosteneva doversi anzi preparar tutto per accogliere quell'augusto
coll'onore e colla riverenza che era dovuta da uno Stato fedele al
suo legittimo sovrano. Replicava Guido, sinora non essere concorsa
nell'elezione di Enrico di Lucemburgo, che la sola Germania; non essere
il regno d'Italia per anco radunato, nè acclamazione o coronazione
alcuna seguíta, onde potesse qualificarsi sovrano legittimo; trattarsi
la questione appunto se convenga, coll'accettazione, crearlo tale; il
che egli dimostrava contrario ai comuni interessi delle loro famiglie,
e lo sosteneva con forza e con passione. Ma non gli riuscì di fare che
gli altri abbracciassero questa opinione. Fosse negli altri timidità,
fosse virtù, fosse ritrosa gelosia di non mostrarsi vinti dalle parole
di Guido, fosse che l'eloquenza passionata e di sentimento vigoroso,
che trascina le anime energiche, rende diffidenti ed ostinate le
anime piccole e fredde, qualunque ne fosse la cagione, Guido uscì
da quel congresso smanioso, esclamando d'aver trattati con ciechi,
sordi ed insensati, che rifiutavano l'unico partito che rimaneva
per la loro salvezza. Gli storici ce lo dipingono quasi fuori di sè,
che, smanioso, passando da una sala all'altra del suo palazzo, andava
ripetendo: «Che ho io che far mai con quest'Enrico di Lucemburgo? Che
c'entra egli mai a turbare il mio Stato? Che gli debbo io; che mai gli
dovettero quei di mia casa? Io mai no 'l vidi, nè mai ebbi relazione
alcuna con lui». Così egli diceva; e, rivolto ad alcuni domestici che,
sebbene sbigottiti, non lo perdevano di vista: «Dite, dite, rispondete
(esclamava), che cosa ho io che fare con Enrico, o tedesco o francese
ch'ei sia? Cosa gli debbo io? Qual ragione può egli aver mai per
togliermi il mio? Perchè non ci difendiamo noi dunque?» Cercarono
di calmarlo i signori del congresso, e fu concluso che, dovendo il
re entrare nell'Italia per la strada di Savoia, siccome aveva egli
disposto, nulla pregiudicava il lasciarlo avanzare sino al Piemonte;
che ivi poi alcuni di essi sarebbergli andati incontro, ed esaminando
più da vicino quali pretensioni avesse quel sovrano, o avrebbero
fatte le scuse per gli assenti, qualora mite e benevolo lo trovassero;
ovvero avrebbero avvisati gli amici lontani per l'opportuno concerto,
quando mai avessero ravvisato lui disposto a contrastare la loro
autorità. Guido fu costretto ad accontentarsi di questo complimento;
e il congresso fu sciolto con una determinazione che da una parte
doveva alienare l'animo del nuovo augusto da questi piccoli principi,
e dall'altra nessuna precauzione preparava per mettersi al coperto
dei danni che poteva loro cagionare. Guido non misurava l'indipendenza
sua colle sue forze. Proibì che nessuno in Milano nominasse Enrico da
Lucemburgo, o ragionasse della venuta d'un nuovo imperatore. I vassalli
si erano allestiti per andare incontro al nuovo cesare, e Guido proibì
loro l'uscire dalla città.
Il re Enrico, verso la fine di ottobre dell'anno 1310, venne a
Susa, donde passò a Torino, indi ad Asti. Egli aveva seco la regina
Margherita sua moglie, principessa di una bellissima figura; conduceva
seco molti principi tedeschi e francesi, e lo accompagnavano mille
arcieri e mille uomini d'arme. I vassalli d'Italia, che gli andavano
giornalmente incontro coi loro militi, rendevano sempre più forte
il séguito di quell'imperatore. Alcuni del congresso di Milano si
presentarono al nuovo cesare. Enrico parlava di pace, di ordine, di
tranquillità civile, e di voler dare questi beni alle città d'Italia,
le quali da lungo tempo ne erano prive. Il re si mostrava imparziale,
non inclinato a fazione alcuna; e da quanto aveva già fatto in Torino
ed in Asti, si comprendeva qual fosse il piano da lui abbracciato
per procedere a questo fine; cioè togliendo ai privati ogni dominio,
restituendo il governo di ciascuna città al suo consiglio generale,
sotto il presidio di un vicario imperiale. Con questo saggio e benefico
progetto ogni gara veniva annientata; e l'Italia, sotto un moderato
governo, veniva a goder della pace; e la regia autorità si rianimava
soltanto quanto bastava ad escludere gli usurpatori, con utilità
reciproca del sovrano e del popolo. Allora compresero Langosco e
gli altri che più poco v'era da sperare per la loro dominazione; e
conobbero tardi che Guido aveva saputo prevedere.
Francesco da Garbagnate, sempre caro e sempre vicino al nuovo
imperatore, era in Asti, venuto in séguito di lui; nè mai trascurava
l'occasione di encomiare le qualità e il merito di Matteo Visconti.
Allorchè vide il re invogliato di conoscerlo, e che dal re medesimo
ne intese la brama, cautamente operò in modo che Matteo, travestito
e colla compagnia d'un solo domestico, per strade inosservate,
prestamente da Nogarola si portò in Asti. Tanta era la fama di
quest'uomo e tanta la fiducia che avevano in lui i nemici dei
Torriani, che, risaputosi appena l'arrivo di questo illustre solitario,
un'immensa folla di persone andò al suo albergo, e lo accompagnò al
palazzo ove risiedeva il re Enrico, i cortigiani del quale conobbero
di quanta considerazione godesse l'uomo che cercava d'essere al re
presentato, il che subito gli venne concesso. Il Visconti, introdotto
alla presenza del nuovo cesare, levatosi il cappuccio, si gettò a'
suoi piedi, e raccomandò alla giustizia e clemenza sua la persona
propria e i suoi. Fu accolto con molta grazia dal re. Dicono i nostri
scrittori che nella stanza medesima vi fossero varii altri signori
delle città lombarde, e fra questi il conte Langosco; che Matteo,
poichè ebbe reso omaggio al re, si accostasse per abbracciare il
conte, dal quale villanamente gli fossero voltate le spalle; il che
desse luogo a Matteo di ammonirlo, essere tempo omai di por fine alle
inimicizie private, e di servire tutti d'accordo all'utilità pubblica
sotto di un così benigno, così giusto e così grazioso monarca. Se
questo fatto è accaduto, egli è certamente lontano dai nostri costumi,
che non permettono in faccia del sovrano di essere occupati da simili
personalità. Si dice di più, che ivi rabbiosamente taluno rinfacciasse
a Matteo Visconti d'essere il perturbatore della Lombardia; e che
Matteo sempre padrone de' suoi moti, pacificamente indicando il re,
null'altro rispondesse se non: Ecco il nostro re, che darà la pace
a ciascuno. Se ciò avvenne, la inurbana ostilità de' suoi nemici
dovette dare risalto alla cortese moderazione del saggio Matteo. Il re,
sorridendo, terminò il discorso col dire: La pace per metà è già fatta;
a me spetta il compierla. Così racconta il Corio.