della Torre si accontentava del titolo di anziano perpetuo del
popolo. Così l'accorto ambizioso regnava senza avere intorno di sè
i pericoli che circondano un nuovo sovrano che vuole annientare una
repubblica. V'era il parlamento, ossia il consiglio degli ottocento,
il quale rappresentava la repubblica. V'era un podestà che presiedeva
al consiglio. Ma il podestà era eletto ad arbitrio dell'anziano
perpetuo, e il Corio ci ha conservato il giuramento del Piacentino
che fu trascelto alla dignità pretoria, ossia podestà, l'anno 1272:
«Principalmente che iurasse ad honore de la Beata Vergine et il Divo
Ambrosio di questa cità potentissimo patrone: ad exaltatione di Santa
Chiesia e di Carlo serenissimo re de Sicilia, et a bono stato de la
cità e destricto de Milano e de la Turriana famiglia, insieme con gli
amici de quella, remotto ogni odio o amore, gubernerebbe il dominio».
Dal quale principio non sarebbe facile il decidere se la città fosse
libera, ovvero suddita al re Carlo, ovvero alla casa della Torre; ma
continua il giuramento e ci palesa la costituzione di que' tempi: «Item
che obedirebbe tutti li precepti della Credentia de Sancto Ambrosio, e
similmente li mandati de Napo Tornano, anziano e perpetuo rectore dil
populo»; e nessuna menzione si fa dei mandati del re di Sicilia, al
quale nemmeno si diede il titolo di signore di Milano. Il solo freno
che poteva avere Napo della Torre, era per parte del consiglio degli
ottocento; ma anche a ciò era posto tal sistema, che fosse una mera
apparenza di libertà. Ecco nel giuramento istesso cosa fu ingiunto
al podestà: «Item che fusse tenuto con quello consiglio meglio li
parirebbe (al podestà) con dui homini per porta, elegere la mità de la
mità del consiglio de li octocento, che spectava a la societate de'
capitani e valvasori, cioè ducento de li predicti, e ducento fosseno
electi a sorte secondo la consuetudine, e in questa forma fusseno
electi li quatrocento appartenevano ala societate de Mota e Credentia».
Da ciò vediamo come non rimaneva più nemmeno alla città la nomina dei
suoi rappresentanti. Il consiglio che rappresentava la repubblica,
ogni anno si cambiava: era composto di ottocento, la metà nobili e la
metà popolari; la metà di questi consiglieri era nominata dal podestà,
che aveva giurato di obbedire ai mandati di Napo della Torre; la sorte
faceva eleggere il rimanente, se pure anche questa sorte non era una
mera apparenza. Così il consiglio era unicamente una macchina destinata
a lasciar credere che ancora vi fosse una repubblica, mentre la città
era governata dal valore di un uomo solo; il quale, vigorosamente
contenendo i nobili, lasciava che il popolo gliene sapesse buon
grado; quasi a ciò venisse sollecitato per sola benevolenza, affine
di preservarlo dall'oppressione, mentre egli teneva nell'umiliazione
i suoi emuli. Le corti bandite, le mense generosamente esposte sulle
strade a piacere del popolo, gli spettacoli pubblici di giostre e
tornei, un costume semplice, affabile, popolare, tutto si univa in Napo
per renderlo l'uomo il più opportuno ad istabilire una nuova sovranità
senza che il popolo se ne avvedesse.
Napo della Torre non pose veruna marca alla moneta che allora si
batteva nella zecca di Milano, nè alcuno di sua famiglia ve la pose.
L'Impero si considerava vacante, e le monete nostre, sì d'oro che
d'argento, avevano da una parte sant'Ambrogio, e dal rovescio o i
santi Gervaso e Protaso, ovvero una croce, col nome _Mediolanum_,
senz'altro nome di principe o stemma alcuno. Nella mia raccolta ne
ho d'oro, d'argento e di lega. La pulizia e l'ordine cominciarono a
comparire nella città. Ma per far questo, e molto più per sostenere
le frequenti guerre co' vicini, e assoggettarli alla dominazione de'
Torriani, non meno che per dare alla plebe le feste, i conviti ed i
giuochi frequenti, era necessario l'accrescere i tributi e metterne
di nuovi. Si è già veduto nel capitolo precedente, come, al tempo di
Martino della Torre, venisse formato il catastro dei fondi stabili, e
sopra di esso ripartito il carico. L'anno 1271 s'imposero dieci soldi
e cinque denari per ogni cento lire del valore de' fondi, e l'anno
1275 s'imposero due lire di terzioli sopra di ogni centinaio di lire
d'estimo. La più antica memoria che abbiamo della gabella del sale
ascende all'anno 1272[595].
I due carichi prediali imposti nel 1271 e 1275 sembrano assai gravosi
a primo aspetto, ora che il valor capitale delle terre si calcola
comunemente moltiplicando trentatre volte la rendita annuale. Un
campo che produca tre scudi all'anno al padrone, si calcola valere
cento scudi; e cento scudi dati a mutuo oggidì rendono il frutto di
scudi tre, o tre e mezzo all'incirca. Allora il mutuo fruttava usure
assai maggiori. Troviamo che verso il fine del secolo duodecimo venne
da noi fatta una legge, ordinando che fra privati non si potesse
esigere il frutto del prestito più di tre soldi per lira[596], che
corrispondono al quindici per cento. E poichè tai frutti produceva
il denaro al limite moderato dalla legge, forza era che il valore dei
campi proporzionatamente diminuisse; non potendosi sperare che alcuno
comprasse per cento lire un fondo, se da esso non potesse ricavarne
ogni anno quindici lire. Con tal principio l'imposizione del 1271 di
soldi dieci e denari cinque per ogni centinaio di valore de' fondi,
era assai tenue, cioè circa la trentesima parte dell'annuo ricavo;
e sebbene assai più importante fosse quella del 1275, cioè di lire
due per ogni cento lire di valor capitale, ella pure si riduceva alla
settima parte dell'entrata. Su queste imposizioni veggansi il nostro
conte Giulini[597].
Queste imposizioni sopra le terre cadevano a danno dei nobili; e così
Napo della Torre da' suoi rivali e nemici cavava i mezzi per sempre
più indebolirli e rinfiancare il suo partito. (1275) Un seguito di
prosperi eventi aveva innalzato Napo della Torre, il quale, anche per
appoggiare sempre più la signoria, appena che fu terminata l'anarchia
dell'Impero coll'elezione di Rodolfo conte di Habsburg, seguita l'anno
1273, ottenne da quell'augusto la nuova dignità di vicario imperiale in
Milano; dignità la quale costituiva Napo luogotenente dell'imperatore,
e davagli tutto l'esercizio della suprema autorità che nella pace
di Costanza era stata accordata ai Cesari. Questo titolo di _vicario
imperiale_ servì poi d'introduzione alla signoria de' Visconti, come
vedremo.
Pareva fondata ben sodamente la fortuna di Napo e dei Torriani. Se
Napo avesse conservato, anche in mezzo degli avvenimenti felici, la
moderazione, i suoi nemici verisimilmente non avrebbero potuto giammai
prevalere. Ma due cose furono cagione del rovescio di sua fortuna:
la prima fu il titolo ch'ebbe dall'imperatore, col quale troppo
chiaramente dimostrò il suo fine di assoggettare la città; l'altra
fu che alla fine commise molte crudeltà, condannando varii nobili
al supplicio; ciò che lo appalesò anche alla plebe smascherato, e
assai distante da quella dolcezza ch'egli, sino a quel punto, aveva
saputo mostrare. Molti nobili milanesi andavano esuli dalla patria,
o scacciati da Napo, ovvero spontaneamente sottrattisi ad un governo
nemico. (1277) Poichè videro intiepidito il favore del popolo, i nobili
fuorusciti si collegarono coll'arcivescovo Ottone Visconti, esule da
quindici anni; lo elessero per loro capo; e sotto di lui radunati, con
varia fortuna fecero dei tentativi e delle invasioni sul milanese;
sin tanto che, nel giorno memorabile 21 di gennaio 1277, sorpresero
i Torriani a Desio, borgo distante dieci miglia dalla città, e fatto
un macello de' Torriani, che appena s'erano avveduti d'aver vicino il
nemico dalla strage de' loro compagni, rimase Napo istesso prigioniere.
Entrò in Milano l'arcivescovo Ottone Visconti, e tutto il popolo lo
acclamò signore. Così terminò Napo della Torre, il quale sopravvisse
ancora un anno e mezzo, miseramente rinchiuso entro di una gabbia,
in cui cessò di vivere e di soffrire, il giorno 16 agosto 1278. I
Novaresi, i Pavesi, i Comaschi ed altri del contado istesso di Milano
avevano resa forte l'armata dell'arcivescovo.
L'arcivescovo Ottone Visconti poco tempo potè rimanere principe
tranquillo di Milano. Sebbene Napo della Torre non fosse più capace
di fargli ostacolo, comparvero in campo molti signori della famiglia
della Torre, e fra questi il patriarca d'Aquileia Raimondo, Cassone,
Gotifredo, Salvino ed Avone, tutti della Torre; e colle scorrerie,
sino sotto le porte di Milano, rendevano pericolosa e precaria la
condizione di Ottone Visconti, ancora troppo debole per opporre una
valida resistenza, e perciò l'arcivescovo, costretto ad eleggersi
un signore, prima di cadere nelle mani dei Torriani suoi nemici,
stimò miglior partito il dare la signoria di Milano al marchese di
Monferrato per dieci anni, colla facoltà della guerra e della pace.
Questa dedizione, cominciata nel 1278, non durò che quattro anni soli;
giacchè, battuti che furono i Torriani a Cassano, e indeboliti a segno
da non potere sì tosto innalzarsi, l'arcivescovo Ottone, cessando il
timor in lui e il bisogno dell'assistenza del marchese, le di cui forze
erano di molto peso, non ebbe ritegno alcuno di violare il contratto.
(1282) Colse il momento opportuno, e, montato a cavallo, il giorno 27
dicembre 1282, coll'armi in mano, alla testa dei suoi fedeli, scacciò
gli ufficiali tutti del marchese, e ritornò a signoreggiare da sè.
Queste zuffe di patriarchi e di arcivescovi, tanto aliene dallo spirito
del sacerdozio, sono una prova de' progressi che la ragione e seco lei
la virtù hanno fatto ai tempi nostri, ne' quali ad alcuni sembreranno
o supposti o esagerati questi fatti. Sembrerà poco credibile altresì
che l'arcivescovo adottato peravesse suo figlio Guido da Castiglione,
e che Milano venisse sottoposto all'interdetto l'anno 1381, perchè
una famiglia aveva fatta ingiuria al prior d'un convento. Ma il Calco
ce lo attesta:[598] _Sacris interdicta manserat civitas Mediolanum ex
controversia qua per injuriam gens Mirabilia priorem Pontidae premere
videbatur_[599]; e così, per il fatto d'un casato, si maledisse tutta
la città. La storia tutta di que' tempi ci prova l'abuso di ogni cosa
sacra. Ho detto che Ottone Visconti diede la signoria di Milano al
marchese di Monferrato; non però la diede violando le apparenze della
libertà, poichè anzi ne ottenne l'adesione del pubblico consiglio;
e mentre comandava il marchese, si continuarono ogni anno a creare
due magistrati, uno col nome di _podestà_, e l'altro con quello
di _capitano del popolo_, e sempre si eleggeva il consiglio degli
ottocento; consiglio, come ho detto, mutabile ogni anno, e che non
rappresentava la città ed il popolo che per mera apparenza, perchè
composto da membri non eletti del popolo. Il signore creava il podestà
e il capitano del popolo; i quali, siccome dissi, giuravano obbedienza
a lui; e il podestà e capitano creavano il consiglio. La città era
realmente priva di libertà; soggetta a signorie temporarie del marchese
d'Incisa, del marchese Pelavicino, del marchese di Monferrato: ma le
fazioni interne erano almeno frenate, e non rimanevano da soffrire che
gl'insulti d'un solo, sempre da principio cauto nel celare, l'abuso del
potere non solo, ma persino la di lui ampiezza. Ne' tempi de' quali
trattiamo, mentre il marchese di Monferrato godeva la signoria di
Milano, si creò il _Tribunale di Provvisione_, ossia dodici sapienti
uomini che presiedevano alla provvisione del comune di Milano. Ciò
viene dall'erudito conte Giulini fissato all'anno 1279[600], e quel
tribunale e il podestà sono le due più antiche magistrature che
ancora ci rimangono. Il _podestà_ cominciò coll'anno 1188; e poco
manca a compiere il sesto secolo dalla sua istituzione, e i dodici di
provvisione contano l'antichità di cinque secoli già trascorsi.
Il carattere di Ottone Visconti era assai meno moderato di quello
di Napo Torriano. Cercò ed ottenne l'arcivescovo che l'imperatore
Rodolfo facesse lega con lui, quantunque avesse fatto morire entro
di una gabbia il suo vicario creato dieci anni prima. Ma l'influenza
dell'Impero, dopo le seguite vicende, era assai debole nell'Italia, e
conveniva cogliere ogni opportunità per acquistare appoggio. In ciò
Napo ed Ottone palesarono ambizione uguale; ma Ottone Visconti con
maggiore impeto si volle mostrar prepotente. Egli bandì le famiglie
che gli erano sospette, e fece diroccare le case de' signori da
Soresina. Poscia, disgustatosi del figlio adottivo fece diroccare
parimente le case di Guido Castiglione. Indi, dopo una concordia
giurata, l'arcivescovo istesso a tradimento s'impadronì di Castel
Seprio, e distrusse quella rocca, celebre per la tradizione che in
quel luogo eminente avessero collocata la prima loro sede gli Insubri,
e celebre non meno per la fortezza del luogo medesimo; e fece porre
negli statuti:[601] _Castrum Seprium destruatur, et destructum perpetuo
teneatur, et nullus audeat vel presumat in ipso monte habitare_; e
questo statuto è stato obbedito finora. Il Calco, scrivendo di quei
tempi e di Ottone, c'insegna:[602] _Cum suspicionibus piena omnia
viderentur, nova etiam consilia vicatim agitari dubitabat, proindeque
armatas cohortes die noctuque circumire urbem, et ne conventus inter
cives fierent curare jussit_[603]. Cercava, coll'orribile argomento
delle torture, quell'arcivescovo di schiarire i molti sospetti. Era
insomma un cattivo principe, come lo sarà sempre un uomo pauroso
e potente. La città sentiva il peso d'un tal nuovo governo. Era
probabilmente vicina una strage, se l'arcivescovo Ottone opportunamente
non si piegava, abbandonando ogni cura civile a Matteo Visconti, suo
pronipote, capitano del popolo, e creato podestà l'anno 1288. Ottone
sopravvisse ancora sette anni oscuramente, pieno di paura della
morte, ed attorniato da' medici, i quali non lo abbandonavano mai; e
coll'assistenza di essi, all'età di ottantotto anni, morì, il giorno
8 agosto 1295, a Chiaravalle. Il tumulo di questo Ottone, il primo
de' Visconti che ebbe la signoria di Milano, sta nel coro del Duomo,
ove fu trasportato dalla vecchia chiesa di Santa Tecla. L'arca viene
sostenuta da due colonne; e vi si legge l'epitaffio dell'arcivescovo
Giovanni Visconti, postogli da poi, allorchè venne tumulato nella
stessa tomba di Ottone. La signoria di Ottone durò circa undici anni.
Egli nulla fece che meriti di essere dalla storia ricordato con lode.
Si può dire in sua discolpa ch'egli dominò fra le turbolenze. Ma la
mancanza di fede commessa col marchese di Monferrato, scacciandolo
dalla signoria di Milano, prima che i dieci anni finissero, è un tratto
d'aperta ingiustizia che non ha discolpa. Così non si doveva da lui
tradire un principe coll'assistenza del quale era stato liberato dalle
mani de' Torriani nemici. La fede mancata a Guido Castiglione, dopo
appena giurata concordia con lui, introducendo degli uomini travestiti
in Castel Seprio, e con tradimento invadendo quella rocca, nemmeno
può dar luogo a discolpa. I bandi, le torture, le case diroccate, la
pusillanime paura di morire, anche dopo d'esser vissuto ottant'anni,
mostrano un uomo che nulla aveva di grande, nulla di generoso, e che
forse nessun altro talento aveva per diventar principe, che la smania
di comandare. Durante la signoria d'Ottone si abbandonò l'usanza
di condurre il carroccio alla guerra; usanza che da due secoli e
mezzo era stata in vigore, e di cui ho parlato al capitolo quarto.
Nè questo cambiamento possiamo attribuirlo alle armi da fuoco, le
quali si cominciarono ad usare più di mezzo secolo dopo. Forse si
cambiò l'usanza del carroccio, perchè allora si introdusse quella di
stipendiare una classe di uomini particolarmente addetta alla milizia,
e conseguentemente disciplinata in modo, ch'ella non avrà avuto bisogno
di segnali tanto visibili per eseguire le evoluzioni: il che faceva di
bisogno per rendere uniformi e cospiranti ad un fine le mosse di una
moltitudine di cittadini, condotti a combattere senza una determinata
educazione a quel solo oggetto. Anche questo costume di assoldare
truppe, e inventare una classe di milizia, conduceva alla signoria
d'un solo: perchè allontanava da una parte il popolo dall'uso delle
armi e lo disponeva all'obbedienza, e dall'altra parte dava il comando
d'una forza preponderante nelle mani d'un uomo solo: forza composta di
elementi staccati in certa guisa dalla società civile, il ben essere
di cui in nessun modo influisce sul loro, e conseguentemente dipendenti
affatto dall'arbitrio del comandante.
(1287) Matteo Visconti, col titolo di capitano del popolo, cominciò la
signoria di Milano. I nostri scrittori lo chiamano _Matteo Magno_. Io
mi limiterò a chiamarlo Matteo I, per distinguerlo da un altro dello
stesso nome che regnò poi. Il Fiamma ci attesta che, sino dal principio
del suo governo, Matteo I ebbe cura di conservare le pubbliche entrate,
e non se ne appropriò la menoma parte; che non sparse mai sangue
d'alcuno; che consegnava ai nobili le signorie dei borghi e delle
terre, cambiandole però ogni anno; ch'egli era molto compiacente verso
dei nobili; agile di corpo, e di tale robustezza, che colle sue mani
spaccava il ferro di un cavallo; ch'egli, in mezzo alla sua robustezza,
era morigerato; che aveva la sua corte ripiena di frati; che vestiva
colle sue mani i sacerdoti, esercitava giornalmente atti di religione,
e obbligava i suoi domestici ogni anno nella quaresima a confessarsi,
e i renitenti castigava:[604] _Cum autem praedictus Matheus Magnus
Vicecomes dominium Mediolani obtinuisset, in ipso primo regimine
nimis virtuose se habuit: fuit enim tantae castitatis et honestatis,
quod tota ejus curia ex religiosis viris conserta videbatur. Missas
devotissime audiebat, sacerdotes propriis manibus vestiebat. In omni
quadragesima suos domicellos et caeteram familiam confiteri faciebat;
aliter, ipsos grariter puniebat. Nobiles de Mediolano libenter
audiebat, quorum consilio non contradicebat. Bona communitatis
conservabat, sibi nihil retinebat. Nullius unquam sanguinem effudit.
Dominia burgorum et villorum inter nobiles dividebat: omni tamen anno
istorum dominia permutabat, unde omnes nobiles provocabat in amorem
sui. Fuit etiam fortissimus corpore et agilis: ferratam magni dextrerii
manibus lacerabat: et multa alia commendabilia faciebat_. Vedremo poi
che Matteo I, scomunicato, interdetto, morì senza ottenere nemmeno gli
onori d'un funerale. Non sarà forse discaro il leggere qual giuramento
facesse Matteo Visconti come capitano del popolo per cinque anni;
il Corio ce lo ha tramandato:[605] _Ad honorem Domini nostri Jesu
Christi, et gloriosae Virginis Mariae, suae matris, et beati Ambrosi
confessoris nostri, et beatorum Vincentii, Agnetis, Dionisii, et omnium
sanctorum, sanctae matris Ecclesiae, et summi pontificis, et domini
regis Romanorum, et ad conservationem Status venerabilis patris domini
Othonis, sanctae mediolanenses Ecclesiae archiepiscopi, et ad bonum,
tranquillum et pacificum statum populi et communis Mediolani, ac omnium
amicorum et ad mortem et destructionem marchionis Montisferrati, et
ejus omnium sequacium, vos, domine capitanee_, così a Matteo Visconti
diceva Francesco da Legnano, _vos, domine capitanee, jurabitis
regere populum Mediolani ab hodie in antea, ad annos quinque proxime
venturos, bona fide, sine fraude, et quod custodietis et salvabitis
ipsum populum... et statuta... et si deficerent, servabatis leges
romanas_[606]. I signori della Torre avevano il capitaniato del popolo,
perpetuo nelle loro persone; poi si fece un annuale capitano, indi
Matteo Visconti l'ebbe per cinque anni. Nel giorno di sant'Agnese,
Ottone Visconti vinse i Torriani a Desio; nel giorno di san Vincenzo,
Ottone s'era impadronito di Milano; nel giorno di san Dionigi, erano
ultimamente stati sconfitti i Torriani a Vaprio: ecco il motivo per cui
que' tre santi furono nominati. Per conoscere poi il cambiamento felice
de' nostri costumi, si veda se oserebbe ora più alcuno, assumendo una
solenne dignità, di promettere[607] _mortem et destructionem marchionis
Montisferrati, et ejus omnium sequacium_: giuramento crudele, iniquo
e sacrilego, nulla più potendo un sovrano cercar dal nemico, se non la
riparazione de' mali che gli ha fatto, e la sicurezza di non riceverne
di nuovi, non mai la morte e distruzione di esso e de' suoi; pensiero
atroce, che offende la religione e persino le stesse leggi di natura.
Merita osservazione altresì il vedere come si cercassero le leggi
romane per servire ai giudici in caso non contemplato dallo statuto; la
qual reviviscenza del gius romano presso di noi è la più antica memoria
sinora osservata in questo giuramento, fatto l'anno 1288.
La signoria di Matteo Visconti non era ben sicura; egli era appena
capitano del popolo per cinque anni, e terminavano coll'anno 1292. I
Torriani, sebbene colla disfatta di Vaprio, seguita nel 1181, fossero
stati per allora ridotti all'impotenza di nuocere, non vennero ivi
estinti, e, col tempo, ricomparvero ancora potenti. (1290) Mosca
ed Errecco della Torre, l'anno 1290, invasero da più parti le
terre milanesi. Avevano degli alleati, e fra questi il marchese di
Monferrato, nominato nel giuramento solenne del nostro capitano del
popolo. L'infelice marchese fu preso dagli Alessandrini, e finì i
giorni suoi entro di una gabbia, come Napo della Torre. L'umanità geme
alla memoria di tai venture! Quasi tutte le città della Lombardia
avevano, verso la fine del secolo decimoterzo, due fazioni e due
famiglie prepotenti che si disputavano la signoria, come accadeva
in Milano fra i Torriani e i Visconti. Pavia, per esempio, aveva i
Beccaria e i Langosco; Novara, i Tornielli e i Cavalazzi; Vercelli,
gli Avvocati e i Tizzoni; Bergamo, i Colleoni e i Suardi; Lodi, i
Vignati e i Vistarini; Como, i Rusca e i Vitani; e così altre città
erano internamente lacerate da' partiti. Mentre in tale imbarazzo
si trovava Matteo I, due frati si posero a predicare pubblicamente
per Milano la Crociata per Terra Santa, e radunavano molta gente
pronta ad abbandonare la città per le indulgenze di quella impresa.
Matteo perdeva sè stesso e la signoria, se avesse concesso che si
allontanassero dalla patria le persone atte alle armi nel tempo
in cui aveva tanto bisogno d'essere difesa; e perciò impedì questa
emigrazione[608]: il che poi fu uno dei capi di accusa che vennero
fatti a Matteo. Cercava accortamente Matteo I di fiancheggiare la
sua nascente sovranità. Egli signoreggiava in Como, in Alessandria,
in Novara e nel Monferrato, in qualità di capitano temporario del
popolo di quei luoghi. Era stato eletto imperatore Adolfo conte di
Nassau, l'anno 1292; e Matteo cautamente spedigli persona che lo
impegnasse in favor suo, affine di ottenergli il titolo di vicario
imperiale. Non cercava Matteo la signoria della sola città sua patria;
più vaste erano le sue mire, e nulla meno desiderava che d'essere
signore della Lombardia tutta. (1294) Il nuovo cesare era poco sicuro
sul suo trono; nella Germania aveva un potente partito contrario,
al quale finalmente dovette piegarsi. I denari dell'Inghilterra non
furono inefficaci presso di lui; e non senza ragione crediamo noi
che i doni e le promesse di Matteo avranno indotto quell'augusto a
spedire a Milano, siccome fece nell'aprile dell'anno 1294, quattro
legati cesarei; i quali, introdotti nel pieno generale consiglio,
vi pubblicarono l'imperiale diploma, in cui Matteo Visconti veniva
dichiarato vicario imperiale in Milano e per tutta la Lombardia,
con mero e misto imperio, come lo aveva lo stesso re de' Romani.
L'accorto Matteo si alzò, si mostrò sorpreso, e protestò ch'egli non
accettava quella sublime dignità, salvochè il consiglio generale non
l'ordinasse. Il che fu immediatamente determinato da quel consiglio,
scelto da Matteo medesimo, mutabile ogni anno, e che si pretendeva
che si rappresentasse il volere de' cittadini, dai quali non aveva
ricevuta veruna commissione. Il consiglio supplicò Matteo ad accettare
la dignità. Nè meno accorto si dimostrò Matteo nel fare in modo che
in quel diploma medesimo l'imperatore assai onorevolmente confermasse
tutti i privilegi della nostra città, la qual graziosa conferma
dispose i cittadini a giurare volentieri fedeltà all'imperatore,
e indirettamente al suo vicario. Spedì Matteo i suoi legati per la
Lombardia, per essere riconosciuto rivestito del potere imperiale. Ma
non tutte le città fecero loro facile accoglienza. Le città di Lodi,
di Crema ed alcun'altra avevan anzi fatto lega co' signori della
Torre, per bilanciare la potenza del Visconti. Matteo prudentemente
pensò a farsi confermare dai Milanesi per altri cinque anni capitano
del popolo, per togliere ogni odiosità al nuovo titolo, e riconoscere
sempre temporaria e dipendente dal consiglio la signoria esercitata.
Tale era il carattere di Matteo; l'uomo che meglio di ogni altro seppe
adattarsi ai tempi e cavare profitto dalle circostanze.