Per dare un'idea delle somme angustie di denaro nelle quali la

nostra repubblica si trovò in quei tempi, e per comprendere sempre

più lo spirito del sistema nostro civile e delle opinioni, non sarà

discaro a' miei lettori ch'io per intiero trascriva in questo luogo

il contratto che si fece fra la città di Milano e il capitolo di

Monza, per ottenere un calice d'oro in mero deposito, per servircene

di pegno affine di ritrovare denaro. La carta sta nell'Archivio di

Monza, segn. n. 91, e a me fu cortesemente somministrata dal signor

canonico teologo Frisi, noto scrittore di quella basilica.[577]

_In nomine Domini nostri Jesu Christi. Anno nativitatis ejusdem

millesimo ducentesimo quadragesimo quinto, die veneris, tertio

die novembres, indictione quarta. Cum dominus Ubertus de Vialata,

potestas Mediolani, et Guido de Casate, Guido de Mandello, Philippus

de la Turre, Johannes de la Turre, Guillelmus de Sorexina, Probinus

Ingoardus, Rezardus de Villa, Justamons Cicala, Lampugnianus

Marcellinus, Burrus de Burris, Artuxius Marinonus, Guillelmus

de Lampuniano, de Lampuniano, Anselmus de Tertiago, Roxate de la

Cruce, Landulphus Crivellus, Niger Grassus, Guizardus Morigia, Mollo

Bechanus, Caruzanus Moronus, Ameratus Mainerius, et Bonincontrus

Incinus, consiliarii, et secretarii, et sapientes Communis Mediolani,

plurimum cum precum instantia institissent apud dominum Ardicum de

Sorexina, archipresbyterum de Modoetia, et Canonicos, et Capitulum

illius Ecclesiae, et cum domino G. de Montelongo, Apostolicae Sedis

Legato, ut concederent et accomodarent eidem Potestati et Consiliariis

et Sapientibus, seu Comuni Mediolani, partem aliquam thesauri illius

Ecclesiae ad ponendum in pignore pro pecunia necessaria habenda

Comuni Mediolani, quae alio modo inveniri vel haberi non potest, ut

asserebant expresse; et illiam Ecclesiam indepnem servare volebant, et

cito illum thesaurum restituerent: ad quorum preces et istius domini

Legati suprascripti, domini Archipresbyter et Canonici humiliter, pro

honore et utilitate Comunis Mediolani, condescendentes, praesente et

volente isto domino Legato, obtulerunt, concesserunt istis Potestati,

et Consiliariis, et Sapientibus, et Comuni calicem unum auri de

thesauro Modoetiensis Ecclesiae, ponderis unciarum centum septem

auri, cum auriculis et cum ornamento multorum lapidum pretiosorum.

Et ideo praedictus dominus Ubertus de Vialata, Potestas Mediolani, et

isti Consiliarii, et Secretarii, et Sapientes, data eis licentia, et

fortia, et auctoritate a Consilio quadringentorum, et trecentorum,

et centum novo et veteri, sicut dicebant, reformato, inscriptum

in libro Comunis Mediolani fatiendi infrascriptam obligationem et

omnia infrascripta, promiserunt namque et gaudiam dederunt, et omnia

eorum bona et bona Comunis Mediolani pignori obligaverunt, quilibet

eorum in solidum, dicto domino Arderico de Sorexina archipresbytero

de Modoetia, recipienti suo nomine, et nomine Ecclesiae, et totius

Capituli de Modoetia, et singulorum Canonicorum dictae Ecclesiae,

quod exigent, reddent, et dabunt absque aliqua diminuitone, libere

et absolute, hinc ad natale proximum, isto domino. Archipresbytero

et Canonicis seu Capitulo suprascriptum calicem aureum cum gemmis

et lapidibus preciosis ornatum, omnibus eorum et Comunis Mediolani

dampnis et expensis, istorum Archipresbyteri, et Canonicorum et

Ecclesiae. Et renuntiaverunt exceptioni non accepti calicis, et omnii

alii exceptioni, qua se tueri aliquo modo possent, et defendere, et

maxime quod non possent dicere se obligatos esse pro Comuni seu pro

rebus Comunis, sed ita teneantur ut conveniri possint in solidum

etiam finito et deposito eorum offitio et fortia et auctoritate,

ac si praedicta omnia in propria cujulisbet eorum proprietate

pervenissent. Et renuntiaverunt beneficio novae constitutionis et

epistolae Divi Adriani et omni alio auxilio quo aliquo modo se tueri

possent, usus et legis et statuti et ordinamenti facti vel quod a

modo possit fieri vel fieret. Sed omni tempore possint cum effectu

conveniri, non obstantibus aliquibus feriis vel earum dilationibus

faciendis vel factis. Et promiserunt ut supra dictus Potestas et isti

Consiliarii, et Sapientes quod nec aliquis praedictorum dabit aliquo

modo vel aliquo ingenio, etiam consentientibus istis Archipresbytero

et Canonicis aliquid aliud praeter praedictum calicem loco illius

calicis, sed ipsum specialem calicem integrum cum lapidibus et gemmis

absque diminutione aliqua. Et ibi dictus dominus, G. de Montelongo

Legatus Apostolicae Sedis, auctoritate suae legationis et voluntate

ipsius Potestatis, et Secretariorum, et Consiliariorum, et Sapientum

praedictorum, ab infrascripto termino in antea eos omnes et Consilium

Comune excomunicationis vinculo subjecit et subposuit ex tunc si

praedicta ut supra ad ipsum terminum non essent servata, excepto

Potestate praedicto. Ad quorum observantiam et majorem firmitatem

praedicti Secretarii, et Consiliarii, et Sapientes superius nominati

juraverunt, corporaliter tactis Sacrosantis Evangeliis, omnia

superius memorata, et quodlibet praedictorum observare et facere et

facere observari per Comune Mediolani. Actum in campis de Albairate,

in exercitu contra Fridericum condam imperatorem._ Poi vi sono le

sottoscrizioni. Da questa carta conosciamo primieramente a quale

estremità fosse il credito della Repubblica, se di tante cautele vi

fu bisogno per ottenere in deposito, dal giorno 3 di novembre sino

al 28 dicembre, un calice d'oro, e se fu bisogno di ricercarlo.

Il peso dell'oro corrispondeva a millequattrocento zecchini, i

quali nessuno gli affidava senza quel pegno. Poi riscontriamo le

formalità dei contratti quasi simili alle nostre. Scorgesi come il

legato pontificio vi fa la figura che nei secoli prima avrebbe fatta

l'arcivescovo, ma per gradi l'autorità del metropolitano s'era ornai

annientata, e il sommo pontefice, colle bolle e coi brevi, disponeva

di tutto. «In questi brevi, dice il conte Giulini parlando di questi

tempi[578], ben si scuopre la differenza che passa fra l'autorità

che esercitava il papa (Gregorio IX) a Milano nei presenti tempi, e

quella che esercitava nei secoli scorsi. L'introduzione dei religiosi

Minori e dei Predicatori nelle città, come giovò maravigliosamente a

ricondurvi i buoni costumi ed a bandire gli errori, così servì anche

ad accrescere in esse il dominio del sommo pontefice, e diminuire

quello dei vescovi». I frati s'erano resi indipendenti dai vescovi.

Anche le monache erano indipendenti. Un frate francescano era salito

sulla sede metropolitana, e ne sosteneva la dignità così poco, quasi

nemmeno fosse vicario del papa. Questo arcivescovo chiamavasi Leone

da Perego, e allora il legato del papa, che quasi sempre risiedeva in

Milano, faceva operare in Milano i vescovi di altre diocesi, senza

nemmeno parteciparlo all'arcivescovo[579]. Alessandro IV terminò

l'opera di Gregorio VII. Due secoli si adoperarono per una tale

rivoluzione. Nel 1056 cominciarono i primi tentativi: e nel 1255,

al 5 di febbraio, Alessandro IV scrisse ai vescovi di Novara e di

Tortona, ordinando loro che ponessero in Milano i Francescani in

possesso della basilica e canonica di San Nabore; il che fu eseguito

senza nemmeno vi fosse nominato l'arcivescovo[580]. Il papa medesimo

comandava ai frati di abbandonare il rito ambrosiano[581]. Così era

affatto annientata l'autorità del metropolitano, di cui ho dato cenno

sul fine del capitolo primo. La pontificia romana autorità ordinava

che più non si riedificasse la fortezza di Cortenova nella diocesi

di Bergamo. Ordinava che i Milanesi si portassero a conquistare il

castello di Mozzanica. Questi ordini venivano scritti all'inquisitore,

acciocchè egli comandasse alla Repubblica con apostolica autorità.

Ordinava che si entrasse nel castello di Gattedo; che colla forza

se ne dissotterrassero i cadaveri e si abbruciassero; che tutte

quelle case si demolissero; e ciò perchè Egidio, conte di Cortenova,

Uberto Pelavicino, Manfredo da Sesto, Roberto Patta di Giussano erano

qualificati fautori di eretici[582]. Non farà dunque maraviglia se

nessun cenno si fa dell'arcivescovo nel pegno di questo calice, ma

bensì del legato. In questa carta è pur meritevole di osservazione

il vedere che già eravi l'uso delle ferie, e il privilegio di non

essere chiamati in giudizio i debitori in quei giorni feriali. Si

osserva che il podestà era eccettuato dalla scomunica, perchè, col

terminare dell'anno, cessava ogni potere in lui. Finalmente veggonsi

chiaramente indicati i tre partiti dei Capitani, della Motta; e

la Credenza di Sant'Ambrogio:[583] _a consilio quadringentorum et

trecentorum et centum, novo et veteri_. Il consiglio de' quattrocento

era composto da' nobili del primo ordine, e gli altri da quei della

Motta e della Credenza di Sant'Ambrogio[584]. Mi lusingo che questa

uscita non sarà spiaciuta a' miei lettori, ai quali dirò che liti e

scomuniche e disturbi lunghi vi furono poi per ottenere che il calice

d'oro venisse restituito; il che era bene da prevedersi: mentre, dopo

cinquantadue giorni, nell'estrema angustia della guerra nella quale si

trovava la città, non era possibile ch'essa rinvenisse il denaro per

ricuperare quel pegno. I contratti, quando hanno bisogno di tante e sì

moltiplicate cautele, per lo più non sono osservati. La buona fede è

chiara e semplice, e l'artificio è pieno di previdenze.

La necessità di stabilire un carico indefettibile sulle terre si è

conosciuta abbastanza da quanto si è detto. Questo era il voto del

popolo: a questo fine Martino della Torre era stato creato anziano

della Credenza; e si eresse un uffizio censuario che si chiamò

_Officium inventariorum_, perchè ivi contenevasi il catastro, ossia

l'_inventario_ (siccome volgarmente si dice) di tutti i fondi stabili,

coi loro possessori, senza eccettuarne gli ecclesiastici[585]. Il

legato apostolico proibì con suo decreto l'imporre gravezza veruna

alle persone o case religiose[586]; ma, ridotto a termine il generale

catastro, si pensò a porre un sistema. Si fece una ricapitolazione dei

debiti pubblici; e, ripartita questa somma in otto eguali porzioni,

si stabilì che per otto anni si distribuisse sopra del censo una di

queste porzioni ogni anno, col nome di _fodro_, ovvero _taglia_; e così

dopo otto anni venisse saldato ogni debito e tolta alla circolazione

la carta. (1248) Questo regolamento fu pubblicato l'anno 1248, come

può vedersi nel Corio a quell'anno, e questa è la più antica memoria

del carico prediale nel nostro paese: giacchè prima non si ha notizia

se non di tributi sopra i frutti, ovvero colle persone. Col terminare

dell'anno 1256 i debiti pubblici dovevano essere pagati. (1257) Fu

eletto podestà di Milano, per l'anno 1257, Beno da Gozadini, bolognese.

Egli aveva già, negli anni precedenti, servito utilmente la repubblica,

perfezionando il catastro de' fondi censibili. Egli pensò di lasciare

un monumento benefico e glorioso, prolungando sino alla città di

Milano il cavo del Tesinello, il quale terminava ad Abbiategrasso. Ho

già detto come dal Tesino sino ad Abbiategrasso fu derivata l'acqua

del Tesinello, settantotto anni prima, cioè nel 1179. Si trattava

ora di produrre il cavo per lo spazio di quattordici miglia, e

così dare un nuovo e perpetuo valore alle campagne per tutta quella

estensione. V'era il fondo censibile ridotto a catastro. Da otto anni

era già in pratica l'esazione di quel tributo. Beno de' Gozadini vide

che, prolungando questo carico, a fine di eseguire il suo progetto,

realmente non pagavasi dei contribuenti un tributo, ma si bonificavano

le terre, e s'impiegava il denaro in utilità sensibile di quei medesimi

che venivano tassati. Su questo principio credette egli non potersi

con giustizia lasciar esenti i fondi ecclesiastici, nè obbligare i

laici a pagare la porzione del beneficio fatto ai primi. Fu la grande

opera intrapresa, e vigorosamente in pochi mesi, condotta a fine.

Meritava Beno de' Gozadini le adorazioni de' suoi contemporanei, e un

pubblico monumento che ricordasse alle età future ch'egli nel 1257, per

quattordici miglia condusse le acque del Tisino sino ai sobborghi di

Milano, creando un valore nuovo e perpetuo sulle campagne irrigabili,

e preparando il comodo della navigazione, che venne da poi aperta

dodici anni dopo. Vorrei poter tacere la ricompensa che ne ottenne. Il

popolo prima che fosse terminato l'anno, tumultuosamente lo massacrò,

e, strascinandolo ignominiosamente sino al navilio da lui scavato,

ivi lo affogò miseramente! la memoria di lui fu calunniata;, e la

calunnia eccheggiò sinora ne' libri de' nostri storici, imputandogli

avanie e tributi imposti, o non facendo menzione di lui, ovvero

diminuendo il merito dell'impresa. Il conte Giulini lo condanna pure,

ma racconta i fatti[587]. È tempo omai, dopo cinquecento ventidue

anni (nel 1770) che la voce libera d'uno scrittore implori all'onorata

cenere di Beno de' Gozadini riposo e pace, e ricordi ai concittadini

suoi questa atroce ingiustizia commessa dai loro antenati, troppo

incautamente sedotti, a quanto pare, in que' tempi infelici da un ceto

venerabile che voleva difendere le immunità come parti essenziali della

religione. Ripariamola ora noi e la riparino i nostri posteri, ed ogni

volta che rimireremo il canale che dà ricchezza alle terre e porta

l'abbondanza nella città, ricordiamoci che ne abbiamo l'obbligazione

a un onoratissimo bolognese, Beno de' Gozadini, e ne sia consacrato il

fausto nome all'immortalità!

CAPITOLO X.

_Della signoria de' Torriani; e principii della grandezza della

casa Visconti, sino al cominciamento del secolo XIV._

Verso la metà del secolo decimoterzo l'Impero era immerso nell'anarchia

e nella confusione. Vi erano più rivali, e ciascuno s'intitolava

augusto ed aveva un partito; rivali deboli però, e appena bastanti a

nuocersi scambievolmente; e perciò l'autorità imperiale più non vi era;

anzi, riguardo alla storia di Milano, dobbiamo considerare l'influenza

dell'imperatore sospesa sino alla fine del secolo decimoterzo.

Gl'imperatori Corrado IV, Guglielmo d'Olanda, Riccardo di Cornovaglia,

Alfonso di Castiglia, Rodolfo di Habsburg, Adolfo di Nassau e Alberto I

non ebbero che poca o nessuna parte negli avvenimenti di Milano, dove

si ritornò a riconoscere l'autorità cesarea colla venuta di Enrico

(sesto per gl'italiani, ma comunemente chiamato settimo), che ascese

alla dignità imperiale l'anno 1308. Frattanto la città viveva tra le

fazioni, cercando al solito i nobili d'opprimere la plebe, e questa

di contenere i nobili ed umiliarli. La forma civile della società era

incerta, non fondata sopra costituzione alcuna. La libertà, i beni,

la vita non avevano altra protezione che la forza o l'astuzia. Questo

stato di vera guerra piuttosto che di repubblica, peggiore della

stessa tirannia, rendeva insopportabile a ciascun cittadino la propria

condizione. Il solo motivo per cui non si eleggeva un principe stabile,

era la fiducia che hanno sempre i governi liberi, di correggere

colla propria autorità i propri mali; ma frattanto per intervallo si

eleggeva un dittatore. Si è già veduto nel capitolo precedente come

Pagano della Torre dominasse col titolo di protettore del popolo;

egli fu proclamato tre anni dopo l'affare di Cortenova, cioè l'anno

1240. Si è pure accennato la nuova carica di _anziano della Credenza_,

conferita dal popolo a Martino della Torre, nipote di Pagano, l'anno

1247. Così la città cominciava ad accostumarsi al governo d'un solo.

Il disordine civile crebbe dappoi, e si dovette pensare ad eleggersi

un sovrano potente, a fine di preservarci dagl'insulti de' nemici

vicini, e di contenere i mali delle civili dissensioni. Il primo passo

verso la monarchia ascende all'anno 1253, nel quale Manfredo Lancia,

marchese d'Incisa, fu creato signore di Milano per tre anni, e ben si

vide quanto fosse necessario quel partito, poichè, appena terminata

che fu quella temporaria monarchia, scoppiarono più che mai gli odii

e le dissensioni fra la plebe e gli ottimati, avendo sempre la plebe

alla testa i signori della Torre. Si cercava non più se dovesse la

città esser libera, ovvero soggetta, ma si disputava a chi dovesse

consegnarsene la signoria. Le fazioni, spossate e stanche, combattevano

alla fine per far avere la preferenza a quel signore che ciascuna

bramava. Il popolo voleva Martino della Torre; un altro partito voleva

Guglielmo da Soresina; i nobili espulsi proponevano Ezelino da Romano,

uomo celebre nella storia di Brescia, Verona, Vicenza, Padova e Marca

Trivigiana. Accadde che nessuno volle cedere al partito contrario, e si

elesse il marchese Oberto Pelavicino signore di Milano per cinque anni.

I signori della Torre rimanevano frattanto in Milano, godendo di tutta

l'influenza del popolo, ma riconoscendo la signoria del marchese, il

quale s'intitolò _capitano generale di Milano_. Non piaceva al papa che

si andasse formando nell'Italia signori troppo potenti; perciò erano

poco accetti e i Pelavicini e i Torriani ed Ezelino. L'Inquisizione

non mancò di adoperarsi per abbassare il capitano generale di Milano.

I frati predicatori lo diffamavano come fautore degli eretici; e frate

Rainerio da Piacenza, inquisitore in Milano, dal pulpito minacciò

scomunica ai Milanesi se ricevevano il marchese[588]: e il marchese

scacciò l'inquisitore da Milano. Una moltitudine di forestieri

s'incamminò processionalmente verso Milano. S'era inventata in Perugia

allora l'usanza di flagellarsi, e si era sparsa questa opinione che

fosse atto religioso il percuotere sè medesimo: onde a turbe andavano,

nudi dalla cintura in su, da una città all'altra questi promulgatori

del nuovo rito, rappresentando dovunque un orrendo spettacolo di

cilicii e di flagelli. Il marchese Pelavicino si diffidò di tanta

divozione, e sulla strada fece piantare seicento forche, vedute le

quali, la processione rivoltò cammino:[589] _A Sexcentae furchae

parantur; quo viso recesserunt_, dice il Fiamma[590]. Sembra che i

papi avessero formato il progetto di stendere insensibilmente la loro

sovranità anche sopra Milano e sopra la Lombardia, profittando delle

debolezze dell'Impero e delle civili discordie delle città. A tal fine

si opponevano, destramente bensì, ma non risparmiando mezzo alcuno,

contro di ogni famiglia che alzasse il capo a primeggiare: poichè,

rimanendo alle città il solo partito del principato per dare una

forma stabile e sicura al loro governo, quello che sopra d'ogni altro

avvenimento più doveva spiacere a Roma, era appunto che alcuna famiglia

s'innalzasse ad ottenerlo. Questa fu la base della politica de' sommi

pontefici; e la storia seguente ci farà conoscere quanti ostacoli abbia

sempre posti la corte di Roma all'ingrandimento, prima dei signori

della Torre, poscia dei signori Visconti, che Roma istessa aveva da

principio favoriti, per abbassare con essi il potere de' Torriani.

(1261) L'origine della grandezza della casa Visconti si può fissare

all'anno 1261: non già che io intenda per ciò ch'ella dapprima fosse

oscura affatto od ignobile, il che sarebbe falso. Già accennai

un celebre Ottone Visconti al capitolo sesto, che morì in Roma

centocinquant'anni prima di quest'epoca. Accennai pure altro di simil

nome, console della città, assediata dall'imperatore Federico cent'anni

prima. Ma l'origine di sua grandezza non ascende più in là: perchè,

sebbene ella si fosse già condecorata con feudi ed antichi privilegi,

sebbene ella si fosse già illustrata col valore di qualche suo

antenato, nulla era di più che una delle famiglie nobili e generose, ma

non potente nè ricca nè in condizione di lasciar prevedere la grandezza

a cui rapidamente ascese, diventando poi, non solamente sovrana della

sua patria, ma in meno d'un secolo regnando sopra venti altre città,

dilatandosi poi poco dopo alla grandezza di aspirare al regno d'Italia

e possedere trentacinque città, fra le quali le più floride della parte

settentrionale d'Italia, come vedremo. Colla fortuna de' Visconti

crebbe l'adulazione, e i geneologisti ammassarono le più grossolane

menzogne, le quali vennero poi accettate con rispetto e credulità. Di

ciò accaderà in séguito occasione di accennarne qualche cosa di più;

ora conviene indicare come nacque la fortuna dei Visconti. Già sino dal

1257, in cui morì l'arcivescovo Leone da Perego, la sede metropolitana

di Milano era vacante a cagione di due ostinati partiti che dividevano

gli elettori. I nobili volevano fare arcivescovo Francesco da Settala,

e i popolari volevano Raimondo della Torre, figlio di Pagano e zio

di Martino, anziano della Credenza. Venne a Milano, l'anno 1261,

il cardinale Ottaviano degli Ubaldi, ritornando dalla legazione di

Francia. Egli alloggiava nel monastero di Sant'Ambrogio. Sono d'accordo

i nostri scrittori nell'asserire che Martino della Torre, un giorno in

cui meno se lo aspettava il cardinal legato, comparve sulla piazza di

Sant'Ambrogio alla testa d'un forte squadrone di cavalleria, che ivi

fece schierare; e il cardinal legato sorpreso dal rumore delle trombe

militari, non senza inquietudine ne ricercò il motivo; al che fu dato

riscontro come il signor Martino della Torre informato che allora il

signor cardinale partiva, era venuto per onorevolmente accompagnarlo

fuori della città. Il cardinale scelse il miglior partito; dissimulò,

e ricevette cortesemente come un onore la violenza che gli veniva

fatta e se ne partì. (1262) Pochi mesi dopo, cioè il giorno 22 luglio

1262, il papa Urbano IV nominò arcivescovo di Milano Ottone Visconti,

arcidiacono della chiesa milanese[591], uomo che il cardinale legato

aveva riconosciuto in Francia ambiziosissimo, smanioso per comandare,

violento; l'uomo in somma opportuno a bilanciare ed abbattere il

potere de' Torriani, tosto che ne avesse i mezzi. L'elezione era

sempre stata libera agli ordinari, e quella fu la prima volta in cui

il papa vi s'intromise; il che è stato anche osservato dal nostro

conte Giulini. «La lunga discordia, dic'egli, dei nostri ordinari fu

ad essa molto nociva, perchè a cagion di questa soffrì un gran crollo

il loro antico insigne diritto di eleggere l'arcivescovo[592]». Alcuni

de' nostri scrittori attribuiscono il fatto di Martino della Torre

a ciò che, invogliatosi il legato d'una preziosa gemma del tesoro di

Sant'Ambrogio, da essi chiamata carbonchio, cercasse colla sua autorità

di appropriarsela; per lo che i canonici erano assai imbarazzati, e

Martino per tal modo li trasse d'inquietudine. Altri credono che il

legato si adoperasse per escludere dall'arcivescovato Raimondo della

Torre; e sembra così più verosimile la cagione del vigoroso partito

preso da Martino. Ma questa inaspettata elezione d'un arcivescovo fatta

dal papa, doveva cagionare sorpresa nella città, negli ecclesiastici e

nella signoria. In fatti Martino della Torre e il marchese Pelavicino,

intesa ch'ebbero tale novità, occuparono immediatamente tutti i beni

dell'arcivescovato. Il papa, senza indugio, pose la città di Milano

all'interdetto. Poco dopo, in Lodi, venne a morte Martino della Torre,

e prima di morire ottenne che il popolo di Milano eleggesse alla sua

dignità Filippo di lui fratello, siccome avvenne, ed ebbe il titolo

di podestà perpetuo del popolo; ma ne godette poco, poichè morì

improvvisamente, e gli fu successore Napoleone, ossia Napo della Torre,

figlio del famoso Pagano.

I signori della Torre andavano crescendo sempre più in potenza.

L'arcivescovo Ottone Visconti aveva un nome vano; ma, esule dalla

patria, non poteva ricavare cosa alcuna, nemmeno dalle terre

arcivescovili, occupate dai Torriani. L'interdetto e gli anatemi non

avevano arrestato il corso della grandezza loro. Essi possedevano

Como, Lodi, Novara, Vercelli, Bergamo e Brescia; non già con

sovranità decisa ed ereditaria, ma indirettamente, con varii titoli

e magistrature, esercitandovi il supremo potere. La influenza loro

negli affari d'Italia era già tale, che Filippo della Torre si era

collegato con Carlo conte d'Angiò e di Provenza, fratello del re di

Francia Luigi IX, affine di far ottenere il regno di Napoli al conte

d'Angiò; e l'accortezza di Napo della Torre gli suggerì d'indurre il

popolo di Milano ad eleggere esso conte per suo signore per cinque

anni, dopo che fu egli dichiarato re di Sicilia. Così, dando l'odioso

titolo di sovrano al re Carlo, lontano, beneficato e debole, Napo

della Torre dominava con minore invidia nella Lombardia, celando

la sovranità e adescando la moltitudine con modi popolari e con

largizioni splendidissime, aprendo corti bandite, con mense apprestate

sulle pubbliche strade della città, a beneficio del popolo: di che

minutamente ne tratta il conte Giulini[593]. Furono magnificamente

accolti in Milano, mentre i signori della Torre la reggevano, il papa

Innocenzo IV, il quale vi fece ingresso il giorno 7 luglio 1251; il

re di Francia Filippo III, nel 1271; il re d'Inghilterra Edoardo,

colla regina Leonora sua moglie, nel 1273. Pare esagerato il numero

di ducentomila persone che i nostri autori asseriscono essere uscite

da Milano per incontrare il papa Innocenzo; ma certamente la città

si andava popolando e crescendo, a misura che in essa si ergeva

una potenza capace di mantenervi l'ordine. Le strade della città

cominciavano a lastricarsi nel 1271. I signori della Torre avevano

un alloggio grandioso. Il loro palazzo era dove oggidì trovasi la

chiesa del Giardino, e in quei contorni si cominciarono a lastricare

le strade. Napo della Torre non voleva apertamente palesarsi sovrano,

nè romperla colla corte di Roma. Egli teneva in suo potere i beni

dell'arcivescovato; teneva esiliato l'arcivescovo Ottone, che per

quindici anni non potè mai vedere la sua sede, non che goderne;

teneva depressi i nobili ed esuli i fautori del Visconti; ma non

si opponeva alle preghiere che la città faceva al papa per essere

liberata dall'interdetto. (1268) Venne a questo fine a Milano un legato

pontificio, l'anno 1268, cioè sei anni dopo fulminata la censura;

e il Corio c'informa che il legato «expuose come non levarebbe lo

interdicto insine che tutta la plebe e famiglie non iuravano fede

ala Romana Chiesia. Il che essendosi exequito: a Turriani dimandò che

principalmente si reconoscessino ad Otho Vesconte, come a vero presule

e pastore: secondariamente, che fusse restituito quanto era occupato

de la archiepiscopale sede: tertio che a li chierici nel tempo a

venire non fosse posta alchuna gravezza: le quali cose facendosi, levò

lo interdicto». La prima nostra condizione mostra chiaramente quai

fossero le mire di Roma, e l'ultima era la più a proposito per sanare

la perdita dell'elezione dell'arcivescovo, e rendere il clero della

chiesa milanese propenso alle mire di Roma. Gl'interessi dell'Italia,

se si fosse avuto in vista di conservarla una nazione sola riunita,

erano conformi alle mire di Roma; ma l'interesse personale superò

sempre. Quindi anche queste promesse furono senza effetto veruno,

poichè nè l'arcivescovo potè venire in Milano e godere delle rendite,

nè gli ecclesiastici furono esentati dai carichi, ai quali i frati e i

preti si tennero soggetti nel tributo che tre anni dopo, cioè nel 1271,

impose il podestà di Milano Roberto de' Roberti[594].

Storia di Milano, vol. 1 · 第 23 / 31 段