Comunemente le opinioni nuove intorno agli articoli della religione

nacquero o presso nazioni occupate di oziose o sofistiche ricerche

metafisiche, le quali si pregiavano di chimeriche e realmente

vacue disputazioni, ovvero nacquero esse per un abuso degli studii

sacri e dell'erudizione. Da noi, in mezzo all'ignoranza dei secolo

decimoterzo, nessuno di questi poteva aver loro dato nascimento. Il

padre della erudizione italiana, Lodovico Antonio Muratori, ci ha fatto

l'enumerazione degli errori che venivano attribuiti a questi eretici.

La maggior parte di quelle opinioni chiaramente non è cattolica. Egli

è vero però che alcune opinioni ivi censurate potrebbero avere un

significato innocente, quali sarebbero le seguenti:[561] _Obest subdito

et sacrato mala vita praelati. — In Ecclesia Dei non debent esse

sacerdotes et diaconi mali. — Mali presbitery non possunt ministrare.

— Ecclesia non debet possidere aliquid nisi in communi. — Nullus malus

potest esse episcopus. — Non licet occidere_[562]; ed è pur vero che

non ci rimane alcun libro di quei tempi, nel quale si contengono le

altre eresie che s'imputavano a tanti nostri Milanesi; ed il Muratori

le ha tutte prese da un sol manoscritto di Armanno Pungilupo. Certo

è che, essendo gl'inquisitori dipendenti affatto dal papa, e le loro

sentenze dovendosi eseguire dalla podestà civile col bando e colla

morte, la vita e i beni di ciascun cittadino erano dipendenti dalla

podestà ecclesiastica di Roma, e conseguentemente Roma vi aveva

indirettamente acquistata la sovranità.

(1220) Ritorniamo al filo della storia civile. Dopo la morte di

Ottone IV, tanto benevolo verso di noi, Federico II venne in Italia,

e fu coronato imperatore l'anno 1220. Venne dichiarato re de' Romani

il di lui figlio Enrico. Federico odiava i Milanesi, ed era ben

corrisposto. Noi lo consideravamo come erede del nome e dei sentimenti

dell'avo distruggitore della nostra città; e come l'inimico del nostro

Ottone IV. Egli intimò una generale dieta in Cremona, e questa voce

precorsa bastò a sedare le dissensioni civili. L'oggetto della propria

conservazione soffocò le simultà private, e fece rivolgere gli animi

a concordi pensieri per la comune salvezza. Le città di Lombardia,

istrutte dai passati esempi, rinnovarono la loro confederazione. Venne

l'imperatore in Cremona, e non vi trovò i rettori di molte città, i

quali pure dovevano esservi tutti. Mancavano Milano, Verona, Piacenza,

Vercelli, Lodi, Alessandria, Treviso, Padova, Vicenza, Torino, Novara,

Mantova, Brescia, Bologna, Faenza e Bergamo. Se ne partì sdegnato da

Cremona, e immediatamente andossene a borgo San Donnino, ed ivi dal

vescovo d'Ildeseim fece scomunicare le città che non erano comparse

alla indicata dieta generale. Federico II andò poi nella Sicilia, indi

in Terra Santa; nè gli avvenimenti e le relazioni che passarono fra

il papa e lui appartengono al mio proposito. Enrico, re de' Romani, si

ribellò al padre. Spedì a Milano lettere ed ambasciatori. I Milanesi si

collegarono con lui. Venne Enrico superato dal padre, e finì i giorni

suoi in carcere. Quest'ultima azione de' Milanesi detterminò più che

mai lo sdegno dell'imperatore Federico II a nostro danno. Egli entrò

dalla Germania nella Lombardia con un'armata, alla quale si unirono le

forze d'Ezelino da Romano. (1337) L'anno 1237 l'armata imperiale, che

aveva già devastate le terre dei Mantovani, de' Veronesi e Vicentini,

si accostò a Brescia per soggiogarla. I Milanesi, che avevano più

volte ottenuta la fedele assistenza dei Bresciani, non tardarono a

marciare al loro soccorso. I militi di Vercelli, di Alessandria e di

Novara si unirono con noi; e il comandante era Enrico da Monza. Il

nostro comandante fu uomo di talento nello scegliere il campo, poichè

si collocò in un luogo del Bresciano detto Minervio, avendo avanti la

fronte un fiumicello profondo e un terreno paludoso, per cui il nemico

non poteva venire a noi; e così con una armata inferiore di forze, pose

l'imperatore nel caso di non poter tentare cosa alcuna sopra la città

di Brescia, senza temerci ai fianchi. L'imperatore, infatti, abbandonò

l'impresa di Brescia, e si rivolse ad altro progetto. La stagione

era già innoltrata: eravamo già in novembre. L'imperatore, congedati

alcuni militi poco sicuri, fece credere di volersene andare a Cremona a

svernare, e passò l'Oglio. I nostri, incautamente, sloggiarono dal loro

campo; e si posero a tener dietro la marcia degl'imperiali, il perchè

non lo sappiamo. Passammo l'Oglio, e, nelle vicinanze di Cortenova, ci

trovammo un fiume alle spalle, e da ogni altra parte gli imperiali,

che di molto superavano le nostre forze. L'imperatore ci attaccò in

quella disgraziata situazione. La battaglia fu sanguinosissima. Noi

eravamo stretti da ogni parte. Si combattè ostinatamente, finchè la

notte obbligò i due eserciti a dar pausa all'azione. Noi eravamo,

come dissi, alla fine di novembre, sotto una pioggia incessante, fra

strade rese impraticabili in terreno cretoso. Gli avanzi ancor vivi

del nostro esercito erano ammucchiati vicini al carroccio, che avevano

sempre difeso. Al comparire del nuovo giorno più non rimaneva che o la

morte o la prigionia ai pochi Milanesi. Essi profittarono dell'errore

che gli imperiali commisero, col lasciare un lato scoperto, e per

quello unitamente si salvarono. Prima però spogliarono il carroccio

del gran vessillo, e lo fecero in pezzi, giacchè non era possibile

il trasportarlo. Se furono biasimevoli i Milanesi per essersi tanto

incautamente avventurati a fronte di un nemico superiore di molto,

essi però meritano stima per aver combattuto senza limite in una

situazione nella quale non sarebbe stata viltà il deporre le armi, come

fece, a Maxen nella Sassonia un grosso corpo di Prussiani che appunto

aveva l'Elba alle spalle, e dalle armi imperiali austriache si trovò

attorniato in novembre dell'anno 1759. I nemici, al comparire del

giorno, videro con sorpresa che la preda era sfuggita. La disfatta de'

Milanesi però a Cortenova fu un oggetto grande. L'imperatore Federico

II certamente se ne gloriò con molto fasto. Il Martene ci ha conservata

la lettera che quell'augusto ne scrisse a Federico, duca di Lorena,

in cui lo informa che fra morti e prigionieri si contavano diecimila

de' nostri[563]; e lo stesso autore ci ha conservata la lettera che

l'imperatore scrisse al senato e popolo romano, al quale trasmise i

rottami del nostro carroccio:[564] _Antiquos namque in hoc recolimus

Caesares, dice l'imperatore, quibus oh res praeclaras victricibus

signis gestas, senatus populusque romanus triumphos et laureas

decernebant, ad quod, per praesens nostrae Serenitatis exemplum, vias

votis vestris a longe praeparamus, dum, devicto Mediolano, currum

civitatis, utique factionis Italiae principis, ad vos victorum hostiam

praedam et spolia destinamus, arrham vobis magnalium nostrorum et

gloriae vestrae praemittimus_[565]. Da questo fatto si raccoglie di

quanta considerazione fosse Milano in que' tempi,[566] _factiones

Italiae civitas princeps_[567].

Gl'infelici avanzi del macello di Cortenova dovevano perire

attraversando le terre di Bergamo; poichè la totale sconfitta da

noi sofferta aveva fatto nascere un timore sommo nelle altre città:

nessuno osava dichiararsi più per noi, trattone Brescia, Piacenza

e Bologna, città le quali mantennero una ferma e sincera fede in

favor nostro. Mancavamo di tutto, e di nulla eravamo sicuri; quando

Pagano della Torre, che era signore della Valsasina, si slanciò

a proteggere gli avanzi dei nostri; gli scortò nelle sue terre;

somministrò loro generosamente ogni soccorso, e li ricondusse nella

patria. Quest'atto di beneficenza non rimase isolato. La gratitudine

de' Milanesi non se ne dimenticò, a segno che l'amore costante e la

fiducia che i popolari milanesi conservarono dappoi verso la casa

de' signori della Torre, tanto innalzò l'illustre loro prosapia, che

per qualche tempo ottenne la sovranità di Milano, come vedremo. Le

azioni benefiche e le valorose sicuramente fanno nascere il rispetto

presso di ogni popolo e in ogni tempo; e pare che in questo caso

dovessero reciprocamente rispettarsi, e chi faceva e chi riceveva il

beneficio. L'imperatore, dopo la vittoria, vedendosi padrone di quasi

tutta la Lombardia intimorita, volle possedere Milano; e pretese che

ci rendessimo a discrezione. Ma i Milanesi non si trovarono allora

in quelle angustie che avevano oppressi i loro avi settantasei anni

prima: e unanimemente deliberarono di morire tutti colle armi alla

mano, anzi che soggiacere a tale misera condizione. L'imperatore fece

venire nuove forze dalla Germania. Cominciò a cimentarsi con Brescia,

la quale si difese. (1239) Passò poi con una poderosa armata nel

milanese l'anno 1239. Due avvenimenti accaddero in favor nostro. Il

papa Gregorio IX scomunicò l'imperatore, ed accordò indulgenza a chi

avesse portate le armi contro di lui. A questo avvenimento convien

pure aggiungerne un altro; e fu un ecclisse solare, accaduto il terzo

giorno di giugno, il quale fu (secondo l'opinione di que' tempi) un

manifesto segno della collera celeste contro di quel monarca. Egli

era adunque alla testa d'una numerosa armata sulle nostre terre. Si

propose in Milano la questione se dovevamo tenerci alla sola difesa,

muniti entro della città; ovvero se saremmo usciti ad affrontare

il nemico; e quest'ultimo partito, proposto da Ottone da Mandello,

prevalse. La condizione dell'imperatore, se di molto era migliore

della nostra per il numero de' suoi armati, essa però era assai

attraversata dalle opinioni religiose. Preti, frati combattevano

contro di lui, e confortavano ognuno ad offenderlo; e come l'imperatore

stesso, scrivendone al re d'Inghilterra, dice:[568] _Ordinis fratrum

minorum, qui non solum accincti gladiis, et galeis muniti, falsas

militum imagines ostendebant, verum etiam praedicatione insistentes,

Mediolanenses, et alios, quicumque nostram, et nostrorum personam

offendebant, a peccatis omnibus absolvebant_[569]. Uscimmo incontro

a lui, e ci accampammo a Camporgnano. Le truppe avanzate imperiali si

accostarono, e furon fatte in pezzi dai nostri, e il rimanente condotto

a Milano. Si riconobbe che costoro erano Saraceni. Allora l'imperatore

si innoltrò, e pose il campo col grosso del suo esercito a Cassino

Scanasio, d'onde l'obbligammo a sloggiare ben presto, coll'aver rotti

alcuni sostegni ed inondato il di lui campo. Portossi l'imperatore

a nuovo campo fra Besate e Casorate: ed ivi pensarono i Milanesi a

restituire a Federico II il trattamento sofferto due anni prima a

Cortenova. Mancava un fiume da porgli alle spalle. Scavammo un profondo

canale fra il nostro campo ed il nemico, e vi facemmo sboccare l'acqua

del naviglio grande che allora chiamavasi il Tesinello. Tutto ciò

sembrava un'opera destinata alla difesa del nostro campo; ma il disegno

era di chiamare l'imperatore di qua del canale, poi, per sorpresa,

attaccarlo. Per riuscirvi si finse che i Comaschi avessero abbandonato

il nostro partito, e più non volendo combattere contro dell'imperatore,

ci avessero lasciati. Dopo ciò levammo le tende, e quasi ci ritirassimo

per essere di troppo inferiori di forza, scomparvimo. Gl'imperiali

credettero a quest'apparenza, e passarono il canale per accostarsi a

Milano; ma impetuosamente assaliti dai nostri, usciti all'improvviso

dall'imboscata, vennero disfatti gl'Imperiali. Molti furono i

prigionieri, e molti gli estinti sul campo, o precipitati nel fiume

artificialmente scavato per tale effetto. Questo rovescio fece cambiare

idea a Federico, che abbandonò il milanese; e si risolve verso della

Toscana.

(1245) Un altro tentativo fece l'imperatore Federico II contro di noi,

sei anni dopo. Comparve egli l'anno 1245 con un'armata, e si pose dalla

parte del Tesino, mentre al re Enzo, suo figlio, affidò un altro corpo

di truppe, che dalla parte opposta minacciasse la città. I Milanesi da

un canto seppero sempre opporsi a Federico, ed impedirgli di passare il

Tesinello; e rimase loro un numero bastante di armati, per affrontare

il re Enzo verso Gorgonzola, e farlo prigioniere. I prigionieri che

Federico II aveva fatti a Cortenova erano stati barbaramente trattati.

Il Podestà di Milano (che era Piero Tiepolo, conte di Zara e di

Tripoli, figlio di Jacopo Tiepolo, doge di Venezia) era caduto fra

i prigionieri; e l'imperatore lo aveva fatto ignominiosamente legare

sopra il fusto del riattato carroccio; e con vilipendio, condottolo

prima in tal foggia a Cremona, lo trasportò poi in séguito, unitamente

agli altri prigionieri, nella Puglia, dove lo fece impiccare; e gli

altri infelici con varii supplizi del pari ivi terminarono la vita

loro. Ora i Milanesi avevano in poter loro i prigionieri fatti a

Camporgnano, a Casorate, ed il figlio medesimo del nemico, il quale da

noi fu restituito illeso al padre, colla condizione soltanto che nè

l'uno nè l'altro avrebbero mai più portate le armi contro Milano. Le

armate partirono, nè più Federico ebbe che fare con noi.

Se la nostra città fosse stata nel suo reggimento civile tanto saggia,

generosa e cauta, quanto si mostrava valorosa, nobile e prudente

nelle imprese militari, sarebbe assai più grata la occupazione

che ho scelta di tesserne compendiosamente la storia. Mio malgrado

l'augusta verità mi obbliga ad alternare imparzialmente il racconto

delle glorie esterne, e degli interni mali della patria; in cui

l'incorreggibile prepotenza dei grandi teneva sempre irritato e nemico

il partito del popolo; il quale (sensibile, com'egli è) colla virtù e

coll'amorevolezza avrebbe potuto affezionarsi ai nobili, e di concerto

operar sempre per la felicità comune. I popolari, affezionatissimi

a Pagano della Torre, per il beneficio ottenuto dagli avanzi di

Cortenova, lo scelsero per loro protettore. Egli soggiornava in Milano,

e del pubblico amore ne fa anche oggidì testimonianza l'iscrizione

posta al suo sepolcro in Chiaravalle:[570]

_Magnificus populi dux, tutor et Ambroxiani_

_Robur justitie, procerum jubar, arca Sophie,_

_Matris et Ecclesie defensor maximus alme,_

_Et flos totius regionis amabitis hujus,_

_Cujus in occasu pallet decor ytalus omnis,_

_Heu de la Turre nostrum solamen abivit_

_Paganus, latebris et in umbram utitur istis._

_MCCXLI. VI. jan. obiit dictus dominus Paganus_

_de la Turre, potestas populi Mediolani._

Il popolo, dopo la morte di Pagano, scelse il di lui nipote, Martino

della Torre, per essere da lui protetto contro de' nobili, ed a questo

fu dato il titolo di _Anziano della credenza_. L'ufficio di questo

tribuno del popolo era difendere ciascun popolare contro la usurpazione

o prepotenza d'un nobile; sopraintendere all'uso ed amministrazione del

pubblico erario, acciocchè le entrate della repubblica non venissero

convertite in comodo privato. Oltre ciò la repubblica era sempre

in quei tempi a cassa vuota, sebbene i privati fossero benestanti;

quindi si voleva dal popolo assicurare un fondo stabile, che potesse

servire alle pubbliche spese, e prevenisse le angustie all'occasione

della difesa; angustie provate singolarmente nell'ultima guerra che ci

portò Federico II, siccome or ora dirò. Allora non vi è memoria che

si ricevesse per anco tributo sul sale. Il pedaggio che pagavano le

mercanzie era tutto a profitto della comunità dei negozianti; i quali

avevano l'obbligo di conservare le strade, ripararle e custodirle, in

modo che delle mercanzie rubate sulle pubbliche strade la comunità

medesima era tenuta a rifarne il danno. La tariffa si vede annessa

all'antico codice dei primi statuti, compilati nel 1216, siccome

ho detto, e il conto si vede fallo a quattro denari di pedaggio per

ogni lira di valore della merce; il che rimonta al tenue tributo di

uno e due terzi per cento sul valore. Nemmeno la mercanzia adunque

contribuiva alla cassa pubblica. Alcuni che pretendevano alla signoria

delle terre, obbligavano gli abitatori di quelle a ricevere da essi

i pesi, le stadere e le misure[571]. Alcuni privati possedevano un

consimile diritto in Milano medesimo, e chiamavasi _jus sextarii_[572].

Ma nemmeno di questi tributi sopra i pesi e le misure colava alcuna

somma nell'erario della repubblica. V'erano anche allora i diritti

esclusivi di poter tenere osteria nelle terre e di vendere vino[573]

_minutatim ad modum tavernae_, come da una carta dell'archivio di Monza

pubblicata dal conte Giulini[574]. Ma di essi non pare che fosse al

possesso la comunità di Milano. Erano diritti posseduti da privati.

Da ciò facilmente si comprende che pochissima rendita doveva avere

la repubblica, e quella sola che proveniva dai delitti i quali, per

l'antica tradizione longobardica, erano condannati con pene pecuniarie.

Ma questa rendita era insufficiente, massimamente nei bisogni

straordinarii; tanto più che le terre dei banditi si abbandonavano

senza cultura, con incauto consiglio, se puramente si consideri

l'economia pubblica; ma non affatto senza ragione, qualora si rifletta

a quei tempi burrascosi, nei quali conveniva che nessuna utilità uomo

alcuno potesse ritrarre dalla rovina d'un cittadino. Una legge è come

una fabbrica d'architettura; conviene averla osservata da tutti i

lati, prima di poterne dare una opinione ragionevole: e le più strane

talvolta, in alcune circostanze, sono le più sapienti. Per riparare la

miseria della repubblica già s'era, l'anno 1228, fatto un decreto per

cui sei eletti aver dovessero l'ufficio di censura e conoscere ogni

amministrazione pubblica: ed è una prova della difficoltà somma che

s'incontrava nelle elezioni per il contrasto dei partiti, l'osservare

come il decreto stabilì: che diciotto uomini si scegliessero a sorte,

e di questi se ne eleggessero sei, i quali, dopo sei mesi, terminassero

il loro ufficio ed eleggessero altrettanti loro successori[575]. Questo

modo di eleggere a sorte, per necessità s'era anco esteso ad altri

uffici[576]. Ma queste circospezioni non rimediavano alla povertà del

fondo pubblico. Perciò, all'occasione della guerra di Federico II, i

nostri antenati ricorsero ad uno espediente che comunemente si crede

una invenzione dei tempi a noi più vicini: e lo spediente fu di porre

in corso della carta in vece del denaro. Abbiamo nel Corio, all'anno

1240, i decreti fatti dalla repubblica per conservare il credito

a questa carta. Decreti saggi veramente, coi quali si ordinava che

tutte le condanne pecuniarie si potessero pagare al comune di Milano

colla carta; che nessun creditore privato fosse obbligato a riceverla

in pagamento; che nessun debitore potesse essere nemmeno soggetto

a sequestro, sì tosto che possedesse tante carte corrispondenti al

suo debito. Si doveva pensare dunque a ritirare le carte in giro,

sostituendovi egual valore in denaro. Si doveva pensare a costituire

alla repubblica una rendita indefettibile e proporzionata ai bisogni

dello Stato. Non v'era altro spediente, se non se quello di formare un

catastro delle terre, e sopra del loro valore distribuire un carico.

A ciò naturalmente si opponevano i ricchi ed i nobili; su questo

insisteva il popolo; e di ciò singolarmente venne commessa la cura al

nuovo anziano della Credenza, Martino della Torre.

Storia di Milano, vol. 1 · 第 22 / 31 段