I cronisti di questi tempi sono abbondantissimi nel racconto minuto

delle piccole rivalità che portavano le città dell'Insubria alle zuffe,

alle scorrerie, alle paci appena giurate infrante, e alle depredazioni.

Io non mi sono prefisso di raccontare tutti gli avvenimenti, ma di

trascegliere que' pochi i quali o sono capaci di darci idea de' costumi

e della felicità di que' tempi, ovvero sono un seme degli avvenimenti

importanti accaduti dappoi. Le inquietutini coi vicini furono

incessanti. I nostri fedeli amici furono i Piacentini, i Cremaschi, i

Novaresi, i Vercellesi, e le città più lontane, Bologna, Verona, Faenza

e Treviso. I Pavesi e i Cremaschi furono quelli co' quali maggiormente

si stava in guerra. Co' Bergamaschi, e co' Lodigiani e Comaschi pure,

poco sicura fu la concordia. Ma queste inquietudini, troppo uniformi e

significanti, non meritano luogo nelle memorie de' posteri. La città di

Milano aveva disgraziatamente una guerra civile, assopita per qualche

intervallo, ma spenta non mai. Già si è veduto al capitolo quarto

l'aperta disunione fra i nobili ed i plebei, scoppiata prima della metà

del secolo undecimo. Sia che l'animosità fosse tramandata dal padre in

figlio per cinque generazioni sino al principio del secolo decimoterzo;

sia, il che è assai più probabile, che la prepotenza de' primi signori

inconsideratamente continuando ad offendere i più deboli, ma non meno

sensibili, spingesse questi all'associazione ed all'uso della forza;

egli è certo che realmente la città era divisa in più fazioni. (1198)

I nobili in prima erano collegati contro de' popolari; ma nel secolo

decimoterzo anche i nobili stessi erano divisi, facendo un partito

distinto i nobili minori. La plebe formò da sè un corpo politico

nell'anno 1198; e questo prese il nome di _Credenza di sant'Ambrogio_.

Questo corpo aveva la sala per le sue radunanze; creava i giudici che

decidessero le controversie del popolo; e percepiva una parte delle

rendite delle Repubblica[541]. I nobili del primo ordine chiamavansi

capitani, e formavano la _Credenza dei consoli_; e i nobili valvassori,

i quali in origine erano come sottofeudatari dipendenti dai capitani,

formavano _La Motta_; nome che presero dal sito d'una zuffa datasi

fra Lodi e Milano, fra i capitani e i valvassori[542]. Così v'erano

tre consigli in Milano, uno di quattrocento, l'altro di trecento, il

terzo finalmente di cento consiglieri. Siccome la sovranità risedeva

realmente nella riunione di questi tre consigli, gelosi e rivali

reciprocamente, è facil cosa l'immaginarsi in quale incertezza e sotto

qual torbido cielo si trovasse allora la costituzione civile durante

il fine del secolo duodecimo, e nel corso di quasi tutto il secolo

decimoterzo. Queste intestine discordie furono poi la cagione per

cui lo stato di repubblica finalmente, dopo dissenzioni e turbolenze

incessanti, cadesse in quello del governo d'un solo; rimedio unico

per una inveterata anarchia procellosa. Da principio ogni anno si

creavano i consoli, presso de' quali stava il governo della città;

ma tante dissenzioni e tante difficoltà s'incontravano nel momento di

sceglierli, che, per disperazione conveniva crearsi un dittatore per

un determinato intervallo, sotto il dispotismo del quale calmandosi

le fazioni, si potesse poscia procedere all'elezione de' magistrati.

Questa verità non è stata sinora chiaramente annunziata: confusissime

anzi ho ritrovate le memorie de' nostri scrittori; ma tutti i fatti

ce la provano ad evidenza. Nel 1186 dovettero i Milanesi creare un

magistrato dispotico, col nome di _podestà_, perchè tutta l'autorità

era in lui collocata; e questo fu il primo podestà di Milano.

Per evitare l'invidia venne proclamato un piacentino, e fu Uberto

Visconti. L'autorità confidata a questo magistrato era per un anno; e

il vizio costituzionale era tale, da ricorrere al disperato partito

di abbandonare vita, roba e libertà senza limite a un temporario

sovrano. L'anno vegnente fummo diretti dai consoli, e così per

quattro anni ci riuscì di eleggerli. Poi l'anno 1191 fummo costretti

a chiamare un bresciano, che dominasse per sei mesi; sinchè fosse

eseguibile l'elezione de' consoli, e questo podestà fu Rodolfo da

Concesa. (1201) Sul principio del secolo decimoterzo ancora maggiori

variazioni accaddero, poichè nel 1201, temendo forse di collocare in

un uomo solo l'autorità, ovvero ostinandosi i tre partiti ciascheduno

a sostenere il podestà da lui proposto, venne confidato il governo a

triumviri, e furonvi tre podestà. (1202) L'anno vegnente 1202 tante

fazioni vi furono per eleggere chi governasse, che[543] _commissum

fuit Anselmo de Terzago quod provideret secundum suam descritionem

de regimine civitatis; qui elegis duos consules, qui regerent per

annum_[544]. (1203) L'anno immediatamente seguente cinque podestà

ressero Milano. (1204) Poi, nel 1204, due podestà. I partiti, sempre

animati, scindevano la città in guisa che realmente l'unica libertà

era quella di nominare il dispotico ogni anno: e finito quel breve

tumulto popolare, ogni cittadino serviva al podestà. In mezzo a questa

deformissima costituzione, i beni de' privati erano in preda alle

rapine de' potenti, i quali, abusando di alcune formalità legali,

e facendo pronunziare da alcuni giudici delle sentenze vendute,

usurpavano gli altri fondi. (1205) Quindi in una concordia momentanea

che si fece fra i partiti nel 1205, si stabilì che:[545] _Nulli bonis

suis interdicatur, nisi causa cognita et probata communi, potestati

mediolani, vel rectoribus communitatis, ut leges desiderant_[546];

legge la quale supponeva un disordine universale ed essenzialissimo.

Il potere del podestà era, siccome dissi, assoluto e dispotico. Egli

faceva leggi e le faceva eseguire:[547] _Dico, jubeo et stato perpetuo

firmiter observari_, sono le frasi che adoperavano i podestà, e ne

abbiamo la memoria in una legge di Oberlo da Vialta, bolognese, podestà

di Milano nel 1214.

Questo vizio interno (che, accendendo una guerra intestina, sbandiva

realmente la forma repubblicana dalla città, e la costrigneva a

rifugiarsi nel dispotismo per l'impossibilità di reggersi) nasceva,

a mio credere, per colpa de' nobili. Il dominare, l'innalzarci

sopra i nostri fratelli, il dimenticare persino che lo sono, è cosa

naturalissima all'uomo; ma la plebe milanese non poteva sopportare

l'orgoglio de' nobili, nè i valvassori quello de' capitani. Sappiamo

quante inquietudini provò la repubblica di Roma per l'impazienza del

popolo, e quante guerre dovette intraprendere per allontanare la plebe

dalla città. I nobili di Roma avevano nelle loro mani gli auguri,

gli aruspici e tutte le forze del culto religioso; eppure il partito

popolare finalmente scoppiò, rovesciò la repubblica, innalzò Cesare

e creò i primi imperatori, i quali colla rovina dei nobili, pagavano

le largizioni e gli spettacoli per favorire la plebe. Il povero ed

il plebeo d'Italia sentono di avere men potere che non ha il ricco

ed il nobile; ma persuasi che gli uomini sono d'una specie sola,

si considerano come meno fortunati, ma non diversi, anzi eguali, al

momento in cui riesca di radunare della ricchezza. Nella Lombardia (se

ne eccettuiamo il marchese di Monferrato ed il conte di Biandrate)

non so che allora vi fosse alcun signore che vi dominasse città o

borghi, o nemmeno terre intiere. Questo sistema di tenere divise le

terre è antichissimo nella Lombardia; dove i feudi non furono mai tanto

considerabili, come in altri regni d'Europa. Quasi tutte le terre del

Milanese anche oggidì sono divisi in più possessori. A primo aspetto

sembra che siavi qualche cosa di più grande nella Germania, dove

un monarca ha sotto il suo impero de' sudditi che posseggono delle

signorie di intere città, e de' distretti di più miglia di paesi.

Questo da noi non vi è. È bensì vero che l'estenzione dello stato di

Milano non è grande, e può paragonarsi ad un rettangolo lungo sessanta

e largo cinquanta miglia; entro del quale spazio una porzione sensibile

e muntuosa, quale il contado di Como e i contorni di Lecco, che sono

l'emanazione delle Alpi; e in questo piccolo spazio vivono un milione

e centomila abitanti; i quali da questo spazio di terra ricavano,

oltre il loro cibo, un eccedente d'un milione e trecento cinquantamila

annui zecchini. Un milione di zecchini ce lo somministra la seta che si

trasporta agli esteri. I caci ed il lino c'introducano più di duecento

altri mila zecchini. Centocinquantamila zecchini ci fanno acquistare i

grani che vendiamo pure agli esteri; onde, presa nel suo tutto, l'annua

riproduzione è assai più grande di quello che si troverà in eguale

spazio di terra, ove le fortune sieno radunate in pochi possessori.

Il villano da noi non ha altro rapporto col proprietario, che un

contratto non perpetuo. La divisione de' frutti delle terre si fa per

metà fra il terriere ed il colono; ovvero s'aggrava il colono di pagare

una determinata somma o in denaro o in frutti, e tutto l'eccedente

ricade a suo profitto. Questo antico sistema da una parte, anima la

coltivazione delle terre, cointerressando il villano; e dall'altra,

pone minore intervallo fra il signore e il villano medesimo; poichè in

luogo di comando e subordinazione, da noi non vi è che un contratto

prodotto dai bisogni vicendevoli fra un ricco ed un povero. Perciò

io credo che da noi sarebbe impossibile il conservare lungamente un

governo aristocratico, a meno che gli ottimati non discendessero

a quella popolarità che rende cara ai Veneziani la forma del loro

governo; se pure anche Venezia non deve in parte la sua antichissima

tranquillità alla natura del luogo su di cui è piantata: mentre

ogni cittadino, sentendo di vivere dove perirebbe nel momento in cui

nascesse confusione nel governo, forza è che freni l'inquietudine,

e contribuisca a quell'ordine sociale, senza di cui ivi nè avrebbe

alimento, nè mezzi di procurarselo. I costumi de' nobili da noi erano

invece orgogliosi e dispotici, talvolta sino all'atrocità. Il Fiamma

ci racconta che a' suoi tempi certo popolare, per nome Guglielmo da

Salvo, di Porta Vercellina, andava creditore di rilevante somma verso

di Guglielmo da Landriano, uomo nobile; e il che il debitore invitò il

popolare ad una sua villa in Marnate, posta nel contado del Seprio,

ove, per liberarsi dal pagamento, trucidò miseramente il povero

creditore. Il qual fatto sospettatosi nella città, la plebe, inferocita

per l'enorme tradimento, si portò a Marnate, scoprì il cadavere, lo

trasportò a Milano, e mostrando per le strade lo strazio crudele, la

prepotenza, l'insidia, la violata fede d'ospitalità, vennero diroccate

le case dei Landriani e scacciati nuovamente i nobili tutti dalia

città. Così racconta il Fiamma questo fatto; e a lui dobbiamo prestar

più fede che non al Corio ed al Calco, i quali erano scrittori più

lontani; e forse non avevano stima bastante de' nobili del tempo loro

per credere che dovesse essere sempre loro piacevole la verità della

storia, quand'anche annunziasse i delitti de' loro maggiori. Il Corio

per altro non ebbe difficoltà di assicurarci che, prima dell'anno

1065, siasi fatta dai nobili la legge orrenda: _che ciascuno nobile

potesse occidere un plebeo con la pena dei libri septe, e soldo uno

de' terzoli, per la qual cosa molti erano morti_. Io credo falsa

questa asserzione. Essa però fa conoscere come si pensava; poichè il

Corio l'avrà trovata in qualche antica tradizione. Per tai motivi può

facilmente intendersi la costanza della dissenzione, sempre mantenutasi

nella città; giacchè la plebe naturalmente non ha mire ambiziose per

dominare su i nobili, nè da essi si allontana, nè con essi guerreggia,

se non per intolleranza dell'oppressione. Colla morte dell'imperatore

Corrado cominciarono le inquietudini del popolo contro de' nobili; poi

si sfogarono i due partiti colla quistione de' preti ammogliati; indi i

pericoli di un esterno nemico contennero le interne fazioni; ma cessate

che furono sempre si videro rianimate; sin tanto che, come dissi e come

in appresso vedremo, rovinò la repubblica, e la città si rese suddita

di un solo.

(1208) Colla morte di Filippo, duca di Svevia, seguita l'anno 1208,

non rimanevano che due pretendenti alla dignità imperiale, Ottone e

Federico; ma Ottone venne proclamato in Germania re de' Romani, e in

Roma incoronato imperatore da Innocenzo III. L'imperatore Ottone IV

era, siccome dissi, del sangue della casa d'Este; egli era figlio di

Arrigo il Leone, il quale, dopo d'avere seguitato l'imperatore Federico

I nelle lunghe spedizioni d'Italia, per un tratto del suo dispotismo

era stato privato delta Baviera e della Sassonia. Questa era una

cagione bastante per rendere l'imperatore Ottone nemico di Federico, e

per renderlo caro ai Milanesi, come lo fu sommamente. In una lettera

che quell'augusto scrisse ai Milanesi, si legge:[548] _Oblivisci non

etiam possumus, quod vos; jam pacato Imperio, quod diu turbatum fuerat,

tam discretos et tam honestos nuncios cum muneribus vestris ad nos

destinastis, quos nos, sicut decuit, et sub illa gratia et devotione

qua vos semper fovimus, et semper amplectemur, recepimus, munera

quoque vestra tanto nobis fuerunt gratiora, quanto magis scimus illa

ex affectu purae dilectionis fuisse transmissa_[549]. (1210) Venne in

Milano Ottone IV l'anno 1210; e fu generate il giubilo e il plauso in

tutti gli ordini della città. Vi fu adorato; ed ei fece nascere questo

caro sentimento coll'affabilità e colla bontà sua. Egli non volle

immischiarsi nelle cose della città, ma, premuroso d'avere assistenza

da noi, l'ottenne largamente; e partì, accompagnato da buona scorta dei

nostri militi, e d'ogni altro aiuto, per la conquista della Puglia, la

quale sarebbe caduta in suo potere, se i maneggi del papa e del re di

Francia non gli avessero suscitato nella Germania un forte partito, per

collocare sul trono il giovine Federico. Il papa scomunicò l'Imperatore

Ottone, il quale fu da ciò obbligato a ritornarsene nella Germania ed

abbandonare la Sicilia. Cremona, Pavia, Verona e alcune altre città

della Lombardia credettero di non dover più riconoscere un imperatore

scomunicato. Ma i Milanesi sempre gli furono affezionati, e nel ritorno

per passare nella Germania fu in Milano accolto ed onorato. Partito

che fu Ottone IV, passava da Genova per andarsene pure in Germania

il di lui rivale Federico, e i milanesi attaccarono i Pavesi, per

contrastare ad esso il passaggio. (1212) Il papa, con sua lettera 21

ottobre 1212, c'intimò che se non fossero state da noi rivocate alcune

leggi, e se non fossero stati restituiti a Pavia i prigionieri che

avevamo fatti, nessuno potesse più parlare con un milanese, nessuna

città potesse scegliere un milanese per suo podestà. Ordinò in oltre

che tutte le mercanzie de' milanesi si sequestrassero; che alcuno non

dovesse pagare i debiti che avesse verso di un milanese; e in questa

lettera perfine minacciò di volerci trattare come Saraceni, e mandare

contro di noi una Crociata[550]. Tanto era impegnato il papa Innocenzo

III contro di Ottone! L'amore de' Milanesi verso di Ottone IV non si

cambiò punto, nemmeno per questo. Il papa andava stimolando sempre più

i Milanesi ad abbandonare Ottone, il di cui partito s'indeboliva anche

nella Germania; ma inutilmente. Spedì finalmente a Milano due cardinali

legati l'anno 1216, i quali, dopo avere adoperati, senza effetto, i

loro maneggi per rimoverci dall'imperatore cui eravamo affezionati,

ricorsero all'ultimo spediente: scomunicarono ogni milanese, posero

la città a interdetto, ma non rimossero mai la fede dei Milanesi dalla

divozione verso dell'imperatore Ottone sino alla di lui morte, accaduta

l'anno 1218. Per ottenere questa costante benevolenza, inalterabile

in mezzo alle più terribili prove che in quei tempi la potessero

cimentare, bastò a quel principe la sua bontà e la cortesia delle sue

maniere.

(1216) Nel tempo di questi torbidi, fra le censure e gli interdetti,

l'anno 1216, si compilarono in un codice gli statuti e le consuetudini

di Milano, acciocchè la sorte dei giudizi non fosse più tanto

arbitraria ed incerta, come lo doveva essere prima, appoggiata a mere

tradizioni, e senza uno stabile monumento. Di questo codice se ne

conserva un antico esemplare manoscritto nella biblioteca Ambrosiana.

Un'altra bell'opera s'intraprese l'anno 1220, mentre era podestà di

Milano Amizone Carentano, lodigiano, e fu lo scavo d'un canale che da

Cassano sino a Castiglione lodigiano deriva le acque dell'Adda. Questo

canale forma la ricchezza del contado di Lodi. Allora si chiamava _Adda

nuova_; ora, non saprei per qual cagione, si chiama la _Muzza_[551].

Già quaranta anni prima era stato fatto l'altro cavo, che, guidando le

acque del Tesino sulle terre sino ad Abbiategrasso, rendeva irrigabile

una parte delle campagne milanesi; indi, nel 1257, questo cavo fu

prolungato sino a Milano, siccome poi dirò. È cosa maravigliosa che fra

i torbidi interni ed esterni, in mezzo all'ignoranza di quel secolo,

si ardisse di pensare a così grandiose ed utili opere pubbliche, e si

eseguissero, domando le acque, e guidando de' fiumi artificiali per

lunghi tratti di paese.

S'erano dilatati, al principio del secolo decimoterzo, i due ordini

de' frati predicatori e dei frati minori; e si erano intraprese

moltissime ricerche contro l'eresia. Sappiamo le guerre mosse per

questo titolo nella Francia contro gli Albigesi. Nella Germania non

mancarono simili inquisizioni; e presso di noi si trovarono quindici

sette di eretici, dei quali i nomi sono i _Patarini_, i _Cattari_, i

_Carani_, i _Concorezi_, i _Fursici_, i _Vanni_, gli _Speronisti_,

i _Carantani_, i _Romulari_, i _Poveri di Lione_, i _Passagini_, i

_Giuseppini_, gli _Arnaldisti_, i _Credenti di Milano_, i _Credenti

da Bagnuolo_; e quello che vi era di più singolare, nessun uomo si

nominava che fosse capo di setta, o nessun libro sul quale fosse

appoggiata l'eresia. Nella Grecia sappiamo chi abbia insegnato gli

errori degli Ariani, degli Eutichiani, de' Nestoriani, ec. Ne' tempi

più a noi vicini sappiamo pure da chi prendessero le loro dottrine

gli Hussiti, i Wiclefiti, i Luterani, ec. Ma nel secolo decimoterzo

si scopersero quindici sette di novatori nel Milanese, senza che

la storia ci nomini l'autore maestro delle dannevoli novità! Due

secoli prima gli abitatori del castello di Monforte, nella diocesi

di Asti, furono presi, e per titolo d'eresia terminarono la vita nel

fuoco, siccome dissi al capitolo quarto. Fu quello il primo esempio,

ch'io sappia, in cui solennemente siasi adoperata la violenza del

supplicio, per difendere la mansueta religione di Cristo. Ora,

nel secolo decimoterzo, questa maniera di sostenere il dogma venne

generalmente in uso. Venne deputato dal sommo pontefice ad agire contro

gli eretici san Pietro Martire, che allora si chiamava frà Pietro da

Verona. Egli era domenicano, e per la distruzione dell'eresia aveva

formato in Milano una compagnia[552], la quale era stata presa dal

sommo pontefice sotto la sua protezione; e il breve di Gregorio XI

si conserva nell'archivio di Sant'Eustorgio tuttavia. L'anno 1233

era podestà di Milano Oldrado da Tresseno, lodigiano, il quale,

secondando le mire dell'Inquisizione, consegnò alle fiamme non pochi

cittadini. La figura equestre di questo podestà mirasi anche al

presente, a basso rilievo in marmo, nella facciata verso mezzo giorno

della sala del consiglio della Repubblica, ora l'Archivio pubblico;

e nell'iscrizione leggesi l'encomio d'aver bruciato i Cattari:

_Catharos ut debuit uxit_, barbarismo postovi per far la rima col

verso leonino: _Qui solium struxit, Catharos ut debuit, uxit_. Il

Fiamma, riferendo le gesta di questo podestà, dice:[553] _In marmore

super equum residens sculptus fuit: quod magnum vituperium fuit. Hic

primo haereticos capere fecit_. Il Conte Giulini non crede che questa

sia stata cosa nuova di così procedere cogli eretici; ma non allega

fatto alcuno antecedente, nè alcuna prova. Il supplizio dato agli

infelici abitatori del castello di Monforte fu una violenza militare

che non aveva appoggio di legge, non tribunali o metodi costanti

che ne formassero la sanzione. Ora si tratta di sistema. (1228) Noi

abbiamo Tristano Calchi, il quale ci insegna che nell'anno 1228 furono

pubblicate queste nuove leggi penali contro degli eretici:[554] _Novae

leges latae adversus haereticos, quorum multiplices, et inauditis

nominibus distinctae sectae erant; nam praeter Patarenos, quorum supra

in Arnulpho memini, Cathari, Carani, Concoretii, Fursici, Vanii,

Speronistae, Carantani, Romulares nuncupabantur; haecque labes non

minus ad foeminas, quam viros pertinebat. Ita utrique sexui interdicta

superstitio est, proposita poena capitis, et domorum destructionis

iis qui in ea perseverarent, aut tecto reciperent, alioque juvarent.

Et subsequente anno, mense januario, Gufredus cardinalis sub titulo

Sancti Marci, legatus pontificius, Mediolanum ingressus, lege sanxit

(de comuni tamen archiepiscopi, ordinarium, et popoli consensu) ut

praetor damnatos judicio ecclesiastico, intra decem dies capitali

poena afficiat_[555]; e il Corio, nella sua storia, ci ha conservato

lo statuto che allora si fece, e lo riferisce colle seguenti parole:

«In nome di Dio mille duecento vintiocto, ad uno giorno de zobia, al

tredecimo de genaro, inditione seconda, in publica concione convocata

a sono di campana secondo il solito: Che ne lo advenire niuno heretico

dovesse stare nè dimorare ne la città de Milano... Che qualunque

persona a sua libera voluntate potesse prendere ciascuno heretico.

Item, che le case dove erano ritrovati, si dovessino ruinare, e li

beni in epse si ritrovavano, fusseno pubblicati[556]». Dal che pare

evidente che il rigore delle leggi penali contro gli eretici veramente

nascesse nel 1228. L'arcivescovo di Milano in que' tempi era Enrico da

Settala; ed era un attivo cooperatore coll'inquisitore per eliminare

gli eretici. Dal gran numero delle sette improvvisamente scoperte, è

facile l'argomentare che un gran numero di cittadini doveva essere poco

contento di queste nuove leggi. In fatti l'arcivescovo fu bandito.

Perciò vennero scomunicati da un legato pontificio il podestà e il

consiglio di Milano. Nell'iscrizione sepolcrale di questo arcivescovo

si scolpì:[557] _Instituto inquisitore, jugulavit haereses_, come

riferisce il Puricelli[558]; e chiaramente si conosce anche dalla

storia milanese quanto poco si pregiassero allora la dolcezza, la

mansuetudine e la pietà; le quali ora, in tempi più illuminati e

felici, formano il principale fregio delle virtù ecclesiastiche.

L'inquisitore, nel corso di diciannove anni, aveva fatte incessanti

ricerche contro tanti eretici, per modo che l'esempio di molti

bruciati, altri banditi, le molte case demolite, molti patrimoni

pubblicati, dovevano avere reso ammirabile il di lui zelo al di

lui partito; ma del pari resa odiosissima la sua persona a chiunque

temeva d'essere accusato di opinioni eterodosse. Ciò non doveva essere

difficile in Milano, dove ad un tratto quindici diverse eresie si

erano inaspettatamente scoperte, e si volevano esterminare. Era stato

bandito, come eretico, Stefano Confalonieri d'Alliate. Il Corio, ci

dice ch'esso Confalonieri venne avvisato, «come per fra Pietro era

misso nel bando[559]». Questo Confalonieri, di cui si doveva diroccare

la casa, i di cui beni dovevano essergli tolti, si collegò con alcuni

altri malcontenti. Il concerto si fece nelle terre di Giussano con

Manfredo Cliroro, Guidotto Sacchella, Jacopo della Chiusa, Tommaso

Giuliano, Carlo da Balsamo e Alberto Porro. Colsero essi l'inquisitore,

mentre in compagnia di frà Domenico ritornava da Como a Milano, e

nelle vicinanze di Barlassina, il giorno 6 aprile 1252, con una falce

lo uccisero; e frà Domenico lasciarono sì malamente concio, che in

pochi giorni cessò di vivere. Il partito maggiore allora cominciò a

risguardarli come due martiri della fede. Uno degli uccisori fu preso

e posto prigione. Egli se ne fuggì. Il popolo inquieto, che avidamente

aspettava di vederne il supplicio, tumultuariamente strascinò il

podestà e i suoi tre giudici, come complici della fuga, al tribunale

dell'arcivescovo; saccheggiò il pretorio; e fu deposto il podestà, dopo

avere corso grave pericolo della vita. Dei due uccisi, un solo ottenne

la venerazione di santo, cioè san Pietro Martire, canonizzato tredici

mesi dopo la sua morte dal sommo pontefice Innocenzo IV. Alcuni anni

dopo accadde un fatto simile nella Valtellina, quando, l'anno 1277,

frate Pagano da Lecco, domenicano, vi si portò con frà Cristoforo e due

notai, a fine di processarvi l'eresia; e Corrado da Venosta, signore

consideratissimo in quel distretto, lo fece uccidere il giorno 26

dicembre 1277. I Domenicani ne conservano le reliquie in Como, e lo

chiamano beato.

Dello spirito di questi tempi ce ne somministra idea il famoso affare

della Guglielmina. Questa donna, nata in Boemia, viveva in Milano, dove

morì nel 1281. Guglielmina fu tumulata pomposamente a Chiaravalle,

le fu recitato il panegirico come beata. Lampadi e cerei furonle

accesi intorno al sepolcro, che diventava ogni dì più celebre per la

guarigione degl'infermi; contribuendo a tale celebrità certa Mainfreda,

e certo Andrea, sacerdote, ch'erano stati discepoli ed ammiratori

della Guglielmina. L'inquisizione volle istituire processo intorno a

ciò, e la conseguenza di tale processo fu che Guglielmina fu cavata

dal sepolcro, e le di lei ossa bruciate; e la Mainfreda fu gettata

viva nelle fiamme, e vivo parimenti fu bruciato il prete Andrea. Il

popolo credette tutto nascere da prostituzione esercitata sotto velo

di religione nelle adunanze della Guglielmina, e tuttora tal tradizione

volgarmente vien ripetuta. Il Muratori, da un manoscritto antico che si

trova nella biblioteca Ambrosiana, ha scoperto le accuse che si fecero

a quegl'infelici[560]. Guglielmina pretendeva d'essere lo Spirito

Santo incarnato, e di essere figlia di Costanza, regina di Boemia, a

cui l'arcangelo Rafaele l'aveva annunziata nel giorno di Pentecoste.

Essa diceva d'essere venuta al mondo per salvare i Saraceni, i Giudei

e i cattivi cristiani. Insegnava che sarebbe morta come donna, ma poi

risorta per salire al cielo alla presenza de' suoi discepoli; e che

Mainfreda sarebbe rimasta sua vicaria in terra, ed avrebbe celebrata la

messa al sepolcro di lei, poi nella metropolitana in Milano, indi in

Roma, ove, abolendo il papato mascolino, avrebb'ella seduto papessa.

Tali almeno furono i deliri che vennero imputati a que' miseri, i

quali, sotto il pietoso e illuminato regno dell'augusto Giuseppe II,

riceverebbero una caritatevole assistenza de' medici per ricuperare il

senno perduto; e allora furono consegnati al carnefice per una morte

orrenda.

Storia di Milano, vol. 1 · 第 21 / 31 段