(1186) Dopo questi particolari legami di amicizia (se pure non è

profanazione d'un nome consacrato al sentimento l'adoperarlo in questo

luogo), l'imperatore Federico venne a Milano, ed alloggiò nel monastero

di Sant'Ambrogio, e in quello poi si celebrarono con pompa imperiale

le nozze del re Enrico con Costanza, figlia di Ruggieri re di Sicilia.

La chiesa non si trovò bastantemente capace, e perciò si fabbricò una

magnifica sala di legno nel giardino del monastero medesimo. Il corredo

della sposa ce lo indica la Cronaca Piacentina. Aveva seco la sposa

ben centocinquanta cavalli carichi d'oro, argento, drappi di seta,

panni, pellicce:[519] _Plusquam CL equos oneratos auro, et argento et

samitorum et palliorum et grixiorum, et variorum et aliarum bonarum

rerum_[520]. Queste nozze ebbero il fine di rendere il re Enrico

sovrano degli Stati del re Ruggieri, il quale non aveva che l'unica

figlia Costanza. Tale nobilissima funzione ricevette ancora nuovo

splendore dalla solenne incoronazione che vi si fece del re Enrico,

imponendogli la corona del regno d'Italia; la quale consacrazione diè

motivo di querela al papa. Allora era sommo pontefice Urbano III, cioè

Uberto Crivello, milanese ed arcivescovo di Milano. Egli era stato

innalzato al sommo ponteficato pochi giorni dopo la morte di Lucio III,

accaduta in Verona ai 24 novembre 1185. Urbano, sebbene papa, volle

conservare per sè stesso la sede arcivescovile, onde nell'incoronazione

del re Enrico, accaduta in gennaio 1186, non essendovi in Milano

l'arcivescovo, l'imperatore, senza chiederne licenza al papa

arcivescovo, fece che il patriarca d'Aquilea ne facesse il ministero.

Poco o nulla però influì lo sdegno, sebbene giusto, del papa, che

non giunse a regnare due anni. In seguilo l'imperatore, diventato

umano, moderato, e quasi debole, prese a trattare i Milanesi con

tutti i riguardi possibili, e mostrò loro deferenza e considerazione

costantemente dappoi; a segno che, in vigore della pace di Costanza,

avendo l'imperatore il diritto di avere un Giudice imperiale anche in

Milano, il quale in grado di appellazione pronunziasse la sentenza,

si vede che Federico a questa carica aveva in quello stesso anno 1186

destinato un milanese Ottone Zendadario[521]. Con tutto ciò la memoria

di Federico I rimase in esecrazione ai Milanesi, e da padre in figlio

la tradizione ha tramandato sino alla generazione vivente il nome di

lui come quello d'un barbaro feroce. Nè egli, nè suo figlio, nè il

figlio di suo figlio, entrambo imperatori, coi nomi di Enrico V e di

Federico II, ebbero mai la benevolenza dei Milanesi, nè essi ebbero

mai per noi buona volontà. Quando le ingiurie sono state commesse

sino a un dato limite, è possibile il dimenticarle; ma quando ai

danni della collera si aggiunsero l'insulto e la derisione, ancora

più amara dello stesso esterminio, non è più possibile che un popolo

sensibile sinceramente si affezioni. Gli oltramontani ci accusano di

essere vendicativi. Io non dirò già che la vendetta sia lodevole;

anzi dirò, che un animo grande sa perdonare: ma nè vi è stata mai,

nè vi può essere, una nazione di magnanimi o di eroi. Prendendo una

moltitudine di uomini quali sono, dirò, che le meno vendicative nazioni

saranno le meno sensibili e per conseguente le meno grate altresì ai

beneficii; e dirò che l'entusiasmo istesso, che tiene stampata nel

cuore a colori di sangue la memoria degli insulti sofferti, e spinge

alla viziosa vendetta, tiene altresì vivace l'immagine dei beni e dei

piaceri ricevuti, e ci porta con giubilo alla riconoscenza virtuosa

verso del benefattore. Le anime energiche perdonano per virtù: quelle

che non lo sono, dimenticano l'offesa, perchè non reggono alla fatica

di sovvenirsene. Tutte le nazioni più animate sono capaci di maggiori

virtù e di vizi maggiori; e il rimproverarci la vendetta è lo stesso

che l'accusarci d'avere un maggior grado di vita e di sensibilità.

Parlo delle nazioni prese in massa, e il cielo mi guardi dai

contaminare mai la mia penna coll'apologìà del vizio o coll'oltraggiare

la virtù!

Ritorniamo all'imperator Federico. Nessuno lo accusa di pusillanimità;

anzi tutti i monumenti che la storia ci ha tramandati, ci

fanno testimonio ch'egli fu un principe di animo fermo, ardito,

intraprendente, e in più d'una battaglia espose la sua persona al

pericolo al pari di ogni altro milite. Si cerca poi s'egli avesse il

talento militare, o se possa meritare un luogo fra i capitani illustri.

Considerando le forze immense che seco strascinava; la piccolezza

delle città, disunite e rivali che attaccò; il modo con cui vinse, ora

per maneggio, ora per l'inedia, non mai per un assalto impetuosamente

guidato, o con un assedio giudiziosamente condotto; e sopra tutto il

cambiamento assoluto ch'ei fece alla prima rotta che ebbe da' Milanesi

al 29 maggio 1176 nella giornata di Busto Arsizio o di Legnano, come

altri la chiamarono; forza è pure il confessare ch'egli nessuna azione

militare intraprese la quale provi la superiorità della sua mente.

Egli con aiuti grandissimi intraprese piccole cose e al primo rovescio

di fortuna abbandonò il progetto. Si cerca s'egli fosse uomo di gran

talento per il governo. Gli effetti gli furono poco favorevoli. Il

suo progetto era di sottomettere il regno italico alla dipendenza

assoluta; e lo lasciò più indipendente di prima. Egli pensava di far

rivivere, anzi di ampliare tutte le ragioni della suprema dignità

imperiale; e lasciò la Germania immersa ne' torbidi; e la dignità

decaduta, contrastata e divisa più che mai forse non lo era stata per

lo passato. Come mai adunque la maggior parte degli scrittori della

Germania innalza tanto l'imperatore Federico I! e come è mai possibile,

dopo quasi sei secoli, che gli scrittori di due nazioni, cioè gli

uomini per loro mestiere consacrati a trovare la verità, non sieno

per anco d'accordo! Credo che non sia tanto difficile il rinvenirne la

cagione. Primieramente, allorchè viveva Federico I, tutta la Germania

lo temeva sommamente; e sino dal primo viaggio ch'ei fece nell'Italia,

corse la voce delle devastazioni che aveva commesse, e ciascuno de'

Tedeschi, al di lui ritorno, gli andò incontro con sommissione, e

a gara cercava di procurarselo placato; Ottone Frigense, suo zio,

ce ne assicura:[522] _Tantus enim in eos qui remanserant, ob ipsius

gestorum magnificentiam, invaserat metus, ut omnes ultro venirent, et

quilibet familiaritatis ejus gratiam obsequio contenderet invenire.

Quantum enim Italis timorem incusserat factorum ejus memoria, ex

legatis Veronensium perpendi potest_[523]. Questo timore, che sempre

più si andò accrescendo, e pe' fatti che si intesero dall'Italia, e

per gli esempi che più da vicino osservò la Germania, quando postosi

in animo l'imperatore di comandare nella Polonia, vi entrò, e,[524]

_territorium Episcopii quod vocatur Uratislavia, transcurrens, in

Episcopatum Posnaniensem, totamque terram etiam ipse igne et gladio

depopulatus est_, come ci dice il Radevico, che scriveva que' fatti,

siccome giova il ricordare, per comando dell'imperatore medesimo[525].

Questo timore, dico io, doveva in buona parte reggere lo stile de'

cronisti che allora registravano i fasti di quell'augusto. Parmi che il

vescovo di Frisinga medesimo, cronista dell'imperatore e suo nipote,

me ne dia un cenno dove scrive:[526] _Durum siquidem est scriptoris

animum, tanquam proprii extorrem examinis, ad alienum pendere

arbitrium_[527]. Passata che fu la vita di lui, a mirare il complesso

delle azioni di Federico, da un certo lato ci si presenta un quadro

maestoso e seducente. Due competitori si disputano la corona della

Danimarca: l'imperatore Federico vi si intromette come arbitro, e gli

si fa omaggio del regno. Il re d'Inghilterra gli invia i suoi deputati

alla dieta dell'Impero. L'Italia sommessa; un re dato all'Ungheria; un

altro re dato alla Boemia; un terzo re dato alla Sardegna; il marchese

d'Austria creato duca; il regno della Polonia fatto tributario;

il conte Palatino e l'arcivescovo di Magonza castigati; la Baviera

assegnata a un nuovo padrone; la Sassonia donata ad un altro; il Tirolo

staccato dalla Baviera; la Stiria eretta in ducato; la fermezza delle

azioni e del discorso tenuto ai Romani; tutta questa folla di grandiosi

avvenimenti certamente presenta un non so che di augusto e d'imponente.

Le pretensioni poi di Federico, che sosteneva l'onore dell'Impero

al segno di sdegnarsi contro chi gli concedeva soltanto l'usufrutto

del globo terrestre e non l'assoluta proprietà, dovevan disporre a

favor suo l'animo degli scrittori della Germania, sulla quale tanto

influisce la gloria dell'Impero. Ma esaminando imparzialmente questi

fasti, e colla indifferenza storica, vediamo che niente eravi di più

facile che l'esigere un omaggio dalla Danimarca nel momento della sua

divisione; ma poi la Danimarca finì collo staccare dall'Impero qualche

provincia. L'Italia ricuperò la libertà, anzi la ottenne confermata

dall'imperatore medesimo. L'avere spedite varie pergamene, accordando

il titolo di re a sovrani che in prima erano diversamente nominati,

e così dando altri titoli, nemmeno è, per sè medesima, grande cosa.

L'avere poscia dispoticamente detronizzati alcuni principi della

Germania, ed altri ad essi sostituiti, nel momento in cui tutta

l'Alemagna era divisa in fazioni ed immersa ne' torbidi, nemmeno è

tanto grande impresa da compensare i mali che alla Germania istessa ei

cagionò. Certo è che il peso del di lui dispotismo fu tale, che molte

città della Germania si determinarono allora a stabilire un governo

municipale, e con una apparente dipendenza diventarono libere in fatti;

ed è pur certo che debole e vacillante ei lasciò la dignità imperiale,

e in cattivo stato la Germania; da cui al fine della sua vita estrasse

centomila tedeschi, e miseramente li condusse a perire nelle terre

dell'Impero di Costantinopoli, col fine di conquistare la Terra Santa,

alla qual impresa non ebbe luogo di cimentarsi, poichè, bagnandosi in

un fiume della Cilicia, vi rimase sommerso l'anno 1190, il giorno 10

di giugno. La parlata che Ottone Frisingense pone in bocca ai deputati

di Roma, e la risposta che pone in bocca a Federico, sono una scena

nella quale gl'Italiani compaiono pieni d'una presunzione ridicola, e

l'imperatore vi rappresenta il gran principe. Egli è però lecito, senza

temere la taccia d'irragionevole, di crederla un pezzo di rettorica

dello scrittore. Nella storia ognuno ha il diritto di sospettare false

le lunghe parlate; poichè lo scrittore non era presente comunemente,

e in questo caso il vescovo Ottone sicuramente non vi era. I Romani

sono stati sempre, anche in mezzo a' secoli barbari, più colti del

restante dell'Europa; e fra gli altri, i brevi e le bolle pontificie

conservarono qualche eleganza della lingua latina, mentre ella era

abolita e sconosciuta in ogni altra parte. Non è ponto verisimile

che i Romani spedissero incontro a Federico (che veniva alla testa

d'un'armata, e che aveva già fatto tremare la Lombardia) i loro legati

per esigere da lui quasi un giuramento di fedeltà, e osassero dirgli:

«Tu eri forestiere e ti abbiamo fatto nostro: eri un viaggiatore

oltramontano, e ti abbiamo fatto principe: giura che spargerai sino

all'ultima stilla il tuo sangue per mantenere la nostra repubblica».

Nemmeno è verisimile il lungo discorso che fa ripetere a Federico;

il quale, per quanto si travede da altri luoghi, nemmeno intendeva il

latino, ed è assai probabile che conseguentemente ignorasse la storia

degli Ottoni, di Carlo Magno e degli antichi Romani, della quale

nel discorso si vuole mostrarlo assai istrutto. Merita pure qualche

osservazione il vedere che il vescovo di Frisinga, colpito dalla morte

l'anno 1158, non potè stendere i fasti sino alla distruzione di Milano;

e il continuatore di esso, canonico Radevico, terminò di scrivere

all'anno 1160; e il canonico di Praga Vincenzo all'anno 1167 terminò

la sua cronaca, cioè sino al punto da cui cominciò il rovescio della

fortuna di Federico; e così alla posterità restarono le felici sue

imprese, e da pochi altri e meno chiari cronisti appena è passata la

notizia dell'umiliazione alla quale venne poscia ridotto.

Prima di abbandonare l'argomento dell'imperatore Federico, io

ricorderò alcuni tratti della di lui maniera di operare, acciò si

formi un giudizio e della umanità sua e de' principii della sua virtù;

e questi li prenderò tutti da autori tedeschi e parziali suoi. Il

primo documento sarà la lettera con cui l'imperatore istesso rende

informato il vescovo di Frisinga Ottone, suo zio, de' suoi gesti

nella prima spedizione in Lombardia, acciocchè con essa avesse lo

scrittore una traccia per tramandare ai posteri i fasti del suo

regno: eccone alcuni pezzi:[528] _Dum ab eis, cioè dai Milanesi,

dice l'imperatore, mercatum quaereremus, et ipsi nobis eum negarent,

nobilissimam castrum eorum, Rosatum videlicet quod quingentos milites

habeat, capi et incendio destrui fecimus.... inde tria castra eorum

fortissima, Minimam videlicet, Gailardam et Trecam destruximus, et

natale Domini cum maxima jucunditate celebrato.... inde Chairam,

maximam, et munitissimam villam, destruximus, et civitatem Astam

incendio vastavimus.... inde venimus Spoletum. et quia rebellis erat...

vi cepimus, ignei videlicet, et gladio, et infinitis spoliis acceptis,

pluribus igne consumptis, funditus eam destruximus_[529]. Questo è il

modo col quale guerreggiavano i popoli barbari, convien pur dirlo.

Perchè Spoleti (che, sotto i Longobardi, ebbe i suoi duchi a parte,

e die non era città della Lombardia) Federico la chiamasse ribelle,

non lo so; il modo però col quale fu trattata ce lo dice Ottone

Frisingense:[530] _Civitas direptioni datur, et antequam asportari

usui hominum profutura possent, a quodam apposito igne, concrematur.

Cives qui ferrum, flammamque effugere poterant, in vicinum montem

seminudi, vitam tantum servantes, se recipiunt.... postera die, eo quod

ex adustione cadaverum totus in vicino corruptus aer intolerabilem

generaret nidorem, ad proxima exercitum transtulit loca... donec

igni residua in usus exercitus, non miserorum Spoletanorum, cederent

spolia_[531]. Nell'assedio di Tortona l'imperator Federico teneva

le forche piantate a vista della città, e i prigionieri li faceva

impiccare: ce lo racconta lo stesso Frisingense:[532] _Quicumque

ex eis deprehensi fuissent, patibuli, quod in praesentiarum erectum

cernebant, expectabant supplicium_[533]; e quando prese Tortona,[534]

_Civitas primo direptioni exposita, excidio et flammae mox traditur_:

così il Frisingense[535]. Il medesimo Ottone Frisingense ci riferisce

per esteso freddamente un fatto atroce; e fa maraviglia come non si

accorgesse, scrivendolo, che l'azione era obbrobriosa. Dice egli

adunque che l'imperatore Federico, volendo passare un distretto

alla Chiusa, dove un monte del Veronese è imminente all'Adige,

ritornandosene in Germania, trovò il luogo occupato da molti armati,

i quali gl'impedivano il passaggio. Dovette più volte invano tentare

di superarli; finalmente arrampicatisi a stento molti imperiali

sulla parte opposta del monte, giunsero a dominare quegli armati ed

a superarli. L'imperatore li prese; erano cinquecento, e tutti li

condannò subito alle forche, trattone un d'essi, che palesò d'essere

francese, d'essere stato in quella compagnia, senza sapere di opporsi

all'imperatore, e d'essere cavaliere e libero; e a questi donò la

vita, obbligandolo a fare il carnefice dei suoi compagni.[536] _Erant

pene omnes qui in vinculis tenebantur, equestris ordinis. Praesentatis

igitur praedictis viris principi, ad patibulique supplicia adjudicatis,

unus ex eis inquit. Audi, imperator nobilissime, miserrimi hominis

sortem. Gallus ego natione sum, non Lombardus, ordine quamvis pauper,

eques, conditione liber, etc..... Hunc solum imperator gloriosus de

caeteris sententia mortie eripiendum decrevit: hoc ei tantum pro

poena imposito, ut funibus cervicibus singulorum appositis, ligni

supplicio commilitones plecteret. Sicque factum est;_ e i cadaveri

poi di questi,[537] _ut cunctis transeutibus temeritatis suae

praeberent documenta, in ipsa via, in cumulos acti: fuerunt autem,

ut dicitir, quingenti_[538]. Un altro fatto accaduto nel Veronese,

alla prima comparsa che fece nell'Italia l'imperator Federico, ce lo

racconta il canonico Vincenzo di Praga, e ce lo racconta con mirabile

indifferenza. I Veronesi pretesero che Federico dovesse pagar loro il

passaggio nel castello di Garda, perchè non era per anco consacrato

imperatore. Il castello era inespugnabile. L'imperatore promise con

buone parole che avrebbe pagato. I Veronesi gli aprirono il passo,

affidati alla promessa. Passato ch'ei fu, avvisò i Veronesi acciocchè

mandassero a ricevere il denaro. Egli era accampato col suo esercito.

Dodici fra più nobili signori veronesi, perciò, si presentarono,

avendo un séguito di molti altri nobili. L'imperatore gli accolse con

volto ridente. Li fece arrestare. Molti li fece trucidare. I dodici

deputati li fece impiccare; ed uno di essi, avendogli provato d'essere

consanguineo dell'istesso imperatore, lo fece impiccare sopra di un

più allo patibolo:[539] _Rex Fridericus collecta plurima multitudine

principum, et aliorum militum, Henrico duce Saxoniae, et Friderico

filio regis Corradi, aliisque principibus sibi adjunctis, Romam ad

papam Adrianum, ut eum in Caesarem jure debito consecret, iter cum

forti manu militum arripuit; cum autem in exitu Alpium ante ipsam

Veronam civitatem ad Guordum castellum inexpugnabile pervenerunt,

Veronenses, tanquam ex suo jure, transitum sibi et suis prohibent,

dicentes eum esse nondum Caesarem, sed regem, propter hoc eum, ex eorum

jure, eis debere pecuniam persolvere si inde Romam transire velit:

postquam vero eum in Caesarem consecratum receperint, ei tunc honorem

Caesari debitum persolvent, non ante. Haec Fridericus audiens, iram

reprimit, et eam dissimulans, verba dat bona, pecuniam quam exquirunt

eis promittit, et tanquam super hoc securitate data Veronam, illaesis

exercitibus suis, transit. Regalibus itaque ultra positis exercitibus,

mandat Veronensibus ut pro debita pecunia veniant: qui verbis ejus

credentes, XII meliores et nobiliores, et aliis pluribus nobilibus

adjunctis, pro pecunia promissa ad regem dirigunt, quos ipse rex hilari

vultu suspiciens, de promissa pecunia verbis datis optimi, eos capi

praecipit, et plurimis ex eis trucidatis, XII nobiliores sospendi

praecipit. Et cum quidam de propinquiori linea cognatum ejus esse se

diceret, et hoc testimonio comprobaret, propter hoc altius, tamquam

nobiliorem, suspendi praecipit_[540]. Giudichi ognuno come sente, del

merito di questo principe. Io non saprei paragonarlo a veruno de'

grandi uomini che sedettero sul trono; sia che lo consideri per il

talento militare, sia che lo esamini come politico, sia finalmente che

lo risguardi come uomo, dal canto dell'umanità, della fede e della

grandezza de' sentimenti. Pongansi al confronto i due imperatori

tedeschi Ottone e Federico, e vedremo al paragone l'uomo grande e

l'uomo barbaro.

CAPITOLO IX.

_Stato della repubblica di Milano, e sua costituzione incerta dalla

morte di Federico I sino alla metà del secolo XIII._

Dopo la morte di Federico I, venne incoronato imperatore Enrico di

lui figlio, il quale mostrò sempre mal animo ai Milanesi, e suscitò

loro la rivalità di molte città lombarde. La gran lega si ruppe e

si divise in associazioni minori. Ma non ebbe quell'augusto forza

abbastanza per danneggiare Milano, nel breve suo impero di appena

sette anni. Questo imperatore Enrico (comunemente chiamato sesto, e che

realmente nella serie degl'imperatori è il quinto, come noi Italiani

lo chiamiamo) lasciò un figlio, già conosciuto come re de' Romani, per

nome Federico. Egli poi giunse all'Impero e si chiamò Federico II. Ma

alla morte dell'imperatore Enrico egli era ancora bambino, abbandonato

alla tutela di suo zio paterno Filippo, duca di Svevia e di Toscana;

il quale, approfittando della debolezza del fanciullo, fece proclamare

sè medesimo re di Germania, sebbene un altro partilo nella Germania

medesima innalzasse alla stessa dignità Ottone, duca di Sassonia,

principe del sangue estense, che fra gl'imperatori si nomina Ottone IV.

Così nei setti anni del regno di Enrico V, e ne' dieci anni ne' quali

tre rivali pretendevano l'Impero, Federico, Filippo ed Ottone, quasi

nessuna influenza ebbe la Germania sulla Lombardia.

Storia di Milano, vol. 1 · 第 20 / 31 段