l'imperatore Federico perchè venisse con un potente esercito nella
Lombardia a distruggere la nuova lega. L'imperatore nella Germania
venne della Savoia; il conte vi unì le sue armi; entrò l'esercito
nell'Italia; e, nel 1174, si postò sotto la nuova città e la cinse
d'assedio. L'imperatore non la chiamava Alessandria, nome del papa suo
nemico, ma la chiamava Rovereto, nome d'uno de' vicini villaggi, gli
abitatori del quale concorsero a formare la città; e vi è una carta
di quell'augusto che la data: _In episcopatu papiensi, in obsidione
Roboreti_[487]. L'assedio fu ostinato, e durò tutto l'inverno, che fu
anche più del solito rigido. Questi avvenimenti vengono raccontati
sotto aspetti assai diversi dagli scrittori tedeschi, di quello che
li riferiscono gli scrittori italiani. Federico è un eroe per quelli;
è un barbaro tiranno per questi: io però mi attengo principalmente
agli autori tedeschi, acciocchè non sia il mio racconto sospetto di
parzialità. Il monaco Gottofredo, tedesco, dice che la nuova città
d'Alessandria era popolata da ladroncelli, da rapitori e da servi
che erano scappati dai loro padroni:[488] _Multitudo latrunculorum,
raptorum, servorum dominos fugientium, incolebat_[489]. Pare veramente
difficile che gli alleati volessero impegnarsi tanto per la salvezza di
uomini che avessero loro rubato e disertato dal loro servigio. Comunque
sia, l'autore istesso ci riferisce che ivi:[490] _Magna costantia ex
utraque parte militaris res ferbebat: interdum ex his et illis quidam
capti nonnulli occisi et suspensis sunt. Imperator vero quiddam laude
dignum gessit. Tres enim ex captis ante faciem ejus cum essent ducti,
mos oculos eorum erui praecepit. Duobus primum coecatis, tertium,
juniorem aliis, cur contra Imperium ribellis existeret inquisiva;
ast ille: non (inquit) contra te Caesar, vel Imperium tuum gessi:
sed habens dominum in civitate, ejus jussis paravi, et ei fideliter
servivi: qui si tecum contra cives suos pugnare voluerit, aequa vice
ei fideliter serviam. Quibus verbis illectus imperator, luminibus ei
permissis, alios coecatos in urbem ab eo reduci praecepit_[491]. Nel
capitolo antecedente ho riferito quello che il milanese sire Raul
ci lasciò scritto; cioè che l'imperatore Federico, nel blocco di
Milano, facesse cavare gli occhi ai prigionieri, e tagliar le mani
a chi portava provvisioni nella città. Poteva credersi esagerata
quell'accusa; ma questo autore tedesco, che, negli altri suoi racconti
è sempre parziale a Federico ed animato contro gli Italiani, pare
che provi tale essere stato pur troppo il modo di guerreggiare
dell'imperatore, facendo mutilare i prigionieri di guerra. Io lascerò
che i tedeschi medesimi, che in questo secolo hanno tanti uomini
illuminati e sensibili, giudichino se sia[492] _quiddam laude dignum_
quello che fece Federico, perchè fece accecare due soli di que'
disgraziati; e se possa pretendere un posto fra gli uomini grandi quel
Cesare, che pronunziava tai sentenze e le faceva eseguire dal carnefice
in sua presenza. Il discorso di quel servo non era certamente da
ladroncello, nè da disertore. Egli parlò come fa un uomo fermo e colto.
Assai più verisimile è il racconto che ce ne lasciò il cronografo
Siloense:[493] _Alexandriam obsidione cinxerunt, civitatem, sicut
dicunt, munitissimam, non mororum ambitu, sed positione loci, et vallo
incredibiliter magno, in quo vicinum derivaverunt fluvium, viri quoque
virtutis in ea plurimi, fortiter ex adverso resistentes, quos imperator
non tam cito quam voluit expugnavit, sed multo labore, magnaque suorum
caede, interjectis etiam aliquot annis_[494]; anzi a dir vero nè tosto
nè tardi la potè Federico espugnare. Giunta la primavera del 1175 gli
alleati formarono un esercito combinato, il quale si radunò presso
Piacenza; d'onde marciò verso Alessandria per obbligare Federico a
togliervi l'assedio. L'imperatore non si credette forte abbastanza per
resistere coll'armi: sciolse Alessandria, e cominciò a parlare di pace.
L'esito poi fece conoscere ch'ei con ciò non cercava che d'acquistar
tempo sin che gli giugnessero nuovi rinforzi, ch'egli aspettava dalla
Germania. L'imperatore propose di abbandonare all'arbitramento di
alcune persone saggie le di lui ragioni, salvi i diritti dell'imperio;
e le città confederate accettarono la proposizione, salvo la loro
libertà e quella della Chiesa romana. Si passò all'elezione degli
arbitri, e l'imperatore nominò Filippo arcivescovo di Colonia,
Guglielmo da Piozasca, torinese, e Rainerio da San Nazzaro, pavese. Le
città collegate nominarono Girardo Pisto, milanese, Alberto Gambara,
bresciano, e Gezone da Verona.
Si cominciò a trattare per questa pace fra gli arbitri. Ma prima di
esporre il soggetto del loro parlamento, conviene che io accenni
l'opinione di alcuni cronisti tedeschi, i quali pretendono che
l'imperatore siasi indotto a trattar di pace per le suppliche fattegli
dalle città di Lombardia: anzi il citato monaco Gottifredo ci vuol far
credere che, quando l'armata degli alleati si portò verso Alessandria,
sebbene fosse un esercito forte, alla vista delle truppe imperiali si
ponesse ad implorare perdono, e che, sguainando le spade, ciascuno
se le collocasse sul capo per dar segno che s'impetrava clemenza.
La storia tutta smentisce un tal racconto; nè è mai stato l'uso che
per mostrar sommissione, molte città collegate radunino un'armata
cospicua, e con tal cerimoniale vadano a cercare misericordia. Siamo
tutti d'accordo nell'asserire che l'imperatore si pose ad assediare
Alessandria; che gli alleati col loro esercito marciarono a quella
volta; che l'assedio di Alessandria fu sciolto; che s'aprì un congresso
di pace; e di più che le proposizioni delle città alleate furono:
che l'imperatore riconoscesse per legittimo il papa Alessandro III;
che nulla più pretendesse dalle città confederate di quanto avevano
fatto durante i regni dei due ultimi Cesari, Lottario II e Corrado
III:[495] _Volumus facere domino imperatori Friderico, accepta ab eo
pace, omnia quae antecessores nostri a tempore mortis posterioris
Henrici imperatoris antecessoribus suis sini violentia, vel meta
fecerunt_[496]; così impariamo da una carta pubblicata dall'esimio
nostro Muratori. Esigevano pure le città collegate che l'imperatore
restituisse tutto ciò che aveva tolto alle città, ai vescovi, ai
signori; e lasciasse loro godere in pace le consuetudini e comodità
che erano in uso di godere ne' pascoli, nelle pescagioni, ne' mulini,
ne' forni, ne' banchi, ne' macelli, nelle case fabbricate sulle strade
pubbliche: regalie tutte che l'imperator Federico pretendeva fossero
di sua ragione. Queste pretensioni, che allora promossero le città
alleate, e che seppero ottenere dappoi, non lasciano luogo a credere
che l'armata marciasse verso Alessandria per umiliazione. Il monaco
suddetto fa un ritratto odioso e meschino degl'Italiani, quasi che
allora fossero un composto di inquietudine, di viltà e di mala fede.
Romualdo, arcivescovo di Salerno, scrivendo dei Lombardi in que' tempi,
dice:[497] _Lombardi in utraque militia diligenter instructi; sunt enim
in bello strenui, et ad concionandum populo mirabiliter eruditi_[498];
e Ottone da Frisinga, tedesco, anzi zio dello stesso imperatore
Federico, di noi scrisse:[499] _Latini sermonis elegantiam, morunque
retinent urbanitatem. In civitatum quoque dispositione, ac reipublicae
conservatione antiquorum adhuc Romanorum imitantur solertiam_[500].
I fatti successivi abbastanza ci provano che in quei tempi i Milanesi
non mancarono nè di valor militare nè di condotta; e che furono tanto
urbani e colti, quanto lo permetteva l'indole del secolo.
Dalle condizioni proposte in questo trattato di pace, che l'imperatore
aveva offerto con poca buona fede, per aspettare le nuove forze della
Germania e acquistare tempo frattanto; da tali condizioni, dico, si
ha idea quai fossero le regalie, ossia i tributi che si usavano in
que' tempi. Non sarà discaro, cred'io, il darne un breve cenno. I
tributi si sono dovuti accrescere nell'Europa in questi ultimi secoli
il doppio, il triplo e più ancora, che non pagavasi al sovrano in que'
secoli de' quali finora ho trattato. Questo accrescimento di tributo
non è meramente apparente, o per la diminuzione delle lire, o per
l'avvilimento dei metalli nobili, resi assai più comuni e abbondanti
dopo la scoperta delle miniere d'America; ma è fisico e reale,
indipendentemente ancora da queste cagioni. Ciò doveva accadere; poichè
gli Stati erano organizzati allora in guisa, che ogni uomo capace di
portare le armi, veniva costretto a marciare alla guerra avvisatone dal
proprio padrone, e questi, al cenno del sovrano, compariva all'armata
reggendo i suoi; terminato il bisogno, si scioglieva l'esercito. I
signori ritornavano a' loro piccoli Stati o castelli, e i vassalli a
lavorare i loro campi. Così, invece di tributo, i sudditi prestavano
servigi. Si cambiò poco a poco il sistema ne' secoli seguenti. Si
stipendiarono i militari, poi gradatamente si andò formando di essi
una classe distinta dagli altri sudditi, classe costantemente addetta
alla sola milizia, e conseguentemente da mantenersi col tributo
ripartito sul rimanente della società: e questo ceto di uomini, che
non contribuisce all'annua riproduzione e consuma, si andò sempre
aumentando nei tempi a noi più vicini; ed accresciutosi da un sovrano,
fu d'uopo che gli altri a proporzione pure lo accrescessero. Questa
è stata la cagion principale per cui nell'Europa sono stati di
tanto moltiplicati i tributi sopra dei popoli, i quali però hanno
acquistata la libertà di passare tranquillamente la vita nelle loro
case; e furono liberati dall'obbligo di espatriare e di soffrire le
inquietudini della milizia. Il lusso poi delle corti ingrandito, la
schiera dei ministri che abitualmente si trasmettono gli Stati gli uni
agli altri, hanno ancora di più aumentata la necessità dei tributi,
i quali, e nella quantità e nel peso, generalmente si troveranno
più che raddoppiati in quasi tutti gli stati di Europa. Sarebbe
un quesito politico l'antivedere qual limite avranno le armate; e
se troverà maggiore utilità qualche Stato a rendere la condizione
del soldato più ampia oltre i bisogni fisici, a costo di averne in
minor numero e più contenti; ma ciò mi farebbe traviare in una folla
d'idee disparate dalla storia. Unicamente ricorderò una verità assai
facile e comune; cioè che i tributi, giunti a un dato limite, non si
accresceranno senza una diminuzione di rendita; stabile, se vogliasi
perseverare; e irremediabile talvolta, se alla diminuzione si creda
di supplirvi con nuovi accrescimenti. Ne' tempi dei quali ragiono non
erano la geometria e la cognizione del cielo giunte a segno da potersi
formare una carta esatta d'un paese; conseguentemente non si poteva
ripartire sulle terre il fondo principale del tributo. Egli è vero
che nel Milanese il fondo principale della riproduzione è la terra
ferace sulla quale siamo nati; ma senza un'esatta misura de' campi
non si poteva collocare su di quella il tributo. A questa difficoltà
si aggiugneva un'altra di opinione, chè credevasi ingiusta cosa lo
stabilire un carico uniforme e permanente sopra una ricchezza che è
variabile colla diversità delle annate. Perciò anticamente, piuttosto
si volle ogni anno esporsi alla spesa e all'arbitrio d'un generale
catastro dei frutti raccolti, anzi che mancare all'apparente giustizia
distributiva. L'erudito circospettismo nostro conte Giulini asserisce
di non aver osservato mai alcun carico anticamente imposto su i fondi;
ma bensì ai frutti, ovvero alle persone[501]. Forse l'antichissimo
carico dell'_imbottato_, abolito dalla beneficentissima Sovrana
l'anno 1780, era una tradizione discesa sino da que' secoli rimoti.
Pagavansi antichissimamente da alcune terre delle tasse al sovrano.
La terra di Limonta, prima del secolo decimo, pagava lire tre e mezza
in denaro, dodici staia di grano, trenta libbre di cacio, trenta paia
di polli, trecento uova e cento libbre di ferro[502], e con ciò aveva
pagato il suo annuo tributo. Alcune tasse personali s'imponevano
all'occasione de' bisogni dello Stato: e questa, ne' tempi rozzi,
doveva essere la ripartizione più facile e breve del tributo. Così,
per liberarci dall'invasione degli Ungheri nell'anno 947, s'impose la
tassa straordinaria di un denaro per testa, a cui vennero assoggettati
anche le donne ed i fanciulli[503]. I _telonei_ sono antichissimi,
ed era il tributo che pagava la merce nell'entrare nella città e nel
distretto. In origine pagavasi tanto per ogni carro e tanto per ogni
bestia da soma; ed è assai probabile che venisse questo assegnato alla
conservazione e al rifacimento delle strade che, dal passaggio a cui
erano destinate, ricevevano i mezzi per mantenersi. Col progresso del
tempo si fece poi riflessione alla sproporzione intrinseca di questo
carico, per cui aggravavasi un carro di paglia ugualmente come un carro
di panni lani; e si passò a formare una tariffa che, avendo per norma
il valore della merce, vi regolava proporzionatamente il tributo.
Nel 1216 questa tariffa vi era. Vedemmo già al capitolo quarto come
da prima l'arcivescovo ne ricevesse i prodotti. Ora colle condizioni
medesime era passata alla comunità de' mercanti, i quali avevano il
peso della custodia e manutenzione delle strade; essendo essi obbligati
a risarcire con quel fondo i danni che venissero a soffrire le merci,
anche pei furti commessi sulle pubbliche strade[504]. Abbiamo stampata,
colla edizione del 1480 dei nostri statuti, anche la tariffa pubblicata
nel 1396, in cui vennero tassate le merci in ragione di dodici
denari per ciascuna lira di valore, ossia il cinque per cento, senza
distinzione alcuna di merci. Ne' tempi più colti si vede che la tariffa
in origine, oggetto di mera polizia, diventata poi oggetto di finanza,
poteva innalzarsi al grado di oggetto di legislazione, per rendere più
o meno difficile l'ingresso e l'uscita delle merci, a norma de' bisogni
e dell'industria nazionale. Nei tempi però dell'imperatore Federico,
il _teloneo_, nè la _curtadia_, che era un nome quasi sinonimo[505],
non si vedono nominati; e perciò è assai probabile che fossero un tenue
tributo, tuttora destinato alla riparazione delle strade pubbliche,
di cui non si curava l'imperatore; e questo _teloneo_, nei tempi de'
quali tratto, nemmeno è certo se si ricevesse tutto in denaro, e non
per decimazione, come dice il Fiamma, che anticamente si percepiva
dall'arcivescovo:[506] _De quolibet curra lignorum recipiebat unum, de
qualibet sporta piscium, unum, de qualibet fornata panis, unum_[507].
V'erano altri tributi. Ogni barca per poter girare ne' laghi e fiumi
pagava un annuo tributo, che si chiamava _nabullum_. In oltre per poter
legare la barca alle sponde si pagava altro tributo, che si chiamava
_abdicius_[508]. Un'altra tassa si conosceva col nome di _fodro_,
e il conte Giulini opina assai probabilmente che consistesse nel
somministrare il foraggio per il vitto e l'equipaggio del sovrano[509].
V'erano inoltre delle tasse sopra i porti, ossia ponti de' fiumi;
sopra i mulini, le pescagioni, sopra i forni, sopra le macellerie e
sulle case contigue alle strade pubbliche: e queste ultime tasse sono
quelle che volevano rivendicare dall'imperatore le città della lega,
come vedesi da una carta pubblicata dal nostro Muratori, di veneranda
memoria[510]. Da questa generale idea può conoscersi che al tempo
dell'imperatore Federico assai scarsa doveva essere, a proporzione
d'oggi, la percezione del tributo; poichè mancava il censo sulle terre,
mancava la gabella della mercanzia, e nemmeno si nominava il tributo
del sale; i quali tre oggetti formano oggidì il nerbo principale della
finanza del Milanese. Il sale allora parmi che fosse una mercanzia di
libera contrattazione; e le terre erano certamente meno coltivate, che
ora non lo sono, per le paludi e boschi che tuttavia ci rimanevano.
E forse il guasto che i nostri nemici fecero al circondario di Milano
durante il secondo blocco, fu la cagione che, trovandoci poi svelte le
piante e inceneriti i boschi, si stese la coltura sopra una gran parte
di terra, di cui prima se ne godevano i pochi spontanei prodotti della
legna.
Ripigliamo il filo della storia. Circa dodici mesi destramente
ci tenne a bada l'imperatore Federico, lasciando che gli arbitri
discutessero gli articoli d'una pace chimerica; e frattanto nella
Germania andava radunando le forze quanto più poteva per sorprendere
le città collegate ed opprimerle. (1176) In fatti, nella primavera
del 1176, seppe Federico che il nuovo rinforzo di principi e di
militi stava per entrare nell'Italia dalla strada di Bellinzona;
e l'Imperatore andogli incontro. La città di Como gli era fedele,
come lo era Pavia. Unitosi al nuovo esercito, al quale aggiunse i
militi di Como, s'inviò per marciare a Pavia, dove stava il rimanente
delle sue forze e il marchese di Monferrato coi suoi. I Milanesi
saggiamente vollero tentare una giornata, prima che le forze riunite
piombassero sopra della loro città. Già ogni discorso di pace era
stato rotto dall'imperatore, dal momento in cui ebbe le nuove forze.
Avevamo il soccorso di molti militi alleati, bresciani, veronesi e
piacentini. Uscimmo all'incontro dell'imperatore, e lo raggiunsimo
verso Busto Arsizio. L'azione fu tanto felice per i Milanesi, che
tutta l'armata imperiale fu annientata. Molti rimasero sul campo. I
fuggitivi, inseguiti sino alle sponde del Tesino, vi furono gettati e
si affogarono. Il rimanente si rese, e vennero i prigionieri condotti
in Milano. Fra i prigionieri si contarono il duca Bertoldo, un principe
nipote dell'imperatore e il fratello dell'arcivescovo di Colonia. La
cassa militare venne acquistata dai Milanesi, e lo scudo e la lancia
dell'imperatore, il quale ebbe fortunatamente occasione di salvarsi
sconosciuto e ricoverarsi a Pavia. Questo fatto rese celebre il giorno
29 maggio 1176. I trattamenti usati da Federico co' suoi prigionieri
non ci furono di norma, quando avemmo prospera la sorte delle armi; nè
alcuno degli scrittori tedeschi (tanto favorevoli a quell'augusto, e
così poco inclinati a trovarci buoni) si lagna di abuso commesso da noi
nella vittoria. Questa giornata terminò per sempre tutte le operazioni
militari dell'imperatore Federico in Italia: il che prova che il fatto
sia appunto accaduto quale minutamente ce lo descrivono sire Raul e
il calendario Sitoniano, non già come da alcuni scrittori tedeschi è
stato rappresentato. Poichè se unicamente fosse stato l'imperatore,
scortato da pochi, involto in una insidiosa sorpresa dei Milanesi, da
cui colla fuga si sottraesse, questo avvenimento non avrebbegli fatto
mutar parere, nè pensare a dare la pace e la libertà alla Lombardia,
che ostinatamente per lo spazio di dodici anni aveva cercato di
assoggettare. Il Pagi, trattando dell'anno 1176, ha pubblicata la
lettera conservataci da Rodolfo di Diceto, con cui i Milanesi resero
informati allora i cittadini di Bologna di questa loro vittoria. Tutte
queste testimonianze, e molto più il partito mansueto ed umano che
prese e conservò in séguito Federico, dimostrano la verità del racconto
e l'importanza di quella grande giornata. Aprì subito l'imperatore
la strada per accomodarsi col papa Alessandro, pronto a riconoscerlo
per legittimo pontefice. Accordò separatamente le condizioni che
potevano accontentare alcune città; e così fece a Cremona ed ai
Tortonesi. Pareva che cercasse di rendere tutti contenti, purchè si
abbandonasse Milano; e la sua politica si rivolse a distaccare da
noi gli alleati. Se ne avvidero i Milanesi, non senza inquietudine;
ma le pratiche loro, e molto più i veri interessi che ciascuna delle
città aveva dovuto imparare a meglio conoscere, non permisero che
si rinunciasse a quella unione che rendeva solida la costituzione
dello Stato, e dalla quale unicamente ogni città poteva aspettare
la sicurezza propria. Nè si lasciò di conoscere che se una città
preponderante di forze è necessaria per essere come il centro della
riunione, molto più lo era il non lasciare nella Lombardia uno spazio
sul quale collocare si potesse una forza già troppo irritata, e animata
contro il nome e la libertà dell'Italia. Questo interesse però non
era tanto immediato al papa, il quale accomodò ben presto le cose sue
coll'imperatore, esigendo da lui soltanto una tregua per sei anni colle
città confederate; di che molto, e non senza ragione, se ne lagnarono
le città della lega. Così il papa potè entrarsene alla residenza di
Roma, donde sino allora era stato escluso dal partito imperiale, che vi
prevaleva in favore dell'antipapa.
La pace che separatamente aveva fatta Alessandro III coll'imperator
Federico, abbandonando le città confederate al loro destino, non
cagionò danno veruno alla lega lombarda. L'imperatore andossene in
Germania; e le città, sgombrato ogni timore, formarono in Parma un
congresso, nel quale si presero a trattare gli interessi comuni, per
rassodare sempre più la loro concordia. Parma era la città più comoda
per collocarvi un centro di comunicazione da Padova ad Alessandria,
da Milano a Bologna, e da tante altre città che disopra ho nominate.
(1183) La tregua si cambiò in una pace segnata in Costanza l'anno 1183,
il 25 giugno; pace resa famosa sopra ogni altra, perchè stata collocata
nel corpo delle leggi, acciocchè servisse nei secoli successivi di
norma dei diritti e del governo delle città lombarde. Chi brama di
conoscere esattamente gli affari della lega lombarda e di quella
pace, ne troverà la istruzione nella dissertazione quarantottesima
dell'immortale nostro Lodovico Antonio Muratori. Dopo i lavori erculei
di questo illustre erudito, a noi non rimane che di scavare piccoli
fili della grande miniera da lui esausta; a meno che non ci rivolgiamo
a far uso dell'oro già estratto per ridurlo a più finito lavoro. Ecco
però lo spirito della celebre pace di Costanza: le città lombarde
potranno fortificare le loro mura; potranno avere la loro armata;
potranno mantenere e rinnovare la confederazione a loro piacere;
goderanno di tutte le regalie e conserveranno le loro consuetudini;
le città giureranno fedeltà all'imperatore; gli pagheranno ogni anno
in segno d'omaggio duemila marche d'argento[511]; l'imperatore avrà i
suoi legati nella Lombardia, i quali daranno l'investitura ai consoli
delle città, e giudicheranno le cause di maggiore somma, qualora la
parte succombente lo cerchi; ma saranno obbligati a proferire la loro
sentenza fra due mesi, e dovranno giudicare secondo le leggi della
città; ogni cinque anni le città della lega manderanno i loro oratori
alla corte imperiale, per ricevere l'investitura, ed ogni dieci anni
si rinnoverà il giuramento di fedeltà; le controversie per cagione dei
feudi fra l'imperatore e alcuno della lega, e verranno decise dai Pari
della città, secondo le di lei consuetudini, fuori che nel caso in
cui l'imperatore si trovasse in Lombardia; allora potrà, se lo vuole,
ei stesso giudicarle; e quando verrà l'imperatore nella Lombardia,
se gli somministreranno i foraggi consueti, e si accomoderanno i
ponti e le strade. In questa forma si venne nell'Italia a constituire
un'associazione di città libere, sotto la protezione dell'Impero, come
lo erano poco prima diventate nella Germania le città anseatiche,
Lubecca ed Amburgo; e come nell'anno medesimo 1183, nella Germania
pure, lo era diventata Ratisbona; e da quella data ricominciarono
a comparire nelle carte le sottoscrizioni dei consoli _Reipublicae
Mediolanensis_[512].
Colla pace di Costanza avevano i Milanesi acquistata la libertà
municipale, sotto una limitata protezione dell'Impero; ma nessuna
dominazione rimaneva ad essi, o ben poca: essendo le province della
Martesana, del Seprio, ec., cioè la maggior parte dei borghi e delle
terre che ora formano il ducato, indipendenti, anzi nemiche. (1185)
L'imperatore Federico medesimo, con una carta segnata in Reggio agli
11 febbraio 1185, e pubblicata dal Puricelli[513], a noi rinunziò[514]
_omnia regalia quae Imperium habet in Archiepiscopatu Mediolanensi,
sive in comitatibus Seprii, Martesanae, Bulgariae, Leucensi, etc._
Nella carta medesima si vede che Federico, ad istanza dei Milanesi, si
obbligò a procurare che si riedificasse Crema, e si sarebbe opposto a
chiunque tentasse di frastornarne il risorgimento, e promise in oltre
che non avrebbe fatto altra lega con altra città di Lombardia senza
il consenso dei consoli di Milano[515]. Così giurò, e così promise
di far giurare anche al suo figlio Enrico, già eletto re de' Romani,
entro quel termine, che fosse piaciuto ai consoli ed al consiglio
di Milano di assegnare:[516] _ad terminum quem consules Mediolani
cum Consilio credentiae nobis dixerint_. I Milanesi, in ricompensa,
si obbligarono a garantire all'imperatore gli Stati suoi d'Italia,
e singolarmente le terre della contessa Matilde. In questa carta
vi si legge espresso il patto che se mai l'imperatore, ovvero il re
Enrico, avessero contravvenuto a quanto fu stipulato nella pace di
Costanza, la repubblica di Milano sarebbe stata disobbligata dalla
garanzia; e se mai alcuna città della lega avesse mancato di tributare
all'imperatore quanto nella pace di Costanza erasi promesso, la
repubblica di Milano avrebbe assistito colle sue forze l'imperatore per
ottenergli una condegna soddisfazione. Finalmente i Milanesi promisero
che non avrebbero contratta veruna speciale alleanza con altre città
di Lombardia, eccetto la confederazione, ossia lega lombarda, a meno
di ottenere l'assenso dell'imperatore e del re Enrico, di lui figlio.
Questo trattato di Reggio ci dà a conoscere quanto fosse mutato
l'aspetto delle cose dopo la giornata 29 maggio 1176. L'imperatore non
ci risguardava più come schiavi, nè conservava più l'opinione d'essere
signore del globo terraqueo, _orbis terrae dominum_; ma era un principe
che, quasi da pari a pari, faceva un trattato con un popolo libero.
Noi in quel trattato acquistammo la signoria delle terre: e ce lo
ricorda il manoscritto compilato trent'anni dopo, in cui si contengono
le nostre consuetudini; leggendosi in quello che appunto l'imperatore
Federico[517] _plenam jurisdictionem concessit_ alla città di Milano
sulle lerre del suo distretto, su di che veggasi il diligente nostro
ed erudito conte Giulini[518]. Nel ducato si distinguono Monza, Varese,
Vimercato, Treviglio, Busto, Gallarate, Lecco, da noi chiamati borghi,
e che in altri regni verrebbero chiamati città. È bensì vero che non
sappiamo se allora essi fossero nello stato in cui si trovano oggidì.