Bamberga l'anno 1152, e fu eletto re de' Romani il di lui nipote
Federico Barbarossa. Egli allora aveva trentadue anni. Pieno di ardor
militare e di un carattere fermo e impetuoso, sembra che il suo primo
pensiero sia stato quello di sottomettere le città del regno d'Italia,
e di ridurle ad una reale obbedienza, dallo stato indipendente a cui
si erano poste da centoventi anni e più. Albernardo Atamano e Omobono
Maestro, due cittadini lodigiani, si portarono alla dieta di Costanza,
e gettaronsi a' piedi di Federico, implorando il suo aiuto contro de'
Milanesi, i quali non cessavano di opprimere i Lodigiani, anche presso
le diroccate mura della loro patria distrutta. Il re Federico destinò
Sicher per suo ministro a Milano, con un decreto in cui comandava che
si cessasse di opprimere Lodi. I due Lodigiani ritornarono alla patria,
per cui avevano operato senza commissione. Credevano di essere accolti
come salvatori dei cittadini, e non ritrovarono che biasimo, strapazzi
ed ingiurie; poichè il timore de' Milanesi era il solo sentimento che
restava a quegl'infelici, dopo il peso di lunghe e gravissime sciagure.
Venne a Milano Sicher, e presentò il decreto del re. I consoli milanesi
stracciarono la carta, la calpestarono; e a stento il regio messo potè
sottrarsi al furore del popolo[387]. Dopo un tale affronto Federico
si determinò di venire in Italia alla testa di un'armata. I nemici de'
Milanesi non potevano mancare di unirsegli contro di Milano; la quale,
come dice il panegirista e parente di Federico:[388] _Inter caeteras
ejusdem gentis civitates primatum nunc tenet..... non solum ex sui
magnitudine, virorumque fortium copia, verum etiam ex hoc, quod duas
civitates vicinas in eodem situ positas; idest Cumam et Laudam, ditioni
suae adjecerit_[389]. Cominciò Federico a devastare alcune nostre
terre. Erano amici nostri Tortonesi, i Piacentini, i Cremaschi ed i
Bresciani. Federico assediò, prese e distrusse Tortona; e dai Pavesi
fu accolto con solenne pompa. Così il re Federico nella sua lettera
riferita da Ottone di Frisinga:[390] _Destructa Terdona, Papienses,
ut gloriosum post victoriam triumphum nobis facerent; ad civitatem nos
invitaverunt._ Col vocabolo però di _distruzione_ non si può intendere
già che fossero atterrate le case della città, ma deve intendersi
soltanto la demolizione delle fortificazioni, e lo smantellamento
de' ripari che la munivano. Poichè nello stesso anno in cui venne
distrutta Tortona, la repubblica di Milano scrisse ai Tortonesi la
lettera seguente:[391] _Consules, populusque mediolanensis, consulibus
derthonensibus, omnique populo, salutem. — Cuncto romano Imperio
notum fore credimus, urbem vestram, quam de caetero confidenter
nostram dicemus, contra fas ac pium, injuria penitus, destructam, a
nobis audacter nec non viriliter restaurutam esse, murisque, omnium
nostrorum invicem sudore constructis, circumdatam. Tria itaque civilia
signa ad perennem memoriam ad vos dirigimus. Tubam videlicet aeneam,
qua populus in unum convocetur, vestrum significantem incrementum.
Album vexillum cum cruce Domini Nostri Jesu Christi, rubeum colorem
habens per medium significans a manibus inimicorum post multas ac
magnas angustias vos esse liberatos: in quo solem et lunam designari
jussimus. Sol Mediolanum, luna Derthonam significat; lunaque lumen a
sole suum trahit, omne a Mediolano Derthona suum trahit esse. Haec duo
mundi sunt lumina, haec duo regna. Sigillum, quo vestrae signentur
chartae, continens in se duas civitates Mediolanum et Derthonam,
designans Mediolanum cum Derthona ita esse unitos, ut separari numquam
possint amplius. Millenus centenus quinquagesimus annus quintus erat
Christi, cum lapsa, refecta fuit_[392]. I Milanesi innalzarono la
circonvallazione di Tortona con somma rapidità e con sommo ardire, nel
tempo in coi Federico si portò a Roma, e fu incoronato imperatore dal
papa Adriano IV. Questa riparazione di Tortona dovette irritare sempre
più l'animo dell'imperatore, al quale inutilmente avevano già in prima
offerto i Milanesi considerabili somme di oro per accontentarlo. Non
si trovò forte Federico allora abbastanza per cimentarsi contro di
Milano, ovvero gli affari l'obbligarono a portarsi in Germania. Prima
però di abbandonare l'Italia, nelle vicinanze di Verona pubblicò un
decreto in cui spogliava i Milanesi della zecca, dei telonei, e di
ogni podestà: e ciò in pena d'avere distrutto Lodi e Como, e oppressi
que' cittadini, con contumacia agli ordini imperiali: per lo che li
condannò al bando dell'impero[393]. La sentenza di questo anatema
non cagionò male alcuno ai Milanesi. Essa era concepita con frasi
che provavano l'inimicizia passionata dell'imperatore. Leggevasi che
i delitti imputati ai Milanesi fossero _enormi_, commessi con _animo
sacrilego, empiissimamente, con iniquità, malizia e pertinacia_. Ciò
non di manco, appena allontanato che fu Federico, i nostri ritornarono
al loro abituale mestiere: batterono i Pavesi; insultarono e vinsero
i Novaresi; presero Vigevano, e ne demolirono il castello. Tanto
erano poco disposti a lasciar liberi i Lodigiani e i Comaschi già
sottomessi! Pretesero anzi dai Lodigiani un giuramento positivo di
fedeltà; e sull'opposizione che i Lodigiani fecero, volendo essi porvi
la condizione che salvo fosse il primo giuramento di fedeltà da essi
già prestato all'imperatore, e non accordandolo i nostri, vennero
saccheggiate e abbruciate le povere abitazioni dei Lodigiani, ed essi
costretti a ricoverarsi presso dei Cremonesi. Per tal modo erano nemici
nostri i Lodigiani, i Comaschi, i Pavesi, i Novaresi, i Vigevanaschi e
i Cremonesi.
Frattanto però che stavano rendendoci più odiosi ai vicini ed al
lontano nemico, la sola cosa ragionevole che femmo, si fu di munire
di un valido fossato, ossia d'una linea di circonvallazione tutta la
città; la quale, sebbene avesse tuttavia in piedi le antiche mura di
Massimiliano, ristorate dal l'arcivescovo Ansperto due secoli e mezzo
prima, nondimeno, per l'accresciuta popolazione doveva avere molte
abitazioni esternamente adiacenti alle mura medesime. Questo fossato
è precisamente quello per cui ora scorre il canale del naviglio,
e così con chiarezza ognuno può capire qual fosse il giro delle
antiche mura, che ora è indicato dalle chiaviche, da noi chiamate
_cantarane_, e quale quello del fossato, che visibilmente anche oggidì
circonda la città. Di questo fossato ne parla il continuatore di
Ottone di Frisinga e Radevico[394], inimico de' Milanesi con questi
termini:[395] _Mediolanensem autem utpote viri bellicosi et strenui
civitatem suam magnis fossis circundederunt, et imperatori audacter
et viriliter restiterunt_; e della terra cavata nel fare la fossa se
ne formò il parapetto nel luogo che anche presentemente conserva il
nome di _Terraggio_. Convien dire che queste fortificazioni fossero
assai ben fatte; poichè vedremo che non vennero mai superate colla
forza; e che, perduta che fu la città, ebbe somma cura il vincitore
di vederle distrutte. Venne in Italia l'imperatore Federico alla
testa di un'armata poderosissima, la quale conteneva quasi tutte
le forze della Germania. Basti il dire che aveva sotto di lui a
bloccare Milano Ladislao re di Boemia, Corrado duca di Rotenburg,
Lodovico conte palatino del Reno, Federico duca di Svevia, Enrico duca
d'Austria, Alberto conte del Tirolo, Ottone conte palatino di Baviera,
l'arcivescovo di Colonia Federico, Arnaldo arcivescovo di Magonza,
Hellino arcivescovo di Treveri, Wikmanno arcivescovo di Magdeburg, il
duca di Zarighen, e altri principi sovrani[396]. (1158) La venuta di
questa terribile armata accade l'anno 1158. È strana la cerimonia che
l'imperator Federico volle premettere alle sue operazioni militari.
Prima di innoltrarsi nel Milanese fece intimare alla città un termine
perentorio a presentare le discolpe, se ne aveva. Non volle dare un
gastigo senza una sentenza, nè una sentenza senza un giudizio, nè un
giudizio senza una citazione. Vennero i legati di Milano a questa
formalità. L'eloquenza e i doni furono inefficaci; e la sentenza
dichiarolli pubblici nemici. Così, pagando questo facile tributo
alla mania del secolo, che in Italia singolarmente aveva riscaldati
gli animi nello studio e nel Codice e delle Pandette di Giustiniano,
rese sacra in certo qual modo la vendetta e interessate più che mai
le città nostre nemiche a favorire la rovina di Milano. Poich'ebbe
data Federico la sentenza, si rivolse al Milanese, e, affacciatosi
a Cassano per passar l'Adda, trovò il ponte così bene presidiato
dai Milanesi, che non ardì di superarlo. Gl'imperiali tentarono il
guado verso Corneliano: alcuni perirono nel fiume; ma però un buon
drappello di militi si postò sulla sponda destra del fiume. Per lo che
i nostri trovavansi alla custodia del ponte, dovettero abbandonarlo,
per non vedersi a un tempo stesso assaliti di fronte e al fianco; e si
ricoverarono in Milano. L'esercito imperiale s'incamminò a passare sul
ponte, il quale si ruppe, non sappiamo se a caso, con qualche danno
dell'esercito. Questi avvenimenti, anche minuti, meritano luogo nella
storia, poichè fanno conoscere che la guerra non si faceva con un cieco
impeto, ma con arte e consiglio anche in que' tempi. Un errore però
commisero allora i nostri, e fu quello di collocare un presidio nella
torre dell'Arco romano, di cui ho dato notizia nel capitolo primo.
Quella mole, fabbricata dai vincitori romani fuori del recinto per
dominare la città, e fondata sopra quattro enormi pilastri e quattro
arcate, doveva atterrarsi da una città che aspettava un potentissimo
esercito nemico. Un presidio così isolato non poteva nè difendersi,
nè reggere, soltanto che sotto vi si fosse collocata una catasta di
legna e postovi il fuoco. Gli imperiali, ben presto cominciando a
rompere i pilastri, costrinsero gl'infelici situati tanto incautamente
ad arrendersi, e dalla cima poi di quella gran torre, gl'imperiali,
colla pietrera, scagliarono incessantemente de' sassi a danno ed
incomodo inevitabile di coloro che stavano alla difesa della porta
Romana. L'imperatore pose il suo quartiere verso la Commenda di Malta,
che allora era la magione de' Templari. Il re di Boemia pose il suo a
San Dionigi. L'arcivescovo di Colonia alloggiò verso a San Celso. Di
contro a ciascheduna porta della città vi si postò un principe; e si
circondò la città con un esercito di centomila uomini[397]; ovvero,
come dice lo storico nostro contemporaneo Sire Raul, di quindicimila
cavalieri, e inumerevoli fantaccini. A tutte queste terribili forze
della Germania, dalla quale erano venuti quasi tutti i sovrani alla
testa de' loro sudditi armati, si unirono le forze di quasi tutte
le città di Lombardia; e il canonico di Praga Vincenzo, che vi era
presente, nomina Pavesi, Cremonesi, Lodigiani, Comaschi, Veronesi,
Mantovani, Bergamaschi, Parmigiani, Piacentini, Genovesi, Tortonesi,
Astigiani, Vercellesi, Novaresi, d'Ivrea, di Padova, d'Alba, di
Treviso, d'Aquilea, di Ferrara, di Reggio, di Modena, di Bologna,
d'Imola, di Cesena, di Forlì, di Rimini, di Fano, d'Ancona e di altre
città ancora, che tutte avevano mandate le loro milizie a combattere
contro di noi[398]. Al comparire di tante forze i Milanesi stavano
armati tranquillamente rimirandole dalle loro fortificazioni:[399]
_Stabant armati supper vallum, nihil omnino strepentes; dubium,
principis advenientis aspectus utrum hanc reverentiam, et huius
silentii disciplinam, an metum universis incusserit_, dice Radevico,
lib. I, cap. XXXII. Una tanto spaventosa unione di forze non si
impiegherebbe al dì d'oggi per acquistare una città presidiata da
soli cittadini. Un esercito assai minore basterebbe, e coll'assedio,
ovvero con un impetuoso assalto se ne renderebbe padrone; ma allora la
polve per anco non era conosciuta (la più antica memoria della polve
ascende sino alla pubblicazione dell'opera: _De nullitate Magiae_,
in Oxford, fatta da Rugiero Bacone circa l'anno 1260, cioè quasi un
secolo dopo i tempi de' quali tratto; e il più antico uso della polve
nella guerra seguì l'anno 1346 nella battaglia di Crecy, come ci
attestano Larrey e Mezzerai. Il re d'Inghilterra Edoardo scompigliò i
Francesi con cinque o sei cannoni; ciò accade più d'un secolo e mezzo
dopo Federico). Troppo era ardua impresa il venire a cimento contro
gli assediati, i quali, dalla sommità del terrapieno, scacciavano
nella larga fossa gli aggressori prima che ad essi potessero nemmeno
accostarsi, e perciò:[400] _Divisis, ut dictum est, inter principes
exercitus portis Civitatis, singuli eorum festinare, parare, sudibus,
palis aliisque propugnaculis castra munire, propter improvisos
hostium incursus, decertabant. Neque enim vineis, turribus, arietibus,
aliorumque generum machinis tantam civitatem attentandam putabant.
Sed longa potius obsidione fatigatos ad deditionem cogi, vel si foras
propter fiduciam multitudinis erupissent, proelio superatum iri_[401].
Si aspettò adunque che il tedio e i maneggi inducessero i Milanesi alla
resa, e non ardì Federico di sottometterli colla forza. Questi fatti,
trasmessici da un tedesco, nemico del nome italiano, e panegerista
dell'imperator Federico, provano abbastanza che Milano in quel tempo
era una repubblica, piccolissima per la sua estensione, ma di una forza
e di un ardimento maravigliosi; e se ella avesse avuta tanta sapienza,
quanto ardire e robustezza, forse la storia posteriore d'Italia sarebbe
più simile alla romana. Lo storico nostro Sire Raul ci parla di varie
scorrerie che i Milanesi fecero su i nemici, col rappresagliar ai
medesimi molti cavalli:[402] _Interea milites Mediolani egrediebantur
de civitate, et auferebant scutiferis exercitus roncinos, et tantos
abstulerunt, quod roncinus quatuor solidis tertiolorum vendebaturj_; e
il Radevico, che scrisse i fasti dell'imperator Federico per comando
di lui, e in conseguenza non è mai sospetto di parzialità per i
Milanesi, descrive varie sortite da essi fatte; ed una singolarmente
caduta sopra il conte palatino del Reno, e sul duca Federico di
Svevia:[403] _Apertis portis cum pugnacissimis egressi, disjectis
custodibus, usque ad jam dictorum heroum castra excurrunt, oppugnant,
sauciant. Alemanni, ubi hostes adventare senserant, inopinata re, ac
improvisa primo perculsi_ (l'affare era di notte) _alter apud alterum
formidinem simul, et tumultum facere: deinde alius alium appellare,
hortari, arma capessere, venientes excipere, instantes propulsare:
clamor permixtus hortatione, strepitus armorum, etc._, e conchiude
che, accorsovi poi il re di Boemia coi suoi, e così resasi più vasta
l'azione, i Milanesi, non potendo reggere a tanti, ritornarono nella
città[404]. Questo fatto, altrimenti in parte, lo descrive la cronaca
del canonico Vincenzo da Praga, che si legge nel libro del P. Gelasio
Dobner[405]. Secondo detto cronista la sortita fatta dai Milanesi non
fu di notte, ma[406] _circa horam vespertinam... fit pugna ex utraque
parte: fortissimi caeduntur milites, nec hi vincuntur nec illi. Videns
autem praedictus princeps se eis sufficere non posse, ad regem Bohemiae
plurimos mittit nuncios, rogans ut ei sua subveniant militia_; dice
poi che il re accorse co' suoi e piombò addosso ai Milanesi:[407]
_Mediolanenses pro libertate adversariis suis fortissime resistunt;
ex utraque parte fortissimi caeduntur milites. A vespertina hora
usque ad crepusculum durat praelium. Mediolanenses tandem, plurimis
amissis, et captis, Bohemorum ictus non valentes sustinere, inter
muros se retrahunt, quos Bohemi victores, usque ad ipsas portas
caedentes, insequuntur. Interea nox praelium dirimit._ Questo autore
era presente, quindi il di lui racconto pare più verisimile; poichè di
notte non poteva tentarsi un'operazione, quando si combatteva, come
allora, in mischia. Altra uscita fecero i Milanesi per testimonianza
dello stesso autore tedesco e panegirista dell'imperatore Federico,
contro il duca d'Austria, che s'avanzava per attaccare una porta della
città:[408]_ Mediolanenses quippe, molitiones nostrorum praesentientes,
ignominiam judicabant si pares, imo plures multitudine, minori animo
venientibus non occurrerent_[409]; e allora pure furono respinti. La
più fortunata azione ce la descrive lo stesso Radevico[410], quando
uscirono i Milanesi contro una schiera di mille volontari, comandati
dal conte Ekeberto di Rutene, che, dopo un ostinato conflitto, vennero
fugati coll'uccisione del conte e di varii altri nobili imperiali.
Osserva però lo stesso Radevico, come dalla porta che era bloccata
dall'imperatore (ed era quella del _Buttinugo_, ora detto _Bottonuto_,
e il conte Giulini la crede posta al ponte dell'Ospedale), i Milanesi
non ardirono mai di presentarsi, o per timore o per riverenza, verso
la persona dell'imperatore:[411] _Sed nec ad portam, ubi militia
principis obsidionem celebrabat, excursus facere, dubium an metu, an
reverentia imperatoris cohiberentur_[412]. Tentarono gl'imperiali di
prendere la città di assalto, e potè loro riuscire di porre il fuoco
ad una porta ed al bastione vicino, combustibile, perchè composto
di fascine e travi, che rassodavano la terra e la munivano al di
fuori; ma furono vigorosamente respinti, e il colpo andò a vuoto.
Ciò nondimeno fa meraviglia come dopo un mese di blocco la città
si rendesse; e non è facile il persuaderci come questa dedizione
fosse allora cagionata dalla fame e dalle malattie, siccome varii
scrittori asseriscono, appoggiati al testimonio di Radevico[413].
Non è da credersi che i Milanesi da lungo tempo prevenuti dell'odio
dell'imperatore, e che con prodigioso dispendio ed ardimento avevano
premunite le abitazioni colla linea di circovallazione, avessero
preparato così poco ne' magazzini, da penuriare dopo di un mese; nè
è da credersi che un morbo contagioso ponesse tanta desolazione da
obbligare in quattro settimane alla dedizione una città non ancora
offesa da macchina o assalto nemico; tanto più che di questa supposta
pestilenza, la quale avrebbe dovuto comunicarsi al campo nemico,
nessuna menzione se ne fece poi; e il canonico Vincenzo di Praga,
che era presente a questi avvenimenti, non scrive nè della fame nè
d'altra malattia, se non che:[414] _Foetor cadaverum intolerabiliter ex
utraque parte omnes cruciabat exercitus ita quod jam plurimi plurimis
cruciabantur aegritudinibus_[415]. L'autore medesimo ci avverte che
il patriarca d'Aquileia Peregrino, il vescovo di Praga Daniele, il
vescovo di Bamberga Everardo aprirono i discorsi di pace co' Milanesi,
e Radevico ci attesta che l'autore di questa dedizione de' Milanesi
fu il conte Guido di Biandrate; eccone le parole:[416] _Hujus auctor
negocii dicitur fuisse Guido comes Blanderantensis, vir prudens,
dicendi peritus, et ad persuadendum idoneus. Is, cum esset naturalis
in Mediolano civis, hac tempestate tali se prudentia et moderamine
gesserat, ut simul, quod in tali re difficillimum fuit, et curiae
charus, et civibus suis non esset suspiciosus_[417]. Questo conte
Guido di Biandrate, per testimonianza del conte Giulini, era generale
della milizia de' Milanesi[418]. La maggior parte del Novarese era
sua, ed esposta alle invasioni degli imperiali. Il carattere e la
fede di questo conte, anche prima in un fatto co' Pavesi, si resero
soggetto di dubitazione, e sembrò che, comandando i Milanesi, li
disponesse per essere battutti[419]. L'imperatore poi sempre se lo
ebbe caro, l'adoperò in molte commissioni, creò arcivescovo di Ravenna
suo figlio, e fu perfino trascelto, insieme col cancelliere imperiale,
per obbligare gl'infelici Milanesi esuli dalla patria a sborsare nuovi
tributi[420]. Posta tutta questa serie di fatti, io credo che senza
pericolo di oltraggiare indebitamente la memoria di lui, sospettar si
possa aver egli sacrificata la patria alla personale ambizione. I patti
della resa furono: 1.º I Lodigiani e i Comaschi nel governo civile
saranno indipendenti dai Milanesi; 2.º i Milanesi giureranno fedeltà
all'imperatore; 3.º fabbricheranno un palazzo imperiale; 4.º pagheranno
novemila marche d'argento; 5.º daranno ostaggi; 6.º i consoli saranno
eletti dai Milanesi, ma approvati dall'imperatore; 7.º nel palazzo
imperiale risederanno i legati cesarei, e giudicheranno le liti; 8.º si
restituiranno i prigionieri; 9.º saranno dell'imperatore la zecca e le
regalie; 10.º saranno assoluti dal bando imperiale i Milanesi, tosto
che dai Cremaschi siano pagate centoventi marche; 11.º eseguito ciò
l'imperatore partirà fra tre giorni, e tratterà da amico i Milanesi e
le cose loro; 12.º i Milanesi eseguiranno i loro patti con buona fede,
quando non siavi impedimento legittimo, ovvero il consenso cesareo non
li dispensi; 13.º potranno i Milanesi imporre una colletta per pagare
la somma convenuta, e chiamare in contributo quei che solevano, eccetto
i Lodigiani e i Comaschi, e alcuni del contado del Seprio, i quali,
poco prima, avevano giurata fedeltà all'imperatore[421]. Così Milano si
rese, il giorno 7 settembre 1158, all'imperatore Federico.
Questo avvenimento non fu veramente nè di gloria all'imperatore, nè di
biasimo a Milano. Con un'armata immensa, atta a conquistare un regno,
doveva certamente prendersi una città abbandonata, e sola in mezzo a
tanti e sì potenti aggressori. Nè l'imperatore, scortato di tanti e
sì poderosi mezzi, allora mostrò quel vigor militare che caratterizza
un gran generale. Non pose assedio, non attaccò le fortificazioni,
non usò dell'impeto, ma con mezzi industriosi, e probabilmente colla
seduzione del comandante, acquistò la città. Questo avvenimento pure
ci mostra quanto imprudente sia stata la scelta del conte Guido, che
i Milanesi vollero avere per loro generale. Si trovano, è vero, delle
anime nobili, più sensibili alla gloria che a qualunque altro bene
presente, capaci di un generoso entusiasmo che faccia loro trovare il
massimo interesse nelle azioni virtuose; ma furono sempre mai rare, e
ne' secoli barbari singolarmente. In ogni tempo poi imprudentemente si
pone un uomo nell'alternativa o di essere un eroe, o di sacrificarci.
Se la capitolazione pose Milano nella dipendenza, però l'imperatore
riconobbe nella città una esistenza civile con quest'atto medesimo,
perchè capitolò, e perchè si obbligò a partirsene, e lasciò il
reggimento della città ai consoli; nè proibì ai Milanesi il governo
della loro città, o la facoltà della pace e della guerra. Se la città
fosse stata resa suddita, si sarebbe posto un conte a governarla a
nome dell'imperatore, si sarebbe abolita la nuova magistratura de'
consoli nata colla Repubblica; e si sarebbe espressamente proibito di
contrarre mai più leghe o far guerre, come da un secolo e più s'andava
facendo. L'articolo della zecca è pure meritevole di osservazione.
Ho già accennato che di monete battute in Milano prima di Federico
non ve ne sono, se non col nome dell'imperatore o re d'Italia; che le
monete della Repubblica mancanti del nome del sovrano hanno l'immagine
di sant'Ambrogio, colla mitra, ornamento che prima di Federico non fu
generalmente in uso. Dopo gli Ottoni, dei quali abbiamo le monete, non
ho altre monete della nostra zecca, che di Enrico, non ben sapendosi se
del primo, secondo, terzo o quarto; ma nè dei Corradi, nè di Lottario
II non ne ho; nè alcuno ne ha pubblicate; e perciò sembra verosimile
che da molti anni la zecca di Milano fosse oziosa, appunto perchè la
nuova Repubblica non osasse di sottrarsi interamente da ogni protezione
dell'Impero coll'omettere il nome augusto nel conio, e nemmeno volesse
espressamente confermarsi dipendente col riporvelo. Conservo bensì
alcune monete dell'imperatore Federico coniate in Milano, e sono
pubblicate in più opere. Così quel sovrano, richiamando a sè la moneta,
ravvivò anche nel conio la soggezione dalla quale ci eravamo col favore
dei tempi sottratti.
Poichè fu sottomessa Milano, l'imperatore radunò una dieta in
Roncaglia. Ivi, ricorrendo molti per farvi giudicare le liti,
quell'augusto, se crediamo a Radevico, diceva:[422] _Mirari se
prudentiam Latinorum, qui cum praecipue de scentia legum glorientur,
maxime legum invenirentur transgressores; quumque sint tenaces
justitiae sectatores, in tot esurientibus et sitientibus injustitiam
evidenter apparere._ Se quell'augusto avesse riflettuto che lo
studio delle leggi si fa per acquistare onori e lucro, e che questo
desiderio non esclude i vizii dell'animo; che il raffinamento medesimo
nell'interpretare le leggi debb'essere una fecondissima sorgente di
litigi; che in una nazione ricca ed ingegnosa vi debbon essere più
controversie che in una più povera e indolente, non avrebbe parlato
con derisione degli italiani, perchè, studiando molto le leggi di
Giustiniano, erano in molte liti imbarazzati. Cesare, Ottaviano Augusto
e gli altri Romani non deridevano i vinti. Il grande Ottone si mostrò
pure abitatore del mondo, come le sono le anime grandi. Le antipatie
nazionali sono minute opinioni del volgo, in ogni secolo e presso di
ogni nazione le anime nobili sempre furono al disopra della popolare
invidia, ingiusta per lo più o fomentata da una meschina politica.
Cercano esse indistintamente il vero merito, e si pregiano di onorarlo
ovunque lo trovino; mirano la terra come la patria del genere umano,
e gli uomini una famiglia, divisa in buoni e malvagi. Un sovrano
poi, che è il padre dei suoi popoli, non può avere piccole gelosie di
nazione. Federico mancò di politica. Dovevano accorgersi i Lodigiani,
i Pavesi, i Cremonesi, i Comaschi e gli altri che l'imperatore non
era punto affezionato nè agli italiani, nè ad essi. La guerra fatta ai
Milanesi certamente non aveva per oggetto la loro felicità, liberandoli
dall'oppressione; ma profittando delle nostre discordie, cercava di
sottometterci. È vero che con una pomposa formalità aveva Federico, il
giorno 3 agosto dello stesso anno 1158, consegnato ai consoli lodigiani
in Monteghezzone un vessillo, e data loro la proprietà di quello spazio
alla sponda dell'Adda per fabbricarvi, siccome fecero, la nuova città
di Lodi; ma l'imperatore con questo dono non perdeva cosa alcuna; e le
città alle quali in quella dieta prese tutte le regalie, per formare a
sè medesimo un tributo annuo di trentamila marche d'argento, perdevano
assai. Più accortamente avrebbe operato quell'augusto, se, dopo di
aver vinto, colla moderazione e colla clemenza si fosse proposto di
far amare il suo governo; forse avrebbe lasciato a' suoi successori
un regno fedele e tranquillo, fondato sull'interesse medesimo de'
popoli governati, i quali avrebbero naturalmente preferita la pace
sotto di una moderata monarchia, alla turbolenta indipendenza, alle
stragi, all'incertezza che da lungo tempo li rendevano infelici. Ma
è più facile il vincere che il saper godere della vittoria; ed è più
facile il carpire la fortuna, che il convertirla in propria stabile
felicità. L'incauta condotta dell'imperatore gettò i semi di molte
sciagure funeste ai popoli d'Italia, funeste all'impero medesimo;
perchè, dopo le miserie di una seconda guerra, potè bensì opprimere
i malcontenti, ma rovinò il suo Stato, e impresse un tal ribrezzo per
la soggezione, che le città giunsero poi a liberarsene interamente, e
col fatto si resero indipendenti. Questo errore in politica fu allora
tanto più grande, quanto che il sistema feudale somministrava bensì
all'imperatore un'armata combinata per una spedizione; ma non gli
lasciava mezzo di avere un corpo di truppe costantemente assoldate e
acquartierate nell'Italia per mantenersela soggetta.