i quali vedevano volontieri che gl'italiani non gli obbedissero. Fra
questi eravi l'arcivescovo di Colonia Federico, il quale scrisse
alla repubblica di Milano una lettera che comincia così:[363]
_Consolibus, capitaneis, onmi militiae, universoque mediolanensi
populo. — Civitas Dei inclita, conserva libertatem, ut pariter retineas
nominis tui dignitatem, quia quamdiu potestatibus Ecclesiae inimicis
resistere niteris, verae libertatis auctore Christo Domino adjutore
perfrueris_[364]. E in questa lettera ci avvisa come i principi
della Lorena, della Sassonia, della Turingia e di tutta la Gallia
(membri dell'Impero, come lo erano i Milanesi) si erano, al paro di
noi, determinati di voler vivere liberi; e che tutti erano pronti a
collegarsi con noi, ad assisterci; su di che aspettava il riscontro.
Non ci rimane poi notizia alcuna se questa opportunissima offerta sia
stata accettata; anzi dai fatti accaduti dappoi si può presumere che se
ne lasciasse sfuggire l'occasione. Insomma Milano era una repubblica;
era già forte e prepotente nella Lombardia; ma l'uso incautissimo che
faceva della forza sua, eccitava l'invidia e l'odio delle altre città:
odio ed invidia superflue, sin tanto che la dignità imperiale passava
da un principe debole a un altro debole, ma rovinose disposizioni al
movimento in cui fosse eletto imperatore un principe di animo e di
forze robusto.
Morì in Germania l'imperatore Enrico IV l'anno 1125; e venne eletto
per successore Lottario, duca di Sassonia, il quale fu poi Lottario
III re d'Italia, e Lottario II imperatore. Alcuni signori tedeschi
avevano protestato contro di questa elezione, la quale si pretendeva
fatta per maneggi della Francia; e Corrado, duca di Franconia, del
casato di Stauffen-Suabe, fu uno dei più malcontenti. Conviene dire
ch'ei praticasse delle secrete intelligenze co' Milanesi per togliere
almeno il titolo di re d'Italia a Lottario. Certo è che Corrado, nel
1128, se ne venne a Milano per la strada di Como; che fu acclamato re
d'Italia, e incoronato prima in Monza, poi a Milano in Sant'Ambrogio.
Sceso Lottario in Italia, si confederò colle città di Lombardia,
nemiche de' Milanesi, affine di umiliar Milano. Tentò d'impadronirsi di
Crema, città amica de' Milanesi, ma non ebbe forze bastanti. Lottario
non potè essere incoronato re d'Italia, e portossi a Roma, ove fu
incoronato imperatore in San Giovanni Laterano dal papa Innocenzo II.
Vi erano allora due che pretendevano la sovranità del regno d'Italia:
Lottario, come imperatore; Corrado, come re incoronato d'Italia. Nello
stesso tempo eranvi in Roma due, ciascuno de' quali pretendeva d'essere
il vero papa; uno possedeva la chiesa di San Pietro, e l'altro quello
di San Giovanni Laterano. Il papa di San Giovanni Laterano favoriva
Lottario, lo riconosceva per solo legittimo re d'Italia, e scomunicava
l'arcivescovo di Milano, perchè aveva incoronato Corrado: il papa
di San Pietro mandava il pallio al nostro arcivescovo. La origine di
questi due papi fu che, essendo spirato Onorio II, sommo pontefice,
il 14 di febbraio 1130, nel giorno medesimo, sedici cardinali de' più
famigliari del defunto pontefice e dei più assidui nell'assisterlo
all'ultima malattia, prima che fosse pubblicata la di lui morte,
elessero Gregorio canonico regolare lateranense, cardinale diacono di
Sant'Angelo, che prese il nome di Innocenzo II. Il maggior numero de'
cardinali, intesa che ebbe quest'elezione, si radunò in San Marco,
e creò papa Pietro di Leone, che prese il nome di Anacleto. Furono
e l'uno e l'altro nello stesso giorno consacrati ed intronizzati.
Innocenzo occupava San Giovanni Laterano; Anacleto aveva il partito
più forte, e risedeva in Vaticano. I Milanesi erano per Anacleto e
per Corrado; Lottario era per Innocenzo. Facilmente ognuno comprende
qual confusione e quanti partiti dovevansi formare in mezzo ad un
simile inviluppo di cose. San Bernardo fu quello che sedò i partiti,
e fece riconoscere anche in Milano per vero papa Innocenzo II, e per
vero re d'Italia Lottario. Si erano già domiciliati in Milano dei
frati instituiti da San Bernardo. Il santo sosteneva papa Innocenzo,
e l'arcivescovo di Milano, Anselmo Pusterla, aveva coronato Corrado,
e aderiva ad Anacleto. Cominciarono in Milano i partiti contro
dell'arcivescovo per deporlo. Quegli ordinari e decumani che erano
pel papa Innocenzo II, per preparare delle insidie all'arcivescovo,
distribuirono il loro denaro ai giurisperiti ed ai militari; e dalla
disputa l'arcivescovo fu costretto ad entrare nel pubblico arringo,
ove Stefano Guandeca, arciprete, lo accusò come eretico, spergiuro,
sacrilego e reo d'altri delitti; giurò per convalidare l'accusa, e si
esibì a provarla avanti ad alcuni vescovi suffraganei. Comparvero i
vescovi, e seco loro comparvero pure molti vestiti in una nuova foggia
con rozze lane e col capo raso; e questi, verisimilmente, erano i
nuovi monaci di San Bernardo, che il popolo considerava come angeli
del cielo. L'arcivescovo, vedendo costoro, rivolto al popolo, si pose a
dire: che tutti quei che comparivano vestiti con quelle cappe bianche
e bigie, erano tutti eretici. Da ciò ne nacque una zuffa, nella quale
non fu però vinto l'arcivescovo; ma poi, mediante il denaro sparso
dal contrario partito, fu scacciato dalla sua Sede. Quindi abbandonato
Anacleto, Milano riconobbe il papa Innocenzo II. L'avvenimento ce lo
descrive Landolfo il Giovine colle seguenti parole:[365] _Ordinarii
itaque, et decumani sacerdotes, et caeteri faventes papae Innocentio
Secundo, et insidias perpatrantes hujusmodi archiepiscopo suas pecunias
effuderunt, et ipsas legis et morum peritis atque bellatoribus viris
tribuerunt. Unde ipse archiepiscopus compulsus est intrare popularem
concionem, ut ibi decertaret cum suis excomunicatis de excomunicatione.
Cumque ipse expectaret sagittas de justa aut injusta excomunicatione,
Nazarius primicerius, mirae calliditatis homo, per prolixum sermonem
cunctae concioni induxit fastidium. Archipresbyter autem Stephanus,
qui cognominatur Guandeca, videns primicerium suum fastidiose fore
locutum, vocem suam exaltavit, et contra archiepiscopum sic ait: Hoc
quod isti nolunt tibi dicere ego dico: tu es haereticus, perjurus,
sacrilegus, et aliis criminibus quae non sunt hic notanda, es reus.
His auditis ex improviso, archiepiscopus obstupuit. Archipresbyter
vero ille habens textum Evangeliorum ad manum, continuo juravit,
quod ipse de istis rebus, quas dixerat esse in isto Anselmo, qui
dicitur de Pusterla, in judicio episcopi novariensis et albanensis,
qui sunt de suffraganeis Ecclesiae Mediolani, staret. Consules itaque
Mediolani, in concordia utriusque partis, statuerunt ut ipsi et alii
suffraganei venirent. In statuta itaque die non solum suffraganei,
sed quamplures pure induti rudi et inculta lana, et rasi insolita
rasura, concurrerunt. Cumque archiepiscopus iste Anselmus vidisset eos
constare et populo quasi essent angeli de coelis, ad ipsum populum
ait: omnes illi quos hic videtis cum illis cappis albis et grisiis,
sunt haeretici. Inde simplices, et compositi, ad expellendum, bellum
commoverunt. Veruntamen gladio Anselmi in die illa resistere non
potuerunt. Sed mediante nocte, per expansam pecuniam, manus primicerii,
et presbyteri Stephani fortissima, in summo diluculo ipsum Anselmum
a sede compulit._[366] Questi monaci, seguaci di san Bernardo, molto
operarono per fare che Milano abbandonasse papa Anacleto e il re
Corrado; e riconoscesse papa Innocenzo e l'imperatore Lottario: e
san Bernardo medesimo moveva tutta questa rivoluzione, e come dice
Landolfo il Giovine al luogo citato:[367] _Ad haec peragenda, papa adeo
idoneum angelum habuit, sicut Bernardus abbas Claraevallensis fuit._
Il santo abate venne in Milano, e fu con tanta venerazione accolto, che
immediatamente divenne l'arbitro della città. Egli mostrava dispiacere
che nelle chiese vi fossero ornamenti d'oro o d'argento, e i Milanesi
cessarono di esporli:[368] _ad nutum quidem hujus abbatis, omnia
ornamenta ecclesiastica, quae auro et argento paliisque in Ecclesia
ipsius civitatis videbantur, quasi ab ipso abbate despecta, in scrineis
reclusa sunt_[369]. Tutto venne a prendere quell'aspetto che insinuava
quel celebre santo, al di cui cenno i popoli europei passavano a
guerreggiare nell'Asia, e riconoscevano o abbandonavano i sovrani ed
i pontefici. Tanto era il potere dell'opinione generalmente sparsa di
lui! Il popolo di Milano, poichè era scacciato l'arcivescovo Anselmo
Pusterla, accorse a san Bernardo, che stava alloggiato vicino a San
Lorenzo, e con acclamazione lo voleva arcivescovo. Il santo aveva più
vasti affari da reggere, e disse alla moltitudine, che nel seguente
giorno egli si sarebbe posto a cavallo, e che se il cavallo l'avesse
condotto lontano dalla città non sarebbe stato arcivescovo, e così
appunto fece e se ne partì:[370] _Ego in crastinum ascendam palafredum
meum, et si me extra vos portaverit non ero vobis quod petitis, ac
sic a Mediolano recessit_[371]. Così Milano riconobbe papa Innocenzo e
imperatore Lottario; e partito che fu san Bernardo, i suoi monaci, dice
Landolfo al luogo citato:[372] _per civitatem euntes, collectam multam
de auro et argento et rebus pluribus sibi fecerunt_, e con questi mezzi
fondarono i due monasteri di Chiaravalle e di Morimondo, così nominati
ad imitazione di due già stabiliti in Francia, i quali avvenimenti
accaddero l'anno 1134. L'arcivescovo Anselmo, scacciato così dalla sua
sede, per essere stato del partito di Anacleto s'incamminò verso Roma,
dove Anacleto era riconosciuto per legittimo papa da un gran numero
di persone, e risedeva, siccome dissi, al Vaticano; ma viaggiando,
fu preso e consegnato a papa Innocenzo II, che trovavasi a Pisa per
un concilio; e quel papa che possedeva, come già dissi, in Roma il
Laterano:[373] _illum captum Romam misit, dice Landolfo, ibique, prout
fama est, Anselmus ille, in eodem mense, in manu Petri Latri, qui
procurator est Innocentii, vitam finivit._
Corrado sebbene fosse stato incoronato re d'Italia in Monza ed in
Milano, vedendo di non avere forze bastanti a resistere, si piegò
ai tempi, e riconobbe l'imperatore Lottario, e rinunziò ad ogni
pretensione sul regno italico. Lottario, riconosciuto anche dai
Milanesi, venne in Italia; e favorì i Milanesi nelle dispute che
avevano co' vicini. Mentre il nuovo arcivescovo Roboaldo scomunicava i
Cremonesi, l'imperatore Lottario li sottopose al bando imperiale; e,
unite le forze degl'imperiali e de' Milanesi, si devastò il contado
di Cremona, si prese Casalmaggiore, San Bassano e Soncino[374]: poi
queste forze si rivolsero contro Pavia, la quale venne umiliata. Così
assai incautamente i Milanesi, colla distruzione di Lodi e di Como,
colla desolazione dei Cremonesi, e cogli insulti fatti ai Pavesi,
si erano procurati dei nemici implacabili intorno le loro mura; e
ne vedremo l'effetto nel capitolo seguente. Altro non mancava ad
accendere il fuoco che doveva distruggerci, se non l'occasione d'un
imperatore potente e voglioso di riacquistare la signoria d'Italia.
Ma nè Lottario, nè Corrado istesso (che poi, nel 1138, colla morte
di Lottarlo, fugli eletto in Germania per successore) ebbero forze
per tentarlo. Corrado, obbedendo alle insinuazioni fattegli da san
Bernardo a Spira, s'incamminò alla testa di una armata per la Terra
Santa; dove il suo esercito fu interamente distrutto per la mala fede
dell'imperatore Manuello Comneno e per il valor militare de' Saraceni.
Lottario debolmente regnò fra i torbidi. Così la indipendenza della
repubblica di Milano si andò rinfiancando.
La città di Milano, diventata opulenta e popolata nel secolo duodecimo,
naturalmente doveva offrire agi migliori ad ogni cittadino. Non si
discorreva più di adoperare per companatico il lardo, come vedemmo
al capitolo quarto; ma pretendevano i canonici di Sant'Ambrogio che
un abate, in certo giorno di solennità, desse loro un pranzo con tre
imbandigioni, ed erano queste:[375] _in prima appositione, pullos
frigidos, gambas de vino, et carnem porcinam frigidam: in secunda,
pullos plenos carnem vaccinam cum piperata, et tertullam de lavezolo:
in tertia, pullos rostidos lombolos cum panatio, et porcellos plenos_;
sorta di vivande che non ha saputo indicare cosa fossero l'erudito
nostro conte Giulini[376], e che molto meno potrei io spiegare. Bastano
però queste per dimostrare che si viveva con una sorta di abbondanza.
Fra le cerimonie religiose vi era quella che il parroco andasse a
lustrare coll'acqua benedetta la casa, da cui si era trasportato un
morto; e che al Natale il parroco girasse per le case del suo distretto
coll'incensiere a profumarlo. Quando si contraevano[377] _sponsalia de
futuro_, cioè quando si faceva la promessa del matrimonio, si regalava
alla sposa un anello, ovvero una corona, o un cinto, ovvero una veste
o un drappo, ovvero un zendado; e qualora il matrimonio poi non si
dovesse più fare, se lo sposo aveva dato un bacio alla sposa, non si
doveva a lui restituire se non la metà del regalo:[378] _Si nomine
sponsalitiorum annulus, vel corona, vel cingulum, vel quid simile,
seu amictum, vel pallium, vel zendadum detur; matrimonio non secuto,
medietas redditur si osculum intercesserit_: così le consuetudini
di Milano dell'anno 1216. Dello stato delle lettere in quei barbari
tempi pochissimo se ne può dire. Unicamente sappiamo che molti de'
nostri giovani allora andavano in Francia a fare i loro studii; ed
è assai probabile che le turbolenze interne alle quali era in preda
la Repubblica, non permettessero quella placida educazione che è
necessaria per avervi delle scuole e de' maestri utili. Fra i paesi
vicini, il più tranquillo e indifferente per noi era la Francia,
colla quale non avevamo più veruna politica relazione. Sotto Lottario
s'erano scoperte in Amalfi le Pandette, e s'era risvegliato un fermento
universale per lo studio della giurisprudenza. Il nostro Oberto
dall'Orto fu distinto fra i dottori di quel tempo; e maestro Giovanni,
pure nostro cittadino, fu un medico che ebbe molta parte nel far
risorgere la facoltà che coltivava in Salerno. Egli scrisse in versi
latini un trattato di medicina per Enrico I, figlio di Guglielmo il
Conquistatore, re d'Inghilterra, che così comincia:
_Anglorum regi scribit schola tota Salerni_[379][380] ec.,
e sebbene la ragione umana fosse coltivata da pochi, e con poverissimo
successo, se vogliansi paragonare que' lavori colle produzioni
di secoli più felici; nondimeno dobbiamo accordare che ci eravamo
scostati assai dall'ultima barbarie del secolo undecimo, quando ne'
pubblici contratti si scriveva così:[381] _deveniat in potestatem
abas ipsius monasteri sancti Ambrosii in perpetuis temporibus in eodem
sanctum monasterio ordinatus fuerit... capella una... que ego noviter
edificavi... in onore sancti Michaelis et Petri, consecratam ab domum
Eribertus archiepiscopus_[382]. I cognomi cominciarono a formarsi
nel secolo undecimo; e nel duodecimo erano generalmente praticati. Le
maggior parte ebbero l'etimologia dai luoghi d'onde traeva origine,
ovvero dimorava la famiglia. Vorrei poter descrivere le azioni de'
nostri Bruti, de' nostri Orazi, de' nostri Scevola; ma non balena
alcun lampo di virtù fra quei tempi ancora caliginosi; o se qualche
uomo generoso e nobile visse allora fra noi, e produsse la sua virtù
fuori dalle azioni della famiglia, questa trovò così poca elasticità
negli animi altrui, che non ne rimase memoria. La sola religione era il
mobile di ogni azione in que' tempi... sebbene questa mia proposizione
non è esatta. La sola corteccia della religione moveva ogni cosa, e la
vera religione era trascuratissima. Il mancar di fede, l'assassinare
il distruggere, l'usurpare, il calunniare, l'opprimere, erano azioni
comunemente praticate quasi senza ribrezzo. Dopo ciò, tutte le esterne
pratiche del rito religioso erano osservatissime, e servivano di
pretesto allo sfogo della feroce inquietudine de' nuovi repubblicani;
poco degni in verità d'esser liberi per l'abuso che ne fecero a danno
proprio e dei vicini.
CAPITOLO VII.
_Della rovina di Milano sotto l'imperatore Federico I._
Il nome di Federico I imperatore, comunemente conosciuto col soprannome
di Barbarossa, non è ignoto a veruno anche del popolo di Milano. Ognuno
sa che Milano fu distrutto da lui. Molte favolose tradizioni, come
accade, si frammischiarono colla verità. Federico Barbarossa però si
ricorda come un barbaro. L'epoca di questo imperatore è stata funesta.
Siamo stati avviliti; ma non vili, nè senza gloria. I Romani ebbero due
epoche di somma umiliazione; le Forche Caudine e l'invasione de' Galli.
Noi avemmo Uraja e Federico. Gli autori di Germania di que' tempi ne
fanno un eroe; i nostri ne fanno un tiranno. L'unico partito ch'io
prendo sarà quello di appoggiare il mio racconto singolarmente agli
autori tedeschi che scrivevano in que' tempi; e credere di Federico
tutto il bene che ne dicono i Milanesi, e tutto il male che ne dicono
i Tedeschi. I primi autori che mi serviranno di guida saranno Ottone,
vescovo di Frisinga, figlio di Leopoldo Pio, marchese d'Austria, e zio
paterno dello stesso imperatore Federico; il quale, come esercitato,
quanto in que' tempi potevasi, nelle lettere latine, scrisse i
fasti del nipote, da lui animato a farlo: l'altro sarà il canonico
di Frisinga Radevico, il quale, per ordine dello stesso imperatore,
continuò que' fasti dopo la morte del vescovo Ottone[383]. Ivi si legge
la lettera che l'imperatore diresse al vescovo suo zio, animandolo
a scrivere e dandogli una traccia dei suoi fatti nell'Italia[384];
ivi pure si vede che il continuatore Radevico, dice di avere scritto
per obbedienza al desiderio del defunto vescovo:[385] _Ejus jussu,
pariterque divi imperatoris Friderici nutu_[386]. Sicuramente essi non
hanno propensione per i Milanesi. Il terzo sarà il canonico di Praga
Vincenzo, che accompagnò il suo vescovo in quella spedizione d'Italia,
e fu presente alla maggior parte degli avvenimenti accaduti in Milano.
La cronaca di Vincenzo fu data al pubblico per la prima volta nel 1764
dal padre Dobner, nel primo tomo dell'opera intitolata: _Monumenta
Historica Boemiae_, stampata in Praga. Gli altri autori tedeschi,
pubblicati nelle raccolte del Pistorio Nideno, del Menckenio, dello
Struvio, dell'Ocfalio, mi serviranno pure di guida. Farò uso ancora
de' nostri italiani Morena e Sire Raul, autori tutti contemporanei; ma
unicamente pei fatti che non possono essere contrari all'imperatore;
sebbene il Morena sia più imperiale di alcun altro. Sarò costretto a
registrare più le parole altrui, che a scrivere le mie; ma i lettori
che temono lo spirito di partito e che bramano di conoscere quanto
si può la verità de' fatti accaduti, non mi sapranno mal grado
se pongo sotto a' loro occhi piuttosto i pezzi interessanti degli
autori originali, che scrivevano le cose dei loro tempi, anzi che un
sempre incerto racconto negli argomenti contrastati. Questo è il solo
partito che conviene allorchè s'entra a narrare una porzione di storia
controversa.