Nella dieta che tenne l'imperatore in Roncaglia, simulò di essere

interamente amico de' Milanesi, e, come dice il canonico di Praga

Vincenzo:[423] _Mediolanenses in suum vocat consilium, quomodo urbes

Italiae sibi fideles habeat quaerit, qui ei dant consilium, quod eos

quos per civitates Italiae sibi fideles habet, per suos nuncios, eos

sibi sua constituat potestates..... quod imperator laudans, usque

ad tempus huic rei competens in corde suo recondit._ I Milanesi,

appoggiati alla fede di un trattato che lasciava loro il governo

dei consoli, e l'elezione soltanto da approvarsi dal sovrano, non

sospettarono che un consiglio pronunziato con candore e con impegno

di corrispondere alla confidenza di quell'augusto, dovesse ricadere a

loro detrimento. Così però avvenne. Il citato canonico era presente

in Milano, quando i nunzi dell'imperatore pretesero di creare un

podestà, cioè un dispotico ministro che reggesse a nome di Federico.

Egli così ci racconta la risposta dei Milanesi:[424] _Nullo modo

se hoc facere posse respondente; verumtamen, sicut in privilegio

imperatoris habebant, quod ego Vincentius ex parte imperatoris et

regis Bohemiae scripseram, se per omnia facturos promittebant._ È da

notarsi che l'autore era presente, ed ei medesimo aveva scritto la

capitolazione:[425] _Scilicet quod ipsimet, quos vellent, consulens

eligerent, et electos ad imperatorem, vel ad ejos nuncium ad hoc

constitutum; pro juranda imperatori fidelitate, adducerent. Contra

hoc, nuncii imperatori respondent quod ipsi Runcaliae hoc imperatori

dederint consilium, quod per suus nuncios in civitatibus Lombardiae

ponat potestates: eo consilio utantur et ipsi._ Ognuno facilmente

giudicherà quale dei due mancasse ai patti. La maggior parte degli

scrittori tedeschi incolpano gl'italiani d'aver infranta la data

fede; nessuno però era presente al fatto, come questo autore, che

era al seguito del suo vescovo di Praga[426]. Egli è certo che il

popolo di Milano si mosse, e che si ascoltavano le grida _fora,

fora! mora, mora!_ come dice l'autore medesimo; e i nunzi (sebbene i

nobili milanesi cercassero di guadagnarsegli co' regali e procurasser

di persuader loro che il rumor popolare si sarebbe calmato) non

trovandosi sicuri, se ne partirono di notte e s'avviarono verso

dell'imperatore. Egli era col suo esercito vicino a Bologna. (1159)

E previe le citazioni perentorie legalmente promulgate, proferì

nuovamente una sentenza contro i Milanesi dichiarandoli contumaci,

ribelli, disertori dell'impero e nemici; condannò quindi i beni de'

Milanesi al saccheggio e le persone alla schiavitù. Ognuno sente qual

grado di nobile eroismo vi sia in tale sentenza, e s'ella rassomigli

più ai fasti dei Scipioni, ovvero a quei di Attila. La data di tale

sentenza è 16 aprile 1159. Dopo un tal fatto non vi era più altro

partito che tentare nuovamente la sorte delle armi. Il castello di

Trezzo era presidiato dagl'imperiali, i quali devastavano le campagne

all'intorno. I nostri prontamente ne fecero l'assalto, e condussero

a Milano il comandante e la guernigione. L'imperatore aveva fatto

un errore, allontanando la sua armata da Milano, nel tempo in cui,

violando la convenzione, voleva renderla perfettamente suddita. Ora si

accostò, e, considerando Crema la amica alleata de' Milanesi, cominciò

dal porvi l'assedio. Sono concordi gli scrittori italiani e tedeschi

nel fatto della Torre, e fu: l'imperatore aveva fatta fabbricare una

torre di travi posta sulle ruote, e la faceva spignere verso le mura

di Crema da un lato in cui erano giunti gli assedianti a riempire la

fossa colla terra. Se riusciva di accostare tali ordigni alle mura,

si combatteva a condizioni pari dalla torre al baloardo. I Cremaschi

scagliavano colle loro macchine vigorosamente grossi macigni contro

di quella torre, che innoltrando correva pericolo di essere rovinata.

L'espediente che prese Federico fu di far legare alcuni prigionieri

cremaschi e milanesi fra i più distinti, e con essi, coprendo il lato

della Torre che si presentava alla città assediata, farla così spingere

da' suoi verso quelle mura. Così furono ridotti i Cremaschi alla

scelta o di essere crudelmente i carnefici dei loro parenti ed amici,

ovvero di sacrificare la patria loro. Difesero la patria, e lasciarono

all'imperatore la macchia d'una inutile atrocità. Nè questa fu la

sola. I Cremaschi, usando del dritto di rappresaglia, uccisero sulle

mura in faccia de' nemici alcuni prigionieri cremonesi e lodigiani: e

l'imperatore fece tosto impiccare in faccia della città due prigionieri

cremaschi; e questi piantarono sulle mura le forche, e vi appesero due

altri prigionieri; finalmente l'imperatore fece condurre sotto le mura

tutti i Milanesi e Cremaschi che aveva in suo potere, e dispose perchè

tutti fossero appiccati. Se non che alla preghiera dei vescovi si

arrese, e si accontentò che ne fossero impiccati non più di quaranta.

Il fatto ce lo racconta il Morena, ed io lo riferirò come lo espone

Radevico, continuatore di Ottone Frisinghese. Egli comincia a incolpare

i Cremaschi assediati, perchè si difendessero con valore e facessero

delle uscite coraggiosamente:[427] _In eruptionibus suis aut machinis

flammas inire, aut turres destruere, aut lethali vulnere aliquos

de nostris sauciare moliti sunt, nullumque specimen audaciae aut

ostentationis fuit, quod illi futurorum ignari praetermitterent; et dum

jam inclinata putaretur eorum superbia, de patratis facinoribus tumidi

gloriabantur_[428]. L'imperatore perciò, continua lo stesso autore a

narrarci:[429] _Jubet ergo de captivis eorum vindictam accipere, eosque

pro muris jussit appendi._ Non credo che Cesare, quando assediava le

città delle Gallie e della Germania, lasciasse ne' suoi fasti esempi

tali.[430] _Contumax autem populus, nimis de pari volens contendere,

etiam ipse quosdam de nostris in vinculis positos eodem modo traxit

ad supplicium._ E prosiegue a narrarci come allora Federico[431]

_obsides eorum, numero quadraginta, adduci jubet ut suspendantur_;

e, non contento di quaranta miseri prigionieri di guerra, sei militi

milanesi, allora côlti, perchè parlavano co' Piacentini, vennero

condannati alle forche:[432] _Tum interim adducuntur captivi quidam de

nobilibus mediolanensium sex milites, qui deprehensi fuerant ubi cum

Placentinis perfida miscebant colloquia..... nam ut supra dictum est,

Placentia principi, etiam tum, ficta devotione, et simulata adhaerebat

obedientia.... hos itaque.... duci jubet ad supplicium, similisque his,

qui et prioribus, vitae finis extitit_[433]. Se Radevico avesse scritto

per oltraggiare l'imperatore, non poteva fare di più. Eppure egli

scriveva,[434] _nutu serenissimi imperatoris Friderici_[435]. Convien

confessare che le idee della virtù e del vizio, dell'eroismo e della

crudeltà erano diverse da quello che ora sono generalmente. Finalmente,

così Radevico ci descrive il fatto della Torre:[436] _Jamque ad

civitatis perniciem machinae plurimae admovebantur, jamque turres in

altum extructae applicari caeperant. Tum illi summa vi atque pertinacia

resistere, atque a muris turres arcere, suisque instrumentis, validis

saxorum ictibus, nostras machinas impellere. Efferatis vero animis

princeps obsistendum putans, obsides eorum, machinis alligatos, ad

eorum tormenta (quae vulgo mangas vocant, et intra civitatem novem

habebantur) decrevit obiiciendos. Seditiosi, quod etiam apud barbaros

incognitum, et dictu quidem horrendum, auditu vero incredibile, non

minus crebris ictibus turres impellebant: neque eos sanguinis, et

naturalis vinculi communio, neque aetatis movebat miseratio. Sicque

aliquot ex pueris, lapidibus icti, miserabiliter interierunt. Alii,

miserabilius adhuc vivi superstites, crudelissimam necem, et dirae

calamitatis horrorem penduli expectabant: o facinus!_[437] Secondo i

principii che formano la base della giustizia e della morale, poteva

controvertersi, se la indipendenza delle città d'Italia fosse diventata

legittima dopo molti anni, dacchè erasi acquistata. Poteva anche

chiamarsi ingiusta la guerra difensiva che facevano i Cremaschi. Ma non

si può biasimare come audacia, o superbia, o pertinacia, o sfrenatezza

di animo la costanza e il valore dei combattenti: nè imputare a delitto

se gli assediati respingevano le macchine degli aggressori; e se

vuolsi compiangere, come lo merita, il fato degl'infelici legati alla

Torre, la barbarie è da imputarsi non mai a' Cremaschi. L'imperator

Federico però volle che i suoi fasti fossero scritti, come Radevico

lo fece. Crema fu obbligata a rendersi finalmente dopo un lungo

assedio, e Radevico ci dice:[438] _Ipsum castrum, egressis inde quasi

XX millibus hominum diversi generis, flammis traditum, et militibus

ad diripiendum permissum est_[439]. Questo modo di assediare e di

prendere una fortezza l'imperator Federico lo credette modo clemente: e

la presa d'una piccola città, dopo un lungo assedio, ei la chiamò una

vittoria. La lettera circolare che allora scrisse l'imperatore, ce la

conservò Radevico[440] nel libro secondo, cap. 43:[441] _Fridericus,

Dei gratia Romanorum imperator, et semper augustus. Scire credimus

prudentiam vestram, quod tantum Divinae Gratiae donum, ad laudem et

gloriam nominis Christi, honori nostro tam evidenter collatum occultari

vel abscondi tamquam res privata non potest. Quod ideo dilectioni

vestrae ac desiderio significamus, ut, sicut charissimos et fideles,

vos participes honoris et gaudiorum habeamus. Proxima siquidem die post

conversionem S. Pauli, plenam victoriam de Crema nobis Deus contulit,

sicque gloriose ex ipsa triumphavimus, quod tam miserae genti, quae in

ea fuit, vitam concessimus. Leges enim tam divinae quam humanae summam

semper clementiam in principe esse testantur._

(1159) Durante tutto l'anno 1159 e 1160 niente intraprese l'imperatore

Federico direttamente contro di Milano; e si passò il tempo in varie

zuffe, per lo più dai Milanesi provocate, e terminate con vario

successo, ora felice, ed ora contrario. L'erudizione tutto raccoglie;

la voce della storia racconta que' soli fatti che meritano di essere

conosciuti o per la relazione che ebbero cogli avvenimenti accaduti

dappoi, ovvero per l'influenza che hanno a dimostrarci lo stato delle

cose in quei tempi. Aspettava quell'augusto nuovi soccorsi dalla

Germania, e frattanto girava per la Lombardia convocando concilii,

sostenendo papa Vittore, scomunicando i partigiani di papa Alessandro

III, il quale scomunicava i fautori di Vittore. L'origine di questo

scisma venne perchè morto, nel 1159, Adriano IV, che nascosamente

animava i Milanesi a resistere a Federico, i cardinali si divisero

in due partiti: l'uno creò papa il cardinale Rolando, che poi fu

chiamato Alessandro III; l'altro creò papa Ottaviano, cardinale di

Santa Cecilia, col nome di Vittore III. Federico era del partito di

Vittore; convocò in Pavia un concilio di cinquanta vescovi suoi sudditi

o aderenti, al quale invitò i due pretendenti al papato. Vittore solo

vi comparve, e fu dichiarato legittimo papa; e contemporaneamente in

Anagni si tenne un concilio, con molti vescovi e cardinali, nel quale

fu riconosciuto per vero papa Alessandro III, che ivi il giorno 24

marzo, che era il giovedì Santo, scomunicò Federico. Vittore scomunicò

i Milanesi e i loro fautori. Alessandro scomunicò Federico, l'antipapa

e i consoli cremonesi, pavesi, novaresi, vercellesi e lodigiani,

aderenti all'imperatore e all'antipapa. Tali erano le occupazioni e

gli affari di quegli anni, interrotti da piccoli e giornalieri fatti

ostili, che, con un lento macello, affliggevano l'umanità, senza

ricompensare in qualche modo il danno con qualche gran mutazione. La

guerra è sempre un male atroce, e le società civili si sono instituite

al fine di non provarla. Ma s'ella cagiona una gran rivoluzione, perde

in certo qual modo la sua atrocità per i beni ch'ella talvolta produce;

che se lascia il genere umano come prima, anzi più afflitto di prima,

non si può rimirarla senza ribrezzo. (1160) Erano giunti rinforzi

all'imperatore Federico, che divisava d'impadronirsi di Milano; e

a noi era accaduto il più sciagurato avvenimento, un incendio cioè

furiosissimo, che, il giorno 25 agosto 1160, abbruciò quasi tutti i

nostri magazzini e quasi la terza parte di Milano. A questa disgrazia

dobbiamo attribuire interamente l'umiliazione alla quale venimmo

ridotti; e dopo il giorno in cui Uraja distrusse Milano, dobbiamo

negli annali nostri ricordare il 25 d'agosto come il giorno sopra gli

altri infausto: poichè ci trovammo da quel momento in faccia di un

potentissimo nemico, aiutato dai nostri nemici vicini; tagliata ogni

corrispondenza colle città amiche; privi d'ogni speranza di aver pane;

e desolate le campagne nostre da ogni parte; per lo che una disperata

fame ci costrinse a rinunziare ad ogni difesa.

(1161-1162) Il secondo blocco della città di Milano durò quasi sette

mesi, e terminò alla fine di febbraio dell'anno 1162[442]. Non seguì

alcuna operazione militare che forzasse alla resa; non furono diroccate

le fortificazioni in verun modo; non fu dato l'assalto; ma l'unica

cagione della dedizione in quella seconda volta è da attribuirsi alla

fisica mancanza d'alimento. Lo storico nostro contemporaneo Sire Raul

ci dice che, per provvedere la città,[443] _electi sunt de unaquaque

parochia civitatis duo homines, et de iisdem tres de unaquaque porta,

quorum unus ego fui, ut eorum arbitrio annona, et vinum, et merces

venderentur, et pecunia mutuo daretur, quod in perniciem civitatis

versum est_: parole che non furono abbastanza sinora meditate, perchè

la violazione della proprietà, e la mediazione del legislatore fra

chi vende e chi compra furono sempre mai operazioni insterilitrici,

sebbene di autorità e lucro per gli esecutori, i quali soli parlano

per un popolo che non ragiona ed ubbidisce, e perciò continuate per

lunga serie di secoli. L'incendio memorando distrusse, in agosto del

1160, quasi tutte le provvisioni. L'esercito nemico del 1161 cominciò

a postarsi tra levante e tramontana della città; poi sloggiò e collocò

il suo campo, inviandosi a ponente, poi a mezzodì, sempre facendo

fronte verso Milano. Una così poderosa armata copriva frattanto dietro

di lei una moltitudine di guastatori, i quali tagliavano i grani ancor

verdi, le viti, le piante, e devastavano, per la distanza di quindici

miglia, tutte le terre. Poi l'esercito nemico scomparve; e si accampò

verso Lodi, lasciandoci il miserando spettacolo d'una terra devastata

che non poteva darci nulla; e non lasciando altro compenso per vivere,

fuori che i pochi grani scampati dall'incendio. È assai facile il

figurarci la depressione e l'avvilimento nel quale dovettero a tal

vista cadere gli animi de' Milanesi. Il solo scampo che poteva loro

rimanere era quello di avventurare tutto a una giornata: uscire dalla

loro città con tutte le forze riunite, dare una battaglia, e terminare

la vita con onore, e salvare la patria, distruggendo il nemico, e

obbligandolo a lasciarla libera. Ma per abbracciare questo estremo

partito vi voleva quel vigor d'animo ne' cittadini e quell'entusiasmo

della patria, che cominciava a venir meno dopo tante infelici vicende.

Molti cittadini avevano abbandonato il partito della patria, e si

erano gettati a vivere co' nemici. L'esempio del conte di Biandrate ci

allontanava dall'affidarci ad un secondo dittatore. Ne' casi estremi

il dispotismo solo può salvare la città; ma non sempre vive nella

città l'uomo che, per la sua virtù e talenti, meriti il deposito di

quella terribile autorità, nè sempre il popolo ha mezzi per conoscerlo.

Cercarono perciò i consoli di aprire la strada a una convenzione col

nemico; e, chiesti i salvocondotti dal duca di Boemia e dal conte

Palatino del Reno, fratelli dell'imperatore, non meno che dal langravio

di Assia, di lui cognato, scortati con questi, uscirono dalla città

per entrare con essi in parlamento. Il Morena, lodigiano e fautore di

Federico, ci racconta[444] che dalle truppe dell'arcivescovo di Colonia

Reineldo, contro il gius delle genti, vennero fatti prigionieri;

e, quantunque i tre nominati principi altamente se ne dolessero,

l'imperatore approvò il fatto. Lo storico nostro sire Raul ci descrive

molte crudeltà praticate dall'imperatore in questo secondo blocco.

Pretende quell'autore contemporaneo, che ai prigionieri che andava

facendo in alcune scorrerie de' nostri, Federico facesse tagliar le

mani. Nomina sei milanesi nobili, a cinque dei quali fece cavare gli

occhi, lasciando al sesto un occhio solo, acciocchè servisse di guida

a ricondurre nella città i suoi compagni. Comunque sia, egli è certo

che i Milanesi, in dicembre dell'anno 1161, e molto più in gennaio del

1162, erano ridotti all'estremo della penuria, a tal segno che colle

armi nelle domestiche mura si vegliava, perchè il padre non rubasse

al figlio, il marito alla moglie il pane, e come ci dice il nostro

Calchi:[445] _Fame inopiaque cuncti urgebantur; vir uxorem, socrus

nurum, frater fratem, pater filium strictis gladiis incessebat, quod

pane fraudarentur, passimque domesticae discordiae et privata jurgia

audiebantur_[446]. Tutto mancava. Ancora cinque mesi era lontano il

raccolto, soccorso non se ne poteva ottenere da veruna parte, poichè le

strade erano occupate dai nemici. Il popolo incessantemente tumultuava.

La morte era il solo termine, e non lontano, che si prevedeva dover

succedere alla fame. Esclamava il popolo volendo che la città si

rendesse all'imperatore. Si opponevano i consoli; ancora volevano

che non si disperasse, asserendo che il tempo partorisce talvolta

inaspettate vicende, e procura soccorsi non preveduti. Ricordavano essi

che l'armata imperiale, già da tre anni dimorante nell'Italia, non vi

poteva più a lungo soggiornare o per bisogni della Germania, o per la

stanchezza de' principi: essere sempre aperto il disperato partito di

assoggettarsi ad un monarca offeso e adiratissimo: del quale, nello

stato in cui erano le cose, non era da sperarsi diminuito lo sdegno,

quand'anche si accelerasse di qualche poco la dedizione; per modo che

una più lunga resistenza riusciva in favore della città. Così allora

dicevano i consoli, dei quali i nomi meritano di essere ricordati,

Ottone Visconte, Amizone da Porta Romana, Anselmo da Mandello,

Gottifredo Mainerio, Arderico Cassina, Anselmo dell'Orto, Aliprando

Giudice ed Arderico da Bonate. (1162) Ma l'intollerabile peso de' mali

della carestia mosse il popolo, e la vita dei consoli fu in pericolo;

per lo che si dovettero spedire immediatamente all'imperatore le

condizioni della resa. Nessuna condizione volle ammettere il vincitore,

e volle che ci rendessimo senza alcun patto, abbandonandoci alla

clemenza sua. Così Milano se gli rese; a ciò anche animati i Milanesi

dalle promesse de' principi, i quali assicuravano che l'imperatore

avrebbe operato generosamente; il che ce lo attesta lo stesso Burcardo,

oltre il Morena.

Storia di Milano, vol. 1 · 第 17 / 31 段