Quantunque l'arcivescovo di Milano Anselmo da Boisio fosse un uomo di

carattere assai mite, e quantunque dovesse interamente la sua dignità

al papa, cui era nella più esatta maniera sommesso; e quantunque

l'autorità politica del metropolitano fosse di molto diminuita, ciò

non ostante dava ombra al papa il nome dell'arcivescovo di Milano: e

per allontanare ogni pericolo e confermarne la soggezione, piacque

a Roma che l'arcivescovo abbandonasse la sua diocesi, e, seguendo

lo spirito delle Crociate al principio del secolo duodecimo, si

portasse a guerreggiare nell'Asia. Gerusalemme era già in potere dei

cristiani. Non sembrava che vi rimanesse altro desiderio alla pietà

dei fedeli, se non se quello di custodirla. Ma, se crediamo allo

storico nostro Landolfo il Giovine, altra impresa si propose Anselmo

da Boisio, e tale, che la gravità della storia corre pericolo nel

raccontarla, cioè la conquista del regno di Babilonia. Eccone le parole

dello storico:[324] _Anselmus de Buis, mediolanensis archiepiscopus,

quasi monitus apostolica auctoritate, studuit congregare de diversis

partibus exercitum cum quo caperet Babylonicum Regnum, et in hoc studio

praemonuit praelectam juventutem mediolanensem cruces suscipere, et

cantilenam de Ultreja, Ultreja cantare. Atque ad vocem hujusprudentis

viri, cuiuslibet conditionis per civitates Longobardorum, villas et

castella eorum cruces susceperunt, et eamdem cantilenam de Ultreja,

Ultreja cantaverunt_[325]. Questa canzone latina inventata allora

aveva la frequente esclamazione _Ultreja_, che il conte Giulini crede,

assai verisimilmente, essere un composto di _Eja! Ultra!_ come sarebbe

_animo! avanti!_ eccitandosi così la gioventù lombarda a prendere le

armi e passare nell'Asia[326]. Che questa crociata milanese, avendo

alla testa l'arcivescovo Anselmo da Boisio, attraversasse l'Ungheria

e si portasse in Costantinopoli, dove poco dopo l'arcivescovo morì,

sembra cosa certa. Cosa poi facesse in quella comica impresa, è

difficile il definirlo, tanto sono discordi gli scrittori. Orderico

Vitale, scrittore di quei tempi, ci racconta che questo esercito

si accostò verso Gerusalemme, e in una battaglia verso _Gandras_ fu

malamente battuto, onde i fuggitivi si ricoverarono a Costantinopoli;

ma i geografi non ci sanno dire in qual luogo trovisi questo _Gandras_.

Radolfo, che scrisse le imprese di Tancredi, sotto del quale militava,

ci lasciò scritto che l'arcivescovo Anselmo da Boisio fu battuto dai

Saraceni sotto _Danisma_; ma nemmeno _Danisma_ si trova in nessuna

carta geografica. L'abate Uspergense invece c'insegna che la battaglia

seguì:[327] _contra terram Coritianam, quae est Turcorum patria_; ma

nemmeno questa terra è conosciuta nella geografia; e la patria de'

Turchi, se crediamo a Pomponio Mela ed a Plinio, è nei contorni delle

paludi Meotidi, ovvero fra l'Eusino e il Caspio, nelle vicinanze del

Caucaso; parti del mondo assai sviate per coloro che dalla Lombardia

cercavano di passare in Babilonia o nella Terra Santa. Guglielmo

Tirio, che è riputato il più sicuro scrittore di quelle guerre di

Terra Santa, non fa menzione alcuna della spedizione dell'arcivescovo

di Milano Anselmo, nè delle disgrazie del suo esercito. L'arcivescovo

morì in Costantinopoli l'anno 1110, e Landolfo il Giovine ce ne indica

la malattia; ei morì di tristezza. Questo buon Anselmo da Boisio

ce lo qualifica Landolfo il Giovine per un povero uomo, semplice,

timido, e ironicamente lo chiama nel testo riferito:[328] _ad vocem

hujus prudentis viri_. Probabilmente a queste disposizioni del di lui

animo egli doveva la sua dignità. Questo moderatissimo prelato, se

per il merito dell'obbedienza aveva animato i suoi a prendere le armi

per combattere gli infedeli; poichè si vide affaticato da un assai

lungo viaggio; trasportato in mezzo a popoli dei quali ignorava il

costume e il linguaggio; abbandonato alla licenza militare di giovani

incautamente espatriati per di lui consiglio, e inquieti per trovare

mezzi da sussistere; in mezzo ai pericoli; senza forza d'animo e senza

aiuto; mi sembra naturale ch'ei morisse d'affanno e di melanconia, e

che si sbandassero i suoi, e ritornassero alla patria gli altri pochi

rimasti, cui riuscì di trovare la strada ed i mezzi per rivederla.

Coloro che rimproverano alla generazione vivente d'avere minor senno di

quello che si osservava altre volte, esaminino queste epoche.

Nel principio appunto del secolo duodecimo lo storico nostro Landolfo

Juniore, che è il solo autore contemporaneo, ci racconta un fatto

prodigiosissimo; e ce lo descrive con circostanze cotanto minute e

singolari, che sembra quasi ch'ei temesse l'incredulità nei posteri.

Sinora il suo timore fu vano; ma io lo credo giustissimo. Il fatto

è il seguente. Mentre Anselmo da Boisio era partito, comandando

l'esercito che marciava alla conquista di Babilonia, il vescovo di

Savona Grossolano, come vicario dell'assente arcivescovo, reggeva la

chiesa milanese. Giunta la nuova della morte di Anselmo, Grossolano

ebbe un partito, e fu eletto arcivescovo; e dal papa fugli spedito

il pallio, che il portatore, tenendo a guisa di stendardo, in cima

del bastone, andava gridando: ecco la stola, o come dice Landolfo il

Giovine: _heccum la stola, heccum la stola_[329]; dal che vedesi che

anche allora si parlava una lingua simile a quella che oggidì si parla.

Eravi in Milano un prete che aveva nome Liprando. Egli era zio di

Landolfo Juniore, e convien dire che fosse di genio piuttosto attivo,

poichè ebbe tagliati il naso e gli orecchi in uno de' tumulti per la

giurisdizione romana, per cui egli combatteva. Il papa Gregorio VII

prese questo prete sotto la speciale protezione della Santa Sede, e

nella bolla gli scrisse:[330] _Tu quoque, abscisso naso, et auribus pro

Christi nomine, laudabilior es qui ad eam gratiam pertingere meruisti,

quae ab omnibus desideranda est, qua a sanctis, si persevereraveris

in finem, non discrepas. Integritas quidem corporis tui diminuta est,

sed interior homo, qui renovatur de die in diem, magnum sanctitatis

suscepit incrementum: forma visibilis turpior, sed imago Dei, quae

est forma justitiae, facta est pulchrior. Unde in Canticis Canticorum

gloriatur Ecclesia, dicens: nigra sum, filiae Hierusalem_; e poi

dopo lo chiama[331] _martyr Christi_[332]. Il prete Liprando era

titolare della chiesa di San Paolo in Compito. Appoggiato a questa

bolla, pretendeva di essere indipendente dall'arcivescovo, e da ciò

nacquero dei dissapori, i quali s'inasprirono. L'arcivescovo sospese

il prete dal suo ufficio sacerdotale, e il prete accusò pubblicamente

l'arcivescovo di simonia,[333] _per munus a manu, per munus a lingua,

per munus ab ubsequio_[334]. La disputa andò tanto avanti, che

vi furono partiti; si venne alle solite zuffe, e[335] _Grossolani

turba, dimicans adversus primicerium, Landulphum, ejusdem primicerii

clericum lapide occidit_[336]. Fu perciò costretto l'arcivescovo

Grossolano a convocare un sinodo, in cui si giudicasse s'egli fosse

legittimamente eletto, ovvero se fosse simoniaco; e il prete Liprando

si esibì di provare col giudizio di Dio, passando attraverso del

fuoco, l'accusa che aveva fatta all'arcivescovo. Il popolo accettò con

avidità questa proposizione, che gli offeriva un genere di spettacolo

maravigliosissimo. La curiosità di vedere un miracolo generalmente

eccitò l'impazienza di ognuno; e fu avvisato il prete Liprando di

apparecchiarvisi: e il fatto ce lo descrive Landolfo nella maniera che

dirò. Distribuì il prete Liprando in elemosina il grano ed il vino che

possedeva; fece testamento, lasciando erede lo storico suo nipote; e

dispose che se egli morisse nel giudizio, quel che le fiamme avessero

lasciato del suo corpo, venisse seppellito nella chiesa della Trinità.

Sia ch'ei temesse falsa la simonia asserita, ovvero non sicuro il

miracolo, egli credette possibile il rimanervi abbruciato, sebbene con

tanta fiducia ne cercasse l'occasione. Digiunò il prete due giorni;

poi, vestito con cilicio, camice e pianeta, a piedi nudi, portando la

croce, da San Paolo in Compito venne a Sant'Ambrogio, e cantò la messa

all'altar maggiore in faccia all'arcivescovo, che si era collocato

sul pulpito con altri due personaggi. Forse in que' tempi il digiuno

naturale, prima d'accostarsi all'altare, non era un precetto; almeno,

nel secolo nono, la imperatrice Ermengarda,[337] _ante introitum

missarum fatebatur se exardescere siti, et bibit plenam phialam vini

peregrini, et post haec, coelestem participavit mensam_[338]. Comunque

sia di ciò, Landolfo non dice come celebrasse la messa quel prete

sospeso dal suo ufficio: ci dice però che l'arcivescovo, poichè la

messa fu terminata, prese a dire così: Aspettate, che con tre parole

convincerò quest'uomo; indi, rivolto al prete: Hai asserito, gli disse,

che io sono simoniaco, ora dichiara soltanto, se il puoi, qual sia

la persona a cui io abbia donato. Il prete si collocò sopra un sasso

elevato che era nella chiesa, e indicando il pulpito: Vedete, disse al

popolo, vedete tre grandissimi diavoli, che possono confondermi col

loro ingegno e coi denari che possedono; ma io rispondo che con quel

danaro istesso che il diavolo gli suggerì di adoprare per comprarsi

l'arcivescovato, possono aver occultata la verità e togliermi i

testimonii; e per ciò ho scelto il giudizio di Dio, che non s'inganna.

Il dialogo continuò qualche poco, sin tanto che, impaziente il popolo

di vedere questo prodigio, si udì gridare perchè venisse al cimento

il prete; il quale, sebbene fosse vecchio, e digiuno per il terzo

giorno, ed avesse fatto un lungo cammino, balzò dal sasso e si portò

co' suoi paramenti avanti l'atrio di Sant'Ambrogio; fuori del quale

erano disposte due cataste di legna di quercia, ciascuna delle quali

era lunga dieci braccia, alte entrambi più di un uomo, e similmente

larghi, e distanti l'una dall'altra un braccio e mezzo. Anzi nel

viottolo istesso eranvi gettati dei pezzi di legna tratto tratto,

per renderne più lento e difficile il passaggio. Poichè il prete e

l'arcivescovo furono fuori dell'atrio, l'accusatore prese l'arcivescovo

per la cappa e disse:[339] _Iste Grossulanus, qui est sub ista cappa,

et non de alio dico, est simoniacus de archiepiscopatu Mediolani_[340].

Ciò fatto, l'arcivescovo non volle star più presente, montò a cavallo,

e se ne partì. Arialdo da Meregnano, amico dell'arcivescovo, teneva

frattanto il prete, acciocchè ei non passasse, sin tanto che il fuoco

non fosse bene acceso; e il fuoco crebbe a segno, che Arialdo ne ebbe

offesa la mano. Allora dissegli: Prete Liprando, mira la tua morte,

piegati all'arcivescovo e salva la vita; e se nol vuoi, vanne colla

maledizione di Dio. Il prete rispose a lui:[341] _Sathana, retro vade_,

poi si prostrò a terra, fece il segno della croce, ed entrò fra le

cataste ardenti. La fiamma si spaccava avanti di lui, e si riuniva

tosto che era passato; passò sopra i carboni, come se fosse arena, due

volle recitò in quel passaggio:[342] _Deus, in nomine tuo salvum me

fac, ed in virtute tua libera me_, e nella terza volta, alla parola

_fac_, si trovò sano dall'altra parte del fuoco, senza danno alcuno

nella persona, o nei lini del camice, o nella pianeta. Così il nipote

Landolfo ci racconta il fatto.

Questo fatto, riferitoci dal solo Landolfo, e adottato poscia da chi

scrisse dopo di lui, ha tanta somiglianza con quello che Desiderio,

abate di Monte Cassino, asserisce accaduto in Firenze, che non si

potrebbe giudicare quale dei due fosse l'originale e quale la copia;

se quello di Toscana non fosse stato collocato quarant'anni prima

di questo di Landolfo, che si colloca nell'anno 1103. A Firenze si

accusava quel vescovo di simonia: si propose di provarlo colla prova

del fuoco; si prepararono due cataste lunghe dieci piedi, alte e

larghe cinque, distanti appunto un piede e mezzo. Le misure sono le

medesime nel numero, sebbene da noi non erano piedi, ma braccia. Ivi

passò illeso un monaco Giovanni Aldobrandino, che fu poi chiamato

Giovanni Igneo: e l'uno e l'altro fatto si dice accaduto in quaresima.

Costretto a rinunziare alla fede di uno storico contemporaneo, ovvero

al buon senso, io abjurerò la prima: nè crederò che la novità abbia

operato un portento per approvare una temerità solennemente riprovata

dalla Chiesa in più concilii. Dopo un fatto cotanto decisivo, non

sarebbe stato possibile che i vescovi suffraganei, che erano in Milano

pel sinodo, non conoscessero la mano di Dio, e non concorressero a

deporre l'arcivescovo. Eppure lo stesso Landolfo ci avvisa che:[343]

_praesentia episcoporum suffraganeorum huic legi et triumpho favorem

integre non praebuit_[344], e il popolo istesso, pochi giorni dopo,

cambiossi di parere sul preteso miracoloso passaggio:[345] _turba

tristis de casu et ruina Grossulani, in presbyterum, et ejus legem

post paucos dies scandalizavit_. Ci narra di più lo stesso autore che

in quella occasione il prete ebbe offesa bensì una mano dal fuoco,

ma che se l'abbruciò prima di passarvi; che ebbe anche male a un

piede, ma che ne fu cagione un cavallo da cui fu calpestato. La verità

sola che oggi possiamo sapere è, che il fatto, come ce lo racconta

Landolfo, non è vero. Se qualche fatto simile vi è stato, conviene

allargare il viottolo, abbassare e sminuire le cataste, supporre il

prete che passi prima di una perfetta accensione; e allora con una

mano ed un piede offesi potremo accordare i due fenomeni, il fisico

ed il morale. Se poi il racconto fosse imitato da Landolfo dall'altra

favola toscana, per vanità di raccontare cose prodigiose, e per farsi

nipote di un taumaturgo, allora ne sarebbe ancora più semplice la

spiegazione. Nè sarà questa un'accusa troppo severa che noi faremo

all'ingenuità di questo storico, il quale ci vuol far credere che

un angelo sia venuto ad avvertirlo che il di lui zio Liprando era

ammalato:[346] _Mihi angelus occurrit dicens: presbyter Liprandus,

rediens a Valtellina, infirmus jacet ad monasterium de Clivate_[347]:

asserzione sul proposito della quale saggiamente riflette il nostro

conte Giulini, che «sarebbe stato desiderabile che lo storico ci

avesse additato i segni pe' quali egli s'avvide con tanta sicurezza,

che quello era un angelo[348]». Tutti i nostri autori però, ciecamente

appoggiati all'asserzione del solo Landolfo, hanno creduto vero un

tal prodigio; e nemmeno il nostro conte Giulini si è voluto segregare.

Sarebbe stato veramente desiderabile che avessero seguita l'opinione

piuttosto dei vescovi suffraganei e della plebe, che ne fu spettatrice.

Ma il meraviglioso seduce; non si ha coraggio di affrontare una lunga

tradizione per annunciare la verità, i di cui dritti non si prescrivono

giammai; ed è costretta la storia a raccontare di tali inezie, qualora

sieno generalmente credute.

Per otto anni ancora, dopo il raccontato prodigio, continuò

l'arcivescovo Grossolano a conservare la sua dignità, sebbene con

un partito contrario. Il papa lo considerò arcivescovo legittimo,

e non cessò d'esserlo, se non quando, portatosi egli, nel 1111, a

Costantinopoli, se gli elesse in Milano un successore. Morì frattanto

in Germania l'infelice imperatore Enrico III; ciò avvenne l'anno 1106.

Corrado, di lui figlio, se gli era ribellato, siccome dissi, adescato

da una vana lusinga di essere re d'Italia, ove visse con questo titolo

per obbedire a tutti i cenni della contessa Matilde. Anche l'altro

figlio Enrico si trovò modo di farlo ribelle al padre. Non si può

rinunziare ai sentimenti dell'umanità e della natura più freddamente

di quello che fece questo figlio Enrico, che il padre aveva già fatto

suo collega nel regno di Germania. Io ne racconterò l'avvenimento

colle parole istesse colle quali il conte Giulini lo riferisce. «I

vizi, le scostumatezze, la simonia, lo scisma dell'imperatore erano

veramente cose orribili a chi le considerava; ma pure dovevano con

pazienza tollerarsi da un suddito, e molto più da un figliuolo. Per

quanto la storia della vita di Enrico IV, re di Germania, e terzo

imperatore e re d'Italia, desti odio ed abborrimento contro dì lui,

quella della sua morte non lascia di muovere gli animi a compassione

e pietà. Altro io non dirò, se non che il misero principe, spogliato

a forza de' reali ornamenti, pentito de' commessi delitti senza poter

ottenere dal legato apostolico la desiderata assoluzione, prosteso a'

piè del figlio senza poter ottenere da lui un solo sguardo, finalmente

da disperato diede nuovamente di piglio alle armi; ma abbandonato

presso che da tutti, e giunto alle ultime angustie, alli sette di

agosto del corrente anno 1106 terminò in Liegi di puro cordoglio la

vita. Così castigò Iddio i suoi delitti in vita»[349]. I delitti di

questo principe sono di non aver voluto rinunziare alle investiture de'

vescovi, che avevano goduto i suoi antecessori. Le sue buone qualità

furono la generosità, la giustizia e il valore. Non rapì l'altrui, non

insidiò alcuno, non se gli rimprovera alcuna crudeltà. Egli comandava

in persona la sua armata; si trovò in sessantasei battaglie, e le vinse

tutte, eccetto quelle nelle quali fu tradito. Il di lui figlio Enrico,

che poi fu il quarto imperatore di questo nome, venne in Italia nel

1110; pretese dalle città lombarde l'antica obbedienza; trovò degli

ostacoli, poichè erano già avvezze a reggersi da sè. Novara, fra le

altre, non fu docile, e il re Enrico la incendiò; così fece a varie

altre castella e terre. L'infelice Enrico suo padre non adoperò il

fuoco per sottomettere i popoli. Questa feroce maniera di guerreggiare

mosse le altre città a cercare di guadagnarselo con denaro, con vasi

d'oro e d'argento; ma la popolata e nobile città di Milano non gli fece

regalo alcuno, nè in verun conto gli badò, come ci attesta il monaco

Donizzone, che in quei tempi scriveva le gesta della contessa Matilde

con versi assai meschini:

_Aurea vasa sibi nec non argentea misit_

_Plurima cum multis urbs omnis denique nummis:_

_Nobilis urbs sola Mediolanum populosa_

_Non servivit ei, nummum neque contulit aeris[350][351]._

Pareva che allora Milano ergesse già la testa sopra delle altre città

del regno italico. Prestarono però i Milanesi assistenza ad Enrico,

piuttosto come alleati, che come sudditi; e questa fu di molti armati

che lo accompagnarono a Roma per ricevervi la corona imperiale. È noto

che Pasquale II, papa, pretese, prima d'incoronarlo, che rinunziasse al

diritto di dare l'investitura ai vescovi. Ricusò Enrico di rinunziarvi,

e pretese, non meno di quello che aveva fatto suo padre, di conservare

questa ragione, posseduta dai precedenti augusti. Insisteva il papa;

nacque in Roma una zuffa: i Lombardi, uniti coi Tedeschi, frenarono

l'impeto de' pontificii, a segno che Enrico fece suo prigioniero il

papa, lo condusse fuori di Roma, nè gli accordò la libertà, se non

quando gli promise con solenne scrittura di lasciargli le investiture

come per lo passato. Ciò fatto, ei lo pose in libertà, e da esso fu

incoronato imperatore nella basilica Vaticana, il giorno 13 di aprile

1111. Per questa zuffa ne dovettero soffrire anche i Milanesi, de'

quali varii ne perirono, e fra gli altri Ottone Visconti:[352] _Otho

autem mediolanensis Vicecomes, cum multis pugnatoribus ejusdem regis,

in ipsa strage corruit in mortem amarissimam hominibus diligentibus

civitatem mediolanensem, et Ecclesiam_[353]. Questo Ottone è forse lo

stesso reso immortale dai due versi del Tasso:

_O 'l forte Otton, che conquistò lo scudo,_

_In cui da l'angue esce il fanciullo ignudo_[354]

L'imperatore Enrico V, che aveva degradato suo padre per aver sostenuto

le investiture dei vescovati, non solamente le sostenne ei medesimo,

ma colla forza sulla persona istessa del sommo pontefice se le fece

accordare. Nella costituzione che avevano presa le città italiche, non

vi rimaneva più altra dignità che potesse conferire l'imperatore, se

rinunziava alle investiture: e il titolo di re d'Italia, già diventato

sinonimo di protettore piuttosto che sovrano, sarebbe stato colla

rinunzia ridotto a una mera parola insignificante; come vi si ridusse

in fatti undici anni dopo, colla cessione che ne fece. I Milanesi

frattanto, inquieti, avvezzi alle fazioni, diretti da magistrati la

nuova autorità de' quali era incerta, mancanti di un sistema civile

che organizzasse la città, privi d'un regolamento che assicurasse

la vita e le sostanze del cittadino, avevano ottenuto piuttosto una

turbulente indipendenza, anzi che la libertà. Convien dire che allora

o non vi fosse uomo capace di progettare una costituzione, ovvero

che non venisse ascoltato. Avevamo impiegati i primi impeti nostri a

lacerarci vicendevolmente colle civili dissensioni; i secondi impeti

furon adoperati per rovinare i vicini meno forti di noi. La città di

Lodi fu distrutta da noi quasi sotto gli occhi dell'imperatore Enrico,

che ritornava da Roma dopo la sua incoronazione:[355] _Mediolanenses

quoque, cum iste imperator per Veronam a Roma in Germaniam properabat,

gladiis et incendiis, diversisque instrumentis, funditus destruxerunt

Laudem, in Langobardia civitatem alteram._[356]. Un calendario antico,

stampato nella raccolta _Rerum Italicarum_[357], dice:[358] _VII

kal. (junii) MCXI capta est civitas Laudensis a Mediolanensibus_

(1111); e la cronica di Filippo da Castel Seprio dice:[359] _anno

MCXI die VII ante kal. junii destructa est civitas Laudensis, et

jacuit annis XLVIII._ Qual fosse il motivo che inducesse i Milanesi

a simile crudeltà, non lo sappiamo. Il nostro Tristano Calchi così

ne ragiona:[360] _De Laudis vero Pompejae eversione haud immerito

prudens lector uberiora desideraverit: sed mecum transeat oportet,

cujus in manus plura in eam rem, et si diligenter perquisiverim, non

venerunt. Caeterum constat et duras leges et foedam servitutem victis

impositam fuisse: dejectisque caeteris aedificiis, et urbis moenibus,

vix agrestium similes vici, et pauperum tuguria miseris civibus, quae

inhabitarent relicta; et pro magno commodo existimatum, quod vicum

cognomine Placentinum reliquerint, in quo solitum mercatum octavo

quoque die continuarent, sed nec rem alienare, matrimonia contrahere,

post occasum solis in pubblicum prodire, certosve fines excedere

inconsulto magistratu mediolanensi licebat; si quipiam paulo remotius

sermones contulissent, continuo, novorum consiliorum suspecti, aere

multabantur, aut fustibus caedebantur, quibus aerumnis indignati

plurimi diversa exilia petere maluerunt, et perpetuo patriis finibus

carere_[361]. La città di Lodi era fabbricata sopra di un fiumicello

chiamato Silaro, fra l'Adda ed il Lambro: anche al dì d'oggi se ne

vedono le vestigia al sito che si chiama _Lodi Vecchio_. La città di

Lodi presentemente non dovrebbe più portare il nome di Pompeo, poichè

deve la sua esistenza a Federico imperatore, che la fece fabbricare

alle sponde dell'Adda, quattro miglia distante dalla città di Pompeo.

(1127) Dopo avere per tal modo rovinati i Lodigiani, ci siamo rivolti

a danneggiare i Comaschi, i quali, col favore d'un paese montuoso,

disputarono per alcuni anni, ma finalmente, superati dai Milanesi,

videro la toro città e i sobborghi distrutti l'anno 1127. Co' Pavesi

parimenti ai mosse la guerra; e nel 1152 ci riuscì di dar loro una

rotta a Marcinago: ma la città loro, munita di antiche e solide

fortificazioni, fu un ricovero sicuro per essi. Attaccammo briga coi

Cremonesi, e nel 1157 c'impadronimmo del castello di Zenivolta, e femmo

prigioniero il vescovo di Cremona Uberto, che era _armato con l'usbergo

come un Paladino, e, inanimando i suoi alla battaglia, si era spinto

contro uno de' nostri, e stava terminando di ammazzarlo_[362]. Tale era

la strana condotta di una nascente Repubblica, che doveva saggiamente

premunirsi contro le fondate pretensioni dell'impero, collegandosi e

rendendosi amiche le altre città. Questo errore lo vedremo poi punito

da Federico, e la punizione fu meritata. Lo stato della prosperità

è il più funesto di tutti per una città che diventi libera dopo di

avere sofferta la servitù. Nella loro infanzia le repubbliche hanno

bisogno d'essere circondate dai pericoli per obbligare i cittadini ad

accostarsi fra loro, e prendere cura incessante degl'interessi comuni.

Se questi manchino, non vi è più quel principio che può solo formare

un sistema capace di reggere alla prosperità; vi vuole un nemico e un

comune pericolo per acquistare un interesse e un sentimento comune, e

così animarsi la repubblica.

Storia di Milano, vol. 1 · 第 14 / 31 段