rinunzia fattane da Guidone: perchè Gotofredo non potè mai farne le
funzioni per la potenza di Erlembaldo, che glielo impediva. Erlembaldo,
di propria autorità, pretese di creare un arcivescovo, e innalzò a
questo grado un giovane chiamato Attone.[297] _Herlembaldus_, dice
Landolfo Seniore, _producens quemdam Attonem, sibique consentientem,
coram omni multitudine, ore suo inclito elegit. Hoc videns majorum
et minorum multitudo tam suorum quam adversarium, quae noviter
fidelitatem imperatori juraverat, sumptis armis, magnoque praelio,
Attonem noviter electum, multis cum plagis, et sacramentis,
archiepiscopatum inremeabiliter refutare fecit_: su di che veggasi il
conte Giulini[298]. Papa Alessandro II tenne un concilio in Roma, in
cui dichiarò scomunicato l'arcivescovo Gotofredo, valida l'elezione
di Attone, e nulla la rinunzia da lui fatta. Nel primo sabbato di
quaresima del 1071 era avampato un grandissimo incendio in Milano,
e nell'anno 1075 un secondo incendio furiosissimo la devastò più
che mai; e queste deplorabili sciagure forse non a caso piombavano
sulla città. Ad Alessandro II era succeduto Ildebrando, col nome di
Gregorio VII. Egli non acquistò influenza maggiore di quella che in
prima aveva da più anni: seguitò il sistema introdotto; nuovamente
scomunicò l'arcivescovo Gotofredo, che pure era stato consacrato
dai suffraganei; animò il vescovo di Pavia ad unirsi con Erlembaldo
per sostenere Attone. Nella settimana Santa gli ordinari celebravano
l'antica funzione di battezzare; Erlembaldo, colla forza, venne di
mezzo ai sacri ministri, gittò a terra il Sacro Crisma, col motivo che
fosse questo stato benedetto da un vescovo scismatico[299]. In mezzo a
questo cumulo di strane miserie, i nobili finalmente, vedendo i mali
giunti all'estremo, e non tollerando che affatto rimanesse la loro
patria un mucchio di rovine, si collegarono, e dalla campagna ove, come
dissi, stavano ritirati, presero il partito di ritornare unitamente
in città, conducendo una buona scorta de' loro vassalli armati, per
discacciarne Erlembaldo. Erlembaldo _armato di tutto punto sopra d'un
generoso destriero_[300], preso il vessillo romano, si pose alla testa
della sua fazione per disputarla; ma infelicemente per lui, che sul
campo rimase ucciso. L'allegrezza nata nella città per tal fatto meglio
è l'udirla dallo storico contemporaneo Arnolfo[301]:[302] _Eadem hora,
post hoc insigne tropheum, cives omnes triumphales personant hymnos
Deo, ac patrono suo Ambrosio, armati adeuntes ipsius ecclesiam. In
crastinum, simul cum clero laici in letaniis, et laudibus ad sanctum
denuo procedentes Ambrosium, reatus praeteritos confitentur alterutrum;
absolutione vero a sacerdotibus, qui praesto aderant, celebrata,
reversus est in pace populus universus ad propria. Hic jam apparet
schismatis hujusce terminus, decem novem per annos semper ab ipsa
radice pullulando protensi_. Pochi anni dopo Urbano II _riconobbe
Erlembaldo per santo, e trasportò solennemente le sue reliquie_[303].
La Chiesa però non celebra la memoria di Erlembaldo, e di lui può
liberamente la critica esaminare il merito e la virtù.
Le forze di Roma rimasero dissipate affatto con questo avvenimento;
si rivolse perciò Gregorio VII ad un altro partito. Primieramente egli
sottrasse molti vescovi suffraganei dalla dipendenza dell'arcivescovo
di Milano. Qualche leggiero distacco n'era già seguito in prima.
Pavia, già fino dal settimo secolo, s'era sottratta, e il di lei
vescovo, come vescovo della città dominante, si era reso indipendente
dal metropolitano[304]; indi Giovanni VIII, nell'874, aveva dilatata
la giurisdizione del vescovo di Pavia a scapito della diocesi di
Milano; ma Ildebrando sottopose Como al patriarca d'Aquilea; Aosta
all'arcivescovo di Tarantasia; Coira all'arcivescovo di Magonza[305].
Così la dignità del metropolitano venne a scemarsi. Secondariamente,
per i maneggi della contessa Matilde, ligia e mossa in tutto da
Gregorio VII, Milano si ribellò al re Enrico III, che allora era
imperatore, per quei mezzi istessi pei quali se li ribellò Corrado
II, di lui figlio; e così Milano, spontaneamente, e quasi per
stanchezza di resistere, dopo trentatre anni di guerra, si rese
soggetta a Roma, e l'arcivescovo divenne semplicemente il vicario
del sommo pontefice. Se alla fine del capitolo primo indicai con
quali riguardi i sommi pontefici trattavano nelle loro lettere gli
arcivescovi di Milano, ora non potrò più riferire che scrivessero:[306]
_Reverendissimo et sanctissimo confratri_, ma dirò che Urbano II, nel
1093, scriveva:[307] _Discretioni nostrae videtur quatenus, secundum
praecepti nostri tenorem..... facias_[308]. Vero è che non per ciò
immediatamente la creazione dell'arcivescovo potè appropriarsela il
papa; per qualche tempo durò un resto di libertà nell'elezione. Ma
i papi cominciarono a deviare dalla consacrazione de' suffraganei; e
l'anno 1095, Urbano II volle che il nuovo arcivescovo Arnolfo venisse
consacrato dall'arcivescovo di Salisburgo, dal vescovo di Passavia
e dal vescovo di Costanza. S'introdusse il rito che l'arcivescovo
non portasse il pallio, se non ricevuto che l'avesse dal papa. In
appresso si volle che dovesse portarsi il nuovo arcivescovo in Roma
per ricevere il pallio e giurare obbedienza. Poi si sottrassero dalla
giurisdizione dell'arcivescovo i monaci, i quali, sino allora, erano
stati a lui soggetti, come tutti gli altri ecclesiastici. Quindi
si posero ad accordare delle indulgenze; e la più antica che ne ha
ritrovata il conte Giulini è dell'anno 1099[309]. In séguito Genova
venne sottratta all'arcivescovo e creata arcivescovato; Bobbio fu
staccato dal metropolitano, e assoggettato a Genova. Gradatamente
furono la maggior parte de' vescovi suffraganei o dichiarati dipendenti
immediatamente dalla santa sede romana, ovvero incorporati con altre
chiese arcivescovili. Così la gran mole della chiesa ambrosiana venne
a rendersi assai meno importante, e in ogni sua parte interamente
sommessa alla giurisdizione romana.
Che accadesse ai sacerdoti ammogliati esattamente nol so. Nessuna
memoria ritrovo da cui chiaramente si vegga accettata la proibizione
di esercitare il sacerdozio a chi aveva moglie; anzi mi pare probabile
che, rivoltesi le mire di Roma al punto della soggezione, poichè vide
piegarsi le cose a seconda, non si volle insistere sopra un punto
irritabile, e che poteva dare nuove scosse e rovesciare il disegno.
Pare che si avesse di mira d'obbligare piuttosto indirettamente
al celibato coloro che dovevansi promuovere ai sacri ordini, anzi
che instare e costrignere i sacerdoti ammogliati alla dura scelta
o di perdere lo stato loro, o di abbandonare disonorata e senza
condizione la moglie, e macchiare i figli. Questa opinione mi sembra
confermata, esaminando gli atti d'un sinodo tenutosi in Milano,
pubblicati dal dottore Sormani nel libro intitolato: _Gloria dei
santi milanesi_. Questa sacra adunanza si tenne l'anno 1098. Il fine
sembrò essere quello di consolidare il sistema dipendente da Roma, e
di prescrivere una più santa disciplina al clero. In quel concilio si
pronunzia l'esecrazione contro della simonia; e del matrimonio degli
ecclesiastici non si parla:[310] _Sicut a sanctis patribus stactutum
legimus, simoniacam haeresim in sacris ordinibus, et in ecclesiarum
beneficiis execramus, et ab ecclesia radicitus extirpare per omnia
volumus_; così leggesi in quegli atti. Delle due riforme la più facile
certamente non era quella di far abbandonare le mogli ai sacerdoti;
anzi quella sola fu impugnata. Del pagamento che facevasi per le
ordinazioni, non ne venne nemmeno fatta difficoltà per abolirlo. O
dunque questa legge contro la simonia è stata allora fatta, dappoichè
in pratica erasi abolita la tassa unicamente per avvalorare sempre
più la riforma; e in tal caso non si sarebbe ommessa una dichiarazione
uguale, sul non meno importante articolo del celibato, per rinfiancarne
la perpetua osservanza, se già si era ciò ottenuto: ovvero la legge
contro la simonia vogliam dire che supponesse ancora quella vigente;
ed allora dovremmo supporre essersi disimpegnato senza strepito alcuno
l'oggetto intralciatissimo dei matrimonii, prima che si abolisse una
tassa, che poi non era difficile l'abolire; e che il concilio nessun
pensiero si prendesse del pericolo che la opinione tanto ostinatamente
sostenuta pochi anni prima, ritornasse a prender partito, il che non mi
pare verisimile. Il silenzio adunque di quel concilio sembra indicare
una tolleranza per allora su quel punto di disciplina. Anzi mi sembra
di ravvisare in quel concilio una legge che tende indirettamente al
celibato degli ecclesiastici; quella cioè con cui si proibisce che
nessun ecclesiastico possa godere qualsivoglia beneficio, se prima
non rinunzia a quanto possiede di suo patrimonio. Con tal legge
s'allontanava l'ammogliato dal cercare beneficii per non lasciare
i figli nell'inopia. Ecco le parole del sinodo:[311] _Statuimus
etiam juxta sanctorum patrum instituta et primitivae ecclesiae
formam, nullum clericorum ecclesiarum beneficia possidere, nisi,
abrenuntiatis omnibus propriis, velit fieri ejus discipulus in cujus
sorte videtur esse electus. Si quis autem foris esse maluerit, non ei
clericatum auferimus, tantum ecclesiastica beneficia interdicimus._
Mi pare ancora più chiaramente provato che per allora si lasciavano
al godimento dei loro beneficii i sacerdoti ammogliati, dall'altro
canone dello stesso concilio, in cui si prescrive che, siccome per lo
passato alcuni avevano ottenuto la successione ai beneficii goduti
dal padre, quantunque il figlio all'atto di succedergli non fosse
nemmeno cherico, così si minaccia la scomunica a chiunque in avvenire
tentasse di usurparsi per successione i beneficii medesimi; il che fa
vedere che alcuni beneficiati allora avevano i loro figli, e che v'era
pericolo che continuassero i beneficii per eredità:[312] _Et quia
nonnulli intra sanctam Ecclesiam tam clerici, quam etiam laici per
paternam successionem...... archidiaconatum, vel archipresbyteratum,
cimiliarchiam, aut etiam aliquid de beneficiis ad ecclesiarum officia
pertinentibus hactenus possidere conati sunt: in hoc sacro conventu
praefixum est, et omnibus definitum, ut si quis, hujusmodi nefanda
cupiditate ductus, ecclesiam ulterius possidere tentaverit, et
haereditate sanctuarium Dei obtinere praesumpserit, juxta profeticam
vocem; quousque resipiscat, anathematis vinculo subjaceat._ Così quel
sinodo. Se le nozze dei preti fossero state proscritte, è naturale
che, oltre di farne menzione, si sarebbero anche i figli de' sacerdoti
dichiarati illegittimi, e per questo titolo esclusi dai beneficii.
Parmi adunque probabile che si lasciassero per allora vivere in pace
i sacerdoti ammogliati, e che siasi poi introdotto poco a poco anche
da noi il celibato, senza violenza, puramente colle ordinazioni date
solamente ai celibi. Di fatti, nell'anno 1152, certo canonico di Monza
Mainerio Bocardo, nel suo testamento, che ritrovasi in quell'archivio,
in pergamena segnata n. 4 (di cui ho avuta la notizia dal chiarissimo
signor canonico teologo don Antonio Francesco Frisi, conosciuto
per le erudite sue dissertazioni sulle antichità monzesi), ordina
che se gli celebri l'annuale il dì della sua morte, e che il di lui
erede[313]_persolvat omni anno in annuali meo canonicis et decumanis
et custodibus ipsius ecclesiae non habentibus uxorem, qui in annuali
meo fuerint, per unumquemque canonicum denarios quatuor, custodibus
et decumanis binos denarios_: e poi più sotto vi si legge:[314] _Si
vero aliquis ex istis canonicis fuerit infirmus, etiam si non fuerit
in annualibus istis, volo habeat istam benedictionem, et si aliquis
habuerit uxorem, nolo ut habeat istam benedictionem._ Le quali parole
sembrano assai concludentemente provare che sino alla metà del secolo
duodecimo siasi continuata l'usanza di non escludere dagli ordini
sacri gli ammogliati; e che, ottenuta che si ebbe la soggezione della
chiesa milanese alla giurisdizione di Roma, si cessò di perseguitare il
matrimonio dei preti; e lentamente soltanto, e col favor del tempo, si
dilatò la legge del celibato.
Questa mutazione di stato della chiesa milanese rappresenta una
serie crudele di partiti, tumulti, saccheggi, incendii, sacrilegi,
profanazioni, orrori d'ogni sorta. Tutto fu opera d'Ildebrando,
che tutto architettò e diresse. Se risguardiamo il fine di togliere
dalla Chiesa gli abusi nelle elezioni, ci si diminuisce in parte il
sentimento contrario ai mezzi usati. Se poi consideriamo Ildebrando
da un altro canto, non possiamo ricusare la nostra stima al progetto
che immaginò. Egli forse considerava l'Italia, un tempo signora,
manomessa dai Goti, dai Vandali, Longobardi, Saraceni e Greci; divisa
come ella era, doveva ubbidire ora ai Borgognoni, ora ai Provenzali,
ora ai Bavari, ora ad altre straniere genti. Conveniva concentrare
la forza d'Italia in un punto, ridurla ad uno stato unito per darle
un'esistenza. Roma è la capitale; forza era adunque di assoggettare
l'Italia a Roma, e così far fronte agli estranei. Il tempo era
opportuno, per la debolezza di Enrico. La forza politica della
Lombardia era principalmente collocata nei vescovi: sottomessi questi,
era formata la romana potenza. L'oggetto era grande. Ma egli è giusto
e ragionevole l'avventurare il riposo e la sicurezza della generazione
vivente, che ha un diritto attuale di esistere bene, colla speranza
incerta di procurare la tranquillità alle generazioni che nasceranno?
È egli ragionevole e giusto un tal sacrificio, quando anche fosse
sicuro il bene che procuriamo ai successori? Gli uomini che hanno fatto
parlar di loro la storia e ottennero il nome di grandi, non hanno mai
esaminate bene simili questioni.
CAPITOLO VI.
_Della nascente repubblica di Milano sino all'imperatore Federico
I._
Si è veduto nel capitolo antecedente come l'imperatore non si
intromettesse mai nella lunga guerra civile per la giurisdizione di
Roma sulla chiesa milanese. I Milanesi profittavano della debolezza
dell'imperatore per sottrarsi dalla soggezione del sovrano. Non
solamente guerreggiavano per distruggersi, divisi in due fazioni,
ma si arrogavano la facoltà di farsi degli alleati, di mover guerre,
e così fecero nel 1059 unendosi coi Lodigiani contro de' Pavesi. Un
pubblicista cercherà con qual diritto così pretendesse di operare una
città suddita. Uno storico si limita a dire che mancava al sovrano
allora la forza, come ne' secoli precedenti ella era mancata a questi
popoli a fronte de' Longobardi, de' Franchi e dei Sassoni; e che in
que' secoli non si conoscevano fra il sovrano ed i sudditi i dolci
e potentissimi vincoli della beneficenza e dell'amore. Sebbene però
Milano si reggesse da sè, una apparente dipendenza del sovrano si
conservava; e primieramente, prima dell'imperatore Federico, le
monete di Milano portarono sempre il nome dell'imperatore, come fanno
anche oggidì le città libere dell'Impero[315]. Oltre all'onore di
porre il nome nelle monete, egli è certo altresì che l'anno 1075
i Milanesi vollero dipendere dal re Enrico per la elezione d'un
arcivescovo. Guidone aveva rinunziato l'arcivescovato a Gotofredo,
siccome dissi: questi era stato consacrato; ma il partito di Erlembaldo
non permise mai che possedesse i beni o che esercitasse il suo
ministero. Erlembaldo aveva eletto Attone: il popolo lo aveva colle
percosse costretto a rinunziare; non era mai stato ordinato; e il
papa lo sosteneva. I Milanesi ricorsero al re Enrico, che nominò per
arcivescovo Tealdo, milanese, che possedeva un ufficio nella sua reale
cappella. Gregorio VII gli comandò che non ardisse di farsi ordinare
se prima non veniva a Roma, ove il papa voleva decidere fra esso e
Attone; nel tempo stesso scrisse ai vescovi suffraganei, comandando
loro di non consacrare Tealdo. Tealdo nondimeno fu consacrato
solennemente, e posto nel suo ufficio, poichè Erlembaldo era stato
ucciso. Il papa, in un concilio tenuto in Roma nel 1078, lo scomunicò
insieme coll'arcivescovo di Ravenna; eccone la cagione:[316] _Thealdum
dictum archiepiscopum mediolanensem, et ravennatem Guibertum, inaudita
haeresi et superbia adversus hanc sanctam catholicam ecclesiam se
extollentes, ab episcopali omnino suspendimus, et sacerdotali officio,
et olim jam factum anathema super ipsos innovamus_[317]. Più volte fu
ripetuta la scomunica; ma non per ciò le funzioni di Tealdo vennero
sospese. Ildebrando ebbe una superiorità senza esempio quando vide il
re Enrico nel castello di Canossa, a piedi nudi, nel mese di gennaio
del 1077, aspettare per tre giorni la grazia di gettarsegli ai piedi,
e implorare l'assoluzione della scomunica. Ma fu ben diversa la scena
nel 1084, quando Enrico s'impadronì di Roma, fece incoronare papa
appunto Guiberto, arcivescovo di Ravenna, e ne scacciò Ildebrando,
che, rifuggiatosi in Salerno, poco dopo terminò la sua vita. A questa
impresa molto contribuirono i militi che l'arcivescovo Tealdo spedì in
soccorso di Enrico.
(1086) Morto che fu l'arcivescovo Tealdo, dall'imperatore Enrico
fugli destinato a succedere Anselmo da Ro, il quale abbandonò il
partito imperiale, e interamente si collegò col partito romano. La
famosa contessa Matilde sembrava che conservasse tutto lo spirito di
Gregorio VII, a cui fu tanto ossequiosa mentre visse. Per opera di lei
fu sedotto Corrado a diventare ribelle al padre Enrico Augusto. Essa
lo adescò mostrandogli la corona d'Italia, e indusse l'arcivescovo
di Milano a incoronare solennemente in Sant'Ambrogio Corrado (1093).
Un arcivescovo che doveva ad Enrico la sua dignità, che da lui non
fu mai offeso, che doveva ai popoli servire d'esempio di rettitudine,
consacra nel tempio di Dio, scrutatore dei cuori, un figlio traditore e
ribelle ad Enrico, per compiacere alle brighe della contessa Matilde,
dimenticando il giuramento di fedeltà, profanando le sacre cerimonie,
abusando della religione.... Volgiamoci ad altre idee, e benediciamo
il secolo più illuminato e più felice in cui viviamo! Corrado, poichè
in tal forma venne unto re, come ostaggio rimase presso la contessa
Matilde; e non avendo che il titolo di sovrano, dovette dare il suo
nome a quanto a lei piacque. Morì Anselmo da Ro, e il legato romano
elesse per arcivescovo Anselmo da Boisio, che ebbe il bastone pastorale
dalla contessa Matilde, e il pallio dal papa; e si pose a esercitare
il suo ministero senza dipendenza alcuna, nè dall'imperatore Enrico
nè dal re Corrado. Assoggettata così la dignità del metropolitano, e
resa dipendente, si può a quest'epoca fissare il primo germe della
repubblica milanese: poichè, se in prima l'arcivescovo godeva, per
l'eminenza del suo grado, una sorta di principato nella città; ora i
nobili e la plebe, vedendolo ridotto all'obbedienza, poterono bensì
conservare una rispettosa deferenza al di lui sacro carattere, ma
non vi trovarono più quella distanza che l'opinione deve collocare
fra chi obbedisce e chi comanda. Perciò, verso la fine del secolo
undecimo, si crearono per la prima volta i consoli della repubblica
milanese, e con questa nuova magistratura si venne a formare una
sovranità che rappresentava tutto il popolo[318], e si vennero ad
abolire gli ufficiali regii. L'arcivescovo dovette subordinare a questo
senato persino i decreti sinodali, acciocchè venissero confermati
coll'acclamazione[319] _fiat, fiat_, quando piacevano. In fatti nel
1100 dovette l'arcivescovo ottenere il consenso di que' magistrati,
perchè si accordasse franchigia a chi veniva a certa solennità del
Santo Sepolcro in Milano. Come poi questi consoli allora venissero
eletti; se dai soli nobili, ovvero promiscuamente; quanto la loro
dignità durasse, le memorie di quei tempi non ce lo insegnano. Certo
è però che monete nè di Corrado nè col nome della Repubblica non ve
ne sono; e che le sole fra gli Ottoni e Federico che si conoscono
sinora, sono dei re Enrici e degl'imperatori Enrici, onde la repubblica
si considerò sempre sotto la protezione imperiale. Pochi anni dopo
sappiamo che il numero de' consoli era diciotto, e talvolta anche
maggiore. Sembra che questi consoli formassero il minore consiglio,
sempre adunato e sempre attivo per reggere la città; e che negli affari
di maggiore importanza questi consoli intimassero una generale adunanza
del popolo. Nel 1130 i consoli erano venti, ed erano stati eletti
dalle tre classi di cittadini, cioè dai _capitani_, i quali erano i
nobili del primo ordine, dai _valvassori_, che erano nobili bensì, ma
di minore autorità, e dai _cittadini_, che erano come il terzo ordine.
Il numero dei consoli cittadini era minore di quello di ciascuna delle
altre due classi; onde l'autorità realmente era presso i nobili[320],
non rimanendo ai cittadini poco più che l'apparenza, come in Roma, ne'
comizi centuriati. La repubblica di Milano però era ben piccola allora,
poichè la giurisdizione di lei si limitava a poco più della mera città;
e la campagna che le stava intorno, formava diversi altri piccoli
Stati indipendenti da lei, e così v'erano i conti del _Seprio_, i conti
della _Martesana_ e altri distretti, che avevano un governo parziale
e i loro consoli[321]; di che rimasero sino al 1781 le vestigia nelle
diverse misure, che furono in uso in Monza, Lecco ed altri borghi del
ducato, abolite or ora. Questo è tutto quello che sappiamo intorno la
costituzione civile di Milano verso il principio del secolo duodecimo.
L'autorità suprema si riconosceva presso dell'imperatore, il di cui
nome incidevasi nelle monete, e dal quale ricevevano la giurisdizione
alcuni giudici e messi che decidevano le controversie dei privati[322].
Ma il governo politico, la pace e la guerra, l'imposizione e
riscossione de' tributi erano presso la città istessa. Landolfo il
Giovine, parlando dell'anno 1112, così si esprime:[323] _Papienses
et Mediolanenses statuerunt et juraverunt sibi foedera, quae nimium
quibusdam videntur fuisse imperatoriae majestati, et apostolicae
auctoritate contraria; cum illi cives juraverent sibi servare se et sua
contra quemlibet mortalem hominem natum vel nasciturum_; dal che pare
che, collegandosi per difendere le cose loro contro qualunque uomo,
tacitamente s'intendesse la disposizione di contrastare colla forza
all'imperatore, qualora cercasse di toglier loro o i nuovi magistrati,
o i tributi, o la giurisdizione che esercitavano. Nelle carte de'
contratti, testamenti, sentenze, ec., si soleva in prima porre il nome
dell'imperatore o re d'Italia: _Regnante Domino nostro_, il tale. Al
principio del secolo duodecimo non più si fece questa menzione. In una
parola la costituzione civile di Milano allora divenne, siccome dissi,
a un dipresso simile a quella d'una città libera dell'impero.