L'arcivescovato di Milano restò vacante per circa sette anni, dopo la

rinunzia fattane da Guidone: perchè Gotofredo non potè mai farne le

funzioni per la potenza di Erlembaldo, che glielo impediva. Erlembaldo,

di propria autorità, pretese di creare un arcivescovo, e innalzò a

questo grado un giovane chiamato Attone.[297] _Herlembaldus_, dice

Landolfo Seniore, _producens quemdam Attonem, sibique consentientem,

coram omni multitudine, ore suo inclito elegit. Hoc videns majorum

et minorum multitudo tam suorum quam adversarium, quae noviter

fidelitatem imperatori juraverat, sumptis armis, magnoque praelio,

Attonem noviter electum, multis cum plagis, et sacramentis,

archiepiscopatum inremeabiliter refutare fecit_: su di che veggasi il

conte Giulini[298]. Papa Alessandro II tenne un concilio in Roma, in

cui dichiarò scomunicato l'arcivescovo Gotofredo, valida l'elezione

di Attone, e nulla la rinunzia da lui fatta. Nel primo sabbato di

quaresima del 1071 era avampato un grandissimo incendio in Milano,

e nell'anno 1075 un secondo incendio furiosissimo la devastò più

che mai; e queste deplorabili sciagure forse non a caso piombavano

sulla città. Ad Alessandro II era succeduto Ildebrando, col nome di

Gregorio VII. Egli non acquistò influenza maggiore di quella che in

prima aveva da più anni: seguitò il sistema introdotto; nuovamente

scomunicò l'arcivescovo Gotofredo, che pure era stato consacrato

dai suffraganei; animò il vescovo di Pavia ad unirsi con Erlembaldo

per sostenere Attone. Nella settimana Santa gli ordinari celebravano

l'antica funzione di battezzare; Erlembaldo, colla forza, venne di

mezzo ai sacri ministri, gittò a terra il Sacro Crisma, col motivo che

fosse questo stato benedetto da un vescovo scismatico[299]. In mezzo a

questo cumulo di strane miserie, i nobili finalmente, vedendo i mali

giunti all'estremo, e non tollerando che affatto rimanesse la loro

patria un mucchio di rovine, si collegarono, e dalla campagna ove, come

dissi, stavano ritirati, presero il partito di ritornare unitamente

in città, conducendo una buona scorta de' loro vassalli armati, per

discacciarne Erlembaldo. Erlembaldo _armato di tutto punto sopra d'un

generoso destriero_[300], preso il vessillo romano, si pose alla testa

della sua fazione per disputarla; ma infelicemente per lui, che sul

campo rimase ucciso. L'allegrezza nata nella città per tal fatto meglio

è l'udirla dallo storico contemporaneo Arnolfo[301]:[302] _Eadem hora,

post hoc insigne tropheum, cives omnes triumphales personant hymnos

Deo, ac patrono suo Ambrosio, armati adeuntes ipsius ecclesiam. In

crastinum, simul cum clero laici in letaniis, et laudibus ad sanctum

denuo procedentes Ambrosium, reatus praeteritos confitentur alterutrum;

absolutione vero a sacerdotibus, qui praesto aderant, celebrata,

reversus est in pace populus universus ad propria. Hic jam apparet

schismatis hujusce terminus, decem novem per annos semper ab ipsa

radice pullulando protensi_. Pochi anni dopo Urbano II _riconobbe

Erlembaldo per santo, e trasportò solennemente le sue reliquie_[303].

La Chiesa però non celebra la memoria di Erlembaldo, e di lui può

liberamente la critica esaminare il merito e la virtù.

Le forze di Roma rimasero dissipate affatto con questo avvenimento;

si rivolse perciò Gregorio VII ad un altro partito. Primieramente egli

sottrasse molti vescovi suffraganei dalla dipendenza dell'arcivescovo

di Milano. Qualche leggiero distacco n'era già seguito in prima.

Pavia, già fino dal settimo secolo, s'era sottratta, e il di lei

vescovo, come vescovo della città dominante, si era reso indipendente

dal metropolitano[304]; indi Giovanni VIII, nell'874, aveva dilatata

la giurisdizione del vescovo di Pavia a scapito della diocesi di

Milano; ma Ildebrando sottopose Como al patriarca d'Aquilea; Aosta

all'arcivescovo di Tarantasia; Coira all'arcivescovo di Magonza[305].

Così la dignità del metropolitano venne a scemarsi. Secondariamente,

per i maneggi della contessa Matilde, ligia e mossa in tutto da

Gregorio VII, Milano si ribellò al re Enrico III, che allora era

imperatore, per quei mezzi istessi pei quali se li ribellò Corrado

II, di lui figlio; e così Milano, spontaneamente, e quasi per

stanchezza di resistere, dopo trentatre anni di guerra, si rese

soggetta a Roma, e l'arcivescovo divenne semplicemente il vicario

del sommo pontefice. Se alla fine del capitolo primo indicai con

quali riguardi i sommi pontefici trattavano nelle loro lettere gli

arcivescovi di Milano, ora non potrò più riferire che scrivessero:[306]

_Reverendissimo et sanctissimo confratri_, ma dirò che Urbano II, nel

1093, scriveva:[307] _Discretioni nostrae videtur quatenus, secundum

praecepti nostri tenorem..... facias_[308]. Vero è che non per ciò

immediatamente la creazione dell'arcivescovo potè appropriarsela il

papa; per qualche tempo durò un resto di libertà nell'elezione. Ma

i papi cominciarono a deviare dalla consacrazione de' suffraganei; e

l'anno 1095, Urbano II volle che il nuovo arcivescovo Arnolfo venisse

consacrato dall'arcivescovo di Salisburgo, dal vescovo di Passavia

e dal vescovo di Costanza. S'introdusse il rito che l'arcivescovo

non portasse il pallio, se non ricevuto che l'avesse dal papa. In

appresso si volle che dovesse portarsi il nuovo arcivescovo in Roma

per ricevere il pallio e giurare obbedienza. Poi si sottrassero dalla

giurisdizione dell'arcivescovo i monaci, i quali, sino allora, erano

stati a lui soggetti, come tutti gli altri ecclesiastici. Quindi

si posero ad accordare delle indulgenze; e la più antica che ne ha

ritrovata il conte Giulini è dell'anno 1099[309]. In séguito Genova

venne sottratta all'arcivescovo e creata arcivescovato; Bobbio fu

staccato dal metropolitano, e assoggettato a Genova. Gradatamente

furono la maggior parte de' vescovi suffraganei o dichiarati dipendenti

immediatamente dalla santa sede romana, ovvero incorporati con altre

chiese arcivescovili. Così la gran mole della chiesa ambrosiana venne

a rendersi assai meno importante, e in ogni sua parte interamente

sommessa alla giurisdizione romana.

Che accadesse ai sacerdoti ammogliati esattamente nol so. Nessuna

memoria ritrovo da cui chiaramente si vegga accettata la proibizione

di esercitare il sacerdozio a chi aveva moglie; anzi mi pare probabile

che, rivoltesi le mire di Roma al punto della soggezione, poichè vide

piegarsi le cose a seconda, non si volle insistere sopra un punto

irritabile, e che poteva dare nuove scosse e rovesciare il disegno.

Pare che si avesse di mira d'obbligare piuttosto indirettamente

al celibato coloro che dovevansi promuovere ai sacri ordini, anzi

che instare e costrignere i sacerdoti ammogliati alla dura scelta

o di perdere lo stato loro, o di abbandonare disonorata e senza

condizione la moglie, e macchiare i figli. Questa opinione mi sembra

confermata, esaminando gli atti d'un sinodo tenutosi in Milano,

pubblicati dal dottore Sormani nel libro intitolato: _Gloria dei

santi milanesi_. Questa sacra adunanza si tenne l'anno 1098. Il fine

sembrò essere quello di consolidare il sistema dipendente da Roma, e

di prescrivere una più santa disciplina al clero. In quel concilio si

pronunzia l'esecrazione contro della simonia; e del matrimonio degli

ecclesiastici non si parla:[310] _Sicut a sanctis patribus stactutum

legimus, simoniacam haeresim in sacris ordinibus, et in ecclesiarum

beneficiis execramus, et ab ecclesia radicitus extirpare per omnia

volumus_; così leggesi in quegli atti. Delle due riforme la più facile

certamente non era quella di far abbandonare le mogli ai sacerdoti;

anzi quella sola fu impugnata. Del pagamento che facevasi per le

ordinazioni, non ne venne nemmeno fatta difficoltà per abolirlo. O

dunque questa legge contro la simonia è stata allora fatta, dappoichè

in pratica erasi abolita la tassa unicamente per avvalorare sempre

più la riforma; e in tal caso non si sarebbe ommessa una dichiarazione

uguale, sul non meno importante articolo del celibato, per rinfiancarne

la perpetua osservanza, se già si era ciò ottenuto: ovvero la legge

contro la simonia vogliam dire che supponesse ancora quella vigente;

ed allora dovremmo supporre essersi disimpegnato senza strepito alcuno

l'oggetto intralciatissimo dei matrimonii, prima che si abolisse una

tassa, che poi non era difficile l'abolire; e che il concilio nessun

pensiero si prendesse del pericolo che la opinione tanto ostinatamente

sostenuta pochi anni prima, ritornasse a prender partito, il che non mi

pare verisimile. Il silenzio adunque di quel concilio sembra indicare

una tolleranza per allora su quel punto di disciplina. Anzi mi sembra

di ravvisare in quel concilio una legge che tende indirettamente al

celibato degli ecclesiastici; quella cioè con cui si proibisce che

nessun ecclesiastico possa godere qualsivoglia beneficio, se prima

non rinunzia a quanto possiede di suo patrimonio. Con tal legge

s'allontanava l'ammogliato dal cercare beneficii per non lasciare

i figli nell'inopia. Ecco le parole del sinodo:[311] _Statuimus

etiam juxta sanctorum patrum instituta et primitivae ecclesiae

formam, nullum clericorum ecclesiarum beneficia possidere, nisi,

abrenuntiatis omnibus propriis, velit fieri ejus discipulus in cujus

sorte videtur esse electus. Si quis autem foris esse maluerit, non ei

clericatum auferimus, tantum ecclesiastica beneficia interdicimus._

Mi pare ancora più chiaramente provato che per allora si lasciavano

al godimento dei loro beneficii i sacerdoti ammogliati, dall'altro

canone dello stesso concilio, in cui si prescrive che, siccome per lo

passato alcuni avevano ottenuto la successione ai beneficii goduti

dal padre, quantunque il figlio all'atto di succedergli non fosse

nemmeno cherico, così si minaccia la scomunica a chiunque in avvenire

tentasse di usurparsi per successione i beneficii medesimi; il che fa

vedere che alcuni beneficiati allora avevano i loro figli, e che v'era

pericolo che continuassero i beneficii per eredità:[312] _Et quia

nonnulli intra sanctam Ecclesiam tam clerici, quam etiam laici per

paternam successionem...... archidiaconatum, vel archipresbyteratum,

cimiliarchiam, aut etiam aliquid de beneficiis ad ecclesiarum officia

pertinentibus hactenus possidere conati sunt: in hoc sacro conventu

praefixum est, et omnibus definitum, ut si quis, hujusmodi nefanda

cupiditate ductus, ecclesiam ulterius possidere tentaverit, et

haereditate sanctuarium Dei obtinere praesumpserit, juxta profeticam

vocem; quousque resipiscat, anathematis vinculo subjaceat._ Così quel

sinodo. Se le nozze dei preti fossero state proscritte, è naturale

che, oltre di farne menzione, si sarebbero anche i figli de' sacerdoti

dichiarati illegittimi, e per questo titolo esclusi dai beneficii.

Parmi adunque probabile che si lasciassero per allora vivere in pace

i sacerdoti ammogliati, e che siasi poi introdotto poco a poco anche

da noi il celibato, senza violenza, puramente colle ordinazioni date

solamente ai celibi. Di fatti, nell'anno 1152, certo canonico di Monza

Mainerio Bocardo, nel suo testamento, che ritrovasi in quell'archivio,

in pergamena segnata n. 4 (di cui ho avuta la notizia dal chiarissimo

signor canonico teologo don Antonio Francesco Frisi, conosciuto

per le erudite sue dissertazioni sulle antichità monzesi), ordina

che se gli celebri l'annuale il dì della sua morte, e che il di lui

erede[313]_persolvat omni anno in annuali meo canonicis et decumanis

et custodibus ipsius ecclesiae non habentibus uxorem, qui in annuali

meo fuerint, per unumquemque canonicum denarios quatuor, custodibus

et decumanis binos denarios_: e poi più sotto vi si legge:[314] _Si

vero aliquis ex istis canonicis fuerit infirmus, etiam si non fuerit

in annualibus istis, volo habeat istam benedictionem, et si aliquis

habuerit uxorem, nolo ut habeat istam benedictionem._ Le quali parole

sembrano assai concludentemente provare che sino alla metà del secolo

duodecimo siasi continuata l'usanza di non escludere dagli ordini

sacri gli ammogliati; e che, ottenuta che si ebbe la soggezione della

chiesa milanese alla giurisdizione di Roma, si cessò di perseguitare il

matrimonio dei preti; e lentamente soltanto, e col favor del tempo, si

dilatò la legge del celibato.

Questa mutazione di stato della chiesa milanese rappresenta una

serie crudele di partiti, tumulti, saccheggi, incendii, sacrilegi,

profanazioni, orrori d'ogni sorta. Tutto fu opera d'Ildebrando,

che tutto architettò e diresse. Se risguardiamo il fine di togliere

dalla Chiesa gli abusi nelle elezioni, ci si diminuisce in parte il

sentimento contrario ai mezzi usati. Se poi consideriamo Ildebrando

da un altro canto, non possiamo ricusare la nostra stima al progetto

che immaginò. Egli forse considerava l'Italia, un tempo signora,

manomessa dai Goti, dai Vandali, Longobardi, Saraceni e Greci; divisa

come ella era, doveva ubbidire ora ai Borgognoni, ora ai Provenzali,

ora ai Bavari, ora ad altre straniere genti. Conveniva concentrare

la forza d'Italia in un punto, ridurla ad uno stato unito per darle

un'esistenza. Roma è la capitale; forza era adunque di assoggettare

l'Italia a Roma, e così far fronte agli estranei. Il tempo era

opportuno, per la debolezza di Enrico. La forza politica della

Lombardia era principalmente collocata nei vescovi: sottomessi questi,

era formata la romana potenza. L'oggetto era grande. Ma egli è giusto

e ragionevole l'avventurare il riposo e la sicurezza della generazione

vivente, che ha un diritto attuale di esistere bene, colla speranza

incerta di procurare la tranquillità alle generazioni che nasceranno?

È egli ragionevole e giusto un tal sacrificio, quando anche fosse

sicuro il bene che procuriamo ai successori? Gli uomini che hanno fatto

parlar di loro la storia e ottennero il nome di grandi, non hanno mai

esaminate bene simili questioni.

CAPITOLO VI.

_Della nascente repubblica di Milano sino all'imperatore Federico

I._

Si è veduto nel capitolo antecedente come l'imperatore non si

intromettesse mai nella lunga guerra civile per la giurisdizione di

Roma sulla chiesa milanese. I Milanesi profittavano della debolezza

dell'imperatore per sottrarsi dalla soggezione del sovrano. Non

solamente guerreggiavano per distruggersi, divisi in due fazioni,

ma si arrogavano la facoltà di farsi degli alleati, di mover guerre,

e così fecero nel 1059 unendosi coi Lodigiani contro de' Pavesi. Un

pubblicista cercherà con qual diritto così pretendesse di operare una

città suddita. Uno storico si limita a dire che mancava al sovrano

allora la forza, come ne' secoli precedenti ella era mancata a questi

popoli a fronte de' Longobardi, de' Franchi e dei Sassoni; e che in

que' secoli non si conoscevano fra il sovrano ed i sudditi i dolci

e potentissimi vincoli della beneficenza e dell'amore. Sebbene però

Milano si reggesse da sè, una apparente dipendenza del sovrano si

conservava; e primieramente, prima dell'imperatore Federico, le

monete di Milano portarono sempre il nome dell'imperatore, come fanno

anche oggidì le città libere dell'Impero[315]. Oltre all'onore di

porre il nome nelle monete, egli è certo altresì che l'anno 1075

i Milanesi vollero dipendere dal re Enrico per la elezione d'un

arcivescovo. Guidone aveva rinunziato l'arcivescovato a Gotofredo,

siccome dissi: questi era stato consacrato; ma il partito di Erlembaldo

non permise mai che possedesse i beni o che esercitasse il suo

ministero. Erlembaldo aveva eletto Attone: il popolo lo aveva colle

percosse costretto a rinunziare; non era mai stato ordinato; e il

papa lo sosteneva. I Milanesi ricorsero al re Enrico, che nominò per

arcivescovo Tealdo, milanese, che possedeva un ufficio nella sua reale

cappella. Gregorio VII gli comandò che non ardisse di farsi ordinare

se prima non veniva a Roma, ove il papa voleva decidere fra esso e

Attone; nel tempo stesso scrisse ai vescovi suffraganei, comandando

loro di non consacrare Tealdo. Tealdo nondimeno fu consacrato

solennemente, e posto nel suo ufficio, poichè Erlembaldo era stato

ucciso. Il papa, in un concilio tenuto in Roma nel 1078, lo scomunicò

insieme coll'arcivescovo di Ravenna; eccone la cagione:[316] _Thealdum

dictum archiepiscopum mediolanensem, et ravennatem Guibertum, inaudita

haeresi et superbia adversus hanc sanctam catholicam ecclesiam se

extollentes, ab episcopali omnino suspendimus, et sacerdotali officio,

et olim jam factum anathema super ipsos innovamus_[317]. Più volte fu

ripetuta la scomunica; ma non per ciò le funzioni di Tealdo vennero

sospese. Ildebrando ebbe una superiorità senza esempio quando vide il

re Enrico nel castello di Canossa, a piedi nudi, nel mese di gennaio

del 1077, aspettare per tre giorni la grazia di gettarsegli ai piedi,

e implorare l'assoluzione della scomunica. Ma fu ben diversa la scena

nel 1084, quando Enrico s'impadronì di Roma, fece incoronare papa

appunto Guiberto, arcivescovo di Ravenna, e ne scacciò Ildebrando,

che, rifuggiatosi in Salerno, poco dopo terminò la sua vita. A questa

impresa molto contribuirono i militi che l'arcivescovo Tealdo spedì in

soccorso di Enrico.

(1086) Morto che fu l'arcivescovo Tealdo, dall'imperatore Enrico

fugli destinato a succedere Anselmo da Ro, il quale abbandonò il

partito imperiale, e interamente si collegò col partito romano. La

famosa contessa Matilde sembrava che conservasse tutto lo spirito di

Gregorio VII, a cui fu tanto ossequiosa mentre visse. Per opera di lei

fu sedotto Corrado a diventare ribelle al padre Enrico Augusto. Essa

lo adescò mostrandogli la corona d'Italia, e indusse l'arcivescovo

di Milano a incoronare solennemente in Sant'Ambrogio Corrado (1093).

Un arcivescovo che doveva ad Enrico la sua dignità, che da lui non

fu mai offeso, che doveva ai popoli servire d'esempio di rettitudine,

consacra nel tempio di Dio, scrutatore dei cuori, un figlio traditore e

ribelle ad Enrico, per compiacere alle brighe della contessa Matilde,

dimenticando il giuramento di fedeltà, profanando le sacre cerimonie,

abusando della religione.... Volgiamoci ad altre idee, e benediciamo

il secolo più illuminato e più felice in cui viviamo! Corrado, poichè

in tal forma venne unto re, come ostaggio rimase presso la contessa

Matilde; e non avendo che il titolo di sovrano, dovette dare il suo

nome a quanto a lei piacque. Morì Anselmo da Ro, e il legato romano

elesse per arcivescovo Anselmo da Boisio, che ebbe il bastone pastorale

dalla contessa Matilde, e il pallio dal papa; e si pose a esercitare

il suo ministero senza dipendenza alcuna, nè dall'imperatore Enrico

nè dal re Corrado. Assoggettata così la dignità del metropolitano, e

resa dipendente, si può a quest'epoca fissare il primo germe della

repubblica milanese: poichè, se in prima l'arcivescovo godeva, per

l'eminenza del suo grado, una sorta di principato nella città; ora i

nobili e la plebe, vedendolo ridotto all'obbedienza, poterono bensì

conservare una rispettosa deferenza al di lui sacro carattere, ma

non vi trovarono più quella distanza che l'opinione deve collocare

fra chi obbedisce e chi comanda. Perciò, verso la fine del secolo

undecimo, si crearono per la prima volta i consoli della repubblica

milanese, e con questa nuova magistratura si venne a formare una

sovranità che rappresentava tutto il popolo[318], e si vennero ad

abolire gli ufficiali regii. L'arcivescovo dovette subordinare a questo

senato persino i decreti sinodali, acciocchè venissero confermati

coll'acclamazione[319] _fiat, fiat_, quando piacevano. In fatti nel

1100 dovette l'arcivescovo ottenere il consenso di que' magistrati,

perchè si accordasse franchigia a chi veniva a certa solennità del

Santo Sepolcro in Milano. Come poi questi consoli allora venissero

eletti; se dai soli nobili, ovvero promiscuamente; quanto la loro

dignità durasse, le memorie di quei tempi non ce lo insegnano. Certo

è però che monete nè di Corrado nè col nome della Repubblica non ve

ne sono; e che le sole fra gli Ottoni e Federico che si conoscono

sinora, sono dei re Enrici e degl'imperatori Enrici, onde la repubblica

si considerò sempre sotto la protezione imperiale. Pochi anni dopo

sappiamo che il numero de' consoli era diciotto, e talvolta anche

maggiore. Sembra che questi consoli formassero il minore consiglio,

sempre adunato e sempre attivo per reggere la città; e che negli affari

di maggiore importanza questi consoli intimassero una generale adunanza

del popolo. Nel 1130 i consoli erano venti, ed erano stati eletti

dalle tre classi di cittadini, cioè dai _capitani_, i quali erano i

nobili del primo ordine, dai _valvassori_, che erano nobili bensì, ma

di minore autorità, e dai _cittadini_, che erano come il terzo ordine.

Il numero dei consoli cittadini era minore di quello di ciascuna delle

altre due classi; onde l'autorità realmente era presso i nobili[320],

non rimanendo ai cittadini poco più che l'apparenza, come in Roma, ne'

comizi centuriati. La repubblica di Milano però era ben piccola allora,

poichè la giurisdizione di lei si limitava a poco più della mera città;

e la campagna che le stava intorno, formava diversi altri piccoli

Stati indipendenti da lei, e così v'erano i conti del _Seprio_, i conti

della _Martesana_ e altri distretti, che avevano un governo parziale

e i loro consoli[321]; di che rimasero sino al 1781 le vestigia nelle

diverse misure, che furono in uso in Monza, Lecco ed altri borghi del

ducato, abolite or ora. Questo è tutto quello che sappiamo intorno la

costituzione civile di Milano verso il principio del secolo duodecimo.

L'autorità suprema si riconosceva presso dell'imperatore, il di cui

nome incidevasi nelle monete, e dal quale ricevevano la giurisdizione

alcuni giudici e messi che decidevano le controversie dei privati[322].

Ma il governo politico, la pace e la guerra, l'imposizione e

riscossione de' tributi erano presso la città istessa. Landolfo il

Giovine, parlando dell'anno 1112, così si esprime:[323] _Papienses

et Mediolanenses statuerunt et juraverunt sibi foedera, quae nimium

quibusdam videntur fuisse imperatoriae majestati, et apostolicae

auctoritate contraria; cum illi cives juraverent sibi servare se et sua

contra quemlibet mortalem hominem natum vel nasciturum_; dal che pare

che, collegandosi per difendere le cose loro contro qualunque uomo,

tacitamente s'intendesse la disposizione di contrastare colla forza

all'imperatore, qualora cercasse di toglier loro o i nuovi magistrati,

o i tributi, o la giurisdizione che esercitavano. Nelle carte de'

contratti, testamenti, sentenze, ec., si soleva in prima porre il nome

dell'imperatore o re d'Italia: _Regnante Domino nostro_, il tale. Al

principio del secolo duodecimo non più si fece questa menzione. In una

parola la costituzione civile di Milano allora divenne, siccome dissi,

a un dipresso simile a quella d'una città libera dell'impero.

Storia di Milano, vol. 1 · 第 13 / 31 段